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di Rodrigo Codermatz

Articolo già pubblicato sul numero 28 di Liberazioni. Rivista di critica antispecista

Nel discorso di ogni giorno, processi metaforici non controllati scalzano di continuo il significato disperdendolo nell’esodo del significante come campo storico cosicché la nostra stessa esistenza è un continuo abbattimento del soggetto. Stesso destino spetta anche all’animale che entra ed esce dal nostro discorso letterario e, disperdendosi nel labirintico rifrarsi della Lingua, diviene spettro (nel doppio senso di fantasma e gradazione nominale), intangibile filo d’Arianna, scia, traccia inconsistente e irreale del corpo animale1. È una dispersione incontrollata e asservita storicamente all’uomo che, come nota Bataille2, relega altrove l’animale, lo biloca nel nascondimento anche quando ne vuole fare soggetto di arte e letteratura. In alcuni casi il processo non s’arresta alla perdita dell’animale ma costituisce e inaugura un allontanamento ideologico ulteriore e definitivo nella ricostituzione dell’animale come funzione ricompositiva dell’identità culturale.
Nella storia della prima psicoanalisi infantile è eloquente l’opera di Melanie Klein dove l’animale diviene Beisser, mostro, animale mordace pericoloso e crudele, dotato di unghie, artigli, mandibole e denti e assume importanza fondamentale perché, configurandosi come trasfigurazione fantastica delle figure genitoriali introiettate, costituisce la forma originaria e primordiale del Super-io. Klein parte dal presupposto che l’Io sia già presente, in forma rudimentale e privo di coesione, all’inizio della vita postnatale e sia dotato della conoscenza inconscia di un oggetto di bontà unica da cui avere massimo, immediato, illimitato e perenne soddisfacimento, il seno materno, che perciò esisterebbe, come eredità filogenetica e costituzionale, anche nei bambini allattati artificialmente. Questo sentimento innato del seno materno nasce forse dal legame fisico prenatale con la madre, come nostalgia universale di questo stato prenatale, e può essere espressione di un bisogno di idealizzazione che persiste anche in una situazione di allattamento felice e ottimale. Di conseguenza, un certo grado di frustrazione entra necessariamente a far parte del rapporto precoce del bambino con il seno, al quale si assommano poi le diverse frustrazioni concrete in quanto insoddisfacente, freddo, assente, non sincronizzato coi bisogni del neonato.
Inoltre, come sottolinea Jones, il bambino considera sempre la privazione orale come qualcosa che gli viene deliberatamente inflitta dalle persone che lo circondano: al seno inesauribile buono si sostituisce un seno avaro che tiene per sé, un seno cattivo che non fa altro che rafforzare l’angoscia del bambino inducendolo a odiare e invidiare il seno sentito come avaro e meschino. Il senso di vuoto interno e la mancata gratificazione orale sono il punto di partenza, secondo Glover, degli immaginari assalti alla madre che dà soddisfazione e poi la toglie, costituendosi così come pericolo pulsionale esterno da distruggere; l’idealizzazione del seno buono non fa che intensificare l’odio e la paura per il seno cattivo. In sostanza, ribadisce Klein, l’avidità, l’odio e l’angoscia persecutoria nonché l’invidia come espressione sadico-orale e sadico-anale di impulsi distruttivi verso il seno frustrante e non gratificante entrano decisamente in azione fin dalla nascita. Come avviene questo attacco fantastico e distruttivo verso il seno frustrante? Chi depriva e allontana il seno sono il padre e gli altri bambini immaginari: l’attacco distruttivo e persecutorio sarà quindi rivolto dapprima al seno, poi al grembo materno e ai bambini contenuti in esso, al pene paterno e agli stessi genitori congiunti nel coito.
