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di Rodrigo Codermatz

Affermando che l’antispecismo è uno degli osservatori privilegiati sulla giovane famiglia noi vogliamo sostenere che la questione animale, se e quando viene posta, costituisce un valido contesto per l’osservazione delle attitudini genitoriali della giovane coppia.
Constatiamo che la risposta e il comportamento del genitore medio davanti alla questione animale propostagli sotto diverse e svariate forme dal figlio (ad esempio – perché mangiamo animali? -) vìola non solo i principali requisiti della genitorialità, quali delineati e definiti dalla maggiore letteratura sull’argomento, ma anche quelli della stessa adultità conditio sine qua non della stessa genitorialità.
Il genitore, troppo spesso ancora dipendente dalla sua stessa infanzia, adolescenza e dall’ambiente (costumi e convinzioni) della sua famiglia di origine, non è ancora in grado di fornire un’informazione e un insegnamento adeguati, non ha ancora raggiunta la necessaria indipendenza, autonomia e obiettività per favorire, stimolare ed accompagnare il proprio figlio nel processo di libera e spregiudicata integrazione e identificazione della propria persona; al contrario favorisce una confusività transgenerazionale assai perniciosa.
In poche parole il genitore medio è inadeguato ad educare: al massimo può corrispondere al concetto di “socializzazione” che ritroviamo, ad esempio, in Brim 1, ossia può gradualmente trasmettere modelli comportamentali e atti comunicativi volti ad adattarsi e integrarsi all’ambiente di appartenenza assumendone le norme sociali prevalenti (tra le quali lo specismo ossia la convinzione che la realtà sia una contesa interspecifica all’ultimo sangue con la sua connaturale traslazione all’ambito intraspecifico e l’accettazione della violenza dell’uomo sull’uomo); può al più ergersi a mero funzionario incaricato ad accertarsi che la ripetizione della routine familiare2 faccia sì che il bambino si conformi in via del tutto indolore alle regole.3
Sostenere tale concetto di socializzazione è ideologia politica. Al contrario dovremmo definire la socializzazione (intesa come corpus che ingloba diversi comportamenti e pratiche come quella, ad esempio, alimentare) come processo di rielaborazione ed evoluzione dei valori, dei principi, delle regole morali, delle convinzioni e dei costumi della propria comunità sociale di riferimento: non solo permettere questo processo di socializzazione ma anche accompagnarlo costituisce, come vedremo in seguito, il nucleo e il senso più profondo della cosiddetta generatività.
L’inadempienza media del ruolo genitoriale quale andremo fra poco a constatare è totalmente sottovalutata e sottostimata, per non dire del tutto ignorata: questo perché, secondo il mio punto di vista, la nostra società si basa su un’impostazione organicistica e filogenetica della stessa genitorialità per cui questa viene ricondotta alla sua mera e semplice funzione riproduttrice: la famiglia diviene così allevamento di corpi che vengono da subito rinforzati in vista del lavoro e del consumo. Questo è il compito che la società, in fondo, chiede al genitore: al di là del mero allevare, il genitore è lasciato solo a se stesso e fa quanto può.
Le brevi considerazioni che proporrò sulla traccia di alcune tra le più note teorie in letteratura non vogliono assolutamente approdare alla semplicistica, presuntuosa e irrealistica conclusione che solo gli antispecisti sono ipse facto dei genitori responsabili o che tutti i genitori dovrebbero essere antispecisti: ho detto in apertura che l’antispecismo è uno dei tanti osservatori, una delle tante questioni sulle quali si configura la maturità o meno della posizione genitoriale.
Ma certo l’interrogarsi sulla capacità di rispondere ai figli senza fingere e mentire, senza porci necessariamente in un contesto di falsità o inabissamento comunicativo davanti a domande del tipo “perché mangiamo gli animali?” aiuta senz’altro a rivedere, dialettizzare e forse migliorare le competenze genitoriali nell’assoluto e dovuto rispetto verso le competenze emotive e cognitive tipiche dell’età del figlio.
Non solo: come vedremo fra poco, tale processo di autocritica verso la propria posizione di genitore sarà necessariamente anche un cammino a ritroso nell’emancipazione di se stessi, della propria autonomia, libertà e indipendenza dalle catene della tradizione, dell’educazione, dell’ambiente che siamo stati sempre costretti ad accettare. Questo vale per l’antispecismo e per tanti altri aspetti e questioni.
Solo questa auto-chiarificazione di se stessi come genitori potrà fornire un giorno ai figli la forza e la trasparenza per poter decidere e agire liberamente e autonomamente: più o meno accettabile, la sua scelta gli sarà comunque chiara e propria.
Ed è forse questa l’identità stabile di cui parla Marcia, quel senso di identità che nasce dalla chiarificazione, quel pensiero indipendente che resiste al conformismo e si addentra profondamente nelle cose al contrario della tendenza genitoriale media (a mio avviso un misto tra identità preclusa e dispersione, per riprendere la terminologia di Marcia) al conformismo, all’essere manipolata, al mantenersi disorganizzata, incoerente e superficiale.
Il mondo sta trasformandosi troppo rapidamente: la tecnologia e i media ci mettono a disposizione strumenti e mezzi per conseguire e ottenere qualsiasi informazione in qualsiasi momento e istantaneamente: non è impossibile che i bambini e le bambine inizino da un giorno all’altro a scoprire e far domande su ciò che per lungo tempo e molto facilmente è stato loro nascosto o raccontato diversamente. È un cammino, quindi, che i genitori devono preventivare.

