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portrait_of_keats_listening_to_a_nightingale_on_hampstead_heath
di Rodrigo Codermatz

Articolo già pubblicato in Volare!, a cura di Animalisti FVG, Pordenone 2016 e sul sito NoSagraOsei.

Una colomba avevo, dolce, che morì,
Morì, ne son convinto, di dolore,
Ma perché soffrisse non lo so. I piedi
Avea legati, i piedi suoi dolci, piccoli, rossi,
Ma con seta intessuta di mia mano.
Perché morire, perché lasciarmi qui a chiamarti invano?
Vivevi sola, sull’albero nella foresta,
Non avresti potuto con me vivere a festa?
Spesso ti baciavo e ti davo bianchi baccelli,
Perché non vivere dolcemente, come tra i verdi arbuscelli?
1

La gabbia, cielo interrotto tra due sbarre di ferro è l’ultima metamorfosi paradossale del nostro colloquio coll’animale, quando aiutati da poeti e romanzieri, pittori e scultori, incitati da filosofi e mistici abbiamo posto ciascuno la nostra sbarra sovraccaricando l’animale delle nostre paure, angosce, dei nostri sogni e desideri, della nostra rabbia, della nostra gravità: gli abbiamo tolte le piume, il pelo, i colori e la pelle e l’abbiamo rivestito di metafore, sineddoche, catacresi, allegorie, di letteratura che ha fatto dell’usignolo, uccello “di tutti il più musicale e malinconico”!2
E non dovremmo allora dire con Samuel Taylor Coleridge –Malinconico? Vano pensiero! Nulla v’è di malinconico nella natura!– e stendere, come egli consiglia, le nostre membra sulle sponde di un ruscello e, come il suo tenero figlioletto che incapace di suoni articolati storpia le parole col suo balbettio imitativo, porre la mano accanto all’orecchio e, coll’indice puntato, imporci d’ascoltare?3

Udivo una miriade di suoni confusi,
mentre me ne stavo sdraiato in un boschetto…
Gli uccelli a me d’intorno saltellavano per gioco,
E pur non sapendo leggere nei loro pensieri,
Il loro minimo sussulto
Mi sembrava un guizzo di piacere
4

Invece noi lo carichiamo delle nostre sventure chiudendolo tra pareti che noi ci portiamo dentro, ne facciamo il nostro confessore, il nostro medico, la spalla dell’amico sulla quale piangere un desiderio insoddisfatto, un sogno infranto, una giovinezza andata, un amore perso, sulla quale sfogare la nostra rabbia quando, come Keats, gridiamo all’usignolo

…troppo felice nella tua felicità
………………………………………………
Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:
La stanchezza, la malattia, l’ansia
Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,
Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,
Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,
Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,
E la disperazione regna, dalle ciglia di piombo,
Dove la bellezza vede spenta la luce dei suoi occhi
E l’amore nuovo non riesce a piangerla oltre il domani
……………………………………………….
Non sei mica nato per morire, tu, uccello immortale!
……………………………………………….
Spegnersi a mezzanotte, senza dolore,
Mentre tu butti fuori l’anima
In un’estasi stupenda!
5

dove quel “troppo felice nella tua felicità” confessa l’invidia generata dal sentimento di essere deprivato da una natura che nella sua abbondanza si risparmia e si ritrae.
All’animale noi chiediamo di fornirci un’immagine di noi stessi, un costume per la nostra grande mascherata sociale e lo chiamiamo hobby, divertimento, sport, tradizione, folklore, cultura e, contradictio in terminis, persino natura: e lo peschiamo, lo cacciamo, lo montiamo, lo mangiamo, lo indossiamo, lo esibiamo, lo umiliamo in circhi, zoo e acquari. Lo immobilizziamo in proverbi, detti, metafore, ne decantiamo le qualità e capacità fisiche, il colore, il canto, la vista, l’olfatto, l’astuzia, la forza, la velocità, gli abbiamo rubato i muscoli, le zampe, l’impetuoso avido contatto delle ali, quei “voli diversi, separati, Lei il suo, lui il suo seguendo” decantati da Whitman6 e abbattuti per sempre in simboli e marchi, nelle etichette e sui cofani, sulle vetrine e panelli pubblicitari, nei nostri sogni di cadere o volare, nei nostri oggetti interni persecutori.
Ali che l’uomo ha fatto cadere dal Paradiso e alle quali ha fatto disimparare il linguaggio stesso del cielo addossandole a Satana

