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di Rodrigo Codermatz

Da cinque anni dalla pubblicazione di Veganesimo e famiglia la nostra società ha subito profondi cambiamenti e sconvolgimenti non solo politici ma anche emotivi ai quali fanno grossa cassa di risonanza i social votati, in un popolo sempre meno acculturato e informato, ad assumere sempre più potere quali mezzi disinformativi, disattentivi e distorcenti, di vero e proprio livellamento mentale e culturale e continuo ipercoinvolgimento emotivo. A tale realtà sociale che vive ormai nella paura e nella noia quali esiti di un irrefrenabile processo di indebolimento della propria identità personale non fa da contraltare alcuna realtà di resistenza critica e dialettica né privata, né pubblica. La famiglia, lo ricordiamo, primo apparato di riproduzione sociale e culturale, lubrifica gli ingranaggi del sistema massificante e reificante con la sua totale immersione e partecipazione al mondo dei consumi non solo materiali ma anche spirituali e culturali. Siamo, più che mai, di fronte al potenziamento estremo della famiglia ma nei suoi lati più deteriori e stagnanti, quale assoluta rassicurazione e razionalizzazione di una cultura e mentalità egoriferite, egocentriche e narcisistiche nel totale allontanamento e nell’estrema diffidenza di tutto ciò che non solo è altro o diverso ma che varca le semplici mura domestiche. Le “sicurezze” (e non uso apposta il termine “certezze” perché di fatto non lo sono a prescindere dalla famiglia) che le generazioni passate hanno accumulato sono consegnate e affidate naturalmente dai genitori ai figli come sempre è successo: ma i tempi, le conoscenze, l’informazione e anche i valori morali ed etici si evolvono molto rapidamente e possiamo constatare oggi una drammatica incapacità, un’inerzia e un disinteresse dei genitori a rielaborare il proprio tempo e riconsegnarne un’immagine chiara, onesta e obiettiva ai propri figli; per puro disinteresse, paura di esporsi e di mettersi in dubbio, per pura pigrizia e comodità, preferiscono rimanersene in retroguardia scaricando loro ogni responsabilità e il drammatico silenzio della loro totale paralisi culturale. Scriveva Freud centodieci anni fa:

Nell’educazione dei figli il nostro scopo principale è quello di essere lasciati in pace e di non dover combattere con difficoltà. In poche parole, vogliamo tirar su un bambino modello e ci curiamo ben poco di vedere se questo genere di sviluppo sia ancora giovevole al fanciullo (Il caso del piccolo Hans, 1909, pag. 1451).

