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IO, SABATO, ERO A MACAO

di Rodrigo Codermatz

Sabato, a Milano c’erano due eventi “animalisti” contemporanei: da una parte la FestAntispecista tenuta nello spazio occupato di Macao in via Molise e dall’altra la presentazione del movimento animalista dell’onorevole Brambilla; la giornata ha segnato ai miei occhi e nella mia esperienza personale di antispecismo il consolidarsi di una voragine ormai incolmabile in seno al cosiddetto “popolo animalista” e la messa in seria discussione del termine animalismo stesso che, come ormai il termine vegan, non ha più niente a che fare con la lotta di liberazione intra e interspecifica.
Per realtà così opposte non è più concepibile l’idea di una meta comune e di lotte, strategie e programmi paralleli: è l’assoluta divergenza preannunciata dalla mercificazione, commercializzazione e reificazione dell’istanza etica, che ha raggiunto proprio in questi giorni il top con l’invenzione (ahimè friulana) delle “uova vegane” e dalle varie correnti e posizioni welfariste che non possono trovare ragione e senso se non nella malafede o nel coinvolgimento interessato che hanno sempre in questi giorni proclamato in maniera troppo superficiale e acritica (volontariamente o no?) la sostanziale inutilità della dieta vegan.
Ma credo di essere saltato direttamente alle conclusione quando, invece, volevo semplicemente dire che io, sabato (e domenica), ero a Macao ed esprimere due o tre impressioni a proposito.
Innanzitutto la location altamente simbolica (Macao, un bellissimo palazzo liberty che una volta ospitava la borsa del mattatoio della città): percorrendo più volte i suoi corridoi, osservandone i soffitti e le pareti alte, i finestroni, le colonne, i piastrelloni, la scalinata e la facciata esteriore in via Molise ho rivissuto immediatamente la sensazione che ho più volte provato visitando diversi ex-manicomi come quello di Gorizia, di Trieste, di Colorno: l’eco di contrattazioni di esistenze e corpi dispersi e dis-integrati: qua il bestiame, là gli internati.
Quindi gli interventi e le conferenze che si sono susseguite a ruota libera per tutte e tre le giornate (venerdì non ho potuto esserci, però): non si è parlato soltanto di animalismo e antispecismo, della mercificazione del veganismo tra Innocenzi, Brambilla e veganok; con incontestabili documenti e dati alla mano si è delineato anche il punto chiaro della situazione all’interno delle istanze animaliste molte delle quali colluse con interessi politici ed economici men che mai lontanamente etici non solo per quanto riguarda l’animale non umano ma l’uomo stesso, diremmo metaforicamente confusi pirati bardati di nero in alto mare sulla rotta di liberazione.
Si è parlato di resistenza animale e di specie. E non solo.
Nell’ottica propria della necessaria intersezione delle diverse lotte di liberazione si son affrontati interessantissimi temi ed argomenti quali il femminismo, il vissuto intersex, la transessualità e la bio-politica: un’esperienza per me davvero illuminante ed emotivamente molto coinvolgente; sento di essermi arricchito nella mia sensibilità e nelle mie conoscenze da queste testimonianze molto interessanti narrate in prima persona. Indiscutibile il valore umano del dramma psicologico che i relatori hanno saputo ricostruire e trasmettere con la narrazione della loro lotta per dar voce al corpo che loro sentivano di essere ma che l’istituzione gli negava prima nella famiglia e poi nella società.
Importante il punto della situazione per quanto riguarda il riconoscimento legale dell’intersex, sugli interessi anche qui politici ed economici annessi, sull’iter burocratico e medico, sulla ricerca medica e l’interesse delle case farmaceutiche che hanno immesso nel mercato italiano il dexamethasone, il cosidetto “farmaco antilesbica”. Impressionante la casistica che non trova riscontro in una legiferazione adeguata o nel semplice seguire le normative europee per quanto riguarda la manipolazione del corpo infantile.
Sono stati presentati libri, idee di altissimo livello e valore filosofico, proiettati documentari e film.
Sento di essermi arricchito spiritualmente e intellettualmente, dicevo, e qui, credo, si forma la voragine che mi separa da coloro che, in quelle stesse ore, seguivano la Brambilla: io arricchivo me stesso, loro qualcun altro e precisamente il potere.
Non credo che alla manifestazione della Brambilla si sia parlato di corpi umani e non, della loro mercificazione e dissezione, di intersessualità, di drammi psicologici e umani, di ingiustizie, mancanze, insufficienze, difficoltà, di ospedali, prigioni, allevamenti, manicomi; la location, forse aveva altre eco che parlavano di benessere e di felicità anche di fronte alla stessa morte.
A Macao il sincero, diretto, onesto, informato e disinteressato stringerci assieme per una lotta diretta; dalla Brambilla ancora un volta il delegare, il procrastinare, il mediare, il deformare, il disinformare e confondere: nessun spazio, nessuna parola per la reale sofferenza ma solo promesse e programmi elettorali falsi e fasulli, veri specchietti per le allodole. I sedicenti animalisti al cospetto dell’onorevole Brambilla non solo stavano delegando l’impegno politico, che dovrebbe essere sempre personale, ma stavano avallando ancora una volta la stessa strategia di dominio e di sfruttamento.

