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Hypatia_(Charles_William_Mitchell) (1)

di Tamara Sandrin

Sapiente fanciulla
Ipazia di Alessandria.
Ti ricordo
nell’incedere lieto
di giovani studenti
in una città non ancora disfatta.
Volto radioso e arguto
letture febbrili e ardenti
e pensieri e calcoli.
Voce di donna
di algebriche festose note
risuonava allora
nelle stanze del museo.
Donna colta e magnanima
sempre pronta
la tua parola sapiente
a chi ti chiedeva per strada,
o un sussurro per i misteri
dei tuoi allievi,
il mantello sulle spalle
e i capelli raccolti.
No, non ti serviva
corona o mitra
per adornare il tuo capo
ma i tuoi occhi frementi di stelle
e la mente lucida
splendevano.
Oh, quanto, quanto
ti amavano tutti!

Sapiente fanciulla
Ipazia di Alessandria.
Come è potuto accadere?
Non è stata l’invidia di uno
ma quello stesso
nero pensiero
figlio della disuguaglianza
e del disprezzo,
che ha spazzato i templi
e bruciato i rotoli,
che ti ha annientato
perché donna e filosofa,
che ha trasformato il tuo amore
incontaminato di sapienza
in peccato di superbia.
E così una folla di uomini
ti ha trascinata
e stracciato le vesti
e con furia morbosa quei bruti
– non chiamateli bestie!
perché erano uomini figli di uomini –
hanno fatto il tuo corpo
a brandelli con cocci aguzzi
e, ancora vibrante il respiro,
strappato gli occhi,
i tuoi occhi frementi di stelle,
sempre a cercare le stelle rivolti
e alla parola scritta
di amore e sapienza.