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di Rodrigo Codermatz

FUNZIONARIO DELLA COMUNE: – Cittadino, non sarete matto anche voi che vi proponete di sciogliere dalle catene questi animali?
PHILIPPE PINEL: – Cittadino, è mia convinzione che questi malati sono intrattabili solo perché li si priva dell’aria fresca e della libertà.
(Ospizio di Bicêtre, 1793)

Parma, lunedì dell’Angelo 2017

Fuggendo alla resurrezione del loro signore, alla profanazione della sofferenza e del dolore, alla necrofila negazione della morte reale, al narcisistico e circolare Fort/Da della società contemporanea con il corpo dell’altro, Tamara ed io oggi scappiamo da chiese, preti, agnelli pasquali e parenti, da pasquette e da una società ipocrita, superstiziosa in rapido degrado e abbrutimento: sfrecciamo per l’Emilia sotto un primo e timido sole primaverile, attraverso i suoi campi, i suoi torrenti, i suoi vecchi casolari e borghi contadini e ci rattrista scorgere ogni due case un allevamento e la réclame del parmigiano.
Vogliamo rendere omaggio ai veri corpi risorti, ai veri miracoli e anche a coloro che sulla croce son rimasti per sempre: ci dirigiamo verso Colorno per vedere l’ormai decrepito ex convento annesso al Palazzo ducale dove nel 1873 fu trasferito il manicomio di Parma e dove nel 1965 iniziò l’esperienza per così dire “gemellata” a quella goriziana dell’apertura dell’istituzione manicomiale.1
La cittadina è invasa da gitanti con pranzo al sacco e smartphone che vagano tra le aiuole dell’enorme parco ducale al tempo già riserva privata del direttore del manicomio per le sue passeggiate a cavallo. Dietro ad un’alta siepe, circondato da transenne e una giungla di cespugli, erbacce e alberi crollati l’uno addosso all’altro ecco, tra macerie e detriti, vecchi letti arrugginiti e rottami di sedie a rotelle, il complesso manicomiale abbandonato, spettrale, sinistro. Lo raggiungiamo dall’altra parte, dalla strada, ed entriamo nel suo parco interno: mi ritornano in mente le parole del direttore Luigi Tomasi:

Il sole, l’aria pura, la luce, l’acqua parevano bandite in perpetuo da questa sconcertante atrocità edilizia dove da decenni gravava la desolazione più squallida […] l’aspetto tetro e desolante di una prigione in pessimo stato2

Oltre il portone e la guardiola lasciati aperti e abbandonati, rivedo corpi raggirarsi per la corte interna attorno alle panche in pietra e la colonna con la Madonna, rivedo volti e mani dietro le sbarre delle finestre, protagonisti di diverse pellicole documentaristiche a partire da quella di Marco Bellocchio girata proprio qui a Colorno3; rivedo porte chiuse a chiave, “maschere”, camice di forza, gabbie, letti di contenzione, letti bucati, pazienti legati agli alberi o alle panchine del parco, shock elettrici o insulinici, sbarre, porte serrate, inferriate, docce forzate e collettive; rivedo le fotografie di Gianni Berengo Gardin e corpi nudi strisciare in mezzo metro di escrementi o ammucchiati l’un sull’altro contro muraglie o reti come uccelli in gabbia. Risento Carla piangere al microfono di Sergio Zavoli e la sua triste storia passata anche per Auschwitz dove fu destinata al bordello. E l’analogia manicomio-lager da sempre troppo evidente è anche per me nell’aria e mi deludono la miopia e l’ingenuità di Primo Levi che, all’uscita de L’istituzione negata curato da Basaglia, dichiarò:

“Ho provato un certo disagio quando Basaglia mi ha mandato il suo libro in cui citava Se questo è un uomo e in cui diceva che gli ospedali psichiatrici sono dei Lager. Non credo che si possa arrivare a questo punto, se non in via di metafora, di allusione. Perché lo scopo degli ospedali psichiatrici era forse quello di difenderci dai malati mentali, non quello di ucciderli. Se poi morivano era un triste sottoprodotto, ma non era desiderato. Saranno brutte macchine, ma fatte per un altro scopo4

