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di Rodrigo Codermatz

Sempre più spesso i giornali e le cronache locali riportano casi disperati di emarginazione, d’isolamento e disperazione, storie drammatiche di fallimenti, disillusioni ed intere esistenze finite a pezzi che nel loro vortice autodistruttivo risucchiano altre vite, quelle di parenti e amici ma anche di altri animali nell’ultimo tentativo compensatorio di aggrapparsi a “qualcosa”: l’altro diviene allora funzionale alla propria sopravvivenza e perde non solo la sua dignità ma la sua stessa natura di essere vivente e senziente come succede, ad esempio, nell’Animal Hoarding, nell’accumulo di animali.1
L’Animal Hoarding è il possedere un numero di animali che compromette la capacità di prendersene cura in modo adeguato sino a procurare agli animali stessi profonde e lunghe sofferenze e, infine, la morte per infezioni, deperimento e malnutrizione; è una grave forma di maltrattamento e di violenza non seconda a quella inferta deliberatamente, per cui non deve ingannarci il suo aspetto passivo.
Né dobbiamo occultare o minimizzare il problema, come spesso accade, sotto l’immagine popolare della “gattara”, del “tipo bizzarro”, dell’“amante degli animali”, di una libera seppur eccentrica scelta o stile di vita che, in fin dei conti, non ci riguarda o non abbiamo il diritto di criticare.
Molto spesso, infatti, la questione della cosiddetta “libertà personale” o “scelta di vita” e i diritti sulla proprietà privata in cui ricade, ahimè, anche l’animale interferiscono e rallentano gravosamente gli interventi nei casi di Animal Hoarding: a complicare la situazione, l’inconsapevolezza degli accumulatori e la complessità dell’operazione che coinvolge più strutture e istituzioni rendono difficile anche ogni procedimento penale (rari sono i casi di reclusione o di pene pecuniarie) e lo stesso sequestro degli animali, a cui si aggiunge anche l’alta recidività del problema (100%).

Invece è da sottolineare che spesso gli accumulatori ignorano le conoscenze basilari della cura degli animali tenendoli molto sotto lo standard minimo di nutrimento, in infime condizioni igieniche, deprivati di ogni minima cura veterinaria (es. sterilizzazione, vaccini obbligatori, cure basilari e interventi tempestivi in caso di evidente malessere) e non riconoscendone le gravi condizioni di deperimento.
Di solito le segnalazioni provengono dai vicini di casa per la presenza di forti e sgradevoli odori o per l’abbaiare dei cani: gli accumulatori sono bene accorti a nascondere gli animali e a condurre spesso una vita segregata e isolata. Spesso gli ambulatori veterinari possono incoraggiare il fenomeno con gli affidi o lasciando a disposizione campioni gratuiti di cibo.
Le statistiche dicono che nel 65% dei casi di Animal Hoarding si tratta di gatti, nel 60% di cani, nell’11% di animali da reddito e la stessa percentuale per gli uccelli, per il resto diverse specie esotiche; l’accumulatore si concentra tuttavia su due o tre specie di animali e la media è di 39 animali ma si arriva anche al centinaio stipati in appartamenti ingombri, in automobili, baracche, garage e roulotte.
Per quanto riguarda il genere dell’accumulatore, se nel caso di accumulo di oggetti si ha una maggior casistica per quanto riguarda il genere maschile, per l’Animal Hoarding, al contrario, il 76% dei casi è di genere femminile di cui il 46% sopra i sessant’anni e il solo 11% sotto i quarantanni: nel 72% dei casi si tratta di donne single o divorziate (Patronek, 1999).2
Alcune teorie spiegano questa predominanza del genere femminile associando le caratteristiche neoteniche anche in età adulta delle specie più soggette all’accumulo (gatti e cani) all’istinto materno di accudimento e cura della femmina umana e, quindi, ad una sua maggior empatia interspecifica rispetto al genere maschile; anche nella selezione artificiale delle razze si tengono presenti queste caratteristiche neoteniche che fanno dell’adulto un bambino da accudire.

