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di Tamara Sandrin

In questi giorni ho letto sui social e sul web dello stupore animalista per la scoperta dell’esistenza di preti cacciatori. Questo stupore nasce, a mio avviso, dalla dimenticanza della storia delle religioni in genere, della chiesa e del cristianesimo, che, al pari di molte altre, si è sempre configurata come una religione bionegativa e ostile alla vita.
In tutte le religioni (buddhismo compreso) e in tutti i tempi, sono esistiti (ed esistono tuttora) i sacrifici animali; gli officianti, i sacerdoti, quasi sempre coincidevano con i boia, i macellai: nella Grecia classica, per esempio, culla della nostra civiltà, i templi erano dei veri e propri mattatoi che operavano a pieno ritmo, dato che il consumo di carne era strettamente e religiosamente regolato, ma non moderato. Ancora oggi nelle civiltà rurali e persino nelle realtà contadine dei nostri “civilissimi” paesi, sopravvivono questi sacrifici in onore di santi, patroni e /o festività religiose varie (anche non strettamente cristiane, ricordiamo a esempio i festeggiamenti agresti per la fine della mietitura, della vendemmia, ecc., che hanno sicuramente una radice pagana), dove il sacerdote è sempre presente pur non coincidendo più con l’esecutore materiale dell’assassinio, dello squartamento e della dissezione della vittima. Oggi come allora al sacerdote è riservata la parte migliore e il posto d’onore nella mensa “sacra” e conviviale: spesso è proprio la tavola imbandita il luogo dove si rivelano le prime gerarchie sociali, familiari e parentali. Possiamo ricordare ancora i banchetti nuziali o quelli funebri o il sacrificio animale per eccellenza in ambito cristiano, la pasqua, dove l’agnello non viene più sgozzato sull’altare della chiesa, ma vi è un invito figurato pressante e continuo a farlo nel chiuso del mattatoio, per poi consumarne le carni nell’allegria della festa familiare.
In quest’ottica, perciò, non c’è da stupirsi di trovare preti cacciatori, grassi e “buongustai”; è piuttosto stupefacente invece incontrare preti sensibili alla questione animale, quasi impossibile trovarne anche uno solo antispecista e vegano (ricordiamo che neppure san Francesco, istituito come protettore degli animali, era vegetariano).
Se, per chi crede in quel baraccone che è la chiesa, può sembrare legittimo porre delle istanze, chiedere agli alti ranghi ecclesiastici che quei preti cacciatori siano rimossi dal loro ruolo, per un antispecista, invece, è assurdo cercare di confrontarsi, chiedere udienza e aiuto a tale istituzione, che si fonda sempre e comunque su una gerarchia che pone gli animali molto al di sotto dei suoi gradini più bassi (come d’altronde tutte le istituzioni umane).
Perciò l’iniziativa di quegli attivisti che hanno tappezzato un paese con manifestini in cui intimavano al parroco di confessarsi appare ingenua quanto risibile: in questo caso altre azioni sarebbero state più consone e utili.
Come, altresì, appaiono ingenui e risibili gli entusiasmi animalisti per un papa che rinuncia all’ermellino per raccontare poi dei suoi sogni infantili di diventare macellaio (e questo coincide con quanto detto sopra) o che promulga un’enciclica come “Laudato sii” che appare, al punto in cui ci troviamo, troppo tardiva per redimere secoli di conduzione politica della chiesa antropocentrica e repressiva, rivelandosi invece come un’ottima azione di marketing per tirare a lustro un’immagine del papato ormai opaca.

L’antispecismo, come dicevo, non dovrebbe misurarsi con queste istituzioni, religiose e laiche, politiche ed economiche, perché “sono varietà dell’assolutismo” in quanto fanno della gerarchia e del dominio del forte sul debole le loro fondamenta e tendono sempre alla conquista del potere.
La liberazione animale dovrebbe intraprendere altri percorsi, altre strade, che portino alla liberazione totale, fisica e intellettuale, a una libertà sovrana, creativa e responsabile dove non sia più necessario “levarsi il cappello” e inchinarsi chiedendo compermesso.

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