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DA DIABOLIK A CALIMERO, DALLA POP ART AL WOMEN’S LIBERATION FRONT.
CALEIDOSCOPIA DI UN ARTISTA

di Rodrigo Codermatz

Quando, un caldo pomeriggio di due estati fa, sono stato invitato da un’amica all’inaugurazione di una personale di suo padre in un ameno paesino della pedemontana nel pordenonese, dove risiedono già da anni, non avrei certo pensato di scoprire un personaggio poliedrico e interessante come Elio Silvestri, un’arte così variegata e particolare i cui colori e soggetti mi sono entrati subito nell’animo e hanno colpito il mio cuore.

A colpirmi sin dall’inizio sono state le Spiagge della sua più recente produzione, un realismo fotografico che ci riporta alla memoria senz’altro Edward Hopper e che ritroviamo atomizzato in quei “particolari fuori-posto” sempre presenti nella sua opera, anche antecedente, quale inaspettato automatismo che si “commette” quando ci si crede inosservati, aprendo così un’improvvisa nudità nella scena dipinta: una calza da risistemare, una sottoveste slacciata, una gamba scoperta, una spallina scesa, particolari di una notevole grazia e al contempo carica erotica, un lento denudarsi della realtà stessa che porta ad innamorarci delle donne di Elio.

Ci si innamora della Figura (1980), della Modella (1989), de La pastora (1993), del fatto di averle in qualche modo sorprese (per esempio Modella su sfondo macro): esse comunicano sempre una grande vivacità e gioia di vivere, trasmettono i colori e le luci della giovinezza, traboccano di vita come un profumo che riempie l’aria della sua fragranza e fa sognare. E vanno in bicicletta per lunghi viali, si distendono sull’erba tra fiori, riposano all’ombra di un albero, animano un Pic-nic alle Capannelle (1993), si librano nell’aria su altalene, si nascondono tra roseti e tendaggi, prendono il sole sulla spiaggia, si denudano nella Grotta Azzurra, portano a spasso il cane, riempiono con un’inesprimibile delicatezza giardini e the pomeridiani impressionisti (Il the delle cinque, 1994) sotto pergolati di pampini e glicine in fiore (La visita, 1993), tra salotti in vimini e porcellane, gatti, ortensie e amache (Figura in giardino, 1993), che mi hanno subito ricordato alcune pagine dei romanzi di Edith Warthon e William James.
Un grande tributo alla sensualità della donna: questa fu la mia prima impressione che volli esprimere personalmente all’artista.

Ma l’inaugurazione di una personale è sempre un gran viavai di persone, non è certo il momento adatto e opportuno per approcciarsi ad un artista tra l’altro così riservato e schivo come Elio, ma allo stesso tempo assolutamente “alla mano”, di una disponibilità e gentilezza estrema: certamente non ci si può accontentare di un incontro così formale e circostanziale. Quando, poi, si scoprono la sua vita e la sua attività artistica ci si sente quasi truffati dalla sua modestia e riservatezza, perché Elio non ama parlare troppo di sé, non ama riconoscersi dei meriti, dei successi: preferisce cedere il palco e ritirarsi dietro le quinte tanto che mi ritornano alla mente le parole del poeta inglese William Butler Yeats: “i migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori sono colmi d’appassionata intensità”.
Chi dovrebbe parlare rimane sempre sciaguratamente zitto.
Elio mi ha confessato in seguito di diffidare dell’opera d’arte quando poi si fissa in mero investimento commerciale e business perdendo il suo esprite originario: cifra di un carattere forse troppo severo e che chiede troppo a se stesso o forse di uno autentico spirito artistico che è sempre in fieri e mai completo, mai definitivo perché come scrive Jorge Luis Borges il concetto di definitivo non può applicarsi altro che alla religione e alla stanchezza.

Così Elio non rivela di essere uno dei padri di tanti personaggi che fanno ormai parte del nostro immaginario collettivo, della nostra storia, della nostra società: non racconta di aver messo al mondo Diabolik e avergli dato, per mano del collega Glauco Coretti, le sue sopracciglia mefistoteliche; e poi Calimero, l’Olandesina e tanti altri personaggi del Carosello che anni fa entravano ogni sera nelle nostre case a fa parte della nostra stessa vita: Elio ripete “era tutto nell’aria” e chiude in sé il segreto circa la nascita di questi nostri eroi di carta.
Quella sera ho lasciato la mostra con l’intento di rincontrare prima o poi Elio, di rivedere i suoi quadri, di riascoltare gli interessanti e curiosi aneddoti di Paola, sua moglie, immancabile e affabile cicerone dell’opera del marito e di una grande simpatia, sui primi giorni di Diabolik e Calimero, sulle Spiagge, e via via per ogni quadro esposto un particolare da raccontare.
Approfittando anche dell’amicizia con Nicoletta, abbiamo iniziato un progetto più impegnativo, una vera e propria docu-intervista per illustrare qualche aspetto dell’attività artistica di Elio come designer, pubblicista, cartoonist e poi pittore.