Infine, si tratta di un fenomeno trasversale ossia presente in tutte le condizioni demografiche e socioeconomiche che può caratterizzarsi per un’acquisizione e accumulo passivi come nel caso del tipico caregiver o attivi come nel “salvatore”: sia nel primo tipo di accumulatore che nel secondo c’è un forte attaccamento emotivo verso l’animale mentre in un terzo tipo, lo “sfruttatore”, la tendenza all’accumulo si associa infaustamente con disturbi di personalità narcisistici e antisociali e si connota per la completa indifferenza e mancanza di empatia per gli animali e persino per le altre persone (Patronek, 2006).3
In genere gli accumulatori tendono ad “antropomorfizzare” in grado maggiore gli animali sino a considerarli dei veri e propri “bambini” o “figli” e, difronte all’eventualità di una loro perdita o allontanamento, arrivano ad essere violenti (anche verso volontari/e animalisti/e ed autorità) e anche autolesivi (fino al suicidio); spesso non accettano né la sterilizzazione né l’eutanasia arrivando talvolta persino a non volersi separare dalla carcassa dell’animale morto.
Negli ultimi anni, l’Animal Hoarding è diventato fenomeno di particolare interesse per la psicopatologia: attualmente è codificato nella manualistica diagnostica (DSM-5) come una variante particolare di Hoarding Disorder (disturbo d’accumulo), un tipo di disturbo ossessivo compulsivo (DOC), più che per l’aspetto coatto dell’acquisizione, per la drammatica incapacità a tollerare ogni perdita o separazione quale scacco alla propria identità, senso di potenza e autostima come caregiver alimentate dalla continua e incondizionata dedizione dimostrata dall’animale che, a differenza dell’altro umano, non giudica, non critica e non può opporsi all’investimento emotivo e a livello di veri e propri bisogni che gli impone l’umano. Inoltre c’è anche qui il disordine e la disorganizzazione dell’ambiente e il disagio disfunzionale che caratterizzano il DOC.
Le autrici dell’articolo giustamente presentano delle importanti riserve a tale caratterizzazione: innanzitutto gli animali non sono oggetti e l’Animal Hoarding consisterebbe secondo loro più nell’incapacità di accudire adeguatamente l’animale che nell’acquisizione coatta o nell’incapacità di separarsene; inoltre, come già sottolineato, l’Animal Hoarding è più diffuso nel genere femminile mentre l’accumulo di oggetti è tipicamente maschile; anche l’età di insorgenza piuttosto tardiva e la grande recidività lo distinguono dall’Hoarding Disorder molto più precoce. Comuni restano, invece, la negligenza personale e l’isolamento.
A causa della sofferenza inferta agli animali e al rapporto distorto con essi l’Animal Hoarding si presenta di fatto come un fenomeno molto più complesso e con una più complessa comorbidità.
La stessa caratterizzazione dell’Animal Hoarding come DOC è criticata dagli autori in quanto il DOC di solito è egodistonico mentre l’Animal Hoarding è egosintonico e più spesso non è accompagnato dalla sintomatologia DOC (solo un caso su tre); inoltre va distinto dal collezionismo compulsivo compensativo più mirato e specifico: certo, permane un’alta comorbidità tra i due disturbi.
Un altro indirizzo di ricerca si concentra sul substrato anatomico e sui correlati neuropsicologici del comportamento di accumulo: in entrambi i casi, sia per gli oggetti che per gli animali, le strutture coinvolte sarebbero le stesse: alcune parti limbiche (nucleus accumbens, area tegmentale ventrale, amigdala, ippocampo, ipotalamo e talamo) e del lobo frontale (corteccia prefrontale ventromediale, orbitofrontale, giro frontale superiore e mediale, corteccia cingolata). Secondo questi studi, l’accumulo di animali costituisce inoltre un segnale prodromico della demenza (Sindrome di Diogene).
Infine è stata formulata anche la teoria del trauma: eventi stressanti o traumatici, perdita di beni, maltrattamenti o abusi sessuali, un trauma infantile “cumulativo” (forma cronica di abuso, di frustrazione, di negligenza, incuria, indifferenza da parte dei genitori, cure parentali inadeguate, ambiente domestico “caotico”) porterebbero ad una riduzione dell’attività metabolica del lobo frontale (come nel Disturbo Reattivo dell’Attaccamento) e alla strutturazione di una modalità comportamentale e relazionale compensativa nota con il nome di “caregiving impulsivo” caratterizzata dal timore estremo della separazione e dall’assunzione assolutamente gratuita e devozionale del ruolo di caregiver. Gli accumulatori di fatto soffrono di disturbi dovuti alla mancanza di legami importanti durante l’infanzia come i disturbi di personalità di tipo borderline, narcisistico, antisociale e paranoide.

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I casi e le notizie di Hoarding impressionano e incuriosiscono particolarmente e, nel caso di animali, suscitano spesso sentimenti di pietà e compassione anche (e in molti casi giustamente) verso la persona disturbata: scatta un processo giustificatorio verso l’accumulatore, che forse qualcuno può vedere come un “salvatore” e sicuramente una persona forse troppo sensibile e del tutto innocua.
Ma ciò che la scienza e la società definisce “disturbo mentale” spesso non è che l’esacerbazione di “qualcosa” che, in minor grado e intensità, è “normalmente” presente in ciascuno di noi e che, quando supera un certo limite o si rende palese e manifesto, diventa “malattia”.
Questo “qualcosa” può essere un fattore di vulnerabilità, di diatesi, trasmessoci dalla nostra stessa cultura, dalla nostra società, dal nostro microcosmo sociale come, nel caso dell’Animal Hoarding, l’immagine che la nostra società ha dell’animale, la posizione che l’animale occupa in questa: una posizione subordinata all’uomo, di sfruttamento materiale anche dove l’animale viene investito di intense richieste emotive da parte dell’uomo (il “padrone”); un aspetto presente “normalmente” e quotidianamente in ciascuno di noi che porta alla distinzione degli animali tra quelli di compagnia (pet) e gli altri animali.
Scrivono le autrici:

