di Tamara Sandrin

* workshop tenuto alla Festa antispecista 2018 (Milano, 28/09/2018). Qui il video della conferenza.

Non credo esista (ancora) un cinema antispecista, che sia esplicitamente tale negli intenti e, soprattutto, nei risultati. Certamente ci sono singole pellicole che possiamo definire antispeciste. Credo però che sia possibile rintracciare nella storia del cinema e nei film delle suggestioni antispeciste, anche nei casi in cui il regista (o lo sceneggiatore) e il film stesso partono da premesse diverse e distanti per viaggiare su rotte divergenti e approdare infine a conclusioni a volte totalmente antitetiche all’antispecismo, a volte invece molto affini.
Come ho messo in evidenza nel mio libro Insetti giganti e alieni mostruosi1 non è difficile trovare queste suggestioni, questi fermenti, nel genere fantascientifico, genere poco controllato dalla censura perché considerato di evasione e di serie B, ma che, in passato, offriva la possibilità a registi, soggettisti e sceneggiatori di affrontare tematiche trascurate, e non sempre volutamente, in altri generi cinematografici e di esprimere o sospendere il proprio giudizio in virtù di riflessioni etiche e filosofiche a volte profonde e originali.
È sempre una piacevole e stupefacente sorpresa trovare degli spunti di questo tipo nei prodotti destinati al mezzo televisivo, poco ricettivo a prodotti artistici e/o filosofici, anche se ci sono state (e spero vivamente che ce ne siano ancora) serie televisive confezionate in modo accurato e che hanno portato sul piccolo schermo anche argomenti “importanti”.
Difficilmente, però, la televisione, così legata e mortificata nella sua programmazione dalla censura operata dagli sponsor, prima ancora che dalla censura politico-culturale, può lanciare dei messaggi scoperti e chiari. Non possiamo, quindi, cercare e aspettarci nelle serie televisive delle dichiarazioni plateali in favore della liberazione animale (anche se – vedremo – qualche volta ci si avvicina molto), ma la suggestione antispecista è proposta attraverso il ribaltamento prospettico, la prospettiva straniante, l’animalizzazione dell’umano e l’umanizzazione dell’altro (operata, sia in senso positivo che negativo, con l’antropomorfizzazione e con la proiezione delle caratteristiche tipicamente umane sull’altro): si apre così uno spiraglio alla possibilità di mettere in discussione l’umano nella sua “umanità”, nei suoi tratti più peculiari, e si può giungere anche alla sua condanna che si esplica come condanna dei comportamenti tipicamente umani messi in atto dalle alterità non umane, aliene, extraterrestri.
Vorrei quindi proporvi una piccolissima scelta (totalmente arbitraria) di alcuni episodi di serie televisive, dove possiamo scoprire appunto qualche traccia di antispecismo ancora in nuce, in elaborazione, in fermento, come se fosse un germe o un tarlo che lavorano e scavano per costruire una rete di gallerie che potrebbero far collassare il sistema cultural-popolare televisivo.
Vista la vastità del campo, fare un discorso organico sulle serie televisive è praticamente impossibile, soprattutto nel caso di serie costituite da episodi slegati tra loro, senza una tematica preponderante, senza personaggi fissi o una cornice che inquadri e in qualche modo racchiuda i vari episodi legandoli tra loro con un filo conduttore.

