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Grazie a Cristiana Pugliese e a Silvia Molè per l’intervista che mi hanno fatto come Associazione Parte in Causa per Radio Radicale. Ne riporto la trascrizione per i lettori di CaVegan.
Qui il link per ascoltare l’intervista.

D. Rodrigo uno dei saggi da te pubblicati è intitolato Veganesimo e famiglia. Una lettura secondo la teoria interpersonale: si tratta di un saggio che affronta un tema poco dibattuto, a mio avviso, per lo meno a livello professionale, ovvero quello delle dinamiche psicologiche che si instaurano tra chi, a partire dalla scelta vegana, combatte contro lo sfruttamento animale e la sua famiglia; ci puoi illustrare qualche punto chiave?
R.
Veganesimo e famiglia è una vera e propria fenomenologia atta a delineare la funzione ideologica e reazionaria della famiglia davanti ad ogni scelta del figlio che, in qualche modo, esuli, devii o semplicemente metta in discussione i modelli e i valori che la famiglia gli ha trasmesso attraverso un vero e proprio processo formativo che inizia sin dai suoi primi giorni di vita nel suo rapporto diadico con la madre preoccupata di corrispondere alle richieste e alle aspettative del suo ambiente familiare e del suo gruppo sociale minimo (che va dalle amiche al modo stesso di produzione).
Tale funzione è ripresa poi tramite un processo transferale capillare (in questo senso io ripeto sempre che cultura è transfert e quindi, infondo, psicoanalisi) da altre figure importanti che, nel progredire del tempo subentrano alla madre quali il padre, il parroco, la maestra, il capobanda, il datore di lavoro dietro le quali figure si nascondono e si muovono quelli che Althusser definisce gli “apparati ideologici di stato” atti a riprodurre il modo di produzione, alias la cultura, la società, il potere politico ed economico vigenti.
Il prodotto introiettato dall’allevamento umano è quello che la teoria interpersonale di Harry Stack Sullivan definisce “bisogno di sicurezza interpersonale” ossia la sicura (leggi emotivamente e cognitivamente economica) convivenza nel gruppo micro-sociale (parenti, amici, colleghi, vicini) nell’accettare e vivere mantenendo, riproducendo e incarnando il modus vivendi dei nostri genitori: ossia rimanendo in un perpetuo e ridondante status quo di miope sicurezza egoica e narcisistica che va sempre di più restringendosi attorno al proprio nucleo familiare.
In questa ottica, il bisogno di sicurezza interpersonale può essere letto come un falso bisogno marcusiano poiché per essere accettato dagli altri l’individuo deve possedere ciò che l’altro ha già o non ha ancora riproducendo così i rapporti di lavoro vigenti ma anche auto-condannandosi alla necessità della forza lavoro.
Davanti ad ogni idea innovativa, alternativa, deviante, non direi rivoluzionaria ma evolutiva, davanti ad ogni pensiero critico e dialettico, la famiglia si arrocca e si chiude nella sua corazza fatta di tradizioni, di costumi, di rituali, di tautologiche necessità, di termini ideologici quali “natura”, “inesorabilità”, “lotta per la vita”, etc.: basti vedere l’apologia della famiglia da parte di movimenti reazionari e fascisti, xenofobi, omofobi, sessisti, da parte degli apparati ideologici quali la chiesa e la scuola.
L’antispecismo costituisce una grande messa in discussione, una grande minaccia all’intero corpus di valori, costumi, tradizioni, usanze e pratiche all’interno della famiglia a partire dalla suo veganesimo alimentare: il pasto condiviso ha un rilevantissimo significato antropologico, sociale, mitico e psicologico e il fatto che il veganesimo vada a intaccare e disgregare la famiglia e la società nel suo rituale più ancestrale spiega la forte resistenza che esso incontra ancora nella società contemporanea.
Per passare poi alla sua denuncia contro lo sfruttamento animale e quindi alla critica che egli muove a gran parte di quelle istituzioni che su tale sfruttamenti e violenza, sullo specismo appunto, si fondano: quindi la chiesa in primis, gran parte del sistema produttivo e delle nostre pratiche quotidiane.
Negli ultimi due anni si è notato un forte incremento dell’attenzione all’istanza vegano-animalista da parte di settori politici e produttivi: io non sarei così ottimista circa la loro “sincerità” e “trasparenza”; oltre al mero interesse commerciale di catturare e formare una nuova tipologia di cliente, il “vegano”, fornendogli un servizio dedicato, non c’è che, a mio parere, la politica di un subdolo riassorbimento repressivo della lotta antispecista, reinterpretandola e ripresentandola come mera e vacua scelta e moda salutista, estetica, da “hippies”.
Ancor peggio, oggi si punta sul welfarismo che ahimè sublima ottimamente un percorso etico ed evolutivo che non riesce a progredire e guarda indietro.
Veganesimo e famiglia analizza e descrive quindi le dinamiche difensive che si instaurano all’interno della famiglia, come tra gli amici, i colleghi, quando l’antispecismo tenta di parlare alla cultura specista, dinamiche che vanno dal trasfigurare l’animale reificandolo, rinominandolo e riducendolo a cibo, vestiario, numero da circo, esemplare da esibire allo zoo, in acquari, fiere, sagre paesane, fattorie didattiche, da ridurre a giocattolo, a sport, a tempo libero, e perché no anche a metafora, a prodotto artistico, cinematografico e letterario.
Fino alle dinamiche più occlusive dell’interruzione e dell’impossibilità stessa del dialogo e di forme di vero e proprio pregiudizio e intolleranza.

