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di Rodrigo Codermatz

 

Vorrei oggi parlare dell’empatia, quell’emozione che è alla base dello sviluppo morale di un individuo.
Come la definiremmo? Tra tante definizioni di empatia, la più precisa ed esaustiva è per me quella di Martin Hoffman: egli definisce l’empatia come “l’attivazione di processi psicologici che fanno sì che una persona abbia sentimenti che sono più congruenti con la situazione di un’altra persona piuttosto che con la propria”.1
Questa definizione ci dà già due elementi importanti:

  1. l’empatia è un processo psicologico, cioè un percorso evolutivo diviso in stadi che seguono pari passo lo sviluppo cognitivo e sociale dell’individuo dalla nascita alla maturità;

  2. l’empatia è un processo di decentramento e spostamento di un’attenzione e preoccupazione posti prevalentemente su se stessi (egoica, narcisistica) verso l’altro.

Inoltre, per Hoffman, nell’empatia vengono provati sentimenti analoghi a quelli di un’altra persona senza per questo trovarci nella sua stessa situazione. Da qui il terzo elemento fondamentale:

  1. l’empatia è un processo astrattivo, generalizzante che prescinde dalla situazione concreta e circostanziate e si eleva, nella sua forma più completa, come vedremo, alla condizione esistenziale dell’altro.

Vediamo, in estrema sintesi gli stadi evolutivi dell’empatia.
L’empatia, prima di tutto, può considerarsi come una funzione innata di natura adattiva della quale, le recenti scoperte di Rizzolati e Senigallia, ci danno i corrispettivi presupposti neurobiologici: i cosiddetti “neuroni specchio”.
Le prime manifestazioni “pseudo” empatiche sono molto precoci e anticipano di molto la comparsa del linguaggio: sono pressoché dei meccanismi primitivi e automatici di imitazione motoria come quando un neonato, vedendo un altro neonato piangere, si mette a piangere a sua volta con pari intensità tanto che sembra innescarsi una gara a chi piange di più; si parla allora di contagio emotivo. Hoffman definisce questa prima forma di sentimento empatico “distress empatico globale nel quale si ha la condizione – quel bambino è triste → io sono triste -.
Intorno ai sei mesi inizia la prima fase dell’empatia vera e propria che la letteratura definisce “egocentrica” dove il bambino, vedendo un coetaneo triste, si rattrista a sua volta e cerca protezione dalla madre: qui c’è sì una sintonia con lo stato emotivo dell’altro ma il bambino cerca in primo luogo di alleviare la sua sofferenza.
Tra il primo e secondo anno di vita si passa all’empatia detta “quasi egocentrica” dove compare la preoccupazione a prendersi cura dell’altro ma è un prendersi cura centrato ancora su di sé e quindi, tutto sommato, inefficace.
L’egocentrismo tipico di questa fase dello sviluppo cognitivo del bambino fa sì che il bambino non riesce a decentrare il suo punto di vista e immedesimarsi nell’altro: e allora il bambino vede il suo coetaneo piangere, lo prende per mano e lo porta dalla propria madre oppure offre una caramella alla mamma che piange: vede l’altro come una copia di sé. La soluzione alla sua sofferenza è la soluzione alla sofferenza altrui. L’egocentrismo permane nella scelta di utilizzare, per dare conforto, gli oggetti che sono significativi per se stessi: ad esempio, un bambino che vede un altro piangere, potrebbe offrirgli il proprio orsetto.
Attorno ai tre anni, con il consolidarsi della teoria della mente, il bambino distingue chiaramente se stesso dagli altri. Si ha allora quella che Hoffman definisce “empatia veridica”: Sarah, vedendo il suo amico disperarsi per aver perso il cappellino, gli regala il suo.
È questa l’empatia che potremmo aspettarci da un adulto? È tutto qui quello che noi possiamo fare per l’altro? No.
Lo stadio più maturo dell’empatia si fonda sulla capacità di trascendere la situazione e circostanza concreta e far propria la condizione esistenziale dell’altro: è l’empatia per la condizione esistenziale dell’altro possibile solo a partire dalla tarda età scolare quando, avendo sviluppato un senso di sé stabile e coerente, il bambino realizza sempre più compiutamente che anche il compagno o l’amico hanno una propria identità.
Qui si va oltre all’immedesimazione con la situazione concreta e circostanziale dell’altro, c’è l’identificazione con le condizioni generali dell’altra persona; la bambina vede un mendicante sorridere e percependo comunque il suo stato di indigenza chiede alla mamma il soldino per aiutarlo.
In quest’ultimo stadio empatico assistiamo ad un doppio decentramento:
– del sé rispetto all’altro
– delle condizioni esistenziali dell’altro rispetto alla situazione contingente.