Dicevo sopra della corrente impostazione organicistica e filogenetica della genitorialità: Erik Erikson scriveva che la generatività non è solo la semplice volontà dell’individuo di procreare ma anche la trasmissione alle nuove generazioni di speranze, virtù, saggezza e creatività che raggiungono la loro piena maturazione nell’età adulta.
Ma cosa intendiamo per adultità, questa clausola che noi stessi abbiamo sin dall’inizio posto come condizione preliminare alla genitorialità tanto da costituire il binomio adulto/genitore in un inscindibile unicum?
Abraham Maslow4 definiva dei precisi indicatori dell’identità adulta: percezione della realtà, disponibilità all’esperienza, autonomia e tolleranza; non diversamente, cinque anni più tardi, Carl Rogers5 definiva l’adultità come congruenza psicologica, auto-rappresentazione armonica e stima di sé, scoperta della realtà, di nuove vie, il che ci riporta all’identità stabile dell’esplorazione chiarificante di cui dicevamo prima. Rogers inoltre parla anche di superamento di ogni dogmatismo e intolleranza, di fiducia e sviluppo delle potenzialità insite nella vita, di autodeterminazione.
Più interessante ancora, per il nostro punto di vista, la teoria di Gould6 sulle false idee rassicuranti della nostra infanzia da superare per poter entrare nella vita adulta:

– apparterrò per sempre ai miei genitori e crederò nel loro mondo, faccio le cose alla maniera dei miei genitori e se sarò in difficoltà essi interverranno, la vita è semplice e non complicata, non esistono contraddizioni, non c’è del male in me, non c’è morte nel mondo –

