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La vera storia dell’ornitologo di Alcatraz

di Tamara Sandrin

Articolo pubblicato in Volare!, a cura di Animalisti FVG, Pordenone 2016 e qui.

L’uomo di Alcatraz” è un film di John Frankenheimer1 su un ergastolano, che ritrova la sua dignità di uomo studiando altri ergastolani, gli uccelli: la pellicola offre molteplici spunti di riflessione sulla prigionia, è interessante perciò analizzarne in dettaglio la trama per poterli evidenziare meglio.
Il film, basato sulla biografia scritta da Tom Gaddis, narra la vita di Robert Stroud (interpretato da Burt Lancaster) giovane condannato a dodici anni per omicidio colposo per aver ucciso un uomo che aveva picchiato una prostituta. Durante la sua reclusione si macchia inoltre di altri reati, aggressioni, estorsioni, ecc. perciò viene trasferito dal penitenziario dell’isola di McNeil, nello stato di Washington, alla prigione di Leavenworth nel Kansas, soprannominata dai carcerati “Big Top”, espressione che indica il tendone più grande del circo.
Appena arrivato il direttore Harvey Shoemaker (Karl Malden) lo avvisa:

Con o senza la tua collaborazione io intendo fare un uomo di te, prima che tu esca da qui. Ti adeguerai alle nostre idee sul modo di comportarti, imparerai la lezione ora o ci metterai cinque anni, ma la imparerai.

Il nome della prigione “il circo” ci indica subito dove ci troviamo: un luogo di reclusione dove, con l’uso sistematico di violenze fisiche e psicologiche e con la segregazione, la volontà dei prigionieri viene annullata affinché il loro comportamento si adegui alle rigide regole sancite dai “domatori”, affinché essi ballino al tempo di una musica alienante e senza la possibilità di ribellione.
Così la vita di Stroud a Leavenworth inizia con trenta giorni di cella di isolamento: solo e al buio lascia persino che i ratti gli camminino sul corpo.
Robert Stroud è refrattario all’autorità e il suo comportamento non riesce a conformarsi alle regole, l’unico affetto che sembra mostrare è verso la madre ed è a causa di questo affetto, quasi morboso, che finisce per uccidere una guardia, Kramer, mentre nel refettorio una banda composta da detenuti suona un’aria festosa che ricorda proprio le fanfare del circo.
Non dimostra alcun rimorso per questo omicidio e in un colloquio con il direttore Harvey mette di nuovo in evidenza come la condizione dei detenuti sia la stessa degli animali:

Harvey – Nessun rimorso, eh? Nessuna pietà, come un animale…
Robert – E non sono fatte per loro queste gabbie?

Stroud viene condannato a morte per l’omicidio di Kramer, ma la madre si batterà e otterrà dal presidente Wilson la grazia per Robert. La condanna a morte viene commutata in ergastolo, ma il procuratore generale e il direttore Shoemaker decidono che dovrà passare il resto della sua vita in isolamento: non potrà lavorare, non potrà avere contatti con gli altri detenuti, l’unico collegamento con il mondo esterno sarà sua madre.
Durante una delle passeggiate settimanali trova un nidiaceo caduto a causa del temporale e lo raccoglie. Inizia a occuparsi del passerotto, lo nutre, lo cresce, lo cura, gli insegna a volare e a fare altri “esercizi”: per esempio a trainare un carretto e ad aprire una gabbia ed entrarci! Si è occupato con amore e dedizione di una creatura indifesa per poi istruirlo a compiere delle azioni innaturali e umilianti, paradossalmente insegna al passero la vita del galeotto e lo abitua alla reclusione, alla gabbia.
Occupandosi dell’uccellino la sua rabbia e il suo rancore hanno trovato una valvola di sfogo: finalmente le giornate in isolamento non sono più così solitarie e inutili.
Quando ottiene il permesso di tenere il passero dal nuovo direttore della prigione, anche altri detenuti chiedono e ottengono di poter avere dei canarini: il reparto dell’isolamento risuona di cinguettii, nelle gabbie ci sono altre gabbie, dei reclusi portano conforto ad altri reclusi. Ma non sembra esserci comprensione reciproca: il pianto dei canarini è percepito come musica lieta, canto di vita, mentre in realtà dovrebbe suonare come il canto blues degli schiavi in catene.
Ben presto alcuni detenuti si stufano dei loro canarini e li affidano a Stroud: i canarini iniziano ad accoppiarsi e a riprodursi:

