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di Rodrigo Codermatz

È inammissibile e inaccettabile e alquanto deludente che certo antispecismo sottovaluti l’importanza del fenomeno linguistico quando parla o scrive dell’uomo e/o dell’animale saltando dall’uno all’altro rimanendo comodo, come direbbero gli americani, “nelle scarpe” umane, scarpe sportive veloci alle quali non mancano che i talari; e allora incoronato anche del Petaso e armato di caduceo ecco il nostro novello Mercurio, ladro recidivo, protettore dei mercanti, degli oratori e dei ciarlatani, coppiere alla mensa di Giove e suo messaggero!
Ma l’antispecismo non ha bisogno né di dei né di coppieri e nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione animale deve iniziarsi ad un linguaggio diverso che affranchi l’animale dalla spettralità a cui la verità umana l’ha ridotto: e che cos’è mai questa verità?
Amo riprendere un passo di Nietzsche che ho più volte citato:

un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti; le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si son logorate e che hanno perduto ogni forma sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.1

Ecco allora le nostre monete consumate, le metafore umane che ritornano come rigurgiti di un pasto abbondante o consumato troppo in fretta, frammenti di specchio in cui imprigioniamo inconsapevolmente la vanitas e l’anima dell’essere umani: e non dovremmo allora anche noi come il Basilisco morire nel vederci riflessi dopo aver desertificato col nostro sguardo umano tutto ciò che ci circonda?
Singhiozzi ed eruttazioni da questa inopportuna dispepsia che, con superficialità e noncuranza allarmanti, continuano ad abusare dell’immagine dell’animale per definire il più delle volte aspetti e comportamenti negativi dell’umano: questo potremmo aspettarcelo naturalmente dal
main-stream specista, da chi crede che l’aspetto peggiore dell’uomo definisca l’altro animale ma non sicuramente da chi parla o scrive di antispecismo che potrebbe contenersi e controllarsi dal ricorrere a metafore volte a sostituire e identificare gli aspetti fallimentari, poco edificanti, amorali e incivili dell’uomo con l’animale; conosciamo bene queste metafore che sono di uso quotidiano: si dice “maiale”, “coniglio”, “vacca”, “cervello di gallina“, “verme”, “iena”, “oca”, “ameba”, “vipera”, “elefante”, “gatta morta” etc.; e quando d’altra parte sembrano avere un intento positivo sono animate nel loro profondo comunque da un senso denigratorio e da un significato negativo: pensiamo all’allocuzione “docile come un agnellino” o “furbo come una volpe”.
In esse è ravvisabile un netto rifiuto a riconoscere l’aspetto deteriore dell’altro umano che nel suo essermi simile mi chiama in causa ed io riverso i controstereotipi umani che la cultura e la società mi propongono, quindi la bruttezza, la violenza, la debolezza, la paura, il dubbio, l’indecisione, nell’alterità, nell’animalità, nella bestialità: quante volte si sente dire o si legge in cronaca nera della “bestialità” di un crimine o di un comportamento; lo sanno bene i giornalisti che ne fanno un subdolo abuso per alludere ad una presunta predisposizione costituzionale e naturale di certe minoranze (gli immigrati, ad esempio) alla violenza e al crimine. Opero quindi una vera e propria sostituzione, una transustanziazione del soggetto che da umano diviene animale portandosi però dietro la negatività umana: nel
la fila di esaltati o suggestionati che si gettano ciecamente, acriticamente e impersonalmente dietro la decisione, l’azione o il pensiero di qualcuno io vedo delle pecore, il testardo e cocciuto si trasforma in asino, il molestatore in maiale etc.
Operazione che è doppiamente connotata emotivamente sia perché lo slittamento semantico si porta dietro il giudizio e la valutazione circa il significato d’origine, sia perché queste operazioni apparentemente innocue ci hanno sempre accompagnato sin dall’infanzia (pensiamo al serpente della Genesi) o hanno parlato al nostro cuore sentimentale e romantico.
Dell’azione caustica e corrosiva della metafora, della sua natura sociale e culturale e della sua tendenziosità politica (in questo caso specista) esplicantesi poi nel discorso quotidiano e nei prodotti del pensiero e dell’arte umana ho già parlato altrove2 ; ma vorrei qui sottolineare qualche aspetto di fondamentale importanza sul quale noi tutti dobbiamo riflettere e iniziare un percorso di revisione (di riduzione, direbbero i fenomenologi) delle nostre abitudini linguistiche e semantiche.
Innanzitutto vorrei sottolineare la natura adattiva del linguaggio: chi ha già letto i miei scritti e in particolare