Già Freud aveva affermato che i bambini hanno sin dall’inizio idee vaghe e confuse sul coito, sulla nascita, sulla vagina, il pene e l’ano; per Klein esiste un sapere inconscio filogenetico circa la scena primaria e lo scambio di piaceri orali tra i genitori: la figura parentale combinata è la fantasia del bambino secondo cui i genitori sono percepiti nell’atto di avere un rapporto sessuale in forma di lotta durante il quale si torturano ricorrendo ad ogni sorta di mezzo atto a provocare una mutua distruzione: denti, unghie, genitali, i loro stessi escrementi tramutati in armi pericolose, in animali minacciosi, in strumenti d’evirazione sadica. Il coito dei genitori appare al bambino come proiezione del proprio sadismo: «Il bambino – scrive Klein – in genere non disponendo di altre armi che i denti e le unghie usa come armi questi mezzi primitivi»3. A questi si aggiungano il pene mordace con le sue urine ustionanti e corrosive e l’ano con le sue feci esplosive, tutti elementi che evocano, nel bambino, un patrimonio innato e filogenetico di immagini di mostri, diavoli, streghe, maghi, animali feroci, belve dai denti aguzzi e artigli laceranti che probabilmente minacciavano la nostra vita in epoche preistoriche. L’animale, pertanto, diviene non solo simbolo inconscio ma fonte stessa del sadismo e suo organo esecutivo.
Nella prima fase di quella che Klein chiama posizione schizo-paranoide (primi 3-5 mesi di vita) definita anche stadio sadico orale, il piacere della suzione insoddisfatto e frustrato comporta l’emergere prepotente e precoce di un sadismo di tipo specificamente orale identificato con l’istinto di morte volto principalmente a derubare, guastare e distruggere il seno deprivante e, in seguito, l’interno stesso del corpo materno dove si annidano coloro che hanno allontanato il seno: il padre (il pene paterno) e gli altri bambini. Richard, nei suoi disegni, si identifica con il cacciatorpediniere Vampire che entra in collisione (coito) con la corazzata Rodney (madre)4.
Il bambino concentra i poteri distruttivi sul pene che diviene bestia feroce divoratrice e si trasforma in vampiro, in pipistrello, nel becco di un uccello orrendo che perfora e si inserisce nella madre per divorarla dall’interno, in un moscone che punge, in un cane avido, in denti. Richard stesso (Vampire) quando si arrabbia, desidera mordere, muove la mascella e digrigna i denti (ha morso la nurse e il suo cane Bobby), diviene avida stella marina piena di denti aguzzi che nasce dal grembo materno e lo divora da dentro. L’aggressione sadica vuole appropriarsi del contenuto del corpo materno, dei bambini, delle feci, ma soprattutto mira ad evirare il padre tagliandogli o strappandogli il pene a morsi per poi mangiarlo assieme alle feci, ai bambini e ai genitori-conigli cacciati e macellati; il pene paterno è per Richard uno scarafaggio spaventoso, un polipo con volto umano dalla carne deliziosa e buona da mangiare, proprio come quella del mostro dallo sguardo arrogante di Klein, un ragno, un U-boot, un salmone, un’aragosta.
Al sadismo orale iniziale si accompagna l’attacco con unghie, lunghi artigli, zanne taglienti: ci sono leopardi e tigri che sbranano e la nascita stessa è immaginata come sventramento del corpo materno per poter estrarre il bambino. Richard, insediatosi ormai all’interno della madre proprio come un’aquila chiusa in una giacca, sventra tanto il padre quanto la madre: li percuote, li squarcia con le unghie, li lacera, li taglia a pezzi, divora l’intera famiglia e la «faccenda grossa» (le feci). Le tendenze distruttive si associano insomma alla cosiddetta pulsione epistemofilica (Wisstrieb), la pulsione a perlustrare l’interno materno: il pene divoratore diviene occhio e orecchio che scandagliano la distruzione dentro il corpo materno e sondano i possibili pericoli: il corpo della madre è un libro che Richard esplora scavandolo con i denti e mangiandolo.
Il cannibalismo, che in un certo senso chiude questa prima fase nel punto massimo di sadismo, è avidità come introiezione e prelude a una seconda fase offensiva, lo stadio sadico uretrale anale e muscolare che potremmo invece interpretare come attività proiettiva, espulsione di oggetti interni cattivi che avvelenano il grembo e il corpo materno o lo distruggono schiacciandolo (gli elefanti espressione dell’impulso a calpestare e a schiacciare, Richard che salta sulla madre-brutto animale-pallone-gallina a cui si torce il collo). Gli escrementi diventano sostanze esplosive che bruciano, corrodono, guastano, e ancora armi di vario tipo, siluri, animali pericolosi e velenosi: nell’inconscio, latte materno, urina, sperma, vomito, lo stesso pene e il seno si identificano simmetricamente. Se l’avidità contraddistingue la fase sadica orale, qui potremmo parlare di invidia come avvelenamento del seno per danneggiare e distruggere la madre. Il sadismo anale-uretrale innesca, tuttavia, un circolo vizioso (invidia→attacchi aspri al seno→seno cattivo e non gratificante→odio→invidia) che danneggia la capacità di godere e intralcia il costituirsi e la strutturazione di un oggetto buono interno, base di uno sviluppo psichico sano.