Robert – Ci sarà un po’ di procreazione qui in giro […] nuova vita, nascite!
Ramson (la guardia) – In una prigione?
Robert – Già!
Ramson – Beh, penso che a loro non importi: i canarini sono sempre stati in gabbia.

Quest’ultima affermazione di Ramson (interpretato da Neville Brand) sembra far riflettere Stroud che spinge il suo passero ad andarsene:

Avanti, là fuori puoi ruzzolare nella polvere, danzare alla musica del violino, veder crescere l’erba […] L’aria è più leggera, le notti passano in fretta e intanto il tempo corre. Non vuoi mica fare il galeotto per tutta la vita? Tu sei un nobile passero, quindi vola in alto, vecchio, va’ fuori e mordi le stelle per me. Trovati una bella moglie e metti su famiglia.

È chiara l’identificazione tra Robert e il passero: attraverso di lui potrà essere libero, potrà volare con lui e assaporare la vita che gli è negata, ma mentre pronuncia queste parole vediamo sul suo volto l’ombra delle sbarre, claustrofobico simbolo della sua condizione fisica e mentale.
Robert Stroud si rende conto che, come l’uomo, un uccello non può vivere rinchiuso, ha bisogno di spazi immensi, ha bisogno di respirare, di bagnarsi di pioggia, di amare e di avere paura. Ha bisogno di autodeterminarsi, di regolare la sua vita in base ai suoi desideri e non in base a rigide regole. Si rende conto che un individuo, che sia uomo o passero, non può essere proprietà di un altro individuo, non può essere una marionetta nelle mani di un burattinaio, non può essere solo un oggetto vivente addestrato senza volontà né identità. Purtroppo, però, non riesce a giungere alle stesse conclusioni per quanto riguarda la vita e l’essenza dei canarini. Non solo: non riesce nemmeno a rendersi conto che la prigione costituisce un sistema repressivo che non coinvolge solo i detenuti, ma anche le guardie, il personale che lavora nella prigione, il direttore e l’intera società.
Con le guardie continua a comportarsi in modo glaciale, anaffettivo, come se fossero solo delle macchine burocratiche e non persone: non è conscio, come dicevo, che il sistema carcerario oltre a modificare i detenuti, a modificare la loro percezione della realtà, pesa anche sulla vita di chi sta dall’altra parte delle sbarre. È significativo infatti che in molte scene del film vediamo sia Stroud che la guardia Ramson attraverso le sbarre, come a dire che sono entrambi prigionieri.
Davanti a un uccello in gabbia siamo nelle stesse condizioni di una guardia: siamo i suoi custodi e i suoi carcerieri, rispondiamo di lui al mondo, ma ingabbiamo noi stessi in una spirale fatta di sbarre, becchime e di voli non volati. Quando guardiamo un uccello libero in volo, noi ci libriamo con lui e con i suoi occhi possiamo guardare il cielo o il sole e sentire l’aria che gli accarezza le piume, la nostra mente è libera. Invece guardando un uccello in una gabbia vediamo sempre prima le sbarre e poi lui: la nostra visione del mondo, al pari della sua, è frammentaria, interrotta dal ripetersi parallelo delle sbarre.
Robert Stroud penserà di rendersi libero proprio grazie ai suoi piccoli prigionieri, ergastolani senza colpa né processo. Inizia a costruire gabbie per i canarini che si riproducono rapidamente: come in un gioco di scatole cinesi la gabbia di un prigioniero si riempirà di piccole gabbie con piccoli prigionieri, in un moltiplicarsi di sofferenza non riconosciuta.