È il caso de Ai confini della realtà2 il cui unico filo conduttore è la prospettiva straniante delle varie situazioni che sono via via presentate allo spettatore: la stranezza, l’ambiguità, l’assurdità, l’improbabilità che non è assoluta impossibilità, sono le caratteristiche che contraddistinguono in linea di massima i vari episodi. Il doppio, le incursioni demoniache, i viaggi nel tempo e nello spazio, la follia, il mondo onirico, gli incontri con gli alieni, gli scambi di persona e personalità, la ricerca della vita eterna, le società distopiche, l’aleatorietà della vita e del destino, la paura e la condanna della guerra (in particolare della guerra atomica), la fine del mondo, il mostruoso e la sua relatività, ecc. sono tra i temi più ricorrenti nella serie.
Queste caratteristiche e queste tematiche vorrebbero portare lo spettatore (e spesso ci riescono) a un esasperato senso di inquietudine, anche quando il trattamento è ironico o addirittura comico: molte delle situazioni messe in scena non sono del tutto assurde, restano in equilibrio sul baratro dell’impossibile conservando spesso un’ombra di possibilità; in particolar modo le reazioni psicologiche e le azioni pratiche dei personaggi calati in quei determinati frangenti sono del tutto probabili e realistiche.
In questo mare magnum che è The Twilight Zone ho scelto di analizzare due episodi memorabili in cui lo straniamento e il ribaltamento di prospettiva sono veramente eclatanti.
Il primo è Servire l’uomo3, ambientato negli anni ’60, in piena guerra fredda. In questa situazione politica ed economica, in diverse parti del mondo atterrano delle navicelle spaziali che portano sulla terra i Kanamiti, alieni antropomorfi muti e pacifici.
 Un Kanamita si reca alla sede dell’ONU a Washington per comunicare (telepaticamente) le intenzioni pacifiche del suo popolo. Dona agli umani un libro nella sua lingua (la loro bibbia?) che viene subito consegnato a un’equipe di esperti per essere decifrato (chiederne la traduzione ai Kanamiti sarebbe stato troppo facile!). In breve tempo scoprono che il titolo del libro significa “Servire l’uomo”. Durante il loro soggiorno sulla Terra i Kanamiti si dimostrano altruisti e collaborativi fornendo ai terrestri fertilizzanti in grado di aumentare la produzione alimentare agricola, risolvendo così tutti i problemi economici e le disparità tra i vari paesi. La sopraggiunta “pace economica” porta allo smantellamento di eserciti e armamenti. L’amicizia con i Kanamiti si consolida al punto che inizia un’emigrazione di massa verso il loro pianeta. Sembra tutto fantastico! Nel frattempo, più per amore di scienza che per altro motivo, si continua a cercare la chiave per decifrare e tradurre il resto del libro, che si rivela essere… un libro di ricette!
La svolta, il colpo di scena, si basa essenzialmente sull’esclusione dell’animalità in quanto preda (e cibo) da quelle che sono le caratteristiche fondanti dell’umano.
I tranquilli, pacifici e inespressivi Kanamiti sono quindi temibili antropofagi che hanno trovato sulla Terra un immenso e quasi inesauribile allevamento da cui attingere liberamente e praticamente con il consenso delle vittime che si avviano al macello ignare e felici. Un bell’esempio di welfarismo! Da notare l’ironia delle ultime parole del Kanamita (“Non vogliamo che dimagrisca!”) e il leggero senso di victim blaming che emerge dall’atteggiamento e dalle parole di Chambers, che riprova la condotta dei Kanamiti perché, in quanto umano, non si riconosce come animale e come possibile cibo in una catena alimentare, ma neppure come boia, macellaio e possibile consumatore, quale in realtà è. Per chi è appassionato di fantascienza (sia cinematografica che letteraria) è inevitabile pensare ai Morloch e agli Eloi de L’uomo che visse nel futuro4. Ovviamente ci sono delle macroscopiche differenze tra il film e questo episodio di The Twilight Zone, ma permangono la prospettiva straniante e l’animalizzazione degli umani (per l’analisi del film rimando al mio già citato Insetti giganti e alieni mostruosi).
Vediamo ora un altro esempio in cui il rovesciamento di prospettiva è evidente.

In Gente come noi5 sono i Terrestri a organizzare un viaggio spaziale (esplorativo o colonizzatore?) alla volta di Marte. Uno dei due astronauti, Sam Conrad6, è spaventato, ma il suo compagno Warren Marcusson lo rassicura sostenendo che gli uomini sono sempre uguali, ovunque si trovino nell’universo. Marcusson oltre a manifestare una notevole fiducia nella natura umana, dimostra anche una visione antropomorfocentrica e quantomai assurda della vita extra-terrestre. Il loro viaggio nello spazio termina con uno schianto in cui Marcusson muore rassicurando anche in fin di vita il suo amico. Sam Conrad, in effetti, trova ad accoglierlo su Marte uomini e donne molto simili ai terrestri, apparentemente accoglienti e benevoli.
In realtà lo rinchiudono in uno zoo, in una gabbia allestita come l’habitat naturale di un terrestre degli anni ’60.
Anche in questo episodio l’elemento umano si trova gettato nel ruolo dell’animale, in una condizione che ovviamente non è pronto e disposto ad accettare. A differenza dell’altro episodio, dove c’era una sarcastica riprovazione per la condotta dei Kanamiti, in questo caso la condanna degli umani è esplicita: certo gli uomini sono uguali ovunque, ma sicuramente non nel senso in cui intendeva Marcusson!