Sorge il dubbio che Levi voglia quasi detenere l’esclusività dell’esperienza limite del lager arginando la nostra empatia entro le mura del suo lager: il che può trasformarsi facilmente in ideologia nel rendere forse cieco il lettore davanti ad altri lager, davanti ad altri sistemi di concentramento, detenzione e morte.
Nell’aneddoto in testa a questo articolo, riportato dal figlio di Philippe Pinel, Scipion,5 è interessante sottolineare cosa sta vedendo il funzionario della Comune nella sua visita all’Ospizio di Bicêtre di cui lo stesso Pinel è direttore: egli vede degli animali in catene ed è ciò che anche noi vediamo in questi vecchi documentari e interviste, in queste vecchie fotografie agghiaccianti; l’ammalato nel manicomio come l’internato nel lager non è più trattato da uomo ma da bestia, da animale.
Lo scandalo del lager e del manicomio è, quindi, in fin dei conti, la riduzione dell’uomo ad animale da concentrare, legare e in qualche modo abbattere e annientare.
E dove continua tuttora e quotidianamente ad esistere questa deportazione, concentrazione, questo sfruttamento ed eccidio seriale se non nell’allevamento? Esiste davvero sì tanta lontananza ed eterogeneità tra il lager, il manicomio e l’allevamento dove ritroviamo comunque l’abbattimento e annientamento seriale di colui che può soffrire? Primo Levi, nonostante la sua notoria sensibilità nei confronti dell’animale, sicuramente, come si dice, si rivolterebbe nella tomba a sentir equiparare il suo lager ad un allevamento.
Ecco allora il senso del mio omaggio a Colorno in questi giorni che una feroce e sadica tradizione dedica all’eccidio di milioni di vite animali: omaggio a tutte le vittime di quei lager che aspettano ancora di essere chiusi per sempre: gli allevamenti.6

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“Se volete vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia.”
(J.P. Sartre)