L’adultità si inaugurerebbe secondo Gould con l’emancipazione dall’ambiente familiare, la fiducia nelle proprie convinzioni, nella propria forza di volontà e nelle proprie capacità.
Quanti di questi presupposti, per la maggior parte intuitivi, ritroviamo nel genitore d’oggi che deve rispondere alle perplessità del figlio vittima di un’eterna esperienza transizionale dove l’animale è allo stesso tempo da amare e da mangiare?7
Troviamo innanzitutto un’ambivalenza e incongruenza cognitiva ed emotiva (che potrebbe un giorno essere materia di ricerca psicopatologica) atta a distorcere, se non a negare sfacciatamente, la realtà e confermare dogmaticamente la tradizione e l’abitudine; c’è l’intolleranza manifesta per ogni forma di pensiero autonomo ed esplorativo che non si accontenti di fagocitare acriticamente il dogma; ci sono il cinismo e lo scetticismo verso ogni comportamento volto ad autodeterminarsi e tentare nuove vie, aprire nuove porte, credere in altre potenzialità o semplicemente a cambiare le cose.
La situazione sociale e lavorativa costringe oggi più che mai a delegare la propria funzione genitoriale ai propri genitori: naufraga il passaggio d’identità da quello di figlio dei propri genitori a quello di genitore dei propri figli fondamentale nell’assunzione della funzione genitoriale. Il baratto costringe a sottostare nuovamente alle esigenze e alle richieste emotive dei genitori e al loro ricatto morale e ideologico.
Inoltre, tale delega favorisce situazioni critiche di sovrapposizione e confusività di ruoli, identificazioni e proiezioni trans-generazionali (ne ho accennato sopra) che complicano drasticamente la vita familiare e spesso portano a veri e propri casi di disagio sociale.
Identificazioni e proiezioni che spesso sono all’origine dell’incapacità e impossibilità di cogliere e riconoscere la soggettività psichica e corporea dell’altro, il cambiamento, le contraddizioni e la diversità in esso, soprattutto nei momenti più critici quali, ad esempio, l’adolescenza.
Quindi il genitore d’oggi continua per almeno un’altra generazione ad appartenere ai propri genitori, a credere in loro, a fare alla loro maniera e a contare sul loro aiuto: non gli compete alcuna contraddizione, alcuna sofferenza, alcuna morte.
Siamo in quella che Erikson definiva la totale stagnazione: l’essere centrati totalmente su di sé nella noia e nell’impoverimento personale più profondo, nella completa chiusura e solitudine: in una parola, il vuoto. Non ci meraviglia quindi il diffuso senso di fallimento, di inadeguatezza e frustrazione, il totale cinismo che interrompe il cambiamento, il progresso, l’evoluzione, il decentramento dal sé e l’apertura all’altro, alla sua sofferenza, al suo dolore, alla sua morte.
Questa preclusione e diffusione dell’identità favorisce l’insorgere di diverse forme di disimpegno morale quali già illustrate, per esempio, da Bandura8 e facilmente applicabili al discorso antispecista; ormai le conosciamo bene perché spesso costituiscono le contro-argomentazioni classiche all’antispecismo:

  • giustificazione morale (c’è un ideale più alto che giustifica la mia azione amorale e che abbassa il mio senso di colpa): le giustificazioni morali dello specismo sono la tradizione, il costume, l’evoluzione, la selezione naturale, il progresso, ogni filosofia dell’homo homini lupus, le religioni che asservono l’animale all’uomo, la natura etc.

  • etichettamento eufemistico: il welfarismo è un classico etichettamento eufemistico come le fattorie didattiche, la carne felice, allevamento sostenibile, etc. Mangiare la cosiddetta “carne felice” o pensare ad una comoda consunzione e morte dell’animale allevato ci rende meno penoso mangiare animali;

  • il confronto vantaggioso, il dislocamento e la diffusione della responsabilità, al pari della giustificazione morale, sono il modo più pratico e semplice per fare a scarica barile e mantenersi nella dispersione eludendo ogni presa di coscienza, ogni responsabilità e decisione: si attribuisce la propria azione a tautologie ideologiche (vedi giustificazione morale) che recitano la filastrocca del “si è sempre fatto così” da cui lo scetticismo e il cinismo del “lo fanno tutti perché dovrei cambiare o smettere proprio io?”, del “cosa posso fare io” e del “anche se cambiassi io gli altri continuerebbero a mangiar carne e sarebbe lo stesso / perché dovrei cominciare io?”.

  • La non considerazione / distorsione delle conseguenze e la de-umanizzazione della vittima le ho già analizzate in Veganesimo e famiglia: rientrano in quei processi psicologici di difesa interpersonale che ho già definito disattenzione selettiva e distorsione paratassica volti a distorcere, rinominare, sezionare e reificare l’animale, a chiudere gli occhi dinnanzi alla insostenibilità della nostra posizione nei suoi confronti.9

  • Bandura, infine, parla dell’attribuzione della colpa (“se l’è cercata”): anche questa forma di disimpegno è vissuta nei riguardi dell’animale; la colpa dell’animale è la sua subordinazione all’umano decisa dalla società stessa, dalla sua economia, la sua cultura e la sua religione non nella lontana preistoria o quando si voglia ma ogni giorno, in ogni nostra casa, per le vie delle nostre città. La nostra de-responsabilizzazione e de-individuazione nasce dal nostro identificarci con questa “colpa animale” e ogni mia azione in questa società e in questo stato di cose, volente o nolente, va comunque a rafforzare nell’azione del gruppo, la sopraffazione dell’animale.

