Tag

, , ,

 di Rodrigo Codermatz

tenco-2-016

Cara maestra, un giorno m’insegnavi
che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;
ma quando entrava in classe il Direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti…

Mio buon curato, dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri, della povera gente
però hai rivestito la tua chiesa, di tende d’ oro e marmi colorati
può adesso un povero che entra sentirsi come fosse a casa sua

Egregio sindaco, mi hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente, vincere o morire
ora vorrei sapere come mai, vinto non hai eppure non sei morto
al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire

(Luigi Tenco, Cara Maestra, 1965)

Stiamo lasciando Santo Stefano Belbo. Ogni tanto, io e Tamara ci ritorniamo per rivedere amici e i luoghi di Pavese: ormai, questi posti, li conosciamo bene e ne abbiamo dei bellissimi ricordi da quando ci andammo la prima volta, in treno, da giovani studenti nella primavera del 1991 ché Tamara leggeva Pavese e ne era innamorata. Ma questa volta siamo in compagnia dei miei genitori: non erano mai stati da queste parti. È un bellissimo tardo pomeriggio di giugno: il sole è ancora alto che lasciamo Santo Stefano Belbo, passando sotto il Nido, davanti la Morra e la casa del Nuto sulla provinciale. Mi dispiace rimettermi in autostrada così presto: sembra di lasciare una festa sul più bello, proprio quando queste colline si accendono dei colori più evocativi. L’altra volta, tra una barbera e l’altra, siamo partiti alle dieci di sera. Chiedo a Tamara di vedere sulla cartina (ho un ritardo congenito sul progresso tecnologico e ne vado fiero) la strada per Ricaldone; voglio fare una sorpresa a mia madre: portarla sulla tomba di Luigi Tenco. È grazie a lei, infatti, che Luigi Tenco c’è sempre stato nella mia vita, sin da bambino. Mi ricordo del vecchio giradischi verde nel trumeau in salotto: nei lunghi pomeriggi d’inverno passavo ore assieme al nonno Alfredo e con un numero di Guarda e scopri gli animali sulle ginocchia a “far andare” i dischi: Teddy Reno, Don Backy, Celentano, Mina, la Caselli, Petula Clark, Connie Francis, vecchi 45 giri della RCA, della Fonit Cetra, tutti senza copertina in fila in un portadischi di legno, ognuno con il suo numero come nel Jukebox. E poi una sera scoprii Una lacrima sul viso di Bobby Solo e lo riascoltai così tante volte che, ad un certo punto il giradischi, emesso un piccolo segnale di fumo, si arrestò per sempre. Avevo sette anni. Di lato, alcuni 33, quelli sì con le loro belle copertine; ce ne era una, in particolare, con un bel primo piano e due occhi che mi fissavano: era “Tenco” della RCA, anno 1966.

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della sua tragica e misteriosa  morte: mia madre dice sempre di come le era apparso strano il suo sguardo quella sera in tv sul palcoscenico di Sanremo mentre cantava Ciao amore ciao poco prima di morire; tanto che glielo aveva fatto notare anche a mia zia e non si dava pace: era rimasta così male poi alla tragica notizia, si sentiva quasi colpevole per quel suo presentimento.

tenco-2-013

Tra le sue cose custodisce gelosamente una piccola lettera del parroco di Ricaldone: gli aveva scritto e mandato dei soldi pregandolo di porre in sua vece un mazzo di fiori sulla tomba del cantante e, l’anno dopo, per una messa in suo suffragio; il parroco le riferisce di aver esaudito i suoi desideri. Senza dir niente devio il percorso e mi inoltro nel Monferrato, su e giù per le colline: mio padre è perplesso e si sta chiedendo dove sia mai l’autostrada. Raggiungiamo il piccolo paesetto su un’altura e mia madre legge il cartello “RICALDONE” e dice – oh! Il paese di Tenco! –

SONY DSC

Il cimitero è piccolo e il corpo di Luigi Tenco riposa in un loculo: il bellissimo tramonto d’estate diventa un momento triste e noi stiamo qualche secondo in silenzio davanti la sua foto, la sua solita espressione e quel suo sguardo. Nella mia testa risuona Preghiera a gennaio che Fabrizio De Andrè scrisse per la sua morte:

Signori benpensanti
Spero non vi dispiaccia
Se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
Soffocherà il singhiozzo
Di quelle labbra smorte
Che all’odio e all’ignoranza
Preferirono la morte

(F. De André, Preghiera a gennaio, 1967)

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c’è il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent’anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao

(Luigi Tenco, Ciao amore ciao, 1967)

Se potessi amore mio
Ti darei tutto
Quel che vedo
Ma posso darti
Solo quel che ho io
E purtroppo
Non è gran cosa

(Luigi Tenco, Se potessi amore mio, 1965)

Vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
vedrai, vedrai
no, non son finito sai
non so dirti come e quando
ma un bel giorno cambierà. (Luigi Tenco, Vedrai vedrai, 1965)

Annunci