Abbiamo visto in questi casi due movimenti paralleli, cioè l’animalizzazione dell’umano, terrestre, che si ritrova in situazioni familiari ma estranee alla sua vita (l’allevamento e lo zoo), e l’umanizzazione dell’alieno, che acquisisce in questo modo tutte le caratteristiche negative dell’umano: la “disumanità” dell’alieno è data proprio da pratiche che sono tipicamente umane (l’alieno è crudele e “inumano” perché si nutre di carne e perché rinchiude esemplari di altre specie viventi in uno zoo).
In entrambi gli episodi gli extraterrestri (come accade in molti film e telefilm di fantascienza) hanno poteri psichici, con cui condizionano la mente umana e la sua percezione della realtà esterna e interna, manipolando non solo la realtà ma anche la comunicazione. Usano quindi tutti i mezzi in loro potere per ingannare e raggiungere il loro fine ultimo che è il dominio. Sam Conrad, inizialmente si lascia ingannare, com’era accaduto a Chambers, ma ben presto si accorge che una gabbia è una gabbia anche se allestita come un “habitat naturale”. E un allevamento resta un allevamento anche se il trattamento è dolce, gentile e sollecito.

Anche nell’episodio pilota7 di Star Trek troviamo uno zoo intergalattico. In questo episodio gli abitanti del pianeta Talos hanno superato gli affanni materiali, scoprendo una nuova possibilità di vita, una nuova forma di realtà: il sogno come vita. Ma per condurre pienamente questo nuovo modo di vivere hanno bisogno di “sognare per procura” perciò si circondano, imprigionandoli in celle con una parete di vetro infrangibile, di esemplari che studiano e usano come cavie di esperimenti mentali, emotivi e sentimentali. Per far questo sfruttano le loro capacità psichiche con la suggestione e il controllo della mente. Nonostante dichiarino di voler perpetuare la specie umana sul loro pianeta (e ovviamente anche le altre specie) e di desiderare il benessere e la felicità dei loro esemplari, i metodi di addestramento e domesticazione sono gli stessi che conosciamo: si basano dunque su ricompense (la materializzazione di ogni sogno e desiderio) e su punizioni dolorose. Piacere e dolore portano, o vorrebbero portare, i prigionieri dello zoo a un senso di dipendenza dai Talosiani. Anche in questo caso la condanna è chiara e, a differenza di Sam Conrad, il capitano Pike riuscirà a liberarsi e a tornare alla sua vita normale. Ma nella sua fuga pensa solo alla sua salvezza e a quella della sua conspecifica Vina, lasciando al loro destino le altre creature prigioniere nelle celle vicine alla sua.
Nell’episodio, assieme alla riprovazione per la condotta dei Talosiani, emergono anche delle considerazioni sulla natura umana che si basano comunque tutte sul principio per cui l’essere umano, la specie umana, è molto forte e difficilmente dominabile per la sua innata capacità di odiare in modo intenso e feroce. 
Questa caratteristica è sottolineata con enfasi e orgoglio e implica un certo disprezzo, velato e implicito, nei confronti degli esemplari delle altre specie che non sono riusciti a ribellarsi ai Talosiani e a liberarsi autonomamente dalla prigionia. Forse per questo motivo non sono considerati degni di aiuto?

Questo episodio, come dicevo, è stato riutilizzato nell’episodio L’ammutinamento8 che cambia quasi radicalmente il giudizio sui Talosiani. In quest’ultimo episodio il signor Spock fa di tutto (fino all’ammutinamento appunto) per riuscire a riportare su Talos il capitano Pike che, vittima di un grave incidente, è rimasto sfigurato e infermo, quasi a livello vegetativo, per cercare di offrirgli la possibilità di una vita dignitosa seppur indotta dalla manipolazione cerebrale dei talosiani. La condotta dei Talosiani e la cattività da loro imposta, in vista di una vita “migliore”, sono dunque giustificate, accettate. In questo episodio possiamo rintracciare una visione welfarista della prigionia, che annulla il dolore e le preoccupazioni della vita libera e naturale.
Il capitano Pike, che ne Lo zoo di Talos aveva dichiarato che “ogni gabbia ha un’uscita e io la troverò!”, ha trovato ora l’uscita dalla gabbia costituita dal suo corpo malato per entrare nella gabbia onirica e del plagio mentale dei Talosiani.
Mentre nell’episodio pilota il signor Spock non è ancora ben delineato nella sua fredda razionalità e anaffettività (ipotetiche), nel resto della serie diventa l’incarnazione della razionalità ed è notevole che le più importanti riflessioni sull’alterità e sulla relatività del punto di vista umano emergano proprio attraverso la sua voce. Il freddo e razionale alieno vulcaniano sottolinea più volte l’aleatorietà del senso di superiorità degli umani: per es. nell’episodio La Galileo9, pur essendo sotto l’attacco di cavernicoli alieni e perciò in pericolo di vita, Spock afferma