D’altro canto questi figli sono i frutti del secondo apparato ideologico del sistema, la scuola, l’armonico coro delle rotelline e la voce possente della macchina che ha già, prematuramente iniziato a comprimerli e sagomarli in giovane età. La scuola oggi, e parlo in special modo dell’istruzione universitaria, è una grande macchina che sforna masse di piccoli tecnici iperspecializzati, è la catena di montaggio seriale di menti e cervelli pieni di instabili e limitatissime nozioni, di estrapolazioni, menti che vengono poi gettate senza alcun riguardo o scrupolo nella “fossa dei serpenti” della società contemporanea, nella febbrile ricerca di funzionalità estrema, successo, realizzazione e denaro. Lo studente universitario oggi non “cresce” gradualmente assieme ai suoi docenti, ai suoi colleghi e al sapere in un ideale unitario, orientato e chiarificante vivificato dalla curiosità, dal desiderio di crescita spirituale e morale, dalla coscienza dei limiti e del percorso intellettuale volto all’orizzonte delle varie scienze; lo studente, al contrario, è e si sente frammentato, confuso, parcellizzato, vaporizzato nel sempre più ansiogeno panorama di corsi, stage, tirocini, crediti formativi che ricalca metaforicamente la dispersione, dissipazione e decostruzione del testo in cento mila forme, in dispense, slides, registrazioni audio-visive, articoli, capitoli, piattaforme virtuali la cui gestione, per lo studente, è spesso difficoltosa o per lo meno toglie grandi energie psichiche e intellettuali distogliendole dai contenuti.
In questo, famiglia e scuola si danno la mano nel procedere all’iper-responsabilizzazione del giovane che, se deve sobbarcarsi tutto ciò che loro gli passano di mano, deve pur avere le spalle forti e l’accortezza di un adulto, deve pur essere o fare, all’ennesima potenza, ciò che loro non hanno avuto il coraggio o l’interesse di essere o di fare: basta vedere come spesso questi bambini vengono investiti di potere decisionale, di responsabilità o credibilità che alla loro età, naturalmente inesperta e immatura, non possono avere.
La scuola opera oggi in tal senso, nel mantenere i giovani in un mondo fittizio che gli è di fatto piombato addosso, deprivati di un percorso di sviluppo ed evolutivo nel costituirsi e intravvedere un loro mondo in cui sapersi muovere a proprio agio, un mondo comprensibile nel senso di poterlo abbracciare e contenere con lo sguardo e col pensiero. Lo sguardo di questi giovani è oggi richiamato di continuo da stimoli spesso spaesati, sconclusionati, disintegrati nel senso che non sono integrati o la cui integrazione è alquanto labile, gli si offrono mille percorsi, mille orizzonti che uno sguardo seppur ambizioso e curioso non riuscirà mai a contenere onestamente; gli occhi non guardano più i piedi e il sentiero ma un lontano “là” che non ha più le sembianze di un orizzonte ma di un gioco di specchi in frammenti, sempre più virtuale ed esigente.
Non c’è alcuna evoluzione e alcun futuro roseo in questi ragazzi: non è vero che sono più scaltri, più furbi, più svegli: al contrario sono più deboli e indifesi, più esposti alla completa disintegrazione, totalmente inidonei a farsi carico delle responsabilità ignorate dai genitori, continuamente distolti e disturbati, continuamente costretti allo sradicamento intellettuale e culturale dove la nozione non ha appartenenza e l’idea non ha più alcuna energia. E nel contempo rifocillati di potere e di diritti da parte dei genitori, investiti di posizioni e richieste a cui non possono ancora assurgere o corrispondere (e penso ai sempre più frequenti casi di violenta ingerenza dei genitori nelle prassi educative e valutative scolastiche ma non solo, anche nelle case-famiglia dove spesso i genitori allontanati riescono purtuttavia a imporre i loro principi educativi alla totalità della struttura e agli bambini mettendo in scacco qualsiasi possibilità di uscire da un circolo vizioso).
Veganesimo e famiglia è un libro sull’antispecismo (nella sua forma più immediata) e sulla famiglia e quando lo scrissi riuscivo ancor a immaginare un figlio, come lo siamo stati tanti di noi, che riesce a proporre, seppur in termini polemici, un argomento alla propria famiglia; oggi vedo da una parte famiglie astiose, colme di odio e distruttività, barricate nel loro appartamento e idolatre del loro figlio, che toglierebbero il pane di bocca e affosserebbero i figli del vicino per il proprio, famiglie non povere o bisognose, anzi, spesso tutt’altro e che non pongono mai fine alla loro sete di nuocere, di tormentare, di annientare l’altro. Dall’altra parte, figli disillusi, deprivati di ogni curiosità, disarmati di ogni spirito critico e combattivo, di ogni sentimento di carità e comprensione, rassegnati, annoiati e soprattutto disinteressati e restii ad informarsi, a voler vedere coi propri occhi, a toccar con mano la realtà, forse per paura di scorgere nei propri genitori la più assurda menzogna, l’inganno più spietato, la trappola più pericolosa. Parlo ogni giorno con i giovani, per lo più ventenni, e m’imbatto in una disarmante ignavia, in piccoli vecchietti che non riescono già più a pensare, a muoversi, a soldatini che marciano al ritmo e credono ancora in valori e rituali ormai obsoleti, anacronistici, deleteri e spesso nidi di pregiudizio e intolleranza; vedo il nulla nei loro occhi, l’incapacità di pensare, di riempire di idee, di entusiasmo e vitalità il vuoto lasciato quando gli si estirpa il verbo tramandato, la tradizione, il “così è sempre stato” dei loro nonni, dei loro genitori, del prete, del sussidiario scolastico, dei social.
