Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Foto Ansa

di Rodrigo Codermatz

Un chiaro esempio di come lo specismo nella metaforizzazione dell’animale asserva alla xenofobia e al razzismo ci è dato dai recenti fatti di cronaca sugli stupri.
Ad allarmarci e farci prendere distanza dalla fonte informativa sia essa cartacea, televisiva o in rete, dovrebbe essere innanzitutto il fatto di ritrovare la nazionalità del presunto stupratore nel titolo o, al massimo, nel sottotitolo della notizia (“Rimini, arrestato straniero dopo nuova violenza”, “Violenza sessuale, pakistano arrestato”, “Marocchino 34 anni fermato per tentata violenza sessuale a Rimini”): se non ci fosse un chiaro intento discriminatorio e razzista non avrebbe alcun senso evidenziare la nazionalità, perché lo stupro non ha bandiera; è risaputo che la maggior parte degli abusi sessuali sono perpetrati in ambiente familiare o nel cerchio di frequentazioni quotidiane (amici e parenti).
Ma osserviamo il linguaggio usato per descrivere le aggressioni: un interessante convegno dal titolo Immigrazione, paura del crimine e i media: ruoli e responsabilità tenuto a Padova nel 2012 riconosceva dei bias linguistici, delle “tendenziosità” molto frequenti in questo tipo di notizie:

  • l’uso di aggettivi negativi e aggravanti è cinque volte superiore se il criminale è un immigrato piuttosto che un italiano;

  • il citare prima il nome e poi la nazionalità (strategia Person-first) se il criminale è italiano e, viceversa, prima la nazionalità e poi il nome (Group-first) se invece è un immigrato; con ciò si allude subdolamente che il crimine è insito nella nazionalità (natura, razza) dell’immigrato di cui il soggetto del caso attuale di cronaca non è che un esempio mentre, al contrario, il criminale italiano lo è per una sua caratteristica e/o vissuto personali e individuali;

  • nel caso di immigrati c’è la preferenza del sostantivo piuttosto che dell’aggettivo: questo perché, in base a recentissimi studi, il sostantivo ha più “potere mnemonico”, è semanticamente più saliente e attiva più contenuti categoriali: inoltre sollecita stereotipi e inibisce controstereotipi. Il sostantivo, inoltre, porta alla completa decontestualizzazione del fatto, astraendolo e trasformandolo in caratteristica stabile e fattore disposizionale dell’agente, riproducibile in altri svariati contesti rispondendo così anche al bisogno di congruenza del lettore; porta all’estremo il processo descritto dal Linguistic Category Model (LCM) (Semin & Fiedler, 1988) per cui dalla concretezza enunciata dai verbi descrittivi d’azione (DAV: A colpisce B), attraverso i verbi interpretativi d’azione (IAV: A fa male a B) e i verbi di stato (SV: A odia B), la situazione concreta si è trasformata in situazione psicologica stabile, astratta dalla storia; infine si raggiunge l’aggettivo (A è aggressivo), con la perdita della situazione concreta di partenza e l’enunciazione di una caratteristica disposizionale dell’attore. Infatti questo processo linguistico di solito è usato (guarda caso) dall’ingroup per accreditarsi comportamenti positivi come naturali e, al contrario, per connotare i comportamenti negativi dell’outgroup. Il procedimento opposto, sarà usato per giustificare i comportamenti negativi dell’ingroup (provocato da circostanze esterne, da fattori situazionali del tutto accidentali) e spiegare i comportamenti positivi dell’outgroup (assolutamente non appartenenti alla sua natura ma determinati dalle circostanze). Questo, che in psicologia sociale è definito “errore ultimo di attribuzione” (Pettigrew, 1979), non fa che reiterare un’immagine positiva dell’ingroup a scapito dell’outgroup;

  • per il criminale italiano si usa la forma passiva del verbo (per es. donna stuprata da giovane dopo serata in discoteca) per deresponsabilizzarlo del crimine e rendere responsabile anche la vittima che “se l’è cercata”; all’immigrato si riserva invece la forma attiva del verbo (per es. magrebino stupra una turista) per marcare la sua colpevolezza e determinazione;

  • infine, il punto su cui volevo centrare l’attenzione. Osserviamo come viene descritto il crimine: di solito per il criminale italiano si usano metafore legate all’immagine dell’esplodere (raptus, evento isolato, scoppia la lite, è esploso…) mentre per l’immigrato immagini e metafore che associano l’uomo all’animale (branco, bestia/bestiale, selvaggio, animalesco, ecc.); l’immigrato stupra per sua natura, gli è costituzionale mentre l’italiano stupra isolatamente, eccezionalmente quando rimane vittima di un raptus o “perdita di senno” o, addirittura, quando viene provocato.