Mi stupisce sempre lo scarso rispetto che voi Terrestri avete per la vita”

riferendosi a ogni forma di vita che ci sia nell’universo. E ancora

Non mi interessa l’opinione della maggioranza […]: gli aspetti sono molteplici, oltre che verso di noi abbiamo dei doveri verso le altre forme di vita, amiche o no.”

Per la tutela della vita arriva persino a mettere in dubbio la razionalità:

potrebbe essere razionale, ma si mette a repentaglio la vita…”

In molti episodi Spock entra in collegamento mentale con forme di vita “altre” offrendo così ai suoi compagni e al pubblico un nuovo punto di vista, a volte simile al nostro, a volte rovesciato e persino aberrante.
Per esempio nell’episodio La bellezza è verità?10 viene rovesciato l’ideale platonico della kalokagathia. L’ambasciatore medusano è costantemente rinchiuso in una cassa perché è tanto orrendo da portare alla pazzia chiunque lo guardi senza uno schermo protettivo, ma grazie alla mediazione di Spock, che opera con lui una fusione mentale, si rivela essere estremamente cordiale e affettuoso, pieno di dolcezza e meraviglia, sollecitudine e grazia, mentre la sua bellissima (e cieca) accompagnatrice umana (educata su Vulcano) è gelosa e glaciale nella sua vendetta verso chi considera un suo rivale. Oltre all’esplicito rimando a Medusa, che come è noto pietrificava chi osasse guardarla, c’è un vago riferimento (con il rovesciamento cui sopra) alla poesia di John Keats Ode su un’urna greca:

Bellezza è verità, verità bellezza” – e questo è tutto
ciò che al mondo sapete, e tutto ciò che occorre che sappiate.

Un altro episodio interessante è Il mostro dell’oscurità11, in cui l’ equipaggio dell’Enterprise è chiamato a risolvere degli efferati omicidi che minacciano l’attività mineraria sul pianeta Janus VI. Lo scopo principale è proprio salvaguardare l’estrazione di minerali, lo stesso capitano Kirk afferma che è di vitale importanza che la colonia riprenda la sua produzione, ma vitale per chi?

Come accennavo prima è proprio grazie alla mediazione aliena di Spock che si può rovesciare la prospettiva umana: abbiamo visto infatti che la creatura, che è rivoltante per gli umani (e ridicola per noi), prova lo stesso sentimento nei riguardi dei minatori e i Terrestri in genere, li definisce mostri e assassini, ha paura e soffre per la distruzione delle sue uova a cui “egli fa da madre”. Quell’essere orripilante che è l’horta è maschio e al contempo è madre: anche gli stereotipi di genere sono rovesciati!
Nonostante le buone premesse alla fine emerge comunque la visione utilitaristica dell’altro (sia esso umano, animale o extraterrestre): l’horta e i suoi piccoli potranno convivere con i minatori solo se offriranno la loro collaborazione ai lavori di scavo dei minatori. In cambio della schiavitù volontaria la specie autoctona, legittima proprietaria delle grotte e del pianeta, avrà salva la vita mentre i colonizzatori umani aumenteranno i loro profitti: si riconosce all’horta il diritto di vivere perché è un animale utile. I minatori stessi cambiano repentinamente idea nel sentire le magiche parole:

così i vostri profitti saranno mille volte maggiori!”

Da questi pochi esempi possiamo rilevare che l’incontro con l’altro in Star Trek non è univoco, pone dei quesiti, dei dubbi, e permette spesso di eviscerare la complessità dei rapporti interpersonali: ogni personaggio è portatore di un suo punto di vista, frutto della sua esperienza personale e della sua cultura pregressa e l’equipaggio dell’Enterprise è multietnico (anche se a questo proposito potremmo aprire una parentesi molto ampia). Inoltre i personaggi non sono monolitici, come non lo sono gli individui reali, evolvono nel corso della serie e del singolo episodio, sbagliano, cambiano idea e il modo di affrontare le varie situazioni in cui si trovano gettati.