Una domenica io e Tamara siamo invitati a pranzo nella vecchia casa di Paola ed Elio nel centro del paese: Elio viene ad accoglierci alla porta col suo bastone da passeggio, Rayban e la lunga frangia di capelli grigi à la De Chirico.
Riconosco subito come volti amici alcuni quadri sparsi qua e là nella grande cucina sul cortile interno e poi salendo le scale e al piano superiore dove Elio ci fa strada per mostrarci le sue raccolte di Big Ben Bolt di Elliot Chaplin e John CullenMurphy, de L’uomo mascherato di Lee Falk, (autore di Mandrake) e di Rip Kirby di Alex Raymond: fumetti americani che Elio ha pazientemente collezionato e riunito poi in grossi volumi rossi e che le sorelle Giussani gli chiesero in consultazione per gettare giù la prima idea di un personaggio cattivo-buono di massa, che potesse far svagare i pendolari durante il tragitto quotidiano in metropolitana perché, dice Elio, a Milano non si legge il giornale. È una grande emozione tenere in mano praticamente l’archè di Diabolik! Sul pavimento, posate contro le pareti e la libreria, le Spiagge una dietro l’altra con il blu del mare, del cielo, degli ombrelloni, delle sdraio: è il colore di Elio, della sua infanzia, della sua terra, la Puglia.

Davanti alla cinepresa Elio ci parla del suo arrivo a Milano nel 1950 per iscriversi all’Accademia di Brera, e ci racconta come avesse trovato subito lavoro presso l’”Organizzazione Pagot” come direttore di scenografia ai tempi di Carosello: “sai – dice con un sorriso – hanno mostrato proprio ieri sera Calimero per televisione: allora fu un grande successo in America!” e da lì allo studio Astorina e delle sorelle Giussani assieme agli amici Facciolo, Coretti e Paludetti a cercar di dar vita al fumetto per i pendolari: ci mostra la tavola in china di una delle prime copertine di Diabolik, un pezzo da museo!

Nell’attesa del pranzo cerchiamo solo di “rompere il ghiaccio” ma l’entusiasmo ci prende ed Elio ha troppe cose da raccontare: di Piero Manzoni, “un bambolotto sempreinpiedi” e della sua Merda d’artista1 e di una delle prime forme di proto pop art italiana quando lo stesso Manzoni un giorno fece tracciare ad Osvaldo Cavandoli la Linea su un rotolo di carta igienica mentre lui lo srotolava pian piano.
La campana del pranzo interrompe queste prime incursioni nei ricordi di Elio.
A tavola si continua a parlare della Milano dei primi anni Cinquanta, di quel bar all’angolo di Brera dove Elio e Paola frequentavano altri grandi artisti come Enrico Baj “quello dei generali” dice Paola, Roberto Crippa, Carlo Cardazzo, Carlo Carrà, Sergio Dangelo; si parla di Renato Guttuso e Lucio Fontana ed Elio ricorda di quando questi arrivò da Buenos Aires col suo Manifiesto blanco e la tela col taglio. È l’epoca dello spazialismo, dell’arte nucleare, dell’eaismo, dell’informale segno/gesto e materico: mi si apre davanti un mondo nuovo, interessante che prima non conoscevo; sento di arricchirmi minuto per minuto e non finirei mai di fare domande.
Ascolto rapito e mi rendo conto di partecipare ad una pagina di storia dell’arte italiana: mentre tutti sono già al dolce io sono ancora al secondo ed Elio me lo fa notare.

Dopo pranzo saliamo in mansarda dove Elio ha allestito il suo studio: l’odore dei muri di pietra, del pavimento in assito e delle travi di legno mi ricorda la vecchia soffitta della casa dei miei nonni: raggiungiamo una stanza più buia adibita a magazzino dei quadri dove, alla luce di una lampadina da poche candele, Elio mi sfoglia come pagine di un libro i quadri addossati alle pareti: c’è un ritratto di Van Gogh che piace a tutti ma che nessuno vuole comprare e mi indica un anacronismo, una lametta per terra che a quel tempo di certo non esisteva; Naufragio (1987), Annie (1994), I tratturi, ancora Spiagge e Vacanze d’agosto, Le ballerine, Coumaneci (1987), una copertina per un romanzo di Liala2, La musa con un De Chirico sempre presente, l’ombra di Elio, e chiedo se l’ha mai conosciuto o incontrato di persona: “sì una volta, in galleria, un personaggio schivo parlava così piano che non si capiva niente di cosa diceva”.

