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di Rodrigo Codermatz

Il filosofo francese Louis Althusser distingueva tra Apparati Ideologici di Stato (A.I.S) e Apparati Repressivi di Stato (A.R.S) entrambe “strutture” deputate alla riproduzione di uno stato di controllo sociale, economico, politico e culturale. Tra gli apparati ideologici di stato annoverava la scuola, la famiglia, la chiesa e tutti gli organi d’informazione dai mass-media all’editoria.
Nella nostra società contemporanea, gli A.I.S svolgono un’imprescindibile azione di plagio, conformando, normalizzando, dando normative, creando categorie, etichette, confini, pregiudizi e stigma; non solo: essi agiscono sui nostri gusti e le nostre scelte amalgamandoci sia nella modalità che nel prodotto finale del sistema produttivo: e questo è il consumismo. Gli A.I.S svolgono indisturbati la loro fondamentale e subdola funzione perché indossano la maschera di coloro da cui ci aspetteremmo sicurezza e protezione, di tutte quelle strutture che, con la loro staticità, secolarità e indiscutibilità, eludono ogni forma di dialettica e critica costruttiva deresponsabilizzandoci e disimpegnandoci dal pensare, dal prendere una posizione, dal disobbedire: perché pensare, lo sappiamo bene, costa fatica mentale ma anche sociale. Il successo degli A.I.S è una società che si crede democratica e libera, libera di pensare e di esprimersi, di muoversi e di comperare, una società che crede di scegliere e, invece, obbedisce, una società di automi seriali.
Accanto agli A.I.S operano gli Apparati Repressivi di Stato (A.R.S), gli organi di polizia e di controllo diretto che devono garantire e proteggere questo processo riproduttivo della società e del modo di produzione svolto dagli stessi A.I.S contro ogni minaccia incombente: minaccia letale al sistema è tutto ciò che non rientra nella normalità, nella normatività, nelle etichette ben collaudate dello status quo, tutto ciò che si teme perché non si riesce a comprendere e capire e quindi fa paura.
Dapprima si tenta un rafforzamento degli apparati ideologici stessi come, per esempio, il concetto di famiglia tradizionale contro i movimenti lgbtqi, la posizione della chiesa e, come si constata purtroppo in alcuni testi scolastici, della scuola nei confronti degli stereotipi di genere. Quando anche questo potenziamento, condotto in parte anche con il revival di pregiudizi evidentemente anacronistici e che per questo si rifugiano spesso sotto la bandiera della “tradizione” o del “naturale” (come ad esempio il sessismo), se non altro per mero processo di evoluzione e crescita sociale nell’incontro di diversità, incontrano una resistenza e opposizione compatta come abbiamo visto negli ultimi tempi nel nostro paese (movimenti femministi e transfemministi, lotte per i diritti umani nelle carceri, per le persone lgbtqi e anche le lotte animaliste contro gli allevamenti), allora entrano in funzione gli apparati repressivi, che non sono solo manganelli e pistole ma anche taser e videosorveglianza.

Che il Covid-19 non sia caduto “a puntino” e non sia ora il “cavallo di Troia” per imporre alla nostra società una misura sì estrema di controllo e repressione in un periodo che si preannunciava veramente “caldo” per le emergenze e rivendicazioni sociali? Non ne avevamo avuto già un anticipo con il governo leghista?

In tempi di emergenza pandemica, lo stato sta veramente giocando tutte le carte del controllo non solo sociale ma anche psicologico sui cittadini e mette in campo l’intera rosa dei suoi strumenti  repressivi. Un esempio, molto eloquente e di una pericolosità estrema ci viene da diversi comuni (per esempio il comune di Ravenna) che danno in dotazione un piccolo dispositivo di videosorveglianza, una body camera, da applicare alla divisa dei suoi funzionari di polizia: un vero fiore all’occhiello, se vogliamo farne una triste battuta di spirito. Inquietanti le motivazioni che si leggono nell’articolo:

La funzione principale è quella di riprendere gli interventi classificabili come “complessi” o “ad alto impatto”, registrando in modo particolare ciò che l’operatore stesso vede e sente durante le fasi concitate dell’intervento. Le registrazioni verranno effettuate ogni qual volta gli operatori riscontreranno che vi siano i presupposti in grado di legittimare l’utilizzo delle body camera, ritenendo che potrebbero ragionevolmente produrre un considerevole effetto deterrente alla commissione di atti illeciti, con indubbi riflessi positivi sulle condizioni di sicurezza dei cittadini e degli stessi agenti rispetto ai rischi specifici correlati alle attività svolte.