La prima stagione di Spazio 1999, pur mettendo in scena situazioni simili a quelle affrontate da Star Trek e offrendo più volte spunti e opportunità per affrontare e sviluppare temi interessanti, tende a deludere le nostre aspettative: l’incontro con l’altro è sempre fallimentare, le varie storie sono maggiormente improntate allo sviluppo dell’azione piuttosto che all’approfondimento del rapporto con l’altro, della presunta superiorità umana, del dominio e della volontà colonizzatrice degli umani.
Nella seconda stagione, invece, entra in scena Maya, personaggio che doveva offrire già nelle intenzioni degli sceneggiatori, un punto di vista diverso, non umano, analogamente a quello costituito dal signor Spock in Star Trek. Maya però è troppo “umana”, non solo nell’aspetto ma anche nei modi, nei comportamenti, nel suo essere razionale e insieme emotiva e, sorprendentemente, anche nella cultura! Chi non ricorda il suo personaggio? Poteva trasformarsi in qualsiasi cosa volesse, un’altra persona, alieno, mostro o animale… e quasi sempre si trattava di un animale della Terra! Questo fatto è comunque interessante perché porta alla luce l’animalità dell’umano che si manifesta in momenti di rabbia o dolore (come nel primo episodio della seconda stagione, Psychon12) e in situazioni non superabili con le sole capacità umane, sottolineando in questo modo come le virtù animali e umane sono complementari e paritarie e che non sempre animalità coincide con irrazionalità come si dà in genere per scontato. Ma tutto sommato l’introduzione del personaggio di Maya resta, a mio parere un’occasione persa per sviluppare delle tracce animaliste, antispeciste, come abbiamo già visto in Star Trek e in The Twilight Zone. Per esempio, nell’episodio già citato Psycon, gli alphani vengono catturati da Mentor, padre di Maya, che intende prosciugarne le energie mentali e, una volta svuotati e annullati, sfruttarli come schiavi nelle miniere sotterranee. Oppure in un altro episodio, Luton13, scendono su un pianeta, i cui abitanti sono piante carnivore che hanno sbaragliato tutta la vita animale, e vengono accusati di omicidio e cannibalismo per aver mangiato delle bacche. O ancora in altre puntate diventano prede di caccia o cavie per esperimenti assieme ad altri alieni antropomorfi. Spesso questi spunti restano irrisolti, come input lanciati nel vuoto, tutto tende all’azione e alla soluzione finale con la salvezza degli alphani e la distruzione del pianeta di turno (o con il suo abbandono a un destino già segnato).
Ma ricordiamo ancora un episodio, La milgonite14 (che ha molti punti in comune con Il mostro dell’oscurità che abbiamo visto prima). In questo episodio alcuni alphani sbarcano su un pianeta alla ricerca di un minerale prezioso per la loro sopravvivenza, la milgonite appunto. Vi trovano invece una formazione rocciosa luccicante e cangiante, che sanguina, è in grado di comunicare, soggiogare mentalmente e finanche di uccidere per procurarsi l’acqua, che le può assicurare la sopravvivenza. Gli alphani comprendono di trovarsi di fronte un essere vivente e senziente ma, temendo per la propria vita, cercano di fermarla e distruggerla. Abbandonando il pianeta decidono però di aiutare ciò che resta di quella strana roccia pensante e provocano artificialmente delle piogge.15 Anche in questo caso Spazio 1999 si configura come una serie di azione e non filosofica!
Ma lasciamo Spazio 1999 e il vuoto vagare della Luna nelle galassie.


Solo due anni dopo la fine di Spazio 1999 fa il suo esordio sempre sugli schermi televisivi inglesi una serie veramente notevole: Zaffiro e Acciaio (di cui ho già parlato qui).

 