che più non sa parlare il linguaggio dei cieli;
e in ogni sua parola c’è la morte;
e brucia ciò che vede, ciò che tocca corrompe
7

che tenta di riconquistare il Paradiso perduto entrando nel serpente che dorme sotto forma aerea di nebbia.8 Spingendosi ancora oltre, l’uomo ha scisso anche se stesso e, mettendo le ali a quella parte di sé che vuole investire di immortalità, onnipotenza, ubiquità e onniscienza, ha inventato il suo alter-Ego volatile: l’angelo custode.
Animali che per secoli pittori, musici, poeti e romanzieri hanno cantato per intenerirci il cuore, per metterci a nostro agio e parlarci poi di tresche amorose, duelli d’onore, dipartite di amanti, soldati, eserciti e cavalieri, di mondi campestri e rurali, di tristi periferie e quartieri proletari neorealisti dove quasi ci convinciamo che il canarino in gabbia sul balcone al sole ci dia il buongiorno, ci parli della primavera, dei fiori, dell’amore e fa coro con il chiasso dei monelli in strada e lo stornello che la grossa mamma canticchia buttando giù dal letto una squadra di pigri e assonnati marmocchi.
Animali ridotti ormai a fantasmi, a ombre cinesi, a svelte silhouette di lanterna magica che noi proiettiamo attorno a noi scambiandoli per realtà: metafore, metafore e ancora metafore; metafore del bene e del male, del bello e del brutto, del leggero e del pesante, del veloce e del lento, della gioia e della paura (povera upupa foscoliana!): un giorno verrà scritta, dice Jorge Luis Borges, la storia della metafora e sapremo la verità e l’errore che queste congetture racchiudono.9
Al collo, allora, al posto della croce non porteremo un albatro morto ma le nostre metafore.10
Così l’animale ancor prima di entrare in gabbia ha perso “carne e ossa” e le sbarre non sono che l’ultima porta che noi chiudiamo tra noi e lui: ancora una volta il mondo diventa vortice ottico dell’occhio umano, accentramento delle cose attorno all’occhio che le guarda, forza centripeta che porta le cose, gli altri esseri e la libertà stessa della natura, addosso all’uomo che perlustra.
Ѐ da tale avvicinamento che ebbe origine la gabbia: nata per avvicinare e rendere visibile ciò che originariamente era lontano (le prime gabbie furono quelle che imprigionarono animali esotici, uomini, donne, piante per esser portate nel mondo civile ed essere esposte come mirabilia, fenomeni strabilianti, meraviglie alle fiere, agli zoo, nei musei) diviene specchio e metafora della nostra quotidianità, del carattere avido del nostro “aver tutto sott’occhio”.
Cieca arroganza antropocentrica che gode nel riportare a terra, ridimensionare, depredare una libertà che nausea e dà il capogiro perché parla di tempi e spazi infiniti e infinitesimali ma soprattutto indifferenti e indipendenti dall’uomo, dalla sua storia, dalla sua civiltà: acuminato spillo asettico che trafigge la farfalla e la fissa alla bidimensionalità di un nome, di una targa, ammaliante lampione che richiama e brucia le falene. Mano che non tollera e schiaccia la libertà assoluta degli insetti relegata nell’assoluta alterità, nell’incontrovertibile specismo, privata di ogni minima considerazione etico-morale perché piccola e veloce, ingestibile, imprevedibile, incontrollabile, perché onnipresente, perché il loro volo è imperscrutabile e impossibile da trattenere se non con la distruzione totale dello spazio, dell’aria, col ddt.
Perduta la capacità di ogni possibile rapportarsi con l’animale in “carne e ossa” la metafora cresce su se stessa e diviene non uno ma IL nostro modo di relazionarci con l’altro, di interferire con esso per depredarlo: è relazione oggettuale che s’appropria e interiorizza l’altro, lo fa recitare nel proprio teatrino e poi lo rimette al mondo come verità. Scrive Nietzsche:

Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti; le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si son logorate e che hanno perduto ogni forma sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.11