Sono convinto che l’unica speranza per arginare lo specismo stia nell’evoluzione culturale e senza liberazione umana non può esserci liberazione culturale: è come chiedere ad un carcerato di aprire altre gabbie. Per questo la liberazione animale deve prendere per mano e dare forza ed energia ad altre istanze libertarie intraspecifiche: estrapolare e segregare l’una dall’altra le varie istanze vuol dire correre il rischio di fungere d’ariete a interessi economici e politici che mirano a inglobare e depotenziare la minaccia che il movimento di liberazione presenta. Vuol dire inoltre, perdere di vista e desensibilizzarsi alla miseria e schiavitù di altre esistenze umane meno fortunate: credo infatti che questo secondo tipo di animalismo sia un forte richiamo e un catalizzatore per individui che, nell’”amore” o “pietà” per gli animali, compensino la loro incapacità di comprendere e immedesimarsi nell’altro umano, nello straniero, nell’immigrato, nel diverso, compensino la loro incapacità di provare simpatia e le loro tendenze xenofobe e distruttive.
Stessa città ma anni luce di distanza.

Altre persone, quella mattina, son partite dalla loro città verso Milano e non li ho visti mai arrivare a Macao alla Festantispecista; mi dispiace per loro: son convinto che sono scesi alla stazione sbagliata.

CORPI CHE CONTANO
Viaggio emozionale a Macao

di Tamara Sandrin

Appena varcata la stretta porta di Macao ho sentito il peso ingombrante della differenza tra “noi” che eravamo lì in quel momento, in quelle ore e in quei giorni, e “loro”, tutti gli altri individui che proprio lì avevano visto la loro vita venduta, stracciata, annientata.
Ma i preparativi per il sabato erano in fermento e l’energia e la gioia di tutte e di tutti mi hanno coinvolto e ho pensato “Quale contrappasso per un luogo di dominio e sfruttamento!”. Mentre Macao si riempiva di individui umani e non, tra conferenze, chiacchiere, abbracci con vecchi (di affetto e non di data) e nuovi amici, ho iniziato a sentire forte il privilegio e la fortuna di essere parte della lotta di liberazione animale e umana.
È stata una grande emozione partecipare ai ricordi di Maria Cristina, ascoltare la vicenda toccante del vissuto intersex di Alex e assistere allo spettacolo di Egon.
Avrei voluto seguire la proiezione di “Vacche ribelli” e seguire il dibattito sulla resistenza animale, ma ho avuto il bisogno di un momento di pausa dopo la tensione della mia conferenza. A questo proposito il mio pensiero e il mio affetto vanno a tutti i presenti che mi hanno ascoltato con attenzione e interesse, che ho visto sorridere o stupirsi davanti ai brevi spezzoni di film di fantascienza, che poi mi hanno fermato per chiedermi altre informazioni. Grazie a tutte/i loro, agli amici che mi hanno invitato alla festa e grazie ai pazientissimi animali non umani: inutile dire che la soddisfazione di parlare a un pubblico così ricettivo è stata veramente tanta.
Anche la visione di “No pet” è stata per me una rivelazione e insieme un’operazione maieutica di molti pensieri e riflessioni che “dormivano” nella mia mente: il bel docu-film di Davide Majocchi porta alla luce una dimensione dell’animalità dei cani liberi che anche gli animalisti e gli attivisti più sinceri e in buona fede tendono a negare, mostrando realtà diverse e spesso sconosciute.

Non voglio dire che eravamo tanti (anche se è vero!) perché gli individui non devono più essere contati. Voglio dire invece che eravamo un gruppo multiforme di animali e umani ognuno con la sua radiosa individualità e il suo vissuto, testimonianza resistente della lotta per la liberazione: corpi che, finalmente, contano.

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