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di Rodrigo Codermatz

I fatti accaduti al raduno degli alpini di Trento ci devono far riflettere ancora una volta sulla necessità di sospendere quella immunità che la storia, la tradizione, il folclore, quel sentimentalismo a volte nazionalistico e nostalgico conferiscono a realtà che ormai non stanno più al passo con il tempo, che non sono assolutamente in grado di elaborare una coscienza critica, una sensibilità e un’intelligenza oggi necessarie.
Alla retorica del più deprimente ristagno culturale e sociale che minimizza e fa del triste humour su fatti drammatici commessi da un corpo armato dello stato ricordiamo che per la Commissione Europea per molestia sessuale si intende ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale, sia di tipo fisico che verbale o non verbale, che offenda la dignità di donne e uomini e che sia tale da creare una situazione intimidente, ostile, degradante e umiliante.

Tale atteggiamenti denigranti e offensivi del maschio verso l’altro sesso sono tipici di una società caratterizzata da ruoli e relazioni tra i due sessi rigidamente definite e disegualitarie: infatti l’Italia è, per quanto concerne la discriminazione di genere (gender gap) al di sotto del livello medio europeo nel Gender Equality Index, cioè al 50° posto su 144 paesi.
La GBV (Gender Based Violence) è la principale causa della violenza del maschio sulla donna di cui il 63% dei casi è Ipv ossia Intimate Partner Violence contro il 5% dei casi della violenza subita da un estraneo.
L’Italia supera anche la media Europea di violenze fisiche e sessuali sulle donne: oltre il 20% delle donne italiane ha subito infatti violenza fisica o sessuale (di cui l’11% sotto i 16 anni).
Dato allarmante è che il 35% delle donne che subiscono violenza non ritiene di essere vittima di un reato e che il 12% dei maschi e il 5% delle donne italiane giustificano di fatto l’Ipv e il wife-beating a prescindere dalla classe sociale e dal grado di istruzione.
Quel 5% delle donne che giustificano l’Ipv e il wife-beating è rivelatore di come spesso i gruppi discriminati non sono consapevoli della discriminazione attuata nei loro confronti, come dice l’antropologa Nicole Mathieu, e introiettano il ruolo subordinato che gli è stato destinato con il risultato che tra gli oppressi è ancor più forte la negazione dell’oppressione: la disinformazione è inoltre funzionale come lo è per gli oppressori in quanto garantisce la sicurezza, la tranquillità e l’armonia.
In Italia dal 2005 al 2014, 1145 donne sono state uccise da un parente o dal partner, un femminicidio ogni 3 giorni: il movente più frequente è la reazione dell’uomo alla decisione della donna di lasciarlo dopo aver subito e sopportato lunghi percorsi di violenza fisica e psicologica.
A tutto questo si aggiunge la nuove forme di violenza sessuale facilitate dalla tecnica (Tfsv Technology facilited Sexual Violence) come il sexting coercion e la revenge porn/pornography.
La discriminazione di genere è poi alla base di preoccupanti dinamiche sociali e nel mondo del lavoro come il cosiddetto glass ceiling (soffitto di cristallo) che sbarra l’avanzamento di carriera e l’accessibilità a posizioni apicali e dirigenziali alle donne, il leaking pipeline e il gender-pay gap per cui, in Europa, la donna, a parità di ore e mansione, guadagna fino al 16% in meno del maschio: è l’alleanza tra capitalismo e patriarcato per usare un’espressione delle autrici del libro Relazioni Brutali. Genere e violenza nella cultura mediale1.
Il libro rintraccia nella cultura mediale main-stream del giornalismo stampato, televisivo, della fiction, del factual, della musica e della pubblicità un chiaro intento ideologico di riproduzione della discriminazione dei sessi (gender gap) dei loro ruoli ben distinti e definiti, della superiorità del sesso maschile e della subordinazione ad esso di quello femminile: di quell’alleanza già citata tra patriarcato e capitalismo.
Maschilità e femminilità sono riprodotte dalla stessa violenza come vera e propria pratica gendering che rende sempre più netti e insormontabili i confini tra identità di genere: nella nostra società, dicono le autrici, è la violenza che distingue prima di tutto i generi.
Così genere e violenza sono strettamente interrelati nella pratica discorsiva: ogni rappresentazione mediale della violenza è rappresentazione e rafforzamento dell’immagine di genere e, d’altro canto, ogni rappresentazione mediale del genere dà istruzioni per l’uso della violenza che diviene modalità comunicativa, struttura stessa della relazione volta al mantenimento della subordinazione della donna all’uomo. Per questo i media devono essere considerati area di intervento prioritario e l’Italia non fa molto in tal senso.
Cuore del libro che ne definisce anche la divisione argomentativa in due sezioni separate è l’ipotesi che violenza sulle e delle donne siano complementari e che assolvano la stessa funzione ideologica (per usare la terminologia althusseriana) di riprodurre la cultura e la società maschiliste.