Segregato dal mondo, privato del diritto fondamentale dell’uomo di generare la propria progenie, Stroud dette vita con le sue bestiole a un mondo in miniatura. E poiché era un mondo sicuro e poiché egli sapeva che essi non gli si sarebbero mai rivoltati contro, nacque in lui un profondo ma segreto amore per i canarini, mentre egli ne osservava il ciclo dell’amore, dell’accoppiamento e della procreazione.

Queste parole di Tom Gaddis, voce narrante del film, ci fanno ben capire cosa possa essere la vita in una gabbia: un mondo in miniatura, sicuro ma fasullo, in cui l’uomo si rispecchia e vive per procura, di cui gioisce in quanto padrone incontrastato. Robert ama i suoi canarini perché non teme nulla da loro: dipendono da lui, non sono in grado di ribellarsi, ciò che possono fare è mangiare, dormire e riprodursi in un continuo ripetersi di un ciclo vitale senza scopo, crudele e perverso perché produttore di generazioni di schiavi.

 Un giorno accade un fatto inaspettato nella vita di Stroud: il passero, che aveva allevato e nutrito come una mamma, che aveva amato e curato, che aveva addestrato e infine liberato, torna alla prigione:

Vita dura là fuori, la prigione è più sicura. Sei un galeotto a vita, come me…

Questa l’amara riflessione di Robert alla vista del passero, che era stato incapace di riadattarsi alla vita libera e selvatica.
Le sbarre non rinchiudono solo materialmente la vita, il corpo dell’uomo e degli uccelli e di tutti gli altri animali imprigionati, ma plasmano la mente precludendo ogni alternativa, ogni possibilità di cambiamento. Quando imprigioniamo un altro essere vivente dovremmo renderci ben conto di questo: il danno non è solo momentaneo, non è rimediabile, cambiamo per sempre il suo destino. Non leghiamo solo le sue ali, ma chiudiamo per sempre i suoi occhi e il suo cuore, oscuriamo il suo pensiero, spegniamo i suoi istinti, annulliamo la sua mente e i suoi desideri.
Purtroppo il passero fa ritorno in prigione per morirne: come Robert non ha saputo dare ascolto ai consigli, la paura della libertà è stata più forte di qualsiasi altra emozione.
Tra i canarini della prigione si diffonde una malattia mortale per cui all’epoca non esisteva ancora una cura: la setticemia. La morte dei canarini crea molto sconforto sia tra i detenuti che tra le guardie: le bestiole facevano “sentire bene” un po’ tutti, avevano portato la vita, il fantasma di una vita, all’interno di un organismo calcificato, mummificato.
Robert non si dà per vinto e inizia a studiare per trovare una cura per salvare i canarini: pulisce e sterilizza le gabbie e la cella, consulta testi e manuali, sperimenta sui piccoli malati combinazioni di farmaci e prodotti chimici. I canarini continuano a morire, ma infine dopo innumerevoli prove Robert Stroud trova la cura per la setticemia e invia il risultato dei suoi studi ed esperimenti a una rivista specializzata, divenendo famoso tra i proprietari di uccelli.
Robert si appassiona allo studio degli uccelli e grazie a Ramson, la guardia, che gli regala un microscopio e al medico del carcere, che lo appoggia e lo stima, continua e approfondisce la sua conoscenza delle malattie aviarie trovando la cura per diverse malattie (setticemia emorragica, difterite aviaria, aspergillosi, colera aviario, paralisi del pollame, ecc.). Diviene infine la maggiore autorità in questo campo pubblicando il suo libro “Trattato Stroud sulle malattie degli uccelli”.
È notevole che il più grande ornitologo del mondo, o uno dei più grandi, sia stato un recluso, un ergastolano: nemmeno la condizione della prigionia ha permesso a quest’uomo di svincolarsi da una visione antropocentrica e di guardare agli uccelli, i canarini, il pollame e gli uccelli “da compagnia” in particolare, quali suoi pari, quali compagni di sventura. Abbiamo già visto come abbia riempito la sua gabbia di gabbie, trasformando la prigione in una matrioska: reclusione dentro reclusione, dal direttore alle guardie, dai detenuti agli uccelli, prigionieri ingabbiati in gabbie sempre più anguste.
Ma pensiamo ora a questi canarini: certamente per loro essere in una o in due o in dieci gabbie una dentro l’altra, non fa differenza; loro vedono le sbarre della loro minuscola gabbietta e in quella prigione devono costruire il loro nido e la loro vita, che viene scandita dalla volontà dell’uomo. Nessun rischio per loro, ma nemmeno nessuna emozione se non la nostalgia per mondi ed esperienze mai conosciuti, se non una tristezza infinita per cieli mai attraversati, per voli mai compiuti, se non una piccola morte che ha le stesse dimensioni dell’apertura delle loro ali, la stessa dimensione della loro gabbia, loro nido e loro tomba: veramente possiamo pensare a questi canarini come a degli uccelli a una dimensione.
Se i canarini non hanno la percezione della molteplicità delle gabbie, noi invece la cogliamo, dolorosa e opprimente, e ci lascia attoniti il fatto che i detenuti non sembrano rendersi conto della situazione paradossale in cui vivono e in cui fanno vivere le loro “amate bestiole”.
Il paradosso che ho evidenziato passa inosservato allo spettatore comune che, in genere, vede in Stroud un vero e sincero amante degli uccelli, ma non può sfuggire a uno sguardo antispecista.
È innegabile che il film lo dipinga come un personaggio positivo, tanto che alla sua uscita si opposero le autorità carcerarie asserendo che il vero Robert Stroud rimase sempre un uomo volubile, ribelle e violento e non mite e pacato come lo interpretò Burt Lancaster.
Nonostante la pubblicazione dei suoi studi sia un chiaro segno di riabilitazione, Robert non ottiene nuove possibilità di scarcerazione perchè

