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di Rodrigo Codermatz

Articolo già pubblicato in Liberazioni, anno VI, Primavera 2016 (pdf scaricabile qui)

La nostra società tende a rappresentare la violenza sugli animali utilizzando un linguaggio caricaturale: eventi culinari e attività commerciali pubblicizzano i loro prodotti servendosi di immagini che falsificano gli animali, li reificano ridicolizzando la loro sottomissione alla logica criminale del sistema, la loro sofferenza, la loro morte; li dipinge come coloro che si sacrificano, si immolano per noi in una sorta di esemplare manifestazione totemica. Disegnati come personaggi di fumetti, armati di coltello e forchetta e pronti ad affettarsi e a mangiarsi, ci danno il benvenuto all’entrata dei ristoranti ammiccando ad un immaginario infantile1.
Questo ci spinge a domandarci se l’infanzia sia davvero così proverbialmente empatica verso gli animali o, ammesso che originariamente lo fosse, che cosa accade ad un certo punto per cui tale trasporto emotivo si incrina per fissarsi il più delle volte in una completa miopia verso la sofferenza animale assumendo quell’atteggiamento culturale che caratterizza la nostra età matura in tutti i suoi aspetti. Qual è il nodo che rimane da sbrogliare nella nostra infanzia, qual è il fulcro su cui la politica dell’immagine e il marketing giocano le proprie carte? Perché parlano ai consumatori come fossero
bambini?
L’esperienza de “l’animale” in tutte le sue forme è un vissuto infantile e fa parte del reiterarsi di una situazione fondamentale originaria nella quale solitamente il genitore/ambiente-facilitante, che ama eppure uccide e si nutre degli animali, stringe con il bambino il tacito accordo di non porsi domande su di loro. Gli animali sono consegnati “nelle sue mani”, da un lato riconoscendo l’esistenza di un mondo soggettivo in cui sono oggetto di empatia e tenerezza e dall’altro confidando nel fatto che il bambino per il momento non farà irruzione nella realtà oggettiva, parallela e condivisa con la comunità adulta nella quale gli animali si usano e si uccidono. Il genitore “gioca sporco”: proferendo una menzogna, o più semplicemente sottacendo la verità, si mantiene in una posizione ambigua; con il suo segnale equivoco, il suo tacere contrastante e paradossale apre lo spazio di una realtà insincera, un’illusione grazie alla quale gli animali sono allontanati, non vengono presentati nella loro condizione reale, sono tenuti a distanza, esclusi, resi, se non invisibili, per lo meno prospetticamente piccoli e confusi, definitivamente “fuori fuoco”.
In questo senso si potrebbe parlare di una vera e propria
esperienza o fenomeno transizionale2 per cui questa comunicazione sospesa, questo “tacito accordo“ tra genitori e figli, questo “territorio di nessuno” permette al bambino di spostarsi verso la realtà oggettiva della collettività senza essere particolarmente traumatizzato e al genitore di mettere in relazione le due realtà, quella “soggettiva” del bambino e quella “oggettiva” della collettività poiché, come sosteneva Winnicott3, il compito di accettazione della realtà non è mai completo e nessun umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con il mondo esterno. In questo “spazio potenziale”, il genitore può, ad esempio, portare la domenica il “bambinetto” alla vicina fattoria didattica a vedere e a dare da mangiare al maialino e la sera stessa metterglielo nel piatto.
Questa presentazione “confusa” dell’animale, questa “distorsione paratassica”, questo territorio intermedio tra realtà psichica del bambino e realtà oggettiva del genitore/ambiente-facilitante si fissa per sempre nella nostra esistenza. E tale presentazione si fa sempre più forte, collettiva e sociale, si istituzionalizza e diventa “campo culturale”; grazie ad essa l’individuo umano e gli altri animali vengono posti
stand by, in una situazione o esperienza transizionale perpetua, diacronica e acronologica. La nostra infanzia diviene in tal modo asilo per lo sfruttamento e la sofferenza animale: gli animali, ai quali nella realtà è negato un effettivo spazio vitale, vengono introdotti nel nido del cucciolo umano, per partecipare a quella che spesso è un’isola di sicurezza e di onnipotenza.
Nel
C’era una volta…, il genitore, una volta e per sempre, sostituisce alla presentazione del volto reale degli animali un atto mitologico che li riconsegna come abominevole precipitato di animale-peluche, animale-cartone animato, animale-giocattolo da catturare e detenere in nidi, casette, ripari, gabbie per esercitare al contempo cura e dominio. Gli animali vengono riconsegnati come addomesticabili e allevabili, come strumenti di divertimento, come oggetti educativi o artistici, come cibo, abito, arredo. Come abusabili, torturabili ed eliminabili. A metà strada tra fantasia e realtà, gli animali divengono un vero e proprio “oggetto transizionale”, entità prettamente culturali, trasmutazioni ideologiche della realtà, illusioni collettive, “invenzioni” che, al pari della religione e dell’arte, godono di una certa immunità e apoditticità. “Territorio di nessuno”, l’esperienza dell’animale non rimanda ad alcuna assunzione di responsabilità: nessuno, nel-mondo, è responsabile di ciò che accade agli animali.