Quale insegnamento trarre oggi da questi luoghi, da queste mura, da questi corridoi, dalle lontane battaglie di quegli uomini, medici, psichiatri, infermieri, assistenti, pazienti, politici, che hanno voluto che quel cancello fosse lasciato per sempre aperto al mondo di fuori, quella guardiola per sempre vuota, quei vetri rotti alle finestre abitati ormai solo da falsi volti di polvere? Quale insegnamento per la nostra lotta per la liberazione animale?
Vorrei concentrare l’attenzione sull’esperienza goriziana (il cosiddetto “gorizianesimo”) perché, oltre ad essere stato il focolaio dell’intero movimento di democratizzazione dell’istituzione manicomiale in Italia, Gorizia fu anche l’assimilazione e rielaborazione di esperienze statunitensi e britanniche come quella di George Macdonald Bell e Maxwell Jones a Dingleton in Scozia, di Villa 21 di David Cooper allo Shenley Hospital di Radlett presso Londra, di Kingsley Hall di Ronald Laing e Aaron Esterson, nonché della fenomenologia di Sartre e Merleau-Ponty, degli studi sulla schizofrenia della “scuola” di Palo Alto. A Gorizia si sviluppò quel pensiero critico e dialettico che forse le altre realtà leggermente posteriori hanno bypassato trovandosi in situazioni politiche e sociali più favorevoli e propositive e comunque già sulla scia dell’esperimento goriziano. È, forse, questo pensiero dialettico l’eredità più preziosa che ci è stata tramandata da quella esperienza e dall’intero movimento come base ed esempio per ogni altra lotta di opposizione e rifiuto al sistema sopraffattore e usurpatore, compresa quella antispecista.
Sull’idea maoista dell’inchiesta e della rivelazione/rivoluzione, nel 1968, si aprono le porte del manicomio goriziano a giornalisti, fotografi, registi e scrittori: il documentario I giardini di Abele di Sergio Zavoli viene trasmesso su Rai 1 di venerdì sera ai primi di gennaio subito dopo il telegiornale: è la prima volta che dei “matti” parlano in televisione e in prima serata.
Lo stesso agosto anche la documentarista finlandese Pirkko Peltonen arriva a Gorizia e filma le ormai famose ”assemblee”7: in queste pellicole come anche in quelle posteriori di Gianni Serra8 e Marco Bellocchio9 entrambe del 1975 il messaggio è univoco: sono messe a nudo le contraddizioni del sistema e la necessità di porre fine all’esistenza di quelle strutture e di quei luoghi di violenza istituzionalizzata tenuti in piedi da interessi politici ed economici, da una concezione settecentesca della malattia mentale ma anche dalla povertà e ignoranza delle famiglie dell’internato e dalla stessa chiesa che non potevano tollerare comportamenti di “pubblico scandalo”; nessuno pensa a farne delle “gabbie d’oro” dove l’internato potesse soffrire o morire più felicemente o più comodamente.
Ma alla fine l’esperimento goriziano condusse alla costituzione di una delle più pericolose forme di “gabbia d’oro”, la comunità terapeutica: l’unicità dell’equipe goriziana è di averne preso subito coscienza e distanze. La riforma, dice Basaglia, poteva essere una trappola pericolosa, un’istituzione della violenza sottile e mascherata; il cambiamento interno prolungava la vita alle istituzioni totali e un manicomio più umano, più accettabile, la stessa comunità terapeutica, non era che un modo più sofisticato di gestire la società e di imporre il controllo. Il vero scopo di queste istituzioni, sottolinea Basaglia, è quello di accantonare i problemi più scottanti: il welfarismo, la ”gabbia dorata”, è un alibi e le sue prospettive sono estremamente limitate.
I basagliani stavano diventando gli “utili idioti” che, rendendo più tollerabili i manicomi, ne avrebbero impedito la distruzione.
È spontaneo il confronto con il recente risalto dato alla “questione allevamenti” sugli apparati ideologici televisivi ed editoriali per bocca di “utili idioti”, dove il welfarismo viene presentato e promosso per continuare a gettarci sabbia negli occhi con manovre sempre più subdole e sofisticate e non farci vedere la reale e non occultabile violenza che quotidianamente viene praticata sull’animale. A preoccuparmi, a questo punto, è soprattutto il pericoloso e inspiegabile avvicinamento e partecipazione alle “teorie” welfariste di certo animalismo (che si definisce pure antispecista!) ingenuo ma anche miope.
Ne L’istituzione negata Basaglia scrive:

“Rifiutiamo di proporre la comunità terapeutica come un modello istituzionale che verrebbe vissuto come la proposta di una nuova tecnica risolutrice di conflitti”.10

L’allevamento “felice”, processo di istituzionalizzazione e riforma interna come la comunità terapeutica, non fa che mettere a tacere la contraddizione e perpetuare un sistema immorale: per tanto non va riformato o reso più “umano”: va distrutto! Non basta: bisogna soprattutto trasformare la società che produce e mantiene l’allevamento.

Il danno irreparabile della “riforma interna” come welfarismo è l’allontanamento definitivo della morte animale dalle coscienze; la nostra colpevolezza e responsabilità dell’eccidio vengono definitivamente rimosse e l’allevamento felice è il derivato che, così subdolamente e sottilmente rielaborato, mormora all’orecchio della nostra coscienza – ma hanno pur condotto una vita felice! – dispensando persino un’immagine dell’uomo quasi caritatevole.
La possibilità prospettata dal
welfarismo è il definitivo annientamento della prassi libertaria: è l’istituzionalizzazione sempre più serrata di quanto sappiamo già: che il più forte è legittimato a sterminare il più debole, le legittimazione dell’assassinio. Il welfarismo è la forma più pericolosa e subdola di riproduzione dell’ideologia del più forte:

In una realtà in rovesciamento – scrive Basaglia – un passo falso o un errore possono confermare, agli occhi dell’opinione pubblica, l’impossibilità di un’azione.”11