Alla fine dell’attacco sadico l’interno della madre è tutto sporco e imbrattato: lei stessa è un porcile, un animale, lurida e pericolosa; anche il pene di Richard è ferito, è un pettirosso. Ma per il bambino, come sostiene Winnicott, vige la legge del taglione, occhio per occhio e dente per dente, e così le aggressioni inferte suscitano in lui l’angoscia di una ritorsione da parte dei genitori immaginariamente congiunti proporzionale alla modalità dell’attacco che egli stesso ha inferto loro nella fantasia. Questa angoscia della ritorsione, di essere divorato dagli stessi oggetti divorati, è all’origine della posizione paranoide: gli oggetti divorati diventano ora divoratori mostruosi e fantastici che rappresentano la pulsione di morte. Ed è su questa angoscia fondamentale che si fondano in realtà le angosce più antiche – quella dei genitori indissolubilmente uniti nel bambino e quella di venire mutilata dalla madre nella bambina – ma anche la stessa ipocondria e talune fobie, come ad esempio quella degli scassinatori notturni o dei ragni; l’educazione alla pulizia diventa la madre stessa che si riprende le feci e i bambini rubati.
La prima angoscia persecutoria è paura della ritorsione paterna, di essere mangiato dal padre come animale totemico, dal suo pene arma pericolosa e animale terribile che avvelena e divora, che evira. Il pene paterno eviratore è un cane, un serpente, una balena divorante, una lucertola, un’aragosta, l’“arma segreta” di Hitler, il grosso topo Göbbels, un coccodrillo: in Rita5 il pavor nocturnus e la fobia dei cani è paura della vendetta del pene pericoloso del padre (il suo piccolo orso di stoffa). Alla minaccia paterna si associa quella materna: la madre è un gigante, un brutto animale, un uccello orribile con il becco spalancato, avido e pericoloso; i seni sono chele di granchio che mordono, sono il pene paterno introdotto nel corpo materno e riemerso; la vagina è un’apertura minacciosa. La mamma-orribile uccello a becco aperto e il papà-mostro, fusi insieme e anneriti dalle feci cattive, attaccano Richard dall’interno (dopo che li ha già divorati), lo evirano e lo mangiano. Anche i bambini dentro la mamma si trasformano in topi, api e vespe per vendicarsi di Richard che li aveva attaccati quand’era geloso. Alla paura di essere vittima di una ritorsione orale si unisce l’angoscia di essere stritolato internamente come l’uomo bloccato per ore tra le zampe del toro nel caso D.6
Alla fine, speculare, abbiamo la ritorsione sadico anale-uretrale: le feci dei genitori come piccoli animali e parassiti, quali topi, ratti, mosche, pulci, entrano nell’ano e negli altri orifizi del corpo di Franz7 come conseguenza dei suoi attacchi sadico-anali contro il padre e la madre (deliri di persecuzione, di riferimento o avvelenamento). La mamma di Richard è l’oggetto orrendo divorante che lascia cadere le feci e la pioggia è l’urina dei suoi genitori che lo corrode proprio come egli stesso aveva desiderato fare con loro quand’erano a letto insieme: feci e urina sono il muco velenoso con cui li aveva attaccati. La posizione schizo-paranoide culmina, nel sogno di Richard, con l’isola in mezzo al fiume: cielo, alberi, persone, e creature di tutti i generi sono neri, immobili e terrificanti; ci sono poi due persone nude (figure parentali/scena primaria) i cui genitali assomigliano al mostro di Klein.8
Sono i genitori divorati e incorporati nella fase di sviluppo sadico-orale-cannibalica e trasformati poi in mostri vendicativi (Beisser) che vengono a costituire, secondo Klein, il nucleo originario del Super-io. Il Super-io nasce, quindi, in entrambi i sessi, dal seno materno e non è una figura genitoriale reale ma un derivato di imago di genitori, della loro configurazione fantastica introiettata come mostri estremamente vendicativi, pericolosi e crudeli. Il Beisser è un riflesso della nostra stessa aggressività e avidità dietro il quale si nasconde il seno nel suo sottrarsi, sottrarsi che prelude a una ripresentazione arrogante nella sua Mastofanìa e che ci rigetta nel terrore della nostra animalità del cieco mangiare ed essere mangiati, dello sporcarci ed essere lavati, del trasgredire ed essere aggrediti; è paura filogenetica di essere divorato identificata con la colpa d’aver-già-divorato, è l’accusa di cannibalismo – gli altri sono cannibali – come mito politico-letterario occidentale, di cui ci parla Arens, volto a gettare discredito sull’accusato, sul colonizzato, sul vinto, sul selvaggio incivile e animalesco9. È la colpa del “già” che si fa sentire (Es Gibt!) come silenzio all’orecchio di Heidegger, per dirla con Derrida10, e che “parla” dell’essere-gettato nel mondo che, perso il confine naturale del Sé, annaspa nell’aria, come direbbe Eugenio Gaddini, e inizia a pensare a ciò che gli manca: con la sua avidità apre la mancanza che ama sottrarsi e che appare come μαστὸς, Mastofanìa, manifestazione del seno materno come imago arcaica di perfezione assoluta. Nell’eclissi mastofanica il seno si concede come semplice rispecchiamento e riflesso della nostra avidità in quel circolo vizioso che Klein ha riconosciuto come la posizione schizo-paranoide, un vero e proprio incubo persecutorio di specchi che ci mette alle calcagna la nostra stessa animalità.
La posizione schizo-paranoide giocata come animalità nell’attacco avido al seno e la ritorsione speculare dei genitori-mostri (riconoscimento) è solamente una ferita, un’apertura dell’imago arcaica mastofanica che rimane sullo sfondo come inclusione, come estensione idealizzata del Sé grandioso, come totalità del Super-io, imago parentale idealizzata a cui tendiamo a identificarci. È qui che il Super-io perde l’aspetto mostruoso e si avvicina al modo di vedere dei “buoni e amati” genitori, del loro ambiente, della loro cultura. La ricomparsa di un seno complessivamente incolume e purtuttavia ancora ben disposto dietro l’animalità quale sua epifania non solo ci illude sulla riunione e integrazione definitiva, malgrado il danno infertogli dalla nostra fantasia, ma anche instaura e fa sorgere dal piano meramente ontologico dell’animalità schizo-paranoide la dimensione politica di un seno frainteso, non riconosciuto, un Cristo risorto sfigurato e un San Tommaso che ora si vergogna della sua mano, di non aver potuto credere senza aver prima toccato la ferita.
Questa è la posizione depressiva come sensazione reattiva di compassione11 nella quale, vergognandoci di essere stati miopi animali12, sentiamo di aver perso potere e valore e configuriamo il genitore come “sabotatore interno” e oggetto eccitante svalutante: ora il genitore ci appare come deluso e al contempo esigente e crudo persecutore che ci chiama a rimarginare la ferita che abbiamo aperto e a riassorbire sia l’animalità che abbiamo inoculato sia la nostra stessa animalità. Richard afferma di mordere Bobby solo per gioco, senza fargli del male, esattamente come Bobby stesso fa con il coniglio; inoltre promette di non dare più la caccia alla gallina e raffigura il padre come un cane che dimena la coda, un pesce che scodinzola e quando, nel suo sogno, è invitato a cena dai pesci si rifiuta di mangiare il polipo (il padre). Questo, tra l’altro, è un ennesimo punto di divergenza tra Klein e Freud: secondo la prima, il senso di colpa è collegato alle pulsioni distruttive e non alle pulsioni libidiche incestuose; apre il complesso edipico invece di chiuderlo.13 Con la posizione depressiva, afferma Klein, si passa dall’onnipotenza distruttiva all’onnipotenza costruttiva, all’impulso risanatore e riparatore che completa la maturazione psichica dell’individuo e permette l’instaurarsi del complesso edipico e della genitalità matura. Abbiamo fatto del predatore animalesco un padrone umano a cui ora noi ci subordiniamo con un duro lavoro di ricostruzione.
Che fine ha fatto il Beisser? Dove troveremo ora la muta del primitivo Super-io? Già nel primo stadio anale, scrive Klein, questo Super-io terrificante, genitore-mostro-mordace e castrante, viene espulso, esteriorizzato, proiettato su un animale reale, costituendo in tal modo il nucleo della fobia per taluni animali.14 Trasfigurazione dell’angoscia originaria, questa fobia si evolve in ripugnanza e in pulsioni distruttive verso gli oggetti della stessa che diventano la colpa, la traccia, il segnavia della nostra distruttività. Il genitore, ancora una volta, delega la sua figura inquisitoriale; in questo caso alle nostre angosce più profonde, ancestrali e filogenetiche15, proiettando la sua ombra fino all’età adulta tramite lo sviluppo di pregiudizi, ansie, paure e stereotipi. Alla fine anche l’animale, dopo tre giorni, resusciterà senza corpo e senza soggetto come subdola arma metaforica di persuasione.