Che angolo lontano! Dove il quadro ritorna veramente a se stesso e i colori e le silhouette dei pennelli perdono la loro foga di dover esprimere! Man mano che Elio li recupera dal loro angolo semibuio i volti, le ombre, i colori, i fiori, le fontane e gli alberi sembrano ritentare per un istante il loro numero ma il sipario si abbassa subito e loro ritornano nell’ombra. Ultimo, quasi dimenticato da tempo, un ritratto della moglie davanti ad un letto, un quadro verde e nero con un’atmosfera tutta sua, impressione di caldo velluto, profumo di vecchia tabacchiera ed eucalipto, atmosfera da fonografo. La torre campanaria batte le ore e fuori dalle basse finestrelle del solaio vedo i tetti e i comignoli e la primavera che stenta, quest’anno. Da basso una voce ci chiama per il the.

Sono ritornato altre volte: Elio apre la porta e mi invita ad entrare: “avanti, ormai sei di casa!” e mi dice che il vecchio cavalletto di legno di mio nonno Angelo, che uso per la telecamera, gli ricorda uno simile che usava sempre Guttuso. Saliamo in salotto.
Paola, dalla stanza attigua o dal piano da basso, tende l’orecchio e ogni tanto interviene con qualche lieve precisazione e ci vuol fare sapere come le sorelle Giussani tenessero in alta considerazione Elio e ripete che lei, le prime tavole di
Diabolik, le ha viste sulla scrivania del marito, quelle sere in casa sua quando si riuniva con qualche altro collega fino a tarda ora: “e poi le sorelle erano grandi fumatrici – dice – Elio veniva a casa con il grembiule tutto giallo di nicotina e anche per questo preferì poi mettere su uno studio proprio a San Siro”.
Elio brontola di queste confidenze ma Paola, parlando sempre più sotto voce, mi dice che al contrario di tanti suoi colleghi dell’epoca, Elio non ha mai cercato il
business, non ha mai pensato al futuro ma è rimasto “puro” come artista: “basta vedere!” dice indicando con il pollice il piano superiore, la mansarda che necessiterebbe di un tetto nuovo.
Paola scompare e ricompare poco dopo con libri, cataloghi, foto e giornali e con un
Totem di Crippa: mi fa vedere un numero del 1975 de Lo Speciale dove, in mezzo alla storia dei Kennedy, ci sono due pagine dedicate ad Elio dal titolo La pop art del cartoonist Silvestri con una foto de La contestatrice del 1971 che fece grande scalpore quando fu esposta alla galleria Eros e di Rotten Apple del 1975: “ a me piacevano i Kennedy e mi aveva fatto uno strano effetto vedere Elio assieme a loro nello stesso giornale: per questo lo conservo gelosamente e con un certo orgoglio”.

Nicoletta e Paola cercano un po’ dappertutto le icone del periodo pop di Elio: una vecchia brochure di una personale a Palazzo Ceppi a Torino nel 1975 con lo Studio per Maddalena (1972), le diverse versioni de La sfinge in più colori con l’allora giovanissima Maria Schneider – “hanno perseguitato la mia infanzia” confessa Nicoletta – i Culi legati e Le mani legate; ma il più del materiale è nell’appartamento di Milano dove vive l’altra figlia, Antonella, o è andato venduto nel tempo: Elio mi mostra un catalogo di questi suoi lavori: LSD (1966) venduto a un poliziotto, Omaggio a Crivelli (1975), Women’s Liberation Front n° 1 e Women’s Liberation Front n° 2 (entrambi del 1970), Questa estate le rose sono blu un omaggio ad André Breton (1972), Adamo ed Eva (1973), Il cancello (1973),
Jungfrau (1971) in cui riconosciamo la moglie Paola giovanissima.
La pop art di Elio è contestazione, lotta di liberazione della donna, provocazione molto esplicita per quanto riguarda la droga e il sesso: “ mi ha costato anche una scomunica“ sussurra Elio a bassa voce. E ricorda quando la pop art arrivò in Italia o per lo meno quando “qualcuno in alto nelle sfere della cultura decise di far esplodere la pop art in Italia”: era la Biennale di Venezia del 1964, “arrivò, al largo di Venezia, un transatlantico con le opere della pop art americana e noi tutti con la nostra arte povera ci mettemmo in fila.”
Sopra il divano, in salotto, l’
Omaggio a Andy Warhol ci tiene d’occhio ed io ho un po’ di rammarico di non poter vedere i quadri di Milano come La contestatrice o La zattera del 1987 che cita il naufragio della medusa di Théodore Géricault (1819), “un paesaggio gulliveriano” lo definisce Elio: me ne mostra una versione diversa, senza la modella di Coubert e un piccolo studio, monocromatico rosso in mezzo ad altri suoi bozzetti e studi in china e tempera, veri e propri piccoli capolavori.