D. È un tema di cui si parla poco e molto interessante. Senti Rodrigo, un altro saggio da te pubblicato si intitola Spectra. La struttura bi-logica dello specismo. In questo saggio si parla anche della tendenza della persona specista a fare il cosiddetto “terzo grado” alla scelta etica animalista. Ci puoi spiegare perché viene fatto questo “terzo grado”, quale è il fine: chi di noi non se lo è sentito fare?
R.
Spectra riprende le analisi di Veganesimo e famiglia sulle dinamiche psicologiche interpersonali che hanno luogo nel dialogo tra antispecismo e main-stream specista servendosi di alcuni strumenti mutuati da una delle più fertili e interessanti teorie psicoanalitiche contemporanee quella dello psichiatra Ignacio Matte Blanco.
Prima abbiamo parlato di pregiudizio: il pregiudizio è un tipico esempio di quella che Matte Blanco definirebbe bi-logica e in particolare di alassi ossia di alternanza di due forme distinte di pensiero che si alternano e si intrecciano di continuo nella nostra vita quotidiana: è, potremmo dire, una riproposizione della distinzione freudiana tra processo primario e processo secondario.
Da una parte c’è il pensiero simmetrico tipico dell’inconscio dove viene meno ogni principio di non contraddizione, di causalità, dove non esiste la negazione, né il tempo, lo spazio, la successione spazio-temporale, dove vige il principio di generalizzazione, di simmetria e la realtà psichica sostituisce quella oggettiva; dall’altra il pensiero asimmetrico, la logica aristotelica con le sue coordinate causali e spazio temporali, col suo principio di realtà.
Il pensiero simmetrico o, se preferiamo, la dimensione inconscia striscia sempre nei nostri pensieri più logici e realistici e talvolta prevale e s’impone come nel caso ovviamente del sogno, dei lapsus, del sintomo ma anche nelle nostre emozioni più intense, nelle nostre ansie e paure più profonde come quelle che stanno alla radice di un forte pregiudizio.
E allora ecco che scattano e si mettono in moto le dinamiche più inconsce.
Per esempio l’inconscio predilige funzioni proposizionali che esprimono generalità crescenti: è un processo di economia cognitiva per cui noi riassorbiamo gli elementi nella classe di appartenenza in una complessiva fuga astrattiva che porta a sovrapporre e condensare (la Verdichtung freudiana, la funzione metaforica), confondere, nel nostro caso, l’animale in carne ed ossa, all’animale d’allevamento, all’animale fantastico, al batterio, al virus, e su fino alla famosa carota che soffre (il chiodo fisso dell’interlocutore specista) persino alla pietra a cui attribuiamo erroneamente caratteristiche dell’animale di partenza di cui non resta, alla fine, più niente, è ridotto a spettro (da qui il titolo del libro).
In questo processo astrattivo c’è poi l’assommarsi dei singoli quantum e quindi una progressiva elevazione al massimo grado, un’infinitizzazione che emerge sotto diversi aspetti nelle contro-argomentazioni speciste.
Ad esempio in quello che possiamo definire il terzo grado a cui l’antispecista è sottoposto circa le sue scelte etiche ma anche semplicemente alimentari, il voler a tutti i costi condurlo all’incoerenza.
All’infinitizzazione irrealistica e fantastica spazio-temporale della situazione interlocutoria stessa che possiamo riconoscere nelle solite obiezioni -ma l’uomo primitivo… oppure ma se tu fossi al Polo Nord, o nel cuore di un’ecatombe nucleare-.
Infinitizzazione temporale che ritroviamo poi nelle argomentazioni tautologiche già incontrate in Veganesimo e famiglia dell’ “è sempre stato così, è la selezione naturale, il progresso, la civiltà” operazioni sempre ideologiche perché rinnovano inconsciamente lo stato subordinato delle altre specie animali all’uomo.
C’è l’infinitizzazione quantitativa nelle diverse fobie di invasione oppure in quella che degli studiosi americani hanno definito De gooder derogation ossia l’ossessiva e paranoica amplificazione ed esagerazione di una minaccia proveniente da una qualsiasi minoranza.
C’è, infine, l’infinitizzazione e l’allontanamento spazio-temporale delle cause e delle responsabilità che si diluiscono e si perdono nel tempo ma anche nello spazio con il progressivo rendere invisibili e irraggiungibili i luoghi di morte, con il progressivo rendere irriconoscibile il prodotto rompendo la continuità ontologica tra un chi-prima e un cosa-dopo, col rompere la contiguità reale tra ciò che abbiamo nel piatto e la vita che era prima, tra la sicurezza di una famiglia felice a tavola e il sangue di un mattatoio per cui tutto si trasforma in ossìmoro (una fiera ornitologico-venatoria diviene una “festa della natura”, il circo è “formativo socialmente”, lo zoo “scuola di natura”, “educativo e scientifico”) o tragica ellissi (agnello pasquale) come punto di rifornimento di sicurezza interpersonale per la tradizione orizzontale.
Ed è la stessa Langue, come complesso delle associazioni reificate dal consenso collettivo ossia come condensazione delle necessità sociali che si interiorizza in noi come Inconscio (direbbe Lacan) e quindi come precipitato della sicurezza interpersonale, a tracciare questa scarnificazione dell’animale in cui la metonimia (la Verschiebung freudiana) svolge gran parte della sua funzione di censura nella (come direbbe Jurgen Ruesch) “limitazione del significato dei simboli come controllo sociale”.
Arriviamo così alla costituzione di un vero e proprio “centro tonale” per cui l’animale rimane costantemente e inesorabilmente intonato alla sofferenza e allo sfruttamento.
Quando noi parliamo dell’animale parliamo della parola che la nostra società ha scelto per raccontare l’animale: è ora, per dirla à la Alban Berg, “di cercare i chiodi sporgenti e sentire il puzzo di colla” che si nasconde dietro la parola “animale”.
È forse giunto il momento di “disturbare” questa parola, di sospendere il “segnale pulito” ovvero il significato-sicuro che essa veicola, riconsegnare l’animale alla sua concretezza, alla sua aleatorietà, imprevedibilità, spontaneità, trasformarlo in “rumore bianco”, dove il significante è totalmente riassorbito, dove c’è la completa esclusione dell’informazione, diremmo noi, “culturale”.
Questo ritorno al concreto dal simbolo è, per chiudere il cerchio e con le stesse le parole di Matte Blanco che ha un po’ ispirato la riflessione, null’altro che il processo di scarica nella terapia psicoanalitica, è spezzare i vincoli di similarità-familiarità come significante culturale assoggettante.

