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Un manifesto (involontario) contro il patriarcato

di Tamara Sandrin

Un angar, un campo di frumento, un libro aperto, una chiesa, un ciuffo di spighe tra le pietre. Su queste immagini diverse voci in diverse lingue scandiscono il conto alla rovescia.
Poi le voci si sovrappongono divenendo un coro polifonico e indistinto, che sfuma per chiudersi sull’impronta di un piede umano che scompare.

Nella scena successiva un grande albero viene abbattuto e sul suo ceppo una mano femminile non più giovane indica lo scorrere del tempo, dieci, venti, trent’anni, quaranta, quarantotto, cinquant’anni, “all’incirca qui sono nata”, “qui è accaduto”, “qui c’erano ancora persone, animali, alberi”, “qui sei nata tu”, “qui non c’era più niente, persone, animali, alberi”…

Inizia così il film cecoslovacco Fine agosto all’Hotel Ozon1, considerato il capostipite del genere post-apocalittico: è un film forte, crudo, di una ricchezza espressiva notevolissima, con una fotografia poetica e suggestiva – che ricorda in alcuni momenti il cinema muto scandinavo – grazie agli splendidi paesaggi, alla recitazione naturalissima e controllata delle giovani attrici e a un bianco e nero caldo e ricco di sfumature. La pellicola trattiene con forza lo spettatore, non gli dà tregua, non c’è un momento di noia, nonostante la semplicità della trama e i dialoghi scarni.
In un luogo e in un tempo imprecisati, in un mondo post-apocalittico tornato a uno stato selvatico, un piccolo gruppo di giovani donne (poco più che adolescenti) e una donna più anziana – che solo verso la fine del film scopriremo chiamarsi Dagmar Hubertova – si muovono attraverso i boschi, si arrampicano su sentieri scoscesi, vagano alla ricerca di qualcosa e di qualcuno, di gente, persone, esplorano vecchi rifugi militari, villaggi abbandonati, città diroccate.
Le giovani sono coraggiose, selvagge e spietate, non mostrano nessun carattere che possa essere ricondotto allo stereotipo della femminilità, sono fredde e anaffettive ma tra loro è evidente una forte solidarietà di gruppo (anche quando litigano e si picchiano) e hanno grande fiducia e rispetto per la donna più anziana.
Il gruppo è completamente autonomo e autosufficiente, ognuna di loro è in grado di affrontare le difficoltà e di svolgere qualsiasi tipo di lavoro e di sforzo fisico. Non hanno bisogno di nessuno, se non di uomini con cui riprodursi e rifondare la civiltà umana, almeno questo è ciò che crede Dagmar ed è perciò le conduce in una ricerca incessante. Il suo proposito si rivelerà fallimentare perché le giovani donne, nate tutte dopo il disastro, non hanno mai visto un uomo (l’ultimo ragazzo del gruppo è morto sbranato dai cani molti anni prima), non sanno cos’è l’amore, né “l’istinto materno”, né il sesso, non sembrano avere una sessualità definita: rappresentano qualcosa di nuovo che non corrisponde assolutamente agli stereotipi del vecchio mondo pre-atomico. Anche l’anziana si è necessariamente indurita, ma i suoi gesti e le sue parole rivelano ancora emozioni e affettività, come quando, giunte nei pressi di una città abbandonata, Dagmar scopre dei semplici segni di gesso (linee, croci, cerchi, ecc.) sui muri degli edifici e comincia a seguirli sempre più eccitata, perché li interpreta come tracce lasciate volontariamente da qualcun altro. La sua delusione è cocente e palpabile quando scopre che l’autrice di quei tratti è soltanto Eva, una delle sue ragazze.
 Tutta la sua ricerca concitata è accompagnata dalla voce di un’altra ragazza che legge con un tono totalmente piatto e inespressivo una lettera d’amore.
Il film mostra in modo particolarmente esplicito il carattere rude delle giovani in alcune sequenze che assumono un notevole valore simbolico, in particolare quelle dell’uccisione di un serpente, di un cane e di una mucca: scene veramente scioccanti per il realismo e la brutalità2, per il sangue freddo delle protagoniste e per la crudeltà e l’efferatezza degli assassinii. Scene che, come vedremo, si legano a doppio filo con il finale del film.
A un certo punto durante le loro peregrinazioni – che ormai sono un vagare a vuoto perché Dagmar non riconosce più i posti, non sa più dove siano arrivate, cosa che non disturba molto le giovani a cui non interessa dove stanno andando in quanto seguono solo la volontà dell’anziana, senza comprendere a fondo il suo fine – si imbattono in una mucca: Theresa imbraccia il fucile, prende la mira da lontano e le spara uccidendola sul colpo.
 Sotto lo sguardo benevolo e soddisfatto dell’anziana, tutte le ragazze si accaniscono sulla povera mucca tagliandole la gola e colpendola ripetutamente con calci e pugni per dissanguarla, poi iniziano a sventrarla con piccoli coltelli e con le mani nude. La scena è difficilmente sopportabile tanta è la ferocia mista a entusiasmo delle donne.
L’espressione allegra di Dagmar diviene raggiante allorché nota una cavezza attorno al collo della mucca, segno inequivocabile che era “di proprietà” di qualcuno: finalmente hanno raggiunto il loro scopo!
 Dopo qualche istante sopraggiunge correndo un anziano che spaventa le ragazze, che non hanno mai veduto un uomo, tanto che una di loro gli spara più volte senza colpirlo. Da parte sua, invece, l’uomo si dimostra commosso alla vista delle donne ed esclama “Oh, bambini!”. È ben comprensibile che anche lui, come Dagmar, riponga nelle giovani la speranza di una nuova generazione.
L’incontro con l’anziano e l’arrivo del gruppo di donne all’Hotel Ozon, dove vive il vecchio, fa ripiombare lo spettatore in una dimensione “museale”: la casa dell’uomo è piena di ricordi e di cimeli di un’epoca finita, compiuta. Lui stesso rimane l’unico testimone di una società ormai morta, di usi perduti, di un’etichetta desueta e inutile.3 L’uomo è quantomai dolce, delicato e sollecito nei confronti delle donne verso le quali non rivolge mai alcuno sguardo di concupiscenza; ultimo rappresentante di una galanteria patriarcale, chiama Dagmar “signora Hubertova”, mentre le ragazze la chiamavano semplicemente “anziana”. Dagmar è deliziata da tanta gentilezza, dalla varietà e dall’abbondanza di cibo e di comfort del vecchio mondo: latte, caffè, cannella e vecchie usanze, gentilezze e formalità.4 Ma lui è solo e, nonostante la delicata commozione risvegliata in lei dalle sue maniere, quando l’anziana lo scopre si lascia sopraffare dalla disillusione, dalla disperazione.
Le ragazze sono curiose, gironzolano per l’hotel, esplorano, toccano, rompono, mentre Otakar Herold spiega loro il gioco degli scacchi, racconta di Napoli e dell’Italia, parla di televisione e giornali. Cerca anche di scherzare, ma resta indecifrabile per le giovani donne. Loro hanno un’idea diversa del divertimento: i loro giochi e i loro scherzi sono violenti e scatenati – fare una corsa all’inseguimento di un cavallo per saltargli in groppa al volo, accendere un fuoco con la benzina e gettarvi in mezzo dei proiettili per farli esplodere, mettendo così a rischio anche la loro stessa vita, ammazzare gli animali e azzuffarsi tra loro.