È infine di primaria importanza per lo psicologo esplorare la relazione tra l’accumulatore e i suoi animali, basandosi sulle conoscenze rispetto al ruolo e al significato degli animali da compagnia nel contesto delle normali relazioni tra uomo e animale, per esaminare in che modo queste diventino disfunzionali al punto da sfociare nell’hoarding […] (p. 348)

Molti di noi convivono con un cane o un gatto e prima parlavamo di un grado “più alto” di antropomorfizzazione negli accumulatori: molti li considerano e ne parlano come fossero “dei figli”, “dei bambini”. E quanto grande è la richiesta emotiva con cui tutti li investiamo! Non solo, potremmo parlare a lungo delle vere e proprie distorsioni cognitive e fantastiche (vere e proprie esperienze deliranti e allucinatorie) che viviamo ogni giorno con i nostri amici “a quattro zampe”: quanto di noi, del nostro passato, dei nostri desideri e fantasie proiettiamo in essi a partire dal nome che gli diamo, dal carattere che gli attribuiamo, quando, in realtà, non ne hanno bisogno. Gli diamo cibo, cure, coccole e carezze soprattutto per soddisfare un qualche nostro bisogno, per scaricare addosso a loro la nostra solitudine, i nostri problemi, lo stress, l’intero e complicato universo umano, spesso come difesa per non impegnarci in relazioni interpersonali ansiogene: e loro ascoltano, ci tollerano senza dir nulla ed ennesimamente ricadono nel vortice dell’egoismo ed egotismo umani che macinano tutto e tutti. Questo non ci dà forse un senso di sicurezza, la sicurezza di “sfondare porte già aperte”, un senso di potenza e autonomia, un diritto su di loro, il diritto di caricarli dell’umano proprio laddove in noi perseguiamo la fuga dall’animalità? Ma perché, dovremmo chiederci, l’animale dovrebbe assumersi tale fardello?
A questo fattore culturale si accompagna poi la storia personale di ciascuno di noi e il riaffiorare dei nostri “animali” privati, quelli della nostra infanzia, oggetti transizionali che continuano ad accompagnarci e diventano preistorici anche nelle loro dimensioni quando subentra il disturbo.
Abbiamo accennato sopra alla teoria del trauma cumulativo: un’infanzia di frustrazioni, incomprensioni, richieste emotive insoddisfatte o soddisfatte in parte, di paura, vergogna, rabbia che ora si incarna nell’animale che si rifugia in noi che diventiamo quel salvatore, quella mano, quella carezza che abbiamo atteso per anni ma che non è mai giunta: l’animale è la materializzazione della nostra sofferenza e nel coccolarlo, noi coccoliamo noi stessi e per questo forse proviamo spesso pietà e simpatia per l’accumulatore e confondiamo il maltrattamento con l’empatia.
Questo forse è l’aspetto certamente più complesso dell’Animal Hoarding: questo intreccio tra una società malata che alimenta la nostra “malattia” (in senso kierkegaardiano) personale.
Questa è la recidività del 100% difronte alle operazioni sanitarie di sequestro degli animali: non bastano, come non è sufficiente – nella maggior parte dei casi – la terapia cognitivo-comportamentale (ERP).
Bisognerebbe ricollocare dapprima l’animale stesso in seno alla nostra società: detronizzare la sua subordinazione politica ed economica all’animale umano (antispecismo) e quindi redimerlo dalla sua posizione ancillare, depistare il suo noioso orbitare attorno al pianeta, all’umore e alle dinamiche psicologiche dell’animale umano.
Qualcosa di molto più profondo quindi: una rivoluzione copernicana, anzi una vera e propria evoluzione culturale, nelle nostre abitudini quotidiane e anche nella nostra mente per deporre definitivamente quella lente distorta che ci presenta l’animale come stampella e nostro “servo muto”.
In questo senso la psicoterapia come “appropriazione” e “incarnazione” del nostro animale preistorico, orsacchiotto o mostro personale e del suo habitat (antropologia e sociologia) può impostare un momento critico, una “cresta epigenetica” (creodo) volta ad un percorso evolutivo: senza questo primo passo non si uscirà mai dalla vulnerabilità e, quindi, dal problema, dalla recidività.

Note:

1 Per questa prima parte riprendo un interessante articolo del 2013 (che compendia le ricerche pionieristiche di Patronek e Nathanson e di Arluke e Killeen): Colombo E. S., Previde Prato E. (2013). Animal hoarding: lifestyle, animal abuse or psychopathology? A critical review of the literature. Ricerche di Psicologia, 4, pp. 317-360.
Cfr
inoltre: Elisa S. Colombo, Paola D’Amico, Emanuela Prato Previde, Una pericolosa Arca di Noè, Cosmopolis, Torino 2015

2 Patronek, G. J. (1999). Hoarding of animals: an unrecognized public health problem in a difficult to study population. Public Health Reports, 114, 81-87.

3 Patronek, G. J., Loar, L. & Nathanson, J.N. (2006). Animal Hoarding: structuring interdisciplinary response to help people, animals and community at risk. Hoarding of Animals Research Consortium.