Infine, un ruolo decisivo nell’istituzionalizzazione e nella repressione di ogni prassi libertaria è sempre giocato da certa informazione e certa editoria. Anche qui l’esperienza Gorizia ci fornisce un esempio eloquente.
Grazie al contatto con la casa editrice Einaudi procurato da Giovanni Jervis, membro di punta dell’equipe basagliana nonché impiegato alla stessa casa editrice, nel 1968 uscì L’istituzione negata che divenne uno dei testi guida della contestazione nonché vero e proprio business editoriale: la casa editrice molto abilmente convinse Basaglia a presentarsi come curatore della raccolta di saggi impegnandolo in un serrato tour di conferenze e presentazioni del libro; tanto che Basaglia stesso si lamentò di essere diventato un venditore di libri.
Al pari di Philippe Pinel nelle pagine apologetiche del figlio12, si è fatto in modo che anche Basaglia fosse chiamato a recitare la parte di un’illusoria parte “buona e illuminata” della psichiatria che, con la comunità terapeutica, prometteva un percorso libertario che in realtà non aveva alcuna intenzione e capacità di intraprendere: nasceva così il mito Basaglia con l’adombramento di altre realtà e personaggi altrettanto fondamentali nel movimento di “apertura” dei manicomi.
Alla fine non poteva mancare il prestigioso premio speciale a Viareggio: la sofferta accettazione del premio speciale e del milione che l’accompagnava proprio nello stesso tempo in cui, un altro autore “Einaudi”, Italo Calvino, lo rifiutava per protesta contro l’istituzione che quel premio largamente rappresentava, mise definitivamente in crisi l’unità dell’esperienza goriziana: fu anche a causa di quel premio che Basaglia lasciò definitivamente Gorizia.
L’istituzione, con la pubblicazione del bestseller e il premio letterario speciale, aveva messo la camicia di forza a Basaglia, alla rivoluzione: aveva vinto la riforma, il welfarismo della “gabbia dorata”. L’istituzione era riuscita nuovamente a non farsi negare anche se l’esperienza di Gorizia, nell’esodo e dispersione della sua equipe sul territorio nazionale ha contribuito comunque, alla fine, alla lenta metastasi dell’istituzione chiusa; l’istituzione era riuscita a “congelare” la prassi libertaria dell’esperienza goriziana nel welfarismo della comunità terapeutica, a farne un prodotto editoriale, un premio letterario.
Come non riconoscere un evidente parallelismo con quanto sta succedendo con Giulia Innocenzi e il suo bestseller Tritacarne? Anche qui l’istituzione ha tenuto ben d’occhio e seguito l’impatto della denuncia antispecista sulla coscienza del consumatore: ha capito che il cittadino non intende rinunciare a mangiare l’animale, ma non vuole allo stesso tempo sentirsi in colpa, non tollera di essere responsabilizzato e si illude immaginando animali da cortile, ruspanti o fattorie familiari. È a questo punto che il sistema gli presenta un nuovo prodotto, Giulia Innocenzi, inventata ex novo ben istruita e retribuita per persuadere il consumatore a sentirsi in pace perché sta mangiando un animale che è morto “più comodamente”: è come mettere il condannato a morte sul divano davanti alla televisione piuttosto che bendato contro il muro.
C’è ovviamente una differenza sostanziale: mentre Basaglia ha rischiato di essere strumentalizzato per smorzare l’impatto rivoluzionario della liberazione manicomiale, le varie Giulie del welfarismo sono strumenti del sistema per annientare il movimento di liberazione animale e obnubilare la mente di tiepidi antispecisti. La comunità terapeutica fu presto trasformata in strumento per scongiurare e sventare la chiusura totale dell’istituto manicomiale: Giulia Innocenzi è messa in circolazione per scongiurare e sventare la chiusura definitiva dell’allevamento.
Il libro
Tritacarne e i programmi televisivi connessi sono estremamente funzionali all’accettazione e metabolizzazione della morte animale e, sotto il derivato del welfarismo, riproducono la violenza e l’assassinio istituzionalizzato e legalizzato.
Anche qui un premio speciale probabilmente sancirà l’ennesima vittoria del welfarismo che, in poche parole, significa sostanzialmente scendere a compromesso con il sistema e mercanteggiare il corpo e la vita di un altro: pura, spietata e sadica viltà dalle nefaste e irreversibili conseguenze.

Il welfarismo non è benessere animale: è benessere autoreferenziale dell’uomo, è autismo antropocentrico come totale incapacità di relazionarsi all’altro; è mettere a tacere lo scandalo dei colpi che vengono inferti quotidianamente all’animale.