Il punto culminante della contrapposizione e della rottura tra vecchio e nuovo mondo è rappresentato nella sequenza della cena a lume di candela: la tavola è apparecchiata in modo elegante, con piatti, bicchieri e posate, tovaglia e tovaglioli, candelabri. Herold, in giacca e cravatta, è fin troppo gentile: versa il vino e brinda alle “madri del nuovo mondo” mentre le giovani non prestano alcun interesse per le sue attenzioni. Agli occhi dello spettatore sembrano completamente fuori posto in un ambiente così “raffinato”, abituate come sono a mangiare con le mani o direttamente da barattoli arrugginiti che, una volta svuotati e inutili, abbandonano nell’ambiente seminando solo rifiuti e morte al loro passaggio.
Solo la vista e l’ascolto di un grammofono sembra scuoterle dalla loro freddezza e dalla loro apatia: Herold, allegro, suona per loro un disco e mentre ascoltano rapite la vecchia canzone
Rosamunda, Dagmar – loro guida e madre putativa – muore. Per la seconda volta nel film le immagini e il sonoro ci mostrano che eventi e sentimenti sono in contrasto, che le giovani donne non hanno ereditato o imparato la stessa struttura emotiva della vecchia generazione.
La sepoltura dell’anziana ci è mostrata dal regista solo attraverso le inquadrature delle mani delle ragazze e dell’anziano, che ha scavato la fossa, e infine della tomba con una croce di legno. Vedere i volti inespressivi, senza lacrime, sarebbe stato superfluo e meno eloquente: le giovani sono donne pratiche, abituate alla fatica, al lavoro, ai colpi della vita e del destino, le loro azioni contano più dei loro sentimenti.
Ora che Dagmar è morta vogliono rimettersi in cammino per compiere la volontà dell’anziana, cercare persone, anche se non comprendono esattamente ciò che significa e i risvolti emotivi e concreti implicati in questa ricerca. Niente le lega all’hotel Ozon, ma Herold prova trattenerle, non vuole rimanere solo, prima cerca di impaurirle con la minaccia dell’approssimarsi dell’inverno e di blandirle con la lusinga dell’abbondanza di cibo, latte, burro, uova e miele, poi riesuma la strategia patriarcale dell’infantilizzazione dell’altro, le chiama “bambine”, dice loro che non c’è più nessuno al mondo e tenta di imporre la sua volontà.
Infine l’uomo opera l’ultima delle abiezioni patriarcali del vecchio mondo: dato che le “bambine” non obbediscono alla sua volontà e non si adeguano passivamente ai suoi canoni ormai sorpassati, ne opera l’animalizzazione:

– Siete come animali.

e ancora

– Siete delle bestie. Non avete sentimenti.

