di Tamara Sandrin

In questa poesia, che ho letto durante un reading contro la violenza di genere, si ondeggia – con scivolamenti e ritorni continui – dall’orrore di una violenza brutale su una donna, tenuta prigioniera da qualcuno che in cronaca verrebbe definito un “maniaco”, alla violenza “normale” e quotidiana subita dalle mucche e da “fattrici” di altre specie negli allevamenti, per sottolineare come ogni tipo di violenza, comprese le violenze di genere e di specie, è una manifestazione, un aspetto, del dominio e della prevaricazione patriarcale e che non sono dunque solo una colpa individuale, ma pesino anche sulla società e sulla cultura.

 

La quotidianità dell’orrore
(da fatti di cronaca)

Sono qui.
Bloccata. Inchiodata.
Non so da quanto tempo,
forse qui sono nata.
Il fetore è terribile,
non c’è aria,
solo sporcizia e paura.
I polsi, legati, mi dolgono
e le caviglie e i piedi scalzi,
le membra nude e piagate,
e la vulva e la testa
e i miei poveri, poveri, seni.
La mia pelle è sporca,
gli occhi vitrei e umidi.
E il mio dolore,
oh il mio dolore,
è raggelante.

La luce si accende,
si spegne,
ma il tempo non scorre:
la notte e il giorno
non iniziano mai.
Vivo in una bolla di latte,
di sperma ed escrementi.
Ogni stupro un parto.
Poi un altro uomo
– o più d’uno –
un altro stupro,
un altro parto.
Le mie gambe
sono stanche ormai,
ma non oso accucciarmi.
So
che al prossimo parto
non potrò più rialzarmi.
Allora, forse, uscirò da qui
trascinata per le mie deboli gambe.
Il mio fianco
si squarcerà sul cemento.
Infine sentirò il calore
di altri corpi uguali al mio corpo.
Vedrò il cielo
e sarà la fine.

 

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