È convinto di essere un mondo a parte, come se noi fossimo il suo corpo personale di sussistenza…2

non ha saputo adeguarsi, non ha ballato al ritmo prestabilito, non ha imparato gli esercizi. In un certo senso, probabilmente senza cattiveria e premeditazione, si è calato lui stesso nei panni di un carceriere istituendo un suo penitenziario privato con i suoi prigionieri da spostare di cella in cella, da sfamare e far riprodurre, da studiare, proteggere e curare. Lo studio e la cultura lo hanno reso famoso e ancor più pericoloso di quando è entrato in carcere molti anni prima: la cultura ha, in qualche modo, placato la sua rabbia, ma ha aumentato la sua consapevolezza sulla sua situazione, ha accresciuto la sua autodeterminazione e amplificato la sua personalità.
Ma l’annientamento dell’individualità e della personalità è lo scopo principale e il sistema più sicuro del sistema totalitario della domesticazione e dell’addestramento, basti pensare alle pratiche di privazione e frustrazione usate con gli animali, selvatici e non, umani e non, per privarli completamente della volontà e piegarli a compiere qualsivoglia esercizio per ottenere la soddisfazione dei bisogni vitali. Un animale terrorizzato, annoiato, senza alcun altro orizzonte che le sbarre della gabbia, è dominabile. Ma nel momento in cui un qualsiasi stimolo riesce a risvegliare la sua personalità selvatica e indomita, diventa pericoloso perché è in grado di ribellarsi e reagire.
L’assenza di stimoli del sistema carcerario, umano e animale, rende più semplice il compito dei carcerieri.
Per neutralizzare la sua potenzialità eversiva, Robert Stroud viene improvvisamente trasferito ad Alcatraz, l’isola degli uccelli, una fortezza più che una prigione, dove vige un regime molto rigido, dove tutto è lindo e asettico, dove le celle sono affiancate una dopo l’altra come le gabbie di uno zoo, poste una sopra l’altra come cellette di uno stabulario o di un allevamento di polli, affacciate su corridoi in modo da rendere costantemente visibili i detenuti, dove la segregazione significa anche obbligo tassativo di silenzio. Tutta l’isola è una prigione: anche le guardie e il personale ci vivono con le famiglie.
Ad Alcatraz Robert ritrova il vecchio direttore di Leavenworth, Harvey Shoemaker. Anche lui è stato carcerato a vita; da una parte o dall’altra delle sbarre, la condizione sembra essere simile: Robert è stato imprigionato nel corpo, ma è riuscito a crescere ed evadere con la mente; Harvey ha portato, come accennavo prima, le sbarre dentro la sua mente e ha ingabbiato il suo pensiero senza dargli possibilità di evoluzione e approfondimento.
Ad Alcatraz Robert non può tenere gli uccelli, perciò abbandona gli studi di ornitologia e si dedica allo studio della giurisprudenza, della storia e delle lingue e scrive un libro sulla storia delle prigioni, “una storia di uomini in gabbia anziché di uccelli; e di cosa gli fa la prigione”, una storia di “malversazioni, corruzioni, stupidità e sadismo”. Una storia di animali in gabbia, direbbe un antispecista, uguale per tutte le specie, uguale per tutti gli individui imprigionati.
Robert Stroud, col suo libro, vuole dimostrare che un carcerato non può essere riabilitato da un sistema carcerario che punta solo alla “sedazione” del detenuto attraverso la noia e l’inattività e la feroce regolamentazione della vita quotidiana, vuole dimostrare che la scienza penale ha fallito proprio perché, come si diceva prima, priva i detenuti dell’individualità:

