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di Tamara Sandrin

Non posso dire con precisione quando mi sono appassionata al cinema di fantascienza, ma ricordo il folgorante entusiasmo che mi ha infiammato quando ho visto Destinazione… Terra! (It Came from Outer Space, Jack Arnold, 1953), sicuramente uno dei film più belli della fantascienza degli anni ’50, opera del migliore regista del genere nella sua epoca d’oro1.
Questo film ha costituito il punto di partenza per la mia riflessione sulla rappresentazione del rapporto dell’umano con l’alterità, che poi ha preso forma in Insetti giganti e alieni mostruosi2, perché porta sullo schermo ciò che io ho definito un paradigma della realtà e che si esplica in particolare nella battuta, lapidaria, che non mi stancherò mai di ripetere: “Noi distruggiamo ciò che non riusciamo a capire”. Destinazione… Terra! porta sullo schermo lo stereotipo dell’atteggiamento umano nei confronti dell’altro, un altro alieno e mostruoso, ma lo fa da un punto di vista critico.

Nel film troviamo tutti gli elementi tipici della science fiction americana di quegli anni: l’ambientazione nel deserto, la presenza di un triangolo amoroso tra una bella ragazza e due uomini (uno scrittore appassionato di astronomia, che in questo caso sostituisce l’onnipresente scienziato, e uno sceriffo, rappresentante del potere militare) e l’arrivo di alieni dalle dubbie intenzioni. Ma, oltre a queste analogie, presenta anche risvolti e sviluppi originali rispetto allo standard dell’epoca, sia dal punto di vista contenutistico che formale, anzi potremmo rilevare che l’originalità del contenuto venga spesso sottolineata da alcune soluzione tecniche e stilistiche.

Una navicella spaziale, quindi, precipita sulla Terra, nel deserto ai margini di una cittadina, Sand Rock. Inizialmente tutti credono si tratti di un meteorite, tranne il protagonista John Putnam, astronomo dilettante (interpretato da Richard Carlson) che ha visto l’astronave nel fondo del cratere, e la sua fidanzata Ellen (Barbara Rush). I due iniziano anche a notare fatti e fenomeni strani (rumori, vibrazioni, scie luminescenti sul terreno), cambiamenti e comportamenti inquietanti in alcuni conoscenti. Gli alieni, infatti, rapiscono le persone per assumerne le sembianze e muoversi liberamente tra il deserto e la città.

L’ambientazione nel deserto è molto importante: lo spazio esterno, nella sua rappresentazione inquietante e spaventosa, diviene materializzazione della paura umana dell’altro, dell’alieno, di ciò che è sconosciuto e incomprensibile. Il deserto, qui come in altri film, è “il regno della morte”, pur essendo estremamente vivo; pericoloso e perturbante spazio selvaggio è il luogo ideale per l’accadimento di eventi strani, soprannaturali, per arrivi e nascite mostruose. Perciò in questo luogo così ostile all’uomo si muovono invece a loro agio animali notturni e selvaggi, mostri e alieni. Questa familiarità con lo spazio del deserto è sottolineata dal regista con le frequenti riprese secondo la soggettiva degli alieni.

Anche il tema del doppio è comune e ricorre in diversi film di fantascienza a partire dal contemporaneo Gli invasori spaziali (Invaders from Mars, William Cameron Menzies, 1953) a L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, Don Siegel, 1956) a Ho sposato un mostro venuto dallo spazio (I Married a Monster from Outer Space, Gene Fowler jr., 1958) con esiti, come accennavo, diversi.

In questo caso le cose non sono come sembrano: gli alieni sono giunti sulla Terra per sbaglio, a causa di un’avaria che stanno cercando di riparare per andarsene al più presto; non hanno intenzioni malevole di conquista e di colonizzazione, né tanto meno di distruzione. Gli alieni hanno assunto l’identità dei rapiti (che stanno tutti bene) perché sanno di non poter mostrare il loro vero aspetto, che risulterebbe orripilante per gli umani, che non sono ancora pronti a capire e ad accogliere l’altro.

Il cuore del film è costituito, a mio parere, dalla scena dell’incontro tra un alieno e John Putnam e da quella successiva del colloquio tra lui e lo sceriffo. I dialoghi costituiscono la dichiarazione esplicita dell’impossibilità dell’incontro con l’altro: mentre gli alieni sono “buoni”, hanno “anima e mente” e sono pronti a comprendere, l’incontro con l’umano non può portare che distruzione, morte e sventura perché noi, appunto, distruggiamo ciò che non possiamo comprendere, ciò che ci fa ribrezzo e paura.

In Destinazione… Terra! dunque non c’è alcun incontro con l’altro, ma nemmeno nessuno scontro, cosa che costituisce quasi un unicum nel panorama della fantascienza anni ’50 e ’60: per esempio l’uomo astrale di Ultimatum alla Terra (The Day the Earth Stood Still, Robert Wise, 1951), pur avendo buone intenzioni e aspetto perfettamente umano, viene perseguitato e cacciato, gli invasori alieni bellicosi e aggressivi de La guerra dei mondi (The War of the Worlds, Byron Haskin,1952) vengono respinti altrettanto ferocemente, in Ho sposato un mostro venuto dallo spazio l’incontro, che poteva diventare amore, finisce con la morte degli alieni.

Nonostante la diffidenza e l’atteggiamento umano ostile, gli extraterrestri se ne vanno così com’erano arrivati e tutto torna alla normalità senza lasciare segni, se non la consapevolezza che c’è qualcuno là fuori, in the outer space, e che un giorno tornerà, quando “sarà tempo”, quando “saremo pronti a incontrarci da amici”.

Il film sembra quasi promettere quel che accadrà in molti film della fine degli anni ’70 e dei primi anni ’80, cioè la possibilità di entrare in contatto con alieni benevoli e innocui o di costruire un rapporto pacifico, paritario, amichevole e amicale, come in Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, Steven Spielberg, 1977), E.T. (Steven Spielberg, 1982), Starman (John Carpenter, 1984), Fratello da un altro pianeta (The Brother from Another Planet, John Sayles, 1984), Il mio nemico (Enemy Mine, Wolfgang Petersen, 1985) e altri.

Note:

1 Jack Arnold ha realizzato, tra gli altri, anche gli indimenticabili Il mostro della Laguna Nera (Creature from Black Lagoon, 1954), La vendetta del mostro (Revenge of the Creature, 1955), Tarantola (Tarantula, 1955) e The Incredible Shrinking Man (1957).

2 A cui rimando per approfondimenti.