Le notizie e i resoconti di cronaca sui giornali e alla televisione di casi di Ipv commessa dal maschio sulla femmina ci consegnano tale quale l’eclissamento del maschio in quanto violento e la sua innominabilità: la Ipv è presentata in un frame episodico come evento straordinario e sensazionale: l’aggressore è anormale, atipico, vittima di un raptus o follia (come abbiamo visto nell’ultimo caso del pescarese che ha ucciso moglie e figlia e poi si è suicidato), al limite un mostro; spesso si fa riferimento ad una “perdita di controllo”, a rabbia, a effetti dell’alcol o altre sostanze, all’essere “provato”, depresso, instabile, disperato (a ragione) perché ha perso il lavoro. La violenza non si addice alla razionalità e autocontrollo del maschio anche se poi, paradossalmente, violenza e narrazione della stessa costituiscono le colonne dell’identità maschile nella nostra cultura.
Spesso l’aggressione è trasfigurata dall’ideologia dell’”amore romantico”, della galanteria, dell’amore come passione e fusione degli amanti e rapporto anaclitico di dipendenza reciproca (“l’amore vince tutto”) dove la violenza maschile diviene passione e attaccamento e l’accettazione della violenza da parte della donna diviene devozione e fedeltà, abnegazione e sacrificio di sè. Questi “valori” romantici li troviamo spesso nei testi della musica leggera italiana dove spesso sono decantate la devozione e la disponibilità della donna, la sua dipendenza dall’uomo dal quale mutua la propria ragione di esistere.
È proprio da questa fusione, dal sentirsi dipendente dalla donna che nascono poi la frustrazione, la rabbia e l’aggressività ma anche l’incapacità di sopportare un abbandono, un allontanamento, un rifiuto, che portano all’aggressione.
Ma alla fine è il maschio che, “povero e abbandonato”, sta soffrendo: è stata lei, infondo, a tradirlo e ad accendere la sua gelosia; è quindi diritto del maschio prendersi una rivalsa, prendere un provvedimento correttivo e disciplinatorio verso la donna che ricade qui nella dicotomia “madonna o puttana”. L’amore romantico, dicono le autrici, diviene funzionale all’ordine patriarcale.
C’è un secondo eclissamento dell’uomo come agente violenza, un secondo processo per cui si nega alla violenza maschile di essere detta e raccontata: il problema dell’uomo diviene problema della coppia o addirittura menage quotidiano della coppia. I bystanders, i vicini, i passanti vengono inquadrati dalle telecamere e ripetono che “litigavano sempre”, raccontano di un rapporto fatto di alti e bassi, di “incidente della vita”, di “cose loro”, che “tra moglie e marito non si mette il dito” e “i panni sporchi si lavano in casa propria”, ecc. ecc.
Questo occultamento simbolico dell’autore della violenza sulla donna è segno di una società maschilista che chiude il discorso con titoli quali “lite coniugale” e “violenza domestica”.
La terza grande rimozione avviene a monte nella selezione delle notizie che parlano solo di aggressori e omicidi sconosciuti o stranieri quando, in realtà, per ogni aggressione da parte di uno sconosciuto ci sono 12 commesse da una persona conosciuta nel maggior parte dei casi un amico, un parente o un familiare.
Deplorevole anche il messaggio che la cronaca e persino anche talune campagne stesse di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne veicolano tramite una discriminanza testo/immagini: sono delle vere e proprie cautionary tales (racconti di ammonimento) che finiscono col prescrivere comportamenti appropriati alle donne pena l’aggressione: c’è la iper-responsabilizzazione della donna e del suo comportamento (victim empowerment) che porta spesso direttamente al cosidetto victim blaming del classico “se l’è cercata” e, a ruota libera, allo slut and shaming che prolifica poi nei social. Il maschio violento è totalmente scomparso come anche l’abuso o lo stupro che divengono così mero atto di libidine e non di coercizione, mentre ne esce rafforzata la necessità della violenza maschile da cui spetta alla donna volere e saper proteggersi.