Veganesimo e famiglia3 sa ormai bene che il nucleo argomentativo di enorme importanza che non finirò mai di mettere in evidenza è il bisogno di sicurezza interpersonale che, dato fisiologico immediato inquadrabile come ansia, ci spinge inesorabilmente e aprioristicamente a conformarci, ad “intonarci” all’altro, al diapason come ho scritto in Spectra, ad anteporre il gesto o la parola che secondo noi gratificano l’altro a quelli che veramente sentiamo propri e desidereremmo esibire nella loro immediatezza e spontaneità: questo anteporre è il comportamento, l’educazione, la normalità stessa, è l’umano contrapposto alla bestialità, all’animalità.
Alla nascita ci viene già insegnato cosa dire e fare: e da chi se non dalla famiglia? Chi ci ha dato il primo boccone di carne? Chi ci ha parlato del lupo cattivo e del babau? Chi ci ha detto che la mucca produce il latte che ci fa bene?
Come nel battesimo religioso, inconsapevoli, impauriti, impotenti e disarmati subiamo parimenti l’investitura di un universo simbolico e linguistico atto a reiterare e a rimarcare i confini e i percorsi dell’ambiente e della società in cui nasciamo: non abbiamo che da intraprendere il cammino ma ogni direzione ci porterà a muoverci inesorabilmente entro i confini di questo universo; ogni nostro piccolo passo tra le cose del mondo sarà una implosione di significato e una metastasi simbolica, un tentare di riempire di acqua un vaso che abbiamo disegnato sulla carta (per usare un’immagine dello psichiatra e psicoanalista Ignacio Matte Blanco) ed è quello che poi facciamo anche con l’animale.
In questo universo simbolico che potremmo paragonare alla
Langue di de Saussure come prodotto storico e sociale il nostro bisogno di sicurezza non può che muoversi come assoluta astrazione lungo le direttive congruenti e assimilanti della metafora (asse paradigmatico) e della metonimia (asse sintagmatico) che vengono ad assumere così a livello sociale le funzioni della Verdichtung (condensazione-introiezione) e della Verschiebung (spostamento-proiezione) freudiane. Queste sono i segnavia, le “mappe” e i guardrail che la cultura adopera in modo da delimitare e recuperare ogni nostra deviazione, ogni nostra di-vergenza: sono dei veri e propri documenti di circolazione, lasciapassare che noi ci portiamo sempre appresso lungo i viadotti e le autostrade che la formazione, l’educazione, la socializzazione e la partecipazione hanno asfaltato e allargato affinché ci muovessimo comodi e sicuri senza intralciarci a vicenda, senza incontrarci se non nei caselli o negli ingorghi affinché la nostra esistenza quotidiana fluisca nella completa efficienza e non abbia mai da pensare. Noi inconsapevolmente apparteniamo alle figure retoriche in quanto Langue.
La figura retorica, per così dire, allestisce il salotto, il boudoir dove noi tranquillamente e borghesemente prendiamo il the delle cinque assieme all’animale macellato e al nostro vicino; allora, con strabiliante numero di prestigio faccio sparire l’animale ed il repertorio è vario e va dalla “carne felice”, all’allevamento sostenibile, all’usignolo di Keats di cui ho già detto altrove ma che qui potremmo ricordare in triste epicedio come ucciso dalla stessa penna del poeta: del povero usignolo non ci è rimasto nulla neanche qualche penna sulla nuda terra; si è trasformato nel dolore e nella solitudine del poeta e invano illudiamoci che la poesia lo abbia reso immortale: è un’illusione umana e specista, è metafora, 
il “più di senso” che in verità è un “non senso”.4
Più subdola la funzione della metonimia che, come spostamento, sposta il focus della significazione ed è la via più semplice per sublimare, per eludere la censura e quindi ha una funzione di primo piano nell’intento pedagogico, politico e ideologico del discorso: in un certo qual modo, pilota, ritarda e disturba la significazione apportandone, tutto sommato, solo un “poco di senso”.
Metafora e metonimia diventano così i dolcetti che accompagnano il the e allietano la compagnia: subdole si insinuano col loro prestigio letterario e artistico e con l’effigie del poeta nel nostro pensiero e qui si trasformano senza dar sospetto in comportamento pregiudizievole e specista.
Le distorsioni e surdeterminazioni del significante in questi processi semantici sono considerevoli: pensiamo anche alle altre figure retoriche come la perifrasi, l’eufemismo, la litote, l’iperbole, l’ellissi, la silessi (zeugma), la sineddoche, tutti strumenti altamente funzionali al controllo di un messaggio che si infiltrano e manipolano ideologicamente la 