Il gruppo, però, è compatto e deciso ad andarsene. E non solo: le ragazze vogliono avere a tutti i costi il grammofono, anche se sanno che lui non lo cederà facilmente. Per averlo non esistano a freddare il vecchio con un colpo di fucile. Soddisfatte per il bottino, partono a piedi con i cavalli carichi delle loro cose. L’inquadratura finale vede la carovana sulla cresta di una collina, proprio come nei film western americani.6

Con l’abbandono dell’Hotel Ozon si decreta la fine e l’oblio di una cultura ormai inutile, con l’uccisione dell’uomo si compie quindi la distruzione definitiva della società patriarcale che era già stata preannunciata in precedenti sequenze del film: alla luce di questa azione finale possiamo quindi vedere le uccisioni degli animali come simboli dell’annientamento di alcune caratteristiche peculiari della nostra società androcentrica, patriarcale e bigotta.

Quando Magdalen uccide il serpente schiacciandolo sotto il calcagno (come Maria) rifiuta il peso della colpa, del peccato originale e la conseguente condanna a “partorire con dolore”. Il rifiuto della religione è ribadito anche nella sequenza in cui Eva rischia di morire in una cattedrale diroccata in cui le donne entrano a cavallo.
Nel cane semi-selvatico, che per un po’ segue il gruppo dimostrando curiosità e quasi fiducia ma non sicuramente aggressività, possiamo vedere il simbolo della dipendenza e della fedeltà, che vengono liquidate dal fucile di Theresa.
Sulla Terra ci sono pochi animali, Dagmar stessa all’inizio dice che erano scomparsi quasi tutti, quindi la scelta di determinate specie animali, non può essere casuale.
La mucca diviene quindi il simbolo della ri-produttività femminile, la sua morte è la metafora della morte della maternità e dell’istinto materno: le giovani donne non diverranno mai madri, ce lo confermano le uccisioni di Otakar Herold e, appunto, della mucca e ci era stato anticipato dalla scena in cui Dagmar strappa dalle mani di Judith e Barbara una vecchia bambola di pezza rompendola senza volere.
Le morti della donna anziana, del vecchio e della mucca, dunque, rappresentano il concretizzarsi del rifiuto della ri-creazione ripetitiva di una società e di un’umanità che si sono rivelate fallimentari.7

 

Note:

1 Jan Schmidt, Konec sprna v hotelu Ozòn, Cecoslovacchia 1966. Il film, finanziato dall’esercito di cui faceva parte lo stesso regista, venne girato nell’estate del 1966 nei dintorni di Karlovy Vary (dove nel novembre dello stesso anno doveva svolgersi un simposio sull’imperialismo tedesco) in un momento molto delicato per le forze armate del paese sempre all’erta sul fronte tedesco e in una situazione che stava divenendo tesa anche con la Russia, visto il rifiuto di accogliere sul territorio nazionale truppe sovietiche armate di missili.

2 Gli animali sono stati uccisi realmente, come confermato in un’intervista dall’attrice Beta Ponicanova che interpretava Dagmar Hubertova, in un tempo e in un luogo in cui purtroppo era permesso farlo. D’altra parte anche il fatto che, come dicevo, il film fosse prodotto dall’esercito contribuì a tale efferatezza delle azioni e delle immagini.

3 Otakar Herold (questo il nome dell’anziano) non si è inselvatichito a causa della vita in solitudine, ma ha conservato vivo il ricordo e la pratica della cultura del vecchio mondo, mentre Dagmar Hubertova è stata travolta dalla durezza della vita che ha condotto dopo il disastro.

4 Come la presentazione formale ma affettuosa tra i due anziani, gesto che la figlia di Dagmar non comprende e guarda con sospetto.

5 Alcune inquadrature sui rifiuti abbandonati dalle donne o, per esempio, su uno sversamento inutile di benzina nel terreno sono tanto insistite da sembrare una critica (precoce) all’inquinamento ambientale.

6 Il western è considerato un genere cinematografico tipicamente maschile, anche se ci sono svariati esempi di western al femminile già nel cinema muto.

7 Alla luce di queste considerazioni e di questa interpretazione è ben comprensibile il motivo per cui il film, nel 1969, è incappato non solo nella censura ma addirittura nel sequestro totale di tutte le copie in circolazione (una sola copia si è salvata fortunosamente grazie a una telefonata anonima che ha avvisato Jan Schmidt in piena notte) in un momento di rivolta e di aspirazione al cambiamento. Restano oscure invece le motivazioni del premio conferito dal Vaticano al film.

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