Ed è proprio nei social che noi ritroviamo tutto questo smarrimento, questo spaesamento, nell’esplosione di un manicheismo da tastiera che troppo facilmente distingue il bianco dal nero e pronuncia sentenze, stigmatizza, condanna senza alcun diritto o competenza senza spirito d’analisi, senza la minima attenta lettura critica di ciò che ci circonda e dei suoi processi, delle sue dinamiche interferentisi: e il tutto con un violento, cieco e compulsivo bisogno di consenso e di gratificazione (like e share). Vegani e animalisti che sembrano cadere dalle nuvole, indignati e disperati che ci sia ancor gente che mangia carne, che indossa pellicce, che pratica la pesca, la caccia, l’equitazione e si creano paradisi artificiali di veg-aperitivi in cui, inebriati dalla loro purezza e stravaganza, perdono ogni contatto con la realtà dove di fatto si muore di fame o sotto le bombe o perché si sta fuggendo da una guerra che il nostro stesso paese sovvenziona, o sotto il manganello e le percosse della polizia durante manifestazioni o in carcere, un mondo dove la donna, l’intersex, l’omosessuale sono quotidianamente vittima di violenza, di abusi, di molestie, di discriminazioni anche da parte di istituzioni statali (vedi il glass-ceiling), di victim blaiming, esiste il turismo sessuale, l’abuso e la violenza sui bambini, sui menomatti, sui disabili, esiste la follia omicida, esistono infinite sfumature di pietà ed empatia: questo è il mondo là fuori. E allora come suona ingenuo e irreale, forse preconfezionato l’orrore enfatizzato in post e immagini cruenti spesso accompagnato dal gusto della vendetta; e chi spesso sta ben sopra al cacciatore nella scala dei predatori se non i nostri stessi genitori, i fratelli e sorelle contro i quali ci guardiamo bene dallo scagliare i nostri dardi avvelenati. Un uomo che cosparge di benzina un cane e tenta di dargli fuoco, è purtroppo “normalità”, quotidianità, alla pari di quello che sfigura la compagna con l’acido, che l’ammazza di botte, che esulta per i morti in mare, una realtà tanto più vicina di quanto noi crediamo alla nostra pizza con i colleghi: noi ne siamo responsabili, ne siamo complici, ci siamo dentro ed è troppo comodo alienare la nostra parte interpretando e presentando tali atrocità come dispetti, provocazioni, momenti di pazzia o debolezza, alla nostra angelica sensibilità ed empatia; è troppo comodo lasciare la scena in tempo e, come un cronista dalla tribuna stampa che descrive il formicolio dei giocatori in campo, assurgerci a portavoce della sofferenza animale credendo che l’animale non abbia voce: è l’uomo che non ha orecchi!
Il fatto è che, del padre che ogni sera a capotavola pontifica sul suo paese mangiando la sua bistecca, della nonna e le sue galline, di messe della domenica, battesimi, comunioni, matrimoni e funerali, del latte che ancor ci parla di dolce maternità e torpore convalescente, questi ragazzi non sanno ancora cosa farne quando, invece, han ben chiare le idee circa i cacciatori (un po’ meno sui pescatori e chi lo sa il perché) e i “sadici”, magari non riconoscendoli quando questi abitano la medesima casa.
Per concludere credo che, oppressi dalla grave e disastrosa eredità scaricatagli addosso dai genitori e confusi dall’eccessiva richiesta di pronta funzionalità, i ragazzi di oggi non abbiano forza ed energia a sufficienza a costituire una radicata e salda identità personale requisito fondamentale per combattere la famiglia, i parenti, gli amici, la società a noi più prossima e quotidiana, il primo passo verso un’evoluzione etica. Necessita l’ariete di una forte personalità e tanta energia e, invece, credo che anche l’energia dei giovani venga oggi dissipata, anzi controllata, con dei sottili e subdoli barometri che, al momento giusto, danno il comando a piccole valvole di sfogo, a degli sfiati distribuiti qua e là che hanno il compito di riportare la pressione a livello, di castrare la rabbia e l’insofferenza verso l’ingiustizia e lo stato delle cose. Non a caso assistiamo oggi allo sbucare da un giorno all’altro di eroi e portavoce dalle sembianze fanciullesche che sembrano tenere il mondo in mano e che in quattro quattr’otto raccolgono e convogliano ordinatamente su un unico binario ben aggiogato migliaia di malcontenti, insofferenze e gridi di rabbia disseminati, spontanei, autentici, poliglotti facendone una Gestalt. Slogan come “chiediamo verità” risuonano di bocca in bocca, da porta in porta fino a divenire mera ecolalia svuotata di ogni senso quando ad esempio, nei recenti fatti di Trieste si chiede “verità” per i due poliziotti assassinati in questura: è una verità che sa di bramosia di vendetta.
Tristi treni che s’aggrappano e tirano i sottili fili dell’intolleranza in nome della verità, della chiarezza, del “far luce” e poi finiscono col chiudere gli occhi a fine serata al McDonald come tante profili fb di animalisti che inneggiano all’ennesima morte del torero o del cacciatore e poi finiscono a reclamizzare fattorie didattiche, a candidarsi per Forza Nuova e aprire sportelli di accoglienza animali. Molta confusione, molta disinformazione e molta energia sprecata: ecco i giovani che dovrebbero iniziare a cambiare il mondo.
Riguardo la scuola che ha un grandissimo compito in tal senso, vorrei finire con un altro riferimento a Freud:

Ma una scuola secondaria dovrebbe […] dar loro [agli allievi] il desiderio di vivere e offrir loro l’appoggio e il sostegno in quel periodo della vita in cui le condizioni del loro sviluppo li costringono ad allentare i legami con la casa e la famiglia. Mi sembra indiscutibile che le scuole falliscono in questo compito, e per molti aspetti vengono meno al loro dovere di fornire un sostituto della famiglia e di far destare l’interesse nella vita del mondo esterno (Contributi a una discussione sul suicidio, 1910, pag. 1601).

Freud, con la sua grande modernità, si riferisce e critica un sistema scolastico ottocentesco: cento anni dopo il fallimento è ancor più drammatico con l’inglobamento della scuola nella famiglia come sua ancilla: invece di strapparci il maialino di pezza-”oggetto transizionale”, la scuola ce lo restituisce come “oggetto bizzarro” in cui concentrare e riprodurre l’impensabile dell’animale stesso e della nostra feroce civiltà.