A parte il dichiarato intento punitivo (cosa si intende precisamente?), lo strumento dovrebbe avere la funzione di riprendere non ciò che accade ma ciò che il funzionario classifica come un comportamento “complesso” o “ad alto impatto” tanto da giustificare l’uso della body camera in una non meglio precisata “fase concitata dell’intervento” i cui prodromi e gli antecedenti, in poche parole il generarsi e l’evolversi della situazione, non raggiunto ancora il grado di complessità e di alto impatto definiti, rimarrebbero “invisibili”: in sostanza un atto di vero e proprio montaggio filmico che porterebbe ad una facile manipolazione del referto visivo e quindi ad un uso pregiudizievole e forse a verdetti legali e misure punitive o dissuasive non così scientifiche, obiettive, leali e reali. Il piccolo regista D.I.Y taglia l’intero film e ci presenta solo l’imputato sulla sedia elettrica.
Si parla è vero di un addestramento dei novelli film makers: ma, a parte il già citato intento tristemente classificatorio, tale addestramento riuscirà mai a dare a un vigile urbano la competenza, sensibilità, acutezza, l’empatia, le conoscenze e la comprensione per valutare dei comportamenti “complessi” o “ad alto impatto” di un’altra persona in una situazione di estremo stress e paura mai vissuta prima, qual è una pandemia, oppure molto ansiosa o con qualche disturbo di personalità (paranoide, per fare un esempio limite)? In sostanza si richiede ad un vigile urbano una preparazione, una conoscenza, una lucidità una capacità di distinguere e categorizzare comportamenti ed emozioni che si possono richiedere a psicologi molto preparati; non solo: anche un livello di comprensione e di empatia, a mio avviso, incompatibili con la situazione di dichiarata subordinazione che una divisa rappresenta. Non è più facile immaginare che la body camera, accesa al momento giusto il cui “ciak si gira” è in mano al regista-psicologo D.I.Y, fornirà invece l’alibi alla risposta violenta del funzionario ad un comportamento esasperato nato forse da atteggiamenti per niente empatici e magari provocatori (non sarebbe la prima volta) dello stesso funzionario?
C’è un altro aspetto inquietante: quando si parla di classificare si fa riferimento anche al fatto che c’è qualcuno che osserva, descrive, seziona e mette un’etichetta su un’altra persona, in una parola, ci si riferisce ad un esperimento. Il funzionario di polizia è di nuovo in grado di giudicare obiettivamente una persona, che probabilmente non ha mai visto, dagli effetti sul suo comportamento della paura e dello stress di una situazione a cui non eravamo mai stati esposti prima, una situazione di “pericolo di morte”?
La body camera è un esperimento di vera e propria psicologia comportamentale messo in mano a funzionari dell’ordine in una situazione sociale di eccezionale disagio emotivo con intento punitivo: e qui l’abbiamo detta tutta.

Il Covid-19 inoltre ha messo in moto un altro grande mezzo di controllo sociale, il Panopticon per eccelenza, dove non servono più nemmeno gli organi di polizia e quelli repressivi e che Althusser definì il “poliziotto sempre al nostro culo”: l’altra persona, il mio vicino, la persona che quotidianamente mi osserva ed è sempre pronta a giudicare e condannare; vergognosamente, ed è cronaca di questi giorni, ognuno tiene d’occhio e giudica cosa fa l’altro, quando esce e perché esce da casa, in quanti escono nella stessa auto etc. Oltre che a creare tensioni sociali che vanno senz’altro ad aggravare una situazione emotiva e di stress che deve ancora esplodere, svolge un eccellente servizio di autocontrollo e oppressione sociale così ben capillare, a livello microsociale, da entrarci in casa quale nessun organo militare e poliziesco riesce a fare.