Al di là alla de-responsabilizzazione e del disimpegno morale, la preclusione e diffusione dell’identità ci manterrebbero molto probabilmente entro i limiti della morale convenzionale (a volte molto comoda) precludendoci l’accesso a quella che Kohlberg definiva post-convenzionalità della morale, basilare alla comprensione di una etica interspecifica.
Non siamo ancora pervenuti alla genitorialità ma abbiamo già constatato, grazie al nostro discorso sull’animale, l’immaturità del genitore: questa riemergerà ogni qualvolta verranno messi in discussione la tradizione, i valori e le abitudini sociali e religiose dell’ambiente familiare o del gruppo sociale di appartenenza, come accade per l’appunto nella questione antispecista.
Uno di questi esempi può essere l’istituzione del battesimo e del matrimonio nelle quali spesso la volontà del singolo genitore e della giovane coppia soccombe alle pretese dell’ambiente familiare; ecco allora che la confusività delle figure genitoriali genera situazioni di compromesso instabili e tese dalle quali l’identità del genitore e della coppia escono decisamente indebolite e incerte.

Il discorso ci ha portato ad un fondamentale requisito della genitorialità: la generatività.
Per generatività propriamente si intende il reinterpretare l’educazione e la socializzazione ricevute dai genitori alla luce dei cambiamenti sociali, culturali e storici avvenuti tra una generazione e l’altra.
Nelle ultime due generazioni e soprattutto nell’ultimo ventennio sono stati fatti passi da gigante nella sensibilizzazione alla questione animale: importanti studiosi, uomini di scienza e filosofi da ogni parte del mondo si son pronunciati a proposito e hanno contribuito a gettare le basi teoriche della liberazione animale e ora, attraverso l’antispecismo e l’intersezione di lotte, denunciano la stessa logica di violenza nelle svariate dimensioni intraspecifiche appoggiando e promuovendo movimenti di emancipazione e riconoscimento dei diritti fondamentali della persona (cfr. identità di genere, matrimoni civili, diverse intersezioni, etc.).
Inoltre la questione prettamente animale si interseca su più piani con le problematiche ambientali ed ecologiche.
È quindi assurdo che un genitore si opponga, in nome della tradizione, al fatto che il figlio si interessi, si avvicini o abbracci la causa antispecista in senso largo quale l’abbiamo appena definita.
Non è solo assurdo, è, direi, disfunzionale perché vuol dire misconoscere e addirittura nascondere i cambiamenti sociali, culturali e storici avvenuti tra le due generazioni: vuol dire rigettare il figlio in una realtà di cinquant’anni prima.
Al contrario il genitore deve essere sostegno per la generazione più giovane: gli è richiesta una certa flessibilità onde adattarsi e responsabilizzarsi di fronte l’attualità e cercare risposte adeguate che trascendano finalmente l’ideologia o la tradizione; deve riconoscere e integrarsi con i bisogni evolutivi della nuova generazione.