Partendo da questo quadro sinottico più o meno accettato dai diversi indirizzi di ricerca vorrei ora ripensare quella che comunemente si definisce empatia verso l’animale.
Io credo che, riguardo l’animale, la società specista sia bloccata allo stadio di empatia veridica: lo specismo può soffrire quando vede l’animale star male, essere maltrattato o ucciso ma non accede alla condizione esistenziale generica dell’animale (logica e cultura di sfruttamento, animale=allevamento).
L’empatia veridica specista rimane ancorata, fissata al proprio ego, arrestandosi alla situazione concreta e circostanziata dove, molto spesso, la sofferenza animale è immagine, icona e non realtà effettiva. Lo specismo non accede per sua natura alle condizioni esistenziali dell’altro.
Credo, inoltre, che ogni fase si porti dietro come code le fasi che la precedono.
Ad esempio all’interno dell’empatia veridica specista ritroviamo la fase egocentrica nel ricorrere alla tradizione, alla cultura, ai costumi alimentari per stornare (giustificandoci e deresponsabilizzandoci) la nostra sofferenza di fronte all’animale; nel gruppo come mainstream specista noi ritroviamo l’abbraccio materno tipico dell’empatia egocentrica in cui noi non facciamo altro che scaricare la nostra sofferenza e non quella animale.
Ritroviamo anche l’empatia quasi egocentrica quando, ad esempio, parliamo di allevamenti sostenibili, felici, biologici, etc.; ci comportiamo come il bambino che dà la caramella alla mamma che piange. Crediamo cioè di aiutare l’animale conferendogli le nostre comodità, quello che noi tutti desidereremmo: vivere felici per morire felici; diamo il divano o la poltrona alla mucca che possa stare più comoda in attesa di essere felicemente squartata. Trasponiamo nell’animale l’ideale e il concetto-ombrello di una morte felice che conclude una vita serena: un’operazione ciecamente univoca perché noi ben sappiamo di non essere incatenati e ingozzati per finire un giorno a pezzi sulla tavola di qualcun altro.
E del contagio emotivo che potremmo dire? Non ricompare forse deformato in quel “facciamo a chi piange più forte” che non è altro che la teoria del lupo che mangia la pecora, quell’orgia primordiale in cui ci vediamo lottare, poveri uomini primitivi, per la sopravvivenza?

Ma l’empatia “oltre la situazione” per le condizioni esistenziali, scrive Hoffman, è solo la scintilla che innesca un comportamento etico e morale: essa deve ben presto trasformarsi in simpatia ossia in sentimento di apprensione e preoccupazione altruistica per le condizioni altrui che spinge a “prendersi cura” dell’altro, ad aiutarlo e sollevarlo dalla sofferenza; ed è questa, a mio parere, la vera dimensione etica antispecista: in tal senso mi sento di affermare che l’antispecismo non è empatia: è simpatia.
Approdato empaticamente alla condizione esistenziale dell’altro, l’antispecismo non deve ora mettersi a piangere assieme all’animale: sarebbe un disastro; bensì deve allungare la mano, soccorrere, agire, lottare contro la sofferenza dell’altro, essere il bastone a cui l’altro possa aggrapparsi.