Voi private i prigionieri della cosa più importante nella vita: la loro individualità. Sono perduti all’esterno, sono automi che solo apparentemente vivono. Ma dentro di loro vi è un odio profondo per ciò che gli avete fatto. Appena in grado di attaccare la società lo fanno.

Sono parole forti e toccanti, quantomai adatte a descrivere la condizione di un uccello in gabbia, di un prigioniero in uno zoo, di uno schiavo in un circo, di un forzato in un allevamento: tutti individui uguali, senza un carattere, senza scintilla vitale, occhi spenti, menti vuote, cuori che non battono, automi che si muovono come giocattoli caricati a molla. Cantano, ballano, camminano avanti e indietro, si dondolano, mangiano, bevono, dormono, fanno la pipì e la cacca, i più fortunati si accoppiano, fortunati perché non sono soli, più disgraziati degli altri perché mettono al mondo altri schiavi. “Sono perduti all’esterno” perché sono talmente snaturati da non poter più sopravvivere da soli, fuori dalla gabbia, totalmente e tragicamente dipendenti dall’uomo, animali a strisce perché le sbarre hanno ormai segnato la loro pelle, la loro carne e la loro anima.
Ma in fondo al loro animo, nelle pieghe dei loro intestini, nelle anse dei loro cervelli, forse – e questa è una speranza – c’è ancora uno sprazzo di odio pronto a esplodere e distruggere chi li ha distrutti.
Nel 1959, dopo quarantasette anni di segregazione, Robert Stroud viene trasferito in un’altra prigione, a Springfield, dove potrà assaporare una pennellata di libertà: avrà una stanza senza serratura e un giardino di duecento ettari dove passeggiare. Durante il trasferimento incontra per la prima volta il suo biografo Tom Gaddis:

Robert – Sarà un ottimo posto per viverci finché non mi rilasceranno.
Tom – Lo so. Viva giorno per giorno.
Robert – Lei l’ha detto. Libero come un uccello…

Sì, libero come un uccello in una voliera con altri uccelli, anziché in una gabbietta da solo.

Note:

1 The birdman of Alcatraz, regia di John Frankenheimer, USA, 1962. Cast: Burt Lancaster (Robert Stroud), Karl Malden (Harvey Shoemaker), Thelma Ritter (Mrs Stroud, la madre di Robert), Telly Savalas (Gomez), Neville Brand (Ramson), Hugh Marlowe (Comstock), Betty Field (Stella Johnson), Edmond O’Brien (Tom Gaddis).

2 Il direttore di Leavenworth, Mr. Comstock al medico della prigione.

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