D. Uno dei tuoi articoli è dedicato ad un oggetto con cui tutti siamo venuti a contatto, il giocattolo, e l’articolo nella fattispecie si intitola La funzione pedagogico-imperial-specista del giocattolo. Io ti volevo chiedere, banalmente, anche perché ci saranno in ascolto molti genitori, di inquadrarci l’argomento per poter poi dare anche degli spunti di riflessione.
R. Nella nostra società contemporanea, basta fare una passeggiata in qualsiasi delle nostra città, vedere le vetrine o gli scaffali dedicati ai giocattoli nei centri commerciali, c’è più che mai la presentazione della sofferenza ma soprattutto dello sfruttamento animale, l’animale oggetto, l’animale che funziona per l’uomo: vediamo plastici, giochi che riproducono allevamenti, maneggi, fattorie, e questi giocattoli hanno una chiara funzione “preparatoria”, gestita dal sistema produttivo, politico ed economico, dalla nostra stessa cultura e società: fare in modo che sin da molto piccolo e, appunto, attraverso il gioco, il bambino introietti, metabolizzi, creda “naturale e necessaria” e accetti la subordinazione dell’animale all’uomo.
Al di là dei giochi è stupefacente come gli stessi testi scolastici deformino la natura dell’animale e impostino già nel bambino l’idea di questa sua funzionalità reificante.
In un altro articolo ho parlato anche dell’animale come oggetto transizionale: nell’esperienza transizionale, nel primo avvicinamento-riconoscimento, nella prima relazione oggettuale con il mondo, nella sostituzione della madre con il mondo, si ha il gioco che perciò è un momento molto importante di presentazione oggettiva della realtà e dell’impostazione della presa del bambino anche verso l’animale.
È molto importante per il genitore, anche a riguardo del discorso dell’alimentazione, avere una posizione sincera, realistica, onesta nel presentare l’animale al bambino; molti dicono “è facile in parole ma è difficile nella situazione”: se c’è la convinzione, la sincerità e l’onestà del rapporto tra madre e bambino c’è poi la facilitazione del rapporto, un domani da adulto, coi pari, gli altri umani, la società, con l’altro. Questo momento di sincera presentazione del rapporto con l’animale è quindi fondamentale e purtroppo spessissimo manca. Il genitore spesso si nasconde dietro la scusa che non è facile parlare al bambino di certe cose: la difficoltà vera, invece, secondo me, sta nell’assumere una posizione decisa agli occhi del gruppo sociale a cui si appartiene.
Il problema non è parlare di certe cose, dire semplicemente la verità sull’animale (ci sono modalità diverse per diverse età) al bambino ma rompere con ciò che ci sta attorno nel mondo adulto: io trasmetto un dato messaggio al figlio però temo di essere criticato; è un po’ il discorso che ho fatto prima con Veganesimo e famiglia, cioè il fatto che devo rendere sempre conto al mio ambiente. È questa la grossa difficoltà che il genitore incontra, cioè quella di rendere conto agli altri adulti, più che al bambino.

 

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