Note:

1 Rodrigo Codermatz, Spectra. La struttura bi-logica dello specismo, Grado 2016.

2 Georges Bataille, «Il passaggio dall’animale all’uomo e la nascita dell’arte», in Aldilà del serio e altri saggi, trad. it. di C. Colletta e F. C. Papparo, Guida, Napoli 1998.

3 Melanie Klein, Scritti 1921-1958, trad. it. di A. Guglielmi, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 521.

4 Il piccolo Richard entrò in analisi con Klein a dieci anni nel 1941 in pieno periodo di guerra dopo che una forte paura degli altri bambini lo aveva portato pian piano ad inibire i suoi interessi e gettato in uno stato ipocondriaco e depressivo tale da impedirgli la frequenza scolastica. Seguiva purtuttavia con interesse e apprensione alla radio e sui giornali l’evolversi degli eventi bellici costruendo un immaginario che fu alla base della sua terapia analitica. Le novantatré sedute e i disegni di Richard sono state raccolte da Klein nel suo saggio (uscito postumo nel 1961) Analisi di un bambino, (trad. it. di Ferdinando Mazzone e Maria Serena Veggetti, Bollati Boringhieri Torino, 1971).

5  Melanie Klein, La psicoanalisi dei bambini, Giunti Editore Firenze, 2014, trad. it. Lyda Zaccaria Gairinger, p. 160. Rita era una paziente di due anni e nove mesi di Melanie Klein affetta da nevrosi ossessiva.

6  Melanie Klein, Scritti 1921-1958, p. 347 e segg. D. era un paziente sulla quarantina con forti tratti paranoidi e depressivi acuiti dalla morte della madre. Klein ne analizza un sogno parlando del lutto e della sua connessione con gli stati maniaco depressivi (1940).

7  Melanie Klein, La psicoanalisi dei bambini, cit., p. 345. Franz era un paziente di cinque anni, psicotico e con gravi difficoltà scolastiche.

8  Melanie Klein, Analisi di un bambino, cit., p. 446.

9 William E. Arens, Il mito del cannibale. Antropologia e antropofagia, trad. it. di S. Accatino, Bollati Boringhieri, Torino 1979, p. 129.

10 Jacques Derrida, «L’orecchio di Heidegger. Filopolemologia», trad. it. di G. Chiurazzi in La mano di Heidegger, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 81-170.

11 Si sa bene a che livelli di dipendenza e plagio può portare la compassione a livello psicopatologico.

12 Karl Abraham fu il primo a dimostrare il nesso dell’angoscia e del senso di colpa con le pulsioni cannibaliche: i primi nascono dall’introiezione sadica-orale degli oggetti amati e generano depressione; possiamo dire quindi che la posizione paranoide è la base di quella depressiva: questa deriva da quella.

13  Melanie Klein, Scritti 1921-1958, cit., p. 399.

14  Melanie Klein, La psicoanalisi dei bambini, cit., pp. 218-219.

15 Secondo Klein, l’angoscia originaria rimane sempre in agguato e riemerge in tutte quelle situazioni che possono in qualche modo richiamarla.

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