Se vogliamo trarre delle conclusioni dalla visione di questi pochi esempi e cercare quindi di fare un discorso più generale, possiamo rilevare come le serie televisive siano testimonianza dell’evoluzione di quello che potremmo definire il pensiero animalista/antispecista.
Nei due episodi di The Twilight Zone lo straniamento e il cambio di prospettiva si basano e sono proposti e sviluppati attraverso un movimento empatico: l’umano abbandona il suo ruolo di dominio e prende il posto dell’animale, diventa l’animale. Questo rovesciamento di ruolo e di prospettiva portano lo spettatore a identificarsi con l’animale, a provare quindi diversi sentimenti che possono andare dalla compassione, alla rabbia, al desiderio di giustizia/vendetta, fino all’odio e al disprezzo verso l’umano.
In Star Trek e Spazio 1999 si compie un passo avanti verso la razionalizzazione della critica antispecista con l’assunzione di un punto di vista esterno, che non è più solo emotivo: un personaggio alieno, penso soprattutto a Spock, diviene il portavoce delle istanze della diversità e forza così la presa di coscienza umana, costringendo l’umano a confrontarsi direttamente con le proprie azioni e con le conseguenze di queste.
In Zaffiro e Acciaio la denuncia diventa esplicita e diretta, evidentemente perché – dopo la pubblicazione di Animals, Men and Morals16 (1972), di Victims of Science17 (1975) di Richard Ryder e di Animal Liberation18 di Peter Singer – il dibattito antispecista era ormai avviato. Anche qui abbiamo l’intervento e il punto di vista esterno, ma il giudizio e la condanna non rimangono “alieni”, entrano nella quotidianità, nella contemporaneità, sono universali e assoluti, non sono determinati da un sentire o da una razionalità personali, di un solo individuo. Inoltre c’è un primo accenno alla forza di ribellione e di resistenza degli animali che, pur essendo ridotti a “pezzi” e “brandelli”, sono in grado di elaborare piani e strategie sofisticati per opporsi e sfuggire allo sfruttamento e al dominio umani.

Note:

1Tamara Sandrin, Insetti giganti e alieni mostruosi. Alterità e animalità nel cinema di fantascienza degli anni ’50 e ’60, Grado 2017

2The Twilight Zone, serie ideata da Rod Serling (che ha scritto anche gran parte delle sceneggiature assieme a Richard Matheson, Charles Beaumont e altri…) e trasmessa dalla CBS tra il 1959 e il 1964. Sono 156 episodi distribuiti in cinque stagioni.

3To Serve Men, st. 3, ep. 24, 2 marzo 1962, scritto da Rod Serling e diretto da Richard Bare.

4The Time Machine, 1960 diretto da George Pal, tratto dall’omonimo romanzo di H.G. Wells.

5People Are Alike All Over, st. 1, ep. 25, 25 marzo 1960. Scritto da Paul Fairman e Rod Serling, diretto da Mitchell Leisen.

6Interpretato da Roddy McDowall, l’amatissimo Cornelius de Il pianeta delle scimmie (The Planet of Apes, Schaffner, USA 1968).

7Lo zoo di Talos (The Cage, scritto da Gene Roddenberry e diretto da Robert Butler.). Non è mai stato trasmesso negli Stati Uniti né all’estero fino alla metà degli anni ’80, ma alcune sequenze sono state riciclate nell’unico episodio doppio della serie, L’ammutinamento.

8The Menagerie, st. 1, ep. 16, 17-24 novembre 1966. Scritto da Gene Roddenberry e diretto da Marc Daniels.

9The Galileo Seven, st. 1, ep. 14, 5 gennaio 1967. Scritto da Shimon Wincelberg e Oliver Crawford. Diretto da Robert Gist

10Is There in Truth No Beauty?, st. 3, ep. 62, 18 ottobre 1968. Scritto da Jean Lisette Aroeste e diretto da Ralph Senensky.

11The Devil in the Dark, st. 1, ep. 25, 9 marzo 1967. Scritto da Gene L. Coon e diretto da Joseph Pevney.

12The Metamorph, st. 2, ep. 1, 4 settembre 1976.

13The Rules of Luton, st. 2, ep. 7, 22 ottobre 1976. In questo episodio c’è un dialogo interessante tra Maya e il capitano Koenig che fa delle riflessioni sulla guerra e sulla storia e natura umane, che però vengono clamorosamente smentite nella pratica e nello svolgimento della serie in genere.

14All That Glisters…, st. 2, ep. 4, 29 ottobre 1976.

15La necessità dell’acqua per la sua riproduzione ricorda il film La meteora infernale (The Monolith Monster, John Sherwood, USA 1957, da un soggetto di Jack Arnold).

16A cura di Stanley e Rosling Godlovitch e John Harris, Animals, Men and Morals, ed. Victor Gollancz, Londra 1971. Il libro creò molto scalpore quando uscì in Gran Bretagna, e causò dei problemi legali all’editore.

17Richard Ryder, Victims of Science: The Use of Animals in Research. Davis-Poynter Ltd 1975

18Perter Singer, Animal Liberation, Harper-Collins, 1975

Annunci