Talvolta, però, se il distress empaticooltre la situazione” è troppo elevato si verifica quello J. C. Gibbs2 definisce effetto paradosso dell’empatia e si ha il personal distress dove la sofferenza empatica è così elevata da indurre ad evitare l’incontro con la sofferenza altrui e non c’è il passaggio alla simpatia.
Ci si allontana allora dall’altro, dalla sua sofferenza, non gli si può essere più utili perché dobbiamo in primo luogo salvare e mettere al sicuro noi stessi. Questa è una delle più importanti cause che minano la compattezza e la coesione della lotta antispecista.
Questo esito fallimentare che blocca la trasformazione dell’empatia in simpatia è spesso il risultato di un’incapacità di gestire e regolare le proprie emozioni determinata da un’educazione inadeguata che non ha saputo insegnare ai figli come gestire l’ansia.
È prevalentemente nell’ambito familiare, infatti, che il bambino impara a gestire le proprie emozioni, impara a sopportare, a fronteggiare e rielaborare situazioni di forte stress emotivo quali possono essere l’incontro con l’ingiustizia, la sopraffazione, il dolore, la sofferenza e la morte; solo con un valido supporto della famiglia egli può accedere ad un adeguato autocontrollo, alla conoscenza dei propri limiti e delle proprie forze. Il fallimento in tal senso si ha in famiglie che basano l’educazione dei figli sul principio d’autorità o sul ritiro dell’amore.
Al contrario un’educazione genitoriale che si fondi sull’empatia e sulle capacità di perspective taking del bambino, che lo stimoli a mettersi nei panni dell’altro e a valutare con responsabilità le conseguenze delle proprie azioni favorisce l’interiorizzazione del principio etico come impegno morale e promessa che integrano e fondano l’identità personale.
Abbiamo parlato dell’empatia per la condizione esistenziale come altruismo, come emersione da se stessi e dalla situazione concreta per accedere all’altro, come astrazione: aiutare il bambino a fondare un’identità personale a cui dare massimo valore e serietà è il compito principale del genitore onde evitare che questi si chiuda e rimanga vittima di una richiesta compensativa di approvazione che lo impegni totalmente nella continua rielaborazione di sé in un cieco e claustrofobico mondo narcisistico che esclude definitivamente ogni ascolto dell’altro.
Responsabilizzazione delle proprie azioni, abbiamo detto: quindi una prospettiva di già simpatica orientata ad esigere un recupero e un risarcimento di un dato comportamento o a pratiche di attiva lotta di liberazione e non l’empatia transizionale3 della domenica del genitore alla fattoria didattica.

Solo un’educazione di tal genere trasmette ai propri figli la forza e l’entusiasmo di una scelta che noi, a nostro tempo, non abbiamo potuto prendere perché troppo deboli o immotivati: solo un ambiente familiare simile può insegnare ad un figlio a non fuggire, a non chiudere gli occhi, a tapparsi la bocca e le orecchie davanti alla sofferenza e al grido d’aiuto dell’altro, di qualsiasi etnia, classe sociale, specie animale, umana e non.
Ma il messaggio genitoriale deve essere chiaro, ridondante, coerente con il comportamento e allo stesso tempo flessibile e non intrusivo.
Non possono esserci ambiguità, inesattezze e inganni; non è possibile imparare da un maestro che poi, nella vita, smentisce quel che insegna: questa è la via più rapida per la menzogna, per la falsità, per la perdita di se stessi e la distruzione dell’altro.
I bambini non possono credere ad un padre che dice di amarli e che, allo stesso tempo, uccide e poi mette tra le loro braccia i fantasmi delle sue vittime per farli addormentare.

 

Note:

1 HOFFMAN L. M., Empatia e sviluppo morale, Il Mulino, Bologna 2008, pag. 30

2 GIBBS J. C., “The Good” and Moral Development, in Id., Moral Development and Reality, Thousand Oaks, Sage Publication (CA), pp. 78-110, 2003.

3 RODRIGO CODERMATZ, L’animale come oggetto transizionale, in “Liberazioni”, n°24, Primavera 2016

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