In quest’ultimo bias si rivela il massimo dell’idiozia, la bassezza e povertà intellettuale e spirituale, la mancanza di professionalità, l’incompetenza linguistica, il cattivo gusto e la malafede di questo tipo di giornalismo.
Perché alienare e scaricare la malvagità umana sull’animale? Sarebbe capace l’animale della distruttività, della crudeltà e del sadismo umano?
Sarebbero questi un residuo dell’istinto animale? -No, certo!- diremmo con Erich Fromm1: distruggere e ricercare il dominio assoluto è tipicamente umano e non istinto animale; è “aggressione maligna” non programmata filogeneticamente né biologicamente adattiva ma pura necrofilia, distruttività spontanea vendicativa ed estatica, crudeltà che porta voluttà. Soltanto l’uomo ha il gusto di distruggere la vita senza motivo: l’eredità animale non spiega la distruttività e la crudeltà umane.
L’”aggressione maligna” umana è controbilanciamento dell’isolamento, della noia, della frustrazione e del fallimento esistenziale, ricerca del brivido temporaneo: la noia, dice Fromm, è la condizione necessaria perché la violenza susciti interesse.
L’”aggressione maligna” è crudeltà mentale, desiderio di umiliare e ferire i sentimenti di un’altra persona, passione dell’esercitare il controllo assoluto, lo sfruttamento, il dominio, il potere, la sopraffazione, è xenofobia come paura dell’imprevedibile, dello sconosciuto, dell’inafferrabile, dell’altro e della sua alterità, paura del non poter afferrare e manipolare.
Nel 2001, alcuni ricercatori hanno chiesto a degli studenti belgi cosa intendessero loro per “umano”: la riposta fu “intelligenza, linguaggio, sentimenti”.
Lo studio è stato ripetuto altrove e in altre lingue: è stata presentata una lista di emozioni con il compito di indicare se e in che grado appartenessero all’uomo e/o all’animale.
Comuni alle due specie sono state ritenute la sorpresa, la collera, il dolore, il piacere e la paura. Tipicamente umane, invece, la tenerezza, l’amore, la speranza, il senso di colpa, la vergogna. Improvvise, irruenti, esterne, indomabili le prime; meno intense, meno evidenti, piuttosto interne e tipiche di una fase avanzata di sviluppo individuale le seconde. I risultati ricalcavano la distinzione di Ekman (1992) tra emozioni primarie ed emozioni secondarie.
Successivi esperimenti hanno dimostrato che le emozioni primarie (comuni alle due specie ma insignificanti per definire l’umanità) venivano associate equamente all’ingroup come all’outgroup mentre quelle secondarie venivano associate maggiormente all’ingroup.
È emersa quindi un’asimmetria nell’attribuzione dell’essenza umana che i ricercatori (Leyens, Rodrigues et al.) hanno definito infra-umanizzazione: questo processo di attribuzione non dipenderebbe né dallo status sociale, né dal pregiudizio ed è, a loro avviso, un aspetto dell’etnocentrismo poiché considera il proprio gruppo più umano o, per meglio dire, l’ingroup umano e l‘outgroup non-umano.
Ulteriori esperimenti (2006) su come ingroup e outgroup si associno alle emozioni secondarie e al concetto di umanità hanno dimostrato incontestabilmente che l’attivazione congiunta ingroup-emozioni secondarie rende più accessibile “umanità” e disinibisce outgroup.
In sostanza: gli individui tendono ad attribuire al proprio gruppo ciò che secondo loro differenzia l’uomo dall’animale; in altre parole non riconoscono l‘outgroup come umano.
L’animalità funge quindi da agente discriminatorio: ecco come l’uomo si serve ennesimamente dell’immagine dell’animale per dominare e distruggere l’altro; ecco come lo specismo diviene razzismo e xenofobia e, attraverso i media, rende il pregiudizio ordine del giorno contravvenendo ai diritti inalienabili dell’essere umano: quello alla libertà e all’eguaglianza. Un grave crimine (che contravviene anche all’articolo 3 della costituzione italiana) viene quotidianamente reiterato nelle maggiori testate giornalistiche e televisive nazionali.
C’è, infine, un pericolo in tutto ciò e mi riferisco al fenomeno studiato da Allport nel 1954 noto come “Stereotype threat” o “la profezia che si autoavvera”: la vittima del pregiudizio teme di confermare le previsioni che lo stereotipo avanza nei suoi confronti e questo senso di vulnerabilità produce inevitabilmente dei cali vistosi nelle sue prestazioni.
Dal punto di vista degli animali, indicibile e irrecuperabile è il discredito in cui li gettiamo: insormontabile la distanza che attraverso le teorie e le parole noi creiamo tra noi e loro.

1E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano Mondadori, 1975

Annunci