E il fatto drammatico è che questa perdita dell’animale “in carne e ossa” viene metabolizzata repentinamente e diviene presenza continua, quotidiana: è catacresi.
Vera e propria sostituzione della realtà esterna con quella psichica, l’«interpretazione letterale della metafora»12 sovraccarica l’altro di un nostro dramma, ne fa un atto teatrale, e per questo si configura come atto politico, ideologico, interessato che inquadra e rende l’altro funzionale, lo qualifica, lo investe.
Dalla visione dell’animale o di un’animale gabbia (non è la visione la madre di tutte le gabbie?) come prima catena significante ecco allora pendere sospesi, nell’interpunzione di ciascuna delle sue unità metonimiche (cinguettio, colore, piume, primavera, sole, profumi, stagione dell’amore, nido, casa, ali, zampe, correre, arrampicarsi, strisciare, nuotare, artigli, sbarre, catene, etc.) altri nostri vissuti che vanno ad articolarsi sulla verticale di questi punti dando vita ad una seconda catena significante: questo semplicemente perché ad un certo punto l’animale, o la gabbia, o l’animale in gabbia, e quel qualcosa nel nostro vissuto, queste due immagini in realtà dapprima distinte, hanno avuto, come direbbe Deleuze, delle armoniche in comune.13
In questa Verdichtung come sovrapposizione dei significanti prende campo la metafora in cui uno dei due significanti si sostituisce all’altro prendendone il posto nella catena significante.
E qui sta il potere della metafora: dare, come scrive Lacan, ad un soggetto il verbo e l’azione di un altro soggetto, sostituire i soggetti producendo un effetto di significazione.14
Ma ora, si dice, questo effetto è poesia e creazione: ma per chi? Processo a senso unico l’animale- metafora potrà forse sollevare il destino dell’uomo, colorare la noia e il grigiore di cui egli stesso con le sue metafore si circonda, tramutare la sua vita quotidiana in un romanzo rosa, in arcadia e salotto crepuscolare; ma l’animale cosa ci guadagna?
Cosa ci guadagna il volatile che nella sua trasmutazione in “colomba pasquale” ispira le omelie del prete, l’industria dolciaria e rallegra le vetrine della città col suo becco chiuso dal nostro messaggio di pace? I respingenti messi sui veroni o le ordinanze comunali di non dare da mangiare ai piccioni? Che società quella in cui basta alzar lo sguardo e si vede la contraddizione: pace tra gli uomini, guerra tra (agli) animali!
L’animale ci guadagna l’impossibilità di mantenersi libero dalla nostra “presa”, di essere concepito libero, di essere, citando nuovamente Lacan, “interpunzione fuori testo”.
Nella sovrapposizione e sostituzione di chi guarda e chi è visto, la dominante sensibile delle due armoniche è una vera e propria sensazione fisiologica ed emotiva, un Io sento che può allontanare e perdere definitivamente l’animale: la “poesia” che rimane è proprio il canto di un uccello incatenato e schiacciato dalla metafora alla quale noi lo abbiamo costretto in una prima ed invisibile gabbia.
In questa sovrapposizione di significanti e in questo suo abbreviare la similitudine e trasmutare il senso proprio in senso figurato, la metafora immette, fa accedere, per così dire, “di contrabbando” al mondo la visione antropocentrica che presto si insinua nelle cose per dilagare e dominare poi incontrastata nel suo allungamento come allegoria.
Così quando diciamo lager intendendo metaforicamente l’allevamento e il mattatoio sacrifichiamo parte della similitudine per innescare una potenziale minaccia antropocentrica e specista: adombriamo inconsciamente e ingenuamente la parte che l’animale ha sempre avuto nell’allevamento per subordinarla alla vicenda umana tra l’altro circostanziata: il “senso proprio”, quella parte della similitudine che va persa per strada è l’animale come individualità, la sua identità, la sua indipendenza ed è proprio questo il primo passo per la concezione della prigionia.
Cosa vuol dire, infatti, identificare e individuare, si chiede Paul Ricœur, se non ritenere qualcuno o qualcosa come esemplare indivisibile, inalterabile e non ripetibile? E questo sarebbe l’ineffabile e l’individualizzazione come procedimento inverso alla classificazione.15
Così anche la metafora per conto suo, attacca e annienta l’individuo entrando essa stessa nello stesso armonico del lager e dell’allevamento; tutte e tre le realtà sono in accordo.
La politica del lager nazista era quella di annientare l’individuo, distruggerne l’indipendenza, la personalità, la volontà trattandolo come un bambino: il risultato era il Muselmänner, la frammentazione e l