Note:

1 Contemporaneamente anche a Perugia grazie all’opera dell’ingegnere Ilvano Rasimelli, al nuovo direttore Francesco Sediari, agli psichiatri Carlo Manuali, Carlo Brutti e Francesco Scotti iniziava il percorso di apertura e di decentramento dei servizi di igiene mentale; e poi a ruota libera, seguendo la “diaspora dei goriziani” (Giovanni Jervis, Letizia Comba, Giorgio Antonucci, Agostino Pirella, Edelweiss Cotti, Leopoldo Tesi), il San Lazzaro di Reggio Emilia con buoni risultati di “territorializzazione” dei servizi sanitari, Arezzo, la breve vicenda di Cividale del Friuli, il San Giovanni di Trieste e pian piano altri manicomi diffusi in tutta l’Italia.
Il cambiamento a Colorno avvenne con la nomina di Mario Tommasini al ruolo di assessore provinciale con competenza sulla gestione del manicomio: visto l’inferno, Tommasini raggiunse Basaglia a Gorizia sancendo quel gemellaggio tra le due realtà manicomiali che intrecciarono più volte il loro cammino e la loro lotta. Ci furono immediate e reciproche visite tra le due equipe per cui Tommasini si convinse a seguire l’esempio goriziano: si impegnò personalmente nella diffusione e pubblicazione del primo documento sull’esperienza goriziana Che cos’è la psichiatria? e poi, nel 1970, chiamò Basaglia a Colorno come direttore dopo che altri due esponenti dell’avanguardia goriziana, Antonio Slavich e Lucio Schittar, vi erano già giunti in avanscoperta e per preparare il terreno: ma Colorno aveva già fatto i suoi grandi passi verso il decentramento territoriale.
Per Colorno, infine, passarono anche alcuni dei futuri protagonisti della scena triestina come Franco Rotelli, Peppe Dell’Acqua, Assunta Signorelli e Giovanna Gallio.

2 LUIGI TOMASI, L’ospedale psichiatrico provinciale dal 1948 al 1955, Giacomo Ferrari & Figli, Parma 1956

3 MARCO BELLOCCHIO, Matti da slegare, Italia 1975

4 Massimo Bucciantini, Esperimento Auschwitz, Einaudi, Torino 2011, pag. 87

5 SCIPION PINEL, Traité Complet du régime sanitaire des aliénés, Paris 1836. Scipion Pinel racconta molto enfaticamente al limite dell’apoteosi le dodici liberazioni compiute dal padre sempre dai risultati miracolosi. Tra questi famoso è il caso di Chevingé che, liberato, divenne valido aiutante di Pinel. Esquirol, allievo di Pinel, nel suo Des Maladies mentales del 1838, riprendendo il racconto di Scipion, contribuì a legittimare definitivamente la fama di Pinel come colui che, nel 1793, abolì definitivamente l’uso delle catene nei manicomi.

6 Non voglio in queste pagine metaforizzare l’animale destituendolo nella sostituzione della sua sofferenza con quella umana, ma piuttosto metaforizzare le architetture detentive.

7 PIRKKO PELTONEN, La favola del serpente, Finlandia1968

8 GIANNI SERRA, Fortezze vuote, Italia 1975

9 MARCO BELLOCCHIO, Matti da slegare, cit.

10 A cura di FRANCO BASAGLIA, L’istituzione negata, Einaudi, Torino 1968, pag. 149

11 A cura di FRANCO BASAGLIA, L’istituzione negata, cit., pag. 362

12 MICHEL FOUCAULT, Storia della follia nell’età classica, Bur, Milano 2014, pag. 669. Scrive Foucault: “La leggenda di Pinel […] trasmette dei valori mitici, che la psichiatria del XIX secolo accetterà come evidenza di natura. Ma sotto i miti stessi c’era un’operazione, o meglio una serie di operazioni, che hanno silenziosamente organizzato il mondo asilare, i metodi di guarigione e l’esperienza concreta della follia”. Il mito di Pinel, per Foucault, è nato per dare dignità e un’immagine umanitaria alle fondamenta storiche della psichiatria.

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