Le autrici passano quindi ad analizzare le serie crime televisive, “vetrine” per eccellenza della violenza di genere: le loro trame, scrivono, ben si prestano a spettacolarizzare il binomio sesso e violenza e a riprodurre lo iato e i ruoli dei generi.
Qui il corpo femminile privo di vita è l’immagine perfetta in una cultura patriarcale in cui regna lo sguardo del maschio: la donna morta e cadavere non più alcun ha alcun potere (powerless), non ha alcuna agency, non può più vedere e invadere così la supremazia voyeuristica dell’uomo; gli occhi e lo sguardo della donna vengono nascosti (mutilazione simbolica), c’è la sistematica cancellazione dello sguardo della vittima per cui questa non può più restituire lo sguardo, è de-umanizzata. C’è la rimozione del dolore dal suo volto che continua a sorridere anche dopo la morte. La donna diventa protagonista solo ed esclusivamente in quanto morta, in quanto cadavere, venendo riassorbita così in quella rivelazione carnografica che ben si sposa con l’apologia della scienza e della tecnica (per es. in CSI).
Ma la morte femminile deve asservire ancora l’occhio maschile, deve rendersi funzionale e acquistare senso come oggetto fruibile del voyerismo e del piacere maschile. La morte femminile è trasformata allora in spettacolo erotico.
In queste serie, la bellezza dei corpi femminili rimane inalterata nonostante la brutalizzazione: il cadavere rimane connotato eroticamente e i corpi femminili giacciono incoscienti o inerti proprio come “manichini o bambole gonfiabili”: altrimenti, pezzi di corpo femminile sono trasformati in oggetto di uso quotidiano fino alla riduzione del corpo femminile ad animale da macello, a brandello di carne, non senziente, manipolabile, che non offre più alcuna resistenza. La massima espressione di femminilità diviene così “il saper accettare la violenza e la morte rimanendo sexy ed eleganti”, divenire dei cadaveri in lingerie.
Deumanizzazione, animalizzazione, cadaverizzazione, glamourizzazione della violenza maschile sulle donne diviene ora anche requisito per la selezione della pubblicità dove la presenza esplicita di violenza fisica o sessuale è requisito fondamentale.
Così il fronte comune dei media, coerenti nel loro messaggio e corroboranti tra loro, hanno “naturalizzato” la violenza sulle donne, la molestia sessuale e lo stupro spingendoli nella nostra fantasia, nelle nostre paure e pratiche di consumo: è quella che oggi è definita la rape culture che normalizza persino lo sguardo erotico sui corpi di ragazzine adolescenti e preadolescenti. La condivisione dei rape miths (“in fondo le piaceva”, “lei la racconta così…”) anche attraverso i social rendono la donna stessa più incline a tollerare la violenza e il maschio a giustificarla.

In Italia la violenza delle donne è ancora tabù: se ne parla poco proprio perché mina le certezze sul genere contraddicendo l’immagine della donna come curatrice, creatrice, madre.

D’altro canto viene fornita di continuo un’immagine mediatica della donna violenta in risposta (backlash) alla minaccia al ruolo di genere portato dall’emancipazione femminile: così è stato nei primi anni del secolo scorso con i Serial Queen Melodramas, nei tardi anni Trenta con l’esplosione della femme fatale e dei film noir, negli anni Settanta con il genere horror, negli anni 90 con il trionfo della violent woman in tutti i generi.
Ma come si diceva sopra, anche questa manovra di popolare lo schermo, la letteratura e i video-games di donne violente è co-funzionale alla riproduzione delle stereotipie discriminatorie di genere.
Si dà corda alla massima emancipazione nel violento femminile come per dire -e adesso vediamo come va a finire, cosa sa fare!-
Ma proprio al suo massimo, questa violenza viene asservita e resa funzionale nuovamente al desiderio e al piacere maschile: viene erotizzata venendo iscritta in una cornice di gioco erotico; sulla scena del delitto compaiono allora strumenti sadomaso, tacchi alti, indumenti in pelle nera, frustini etc. e il messaggio finale è che la violenza femminile è legittimata solo se eccita. Si ristabilisce il regime scopico maschile attraverso una grammatica visiva sadomaso “riaddomesticante”.
La violenza femminile viene “disinnescata” anche attraverso altre due escamotage: la donna violenta o non è più donna oppure la sua violenza non è vera violenza ma pazzia o autodifesa.