Questa incompletezza rende l’animale un mostro – non è forse l’incompletezza la caratteristica primaria della mostruosità? –, sfigurato dalla prepotenza e dall’invadenza concesseci a suo tempo dal “gioco” connivente del genitore. In quanto creatura mostruosa, “l’animale” si configura come oggetto-cattivo, oggetto frustrante, traccia della nostra diserzione dalla situazione reale di ogni animale che soffre e che muore.
Il nostro bisogno di eludere l’animale come oggetto-cattivo e il senso di colpa che ne consegue definiscono l’esperienza transizionale come un vero e proprio processo simbolico in cui l’animale-oggetto transizionale funge da sostituto materno, da rinvio ad un seno-gabinetto4, inteso come un complesso di cure materne capace di accogliere e contenere le nostre proiezioni dell’animale-oggetto cattivo e l’angoscia che deriva dalla nostra capacità di amare e nello stesso tempo mangiare gli animali.
A detenere la funzione di
seno-gabinetto è la collettività, il gruppo colluso e coeso attorno all’“animale” distorto, allucinato, riprodotto come oggetto da dominare, da sottomettere e da sfruttare. La collettività è sicurezza interpersonale, medesimo bagaglio induttivo, comunità interpretante coerente, mente collettiva proiettata. L’oggetto transizionale è la prima esperienza collettiva ed è proprio nel gruppo che la socialità conferisce carattere totemico alla stessa esperienza dell’animale visto come sacrificio da consumare collettivamente ed autosacrificio da rappresentare su manifesti ed insegne. Qui mucche, maiali e pesci ammiccanti si mutilano e si affettano… Portato all’estremo, il totemismo diviene auto-sacrificio della divinità che si offre alla collettività. Il seno-gabinetto è consenso e approvazione che accoglie e metabolizza angoscia e senso di colpa che generano l’oggetto-cattivo, li omologa e li normalizza, li rende ‘naturali’, necessari e tautologici, e alla fine ci restituisce l’animale come oggetto-buono, non più ansiogeno, anzi “nutritivo”.
“L’animale” come “oggetto transizionale”, in questa sua funzione di difesa contro l’angoscia, possiede effettivamente qualità materne, nonché la predisposizione a creare, al pari di ogni oggetto di consumo, omologazione e mantenimento di confronti e relazioni stabilizzate all’interno del gruppo, uno stato di dipendenza e falso bisogno. É nel divenire oggetto transizionale che gli animali iniziano ad essere reificati. La funzione anaclitica del
gruppo seno-gabinetto introiettata in noi è la pelle intesa come bisogno di sicurezza, come vissuto “di essere contenuti”, vissuto che ci consente di relazionarci in modo ambiguo e integrato con gli animali facendo sì che ogni nostro possibile rapporto con loro sia di fatto accettato, condiviso, sanzionato e normalizzato.5
Questa situazione integrata è lo spazio claustrofobico dell’“animale” allucinato, della distorsione paratassica, ed è chiaro che tale claustrofobia e impossibilità di spazio non potrà che assumere i toni dell’immaginario e del vocabolario infantile. Introiettando la funzione accuditiva materna come “primo soccorritore”, iniziamo ad attribuire “valore” e “significato” al mondo in modo che la madre vi acceda come prevedibilità, attendibilità, affidabilità e familiarità: questa fiducia nell’attendibilità della madre è gioco che, per usare le parole di Winnicott, non è una questione di realtà interna – un’allucinazione – o una questione di realtà esterna; non è né al di dentro né al di fuori, ma si situa in quest’area transizionale, in questo spazio potenziale tra individuo e ambiente, tra il bambino e la madre, che è di fatto esperienza culturale; è quell’attività psichica, quell’atteggiamento per cui “si fa finta di”: è un modo di fare qualunque cosa da parte di chiunque in piena libertà per controllare e manipolare il mondo esterno al fine di renderlo familiare, personale, prevedibile e attendibile. La nostra esperienza dell’“animale” in quanto esperienza transizionale è, quindi, spazio di gioco, manipolazione, creazione e produzione e non potrà che fondarsi su un illimitato e spregiudicato dominio su di esso. Il nostro rapportarci agli animali è gioco in quanto tentativo di esorcizzare la realtà che ci autorizza a sdrammatizzare, ridimensionare ed assumere un apatico distacco.
Confinato in uno stato di perpetua transizionalità, in un’area culturale, “l’animale”, reso “nutritivo” e “rilanciato” dalla collettività, perde drammaticità. Entra nel nostro piccolo salotto fatto di Signorine Felicita e di Nonne Speranza, profumo di glicine e odor di muffa, di scatole senza confetti e acquerelli un po’ scialbi, di stampe e «albi dipinti d’anemoni arcaici»: chiuso nella sua gabbietta e messo sul davanzale o trafitto da uno spillo, ogni animale può divenire una delle «buone brutte cose borghesi» di Guido Gozzano
6.
La bistecca nel piatto non ci racconta mai la sua storia. Gli animali, come la copertina di Linus, sono il cuscino o il pupazzo che da bimbi abbiamo amato, succhiato e abbracciato, che poi, crescendo, abbiamo relegato in un angolo tenendo però sempre ben presente dove trovarlo: cullati dalla complicità dei genitori, ci viene detto che gli animali possiamo amarli, ma che è anche necessario mangiarli.
Scrive Erik H. Erikson:

L’aver appreso nella nostra pratica medica che gli individui hanno la tendenza a dimenticare le loro più importanti esperienze infantili, ci fa riconoscere un’altra ignoranza condivisa da tutti gli attori e gli interpreti della storia: l’ignoranza della funzione fatale dell’infanzia nel costituirsi della società […]. I moralisti ed i razionalisti continuano ad identificarsi con delle astrazioni di se stessi, ma rifiutano di vedere in che modo sono diventati quelli che sono e perché, in qualità di esseri emotivi e politici, disfanno, obbedendo a delle compulsioni infantili, quello che il loro pensiero ha inventato e le loro mani costruito […]. Ogni società è fatta di uomini in via di divenire genitori da figli che erano. Per assicurare la continuità della tradizione la società deve preparare presto i giovani alla genitura e deve prestar attenzione ai residui dell’infanzia presenti nei suoi membri adulti7.

E ancora

Tutti i nostri sforzi debbono quindi concentrarsi intorno al fine di attenuare l’influsso delle superstizioni inconsce sull’educazione infantile e sui mezzi economici e sociali che sono a fondamento dell’identità dei fanciulli. Ma per realizzare tale fine è necessario comprendere il fatto fondamentale che è l’infanzia stessa dell’uomo ad offrire l’elemento psicologico basilare allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.8

Un meccanismo analogo vale per lo sfruttamento animale. Nel fornire la matrice transferenziale per la costituzione di una sfera personale sicura, di un’esistenza tranquilla e pacificata basata sul “buon senso” e sul “buon vicinato”, la nostra infanzia determina una frattura violenta e crudele tra ciò che è familiare e ciò che è estraneo, generando dei pregiudizi che poi, come sostiene Erikson, verranno utilizzati in politica e in guerra. La cultura e la tradizione hanno deciso che “l’animale” è lo straniero e tale «superstizione» è subdolamente e criminalmente inculcata dai genitori nei figli fin dai loro primi giorni. Ciò che Erikson chiama «il residuo dell’infanzia nel membro adulto» è la più completa indifferenza, apatia e distanza dagli animali reali che, per la maggior parte, vengono “prodotti” per lo sfruttamento umano e la cui vita è solo sofferenza e morte.

Rodrigo Codermatz, «Monumenti suini in città», in
http://animalistifvg.blogspot.it/2015/01/monumenti-suini-in-citta-di-rodrigo.html.

2 Al proposito, cfr. Donald W. Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi, trad. it. di Corinna Ranchetti, Martinelli, Firenze 1981; Gioco e realtà, trad. it. di Giorgio Adamo e Renata Gaddini, Armando Editore, Roma 1974; Sviluppo affettivo e ambiente, trad. it. di A. Bencini Bariatti, Armando Editore, Roma 2007; e «Transitional Objects and Transitional Phenomena: A Study of the First Not-Me Possession», in «International Journal of Psycho-Analysis», n. 34, 1953, pp. 89-97.

3 Cfr. nota precedente.

4 Cfr. Donald Meltzer, Il processo psicoanalitico, trad. it. di Giuseppe di Chiara, Armando Editore, Roma 1971, p. 39-51

5 R: Codermatz, «Il veganismo come scacco dell’animalismo», in
http://animalistifvg.blogspot.it/2015/02/il-veganismo-come-scacco-dellanimalismo.html.

Guido Gozzano, La via del rifugio, L’amica di nonna Speranza e La signorina Felicita ovvero la felicità, in Tutte le poesie, Gherardo Casini Editore, Roma 1989.

7 Erik Erikson, Infanzia e società, trad. it. di L. A. Armando, Armando Editore, Roma 1966, pp. 371-372.

Ibidem, p. 38.

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