La funzione sociale del genitore dovrebbe essere quella di trasmettere i fondamentali principi morali; ma sappiamo bene che la ruota gira nell’altro senso e il genitore non è che un funzionario deputato alla riproduzione del carattere sociale richiesto, che è assolutamente amorale perché sostiene un sistema produttivo basato sulla sopraffazione e lo sfruttamento.
Quali sarebbero, infatti, questi principi morali fondamentali che il genitore dovrebbe trasmettere e che la psicologia conosce e definisce chiaramente?
Il genitore dovrebbe rendere il bambino capace di decentrarsi onde pervenire molto presto a investire empaticamente la condizione esistenziale di sofferenza dell’altro: un doppio decentramento, quindi, prima dall’io all’altro e poi dalla situazione alla condizione.
Gli autori definiscono in diversi modi questo investimento cognitivo ed emotivo dell’altro: perspective taking, mettersi nei panni dell’altro, empatia, identificazione affettiva etc.
Un passo ulteriore lo compiamo parlando di simpatia sottolineando un particolare e marcato senso di dispiacere e preoccupazione per un altro sofferente e bisognoso che spinge a prendersene cura, all’azione.10
Arriviamo così al concetto di pro-socialità quale principio morale “ombrello” che dovrebbe essere una condotta volta a produrre, conservare o migliorare il benessere fisico o psichico dell’altro senza aspettative di ricompense esterne: un’azione totalmente volontaria e disinteressata.
Chiedo ora: il comportamento del genitore medio è oggi volto a indirizzare il figlio al decentramento e all’empatia o simpatia che dir si voglia?
Credo di poter dire assolutamente no! Anzi l’accentramento narcisistico ed egoistico diviene sempre più marcato anche grazie ad un culto dilagante dell’immagine; l’investimento oggettuale ritorna spesso indietro come un boomerang in una eco assordante che ci parla sempre e solo di noi stessi e del mondo in cui viviamo che dev’essere sempre e necessariamente a nostro uso e consumo.
Così succede nei confronti dell’animale: l’avvicinamento all’animale avviene spesso in contesti e strutture quali fattorie didattiche, zoo, circhi, acquari, mostre di diverso genere, fiere, gare paesane etc. che strumentalizzano e spettacolarizzano la sofferenza animale sottolineando e reiterando il dominio umano. Spesso il genitore non è in grado di comprendere la verità circa queste strutture che in realtà diseducano e non fanno che presentare situazioni di estrema cattività e deprivazione, di estrema sofferenza e psichica e psicologica: egli pensa di educare, di avvicinare il figlio all’animale e, invece, non fa che immettere il figlio nel circuito della violenza e della completa e cieca indifferenza verso l’altro e la sua sofferenza.
Quando poi, la sera, la famiglia si raduna attorno alla cena, il messaggio diviene quanto mai equivoco e confusionario e il bambino non sa “dove mettere” l’animale.11
Quindi il problema è a monte: il padre non solo non accompagna il figlio all’empatia ma addirittura gli nasconde la sofferenza dell’altro o, peggio, relega quest’ultima ad una determinata nazionalità, idea politica, razza, colore della pelle, preferenza sessuale o specie animale; molto spesso questa voluta e comoda miopia si restringe fino alle mura domestiche.
Crediamo forse di poter essere empatici a moduli, di definire a monte e a mente fredda quale sofferenza ha il diritto di toccarci da vicino? La sofferenza non è tassonomica, non ha generi né classi: non speriamo di comprenderla veramente se in essa non includiamo l’inferno che noi, animale umano, riserviamo all’altro animale.
In una società che, in fin dei conti, continua a divorare l’altro, come possono i nostri figli a percepire e capire i bisogni e le limitazioni dell’altro, ad assumerne il punto di vista per una giusta interpretazione?
Non è forse questo che la psicologia ci chiede a proposito di empatia?

Accanto al decentramento cognitivo ed affettivo e all’empatia l’altro principio morale fondamentale che il genitore dovrebbe trasmettere al figlio è la responsabilità delle proprie azioni, la capacità di valutarne responsabilmente le conseguenze.
Come può il disimpegno morale trans-generazionale che il genitore stesso quotidianamente incarna e riproduce (non solo nei suoi costumi alimentari) pretendere ora di educare i figli alla responsabilità delle proprie azioni nel rispetto dell’altro? Che credibilità può avere questo insegnamento?
Per trasmettere questi fondamentali principi morali bisogna, secondo Hoffman, adottare una nuova strategia disciplinare non più basata sul potere o sulla minaccia del ritiro dell’amore da parte del genitore: la disciplina induttiva si basa, al contrario, sulla chiarezza e ridondanza del messaggio genitoriale, sulla sua coerenza, univocità e integrità, sulla positività affettiva che lo deve accompagnare, sulla sua flessibilità.
Ora, dove sono questa chiarezza, questa coerenza, questa univocità e integrità, questa positività affettiva nella richiesta genitoriale di empatia e responsabilizzazione della propria azione verso l’altro?
Per flessibilità si intende l’adeguare il messaggio alle “competenze” cognitive ed emotive delle diverse età del figlio; purtroppo questa richiesta costa troppo: richiede costante colloquio e interazione col bambino, costante interesse nei suoi riguardi; e allora la flessibilità diventa uno scudo protettivo per il genitore, una vera e propria ideologia che spesso si esprime con le parole “come faccio a dirgli/le che sta mangiando il coniglietto: non posso!”.
Il problema, in realtà, non è l’enunciare una realtà ad un bambino e poi intraprendere un percorso educativo coerente e chiaro: ma è rendere tale messaggio flessibile dapprima a noi stessi, poi ai parenti, agli amici fino all’asilo e alla scuola.
Il problema della flessibilità si riduce, infine, al problema – cosa mangerà mio figlio al compleanno del suo amichetto? – Non è il bambino a non capire, a non accettare: è la società. E con la società non è necessaria la flessibilità: anzi.