Le autrici ricordano come già Cesare Lombroso sostenesse che la donna criminale fosse quasi un maschio. Aileen Wuornos, ritenuta la prima serial killer della storia, era caratterizzata dalla sua forte mascolinità.
La donna violenta è desessualizzata o maschilizzata, s’imbrutisce, diviene la final girl androgina dagli abiti unisex che cerca il killer e lo stana.
Le poliziotte e le donne armate delle fiction sono introverse, materialiste, selfcontrolled, fredde, autorevoli e professionali (non esiste più il tetto di cristallo), non empatiche, incapaci di relazionarsi, disinteressate ai sentimenti dopo che il marito le ha lasciate perché troppo prese dalla loro missione (la punizione per aver invaso il “maschile”).

La donna violenta diviene diabolica, satanica, perversa (a causa delle cattive abitudini passate), evil manipulator (la manipolazione è una forma più ammissibile di violenza), un mostro, sessualmente deviata (lesbica o bisessuale perché non ha avuto la madre, o questa è morta suicida o è in carcere), una Gorgone, un vampiro, una Medea (Myra Hindley che sevizia e uccide bambini), obesa, sciatta, corpulenta (come Sabrina Misseri o Rosa Bazzi), cattive madri o crypto mothers.
La devianza, poi, è spesso potenziata dal contrasto con i partner, mariti solidi, leali, padri modello.
Altrimenti, come dicevamo, la violenza della donna è un atto irresponsabile, inconsapevole, frutto di un’anomalia psichica dovuta a disfunzioni ormonali, alla menopausa, all’aborto, all’isteria, alla sindrome premestruale e qui proliferano tutte le possibili patologie (disturbo bipolare, asperger, autismo, ansia) per negare nuovamente l’agency femminile e il patologico finisce a sua volta sessualizzato (disfunzione del ciclo riproduttivo). Quando la donna accede a ruoli di comando all’interno di roccaforti maschili ecco scattare la patologia perché una donna “normale” altrimenti non ci sarebbe mai arrivata.
Il cerchio ideologico si chiude con la non-violenza della madre che uccide per difendere il figlio (il massimo della maternità, della femminilità) o con l’eroina che eredita il senso di giustizia, il mestiere, la missione e le capacità da un padre amato e perduto, emulato oppure odiato (ordine simbolico del padre).
Alla fine c’è il totale riassorbimento della violenza femminile e quindi di ogni possibile agency femminile anche nel male con l’esclusione vera e propria della donna violenta dalla narrazione con la morte o con la maternità dove la donna riprende il suo posto; il maternage è restaurativo, è reazione, è la più potente strategia di normalizzazione.
Così attraverso la televisione e il cinema la violenza ci presenta precisi schemi di discriminazioni di genere: il maschio si trasforma da buono a cattivo, la femmina si “svela” cattiva, nel maschio i primi segnali allarmanti sono i problemi nel mondo del lavoro (licenziamento), nella donna, invece, il disordine del ciclo riproduttivo, per il maschio l’alcool è un’attenuante, nella femmina un’aggravante. L’uomo, scrivono le autrici, può infrangere solo la legge, la donna anche il genere e la sessualità. Anche l’immagine del mostro è gender-sensitive: il “mostruoso” maschile è anormalità interspecifica mentre il “mostruoso” femminile è inteso come anormalità intraspecifica.
La donna non è riuscita ad elevarsi alla violenza maschile e ora più che mai appare evidentemente rassicurante il baratro e lo iato che la pratica della violenza ha aperto tra i due generi.

Alla fine un personalissimo appunto sulla nozione di violenza adottata nel libro:
la nozione di violenza qui adottata è definibile come “ogni costrizione di natura fisica e psicologica che provochi danno, sofferenza e morte di un essere umano” 2
Data la similitudine più volta intercorsa tra le pagine del libro tra la donna vittima di violenza e l’animale da macello, tra il suo corpo oggettivato e la carne, vorrei auspicare che le analisi di questo genere e la psicologia si approccino e facciano proprio il punto di vista interspecifico, cioè che estendano la loro comprensione ad una violenza e sofferenza di altre specie animali oltre quella umana, a corpi e vite che al macello ci vanno veramente: la stessa glamourizzazione che spetta al corpo femminile sta realizzandosi ora per i corpi di altri animali (cfr. allevamenti sostenibili, felici, biologici, macellazioni etiche, etc.).

1 Elisa Giomi, Sveva Magaraggia, Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale, Il Mulino, Bologna 2017

2 Ivi, pag. 16

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