letteratura, i modi di dire quotidiani, gli aforismi, i detti popolari, le fiabe, le filastrocche, i moti di spirito, infamando, degradando, disprezzando l’animale o rendendolo, nei migliori dei casi, prodotto artistico fruibile dall’uomo: tali strumenti servono al sistema e alla società per sentirsi a proprio agio e a casa propria nella sofferenza e nella morte animale.
Spesso nel discorso quotidiano così intriso di specismo e sangue animale dal buongiorno del mattino alla buonanotte di chi si corica ci è difficile monitorare un processo che ahimè ci è ancora familiare e automatico soprattutto quando siamo presi con la mente in altre occupazioni e nei ritmi assurdi di oggi: ma è assolutamente importante tentare il possibile per estirpare ed estinguere completamente certi vizi e abitudini linguistiche che, inverosimilmente hanno ben più forza e potere di quello che noi crediamo; dobbiamo convincerci che le parole non sono entità astratte ma sono vera e propria materia che in input e in output determinano il mio e l’altrui comportamento e, spesso, la morte di un terzo al quale non interessa assolutamente che l’io e l’altro vadano d’accordo, condividano le stesse opinioni o se, in nome di una demagogica libertà di pensiero e di opinione, si sopportino a vicenda. L’animale non deve essere un martire della libertà di pensiero umana.
La figura retorica offe quindi un consistente supporto alla cultura, ne garantisce un’elasticità e flessibilità, è lo sterno che ne protegge il cuore sociale dalla minaccia antispecista che ne mina i fondamenti e i campi semici: al minimo segnale d’allarme inizia il suo febbrile lavoro d’ideazione poiché , davanti ad ogni situazione di incertezza e ambiguità, il pensiero innesca un processo di simbolizzazione e astrazione volto ad un rapido ed efficace controllo, recupero e riassestamento della situazione.
Alla fine, tale morboso processo simbolico genera o va a rafforzare delle categorizzazioni e delle associazioni finalizzate e congruenti con la Langue ossia con la società divenendone organo funzionale quale pratico, economico (in termini di energia psichica) ed efficiente organizzatore mnestico “ideologico”.
Lo abbiamo già visto in
Veganesimo e famiglia, la denuncia antispecista mette la società difronte al suo reale rapporto con l’animale, un rapporto violento e distruttivo e questa inesorabilmente risponde con un comportamento che potremmo senz’altro paragonare al vero e proprio complesso col suo rapido proliferare di associazioni molto superficiali spesso negative (nel senso del negativismo bleueriano come compulsione a produrre associazioni contrarie), un complessivo abajssement du niveau mental, la fascinazione e la distraibilità del discorso.
C’è un piccolo particolare: come residuo dell’intero processo avremo il collasso del singolo stimolo (in questo caso il povero animale) sotto il peso della surdeterminazione simbolica: al posto dell’animale avremo uno
Spectrum.
Ora noi, ricorrendo acriticamente e di continuo ai modi in cui la Langue ci presenta l’animale nel discorso quotidiano, nella barzelletta, nella battuta di spirito, l’aforisma, l’allegoria, il detto popolare, il commento razzista o sessista ma anche nella letteratura, nel cinema, la pittura, la pubblicità etc. non facciamo altro che rafforzare la posizione che la nostra società e cultura hanno destinato all’animale, un destino di completa reificazione, mercificazione, sottomissione e subordinazione all’uomo.
A livello semantico poi, un uso reiterato, continuativo e tra l’altro pregiudizievole delle immagini dell’animale che la società e la tradizione ci mettono a disposizione sempre con un preciso intento e interesse non fa che renderle più familiari e piacevoli rafforzando così la congruenza e la stabilità di quella data visione dell’animale e l’
effetto priming che inesorabilmente lega quest’ultimo al suo stesso sfruttamento; non fa che rendere ancora più dominanti e funzionali quelle immagini e le relazioni associative che intercorrono tra esse inibendo fortemente quasi a sopprimere le forze antinomiche volte, sul fronte opposto, a liberare e ad emancipare l’animale dall’egemonia umana: è l’inibizione di un pensiero alternativo e libertario, è il suicidio dell’antispecismo.

Note:

1 W. F. NIETZSCHE, Verità e menzogna in senso extramorale, in Opere, vol. III, t. Adelphi, Milano 1980, pag. 361

2 RODRIGO CODERMATZ, Spectra. La struttura bi-logica dello specismo, Grado 2016

3 RODRIGO CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, Grado 2014

4 RODRIGO CODERMATZ, Le sbarre della metafora, in Volare! a cura di Animalisti FVG, Pordenone 2016

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