L’arte di Elio s’insinua e si fa strada tra diverse forme, tecniche, movimenti e stili, una visione aghiforme che trapassa, col suo carico di classicità, il tempo e lo spazio in una metafisica che rivela un arduo e perenne coinvolgimento di tutti gli angoli recessi della coscienza, dell’immaginazione, dell’esistenza; è ricerca intellettuale, un lungo travaglio esplorativo permeato, infine, anche dal suo interesse (un vero trasporto) per il mondo onirico e surrealista, per il paranormale3 che diviene, con la morte improvvisa e dolorosa della madre, una vera e propria esigenza di chiarificazione esistenziale. Da qui ritiri più frequenti dal mondo del lavoro per immergersi nel flusso della lettura, dello studio, dell’approfondimento spirituale nonché l’incontro con maestri, viaggi in oriente, il contatto con nuovi mondi e culture esoteriche come lo sciamanesimo di Carlos Castaneda e le teorie di Julian Jaynes – Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza è stato per anni, mi rivela Nicoletta, sul comodino di suo padre – l’interesse per la medianità, le medicine alternative4, gli stati alterati di coscienza e il rapporto di queste con la creatività.

Dalla suggestione e il fascino dei fenomeni non spiegabili dalla scienza convenzionale, Elio passa alla vera e propria ricerca esperienziale e sensitiva e alla concezione della mente come una realtà esterna, al corpo che trascende il mero organo anatomico del cervello e la locazione spazio temporale.
Una natura filosofica e mistica, quella di Elio, legata filogeneticamente alle sue origini mediterranee, ad una Magna Grecia che egli ha sempre portata in auge, al pensiero dei miti ellenici, dei primi grandi filosofi occidentali Socrate, Platone, al mondo delle idee e della deità; e ontogeneticamente al profondo mondo spirituale ma laico della sua infanzia, della madre insegnante, della cultura del sud con il suo rispetto e riverenza per i defunti ma anche con i suoi aspetti più folcloristici come i nonni che nel sogno danno i numeri del lotto.

Non manca in Elio, però, un una particolare esigenza critica e metodica (nel senso cartesiano del termine): Elio cerca sempre l’ombra nelle cose e nell’avvicinarsi a tematiche così oscure e misteriose non c’è autoritas ma la seria considerazione sulla possibilità dell’inghippo, della caduta anche in buona fede del ricercatore onesto, della strumentalizzazione del manipolatore, del truffatore, del confabulatore dai quali Elio prende le distanze.
Un percorso artistico e spirituale di avvicinamento autentico e onesto con la realtà che, alla fine, non gli ha più permesso conciliabilità e compromessi col mondo imprenditoriale e del business.

È di nuovo ora di lasciarci ma Elio scompare: Paola e Nicoletta lo cercano ma poi sentiamo che ci chiama al piano di sopra. Seduto ad un tavolino sta disegnando Calimero per Tamara: è una grande emozione; sorridiamo perché non riesce a trovare un pennarello che scriva!
Alla fine Elio e Paola ci accompagnano al portone: sotto la tettoia in giardino la poltrona d’ufficio dove Elio si riposa subito dopo pranzo; è quasi maggio ma l’aria è fresca e il Monte Cavallo è nascosto da una nube grigiastra. Elio ha preso il suo bastone perché vuole camminare un po’. Chiuso il grande portone verde sul suo mondo d’artista, lo vediamo scomparire assieme a Paola lungo una vecchia via del paese.

Da tutta questa esperienza mi è rimasto un grande arricchimento interiore, culturale e umano e un po’ di amaro in bocca e risentimento verso un sistema commerciale che inghiotte l’artista, ne sfrutta l’immaginazione, il duro lavoro, le capacità, la creatività, ne deruba l’opera e ne dimentica e cancella il nome; un sistema parassita che cresce, affatto riconoscente e grato, su un brandello strappato dall’esistenza dell’artista: forse l’arte e la vita di Elio sono stati il continuo sforzo di non perdere brandelli per strada.

http://www.eliosilvestri.it/
https://www.facebook.com/Elio-Silvestri-428337240644649/?fref=ts

Note:

1 Battuta, ad una recente asta, a 125.000 euro

2 Elio ha illustrato molte copertine di Liala e dei gialli Mondadori, come anche la rubrica “I fatti del giorno” su La famiglia cristiana

3 Elio è stato per diversi anni vicepresidente dell’Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica

4 Elio ha praticato in passato la pranoterapia.

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