Come ultimo quesito vorrei chiedere allora, se tale quadretto familiare è in grado di fornire le cosiddette “strategie di copying” ossia dei punti di forza da cui poter gestire e fronteggiare l’ansia, conoscere e padroneggiare le nostre risposte emotive, valutare le nostre competenze, prevedere il costo e il rischio personale, assumere la propria responsabilità di fronte alla situazione osservata e agire per alleviare la sofferenza altrui.
Ho dei forti dubbi a proposito e credo che ci sia una costante falla, un buco nero all’interno della nostra presunta e “psicologica” moralità: essa, infatti, si trasforma troppo spesso in distress empatico pseudoegoistico, cioè nell’alleviare la sofferenza altrui per stare bene noi stessi, o in personal distress ossia nel burning out davanti alla sofferenza altrui e quindi nella fuga. E ci sono troppe fughe proprio alla radice del concetto di altro-che-soffre: troppa miopia davanti al sofferente che dovrebbe essere, al contrario, messo in piena luce prima di poter erigere psicologie morali e pedagogie.
L’antispecismo guarda sempre più da vicino la sofferenza e denuncia la sopraffazione dell’altro nelle sue infinite forme; nel continuo esercizio della funzione simbolica nei diversi campi del sapere e dell’arte estende pian piano la nostra possibilità di comprendere e di aprirci al dolore altrui e ci consegna un nuovo e indiscutibile concetto di sofferenza e di “altro” dai quali la psicologia non può più assolutamente prescindere. In queste pagine abbiamo visto, per esempio, come la semplice estensione del concetto di sofferenza ad altre forme animali senzienti e coscienti richieda l’approfondimento critico di alcune presunte obiettività e posizioni teoriche circa il comportamento e la mente umana.
Ma per accettare questo “nuovo sofferente” la psicologia come tutte le discipline umane devono assolutamente rendersi meno antropocentriche, meno ideologiche, meno tecnocratiche.

Note:

1 BRIM O. G., Socialization after Childhood, New York, Wiley

2 EISENBERG N., FABES S. R., Prosocial Development, in W. Damon, N. Eisenberg, Handbook of Child Psychology, vol. 3: Social, Emotional, and Personality Development, Wiley & Sons, New York, pp.701-78

3 Secondo le stime della Eisenberg entro i 12/15 mesi del bambino si conterebbe un incontro disciplinare bambino-genitore ogni 11 minuti. A 2/5 anni i comportamenti disobbedienti salirebbero al 20-50%.

4 MASLOW A., Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio, Roma 1971

5 ROGERS C., I gruppi d’incontro, Astrolabio, Roma 1976

6 GOULD R. L., Trasformation, Simon and Schuster, New York 1978

7 CODERMATZ R., L’animale come oggetto transizionale, in Liberazioni. Rivista di critica antispecista, n. 24, Primavera 2016

8 BANDURA A., BARBANELLI C., CAPRARA G.V., PASTORELLI C., Mechanism of moral disengagement in the exercise of moral agency, in “Journal of personality and social psychology”, 71, pp. 364-74, 1996

9 CODERMATZ R., Veganesimo e famiglia, Grado 2014.

11 CODERMATZ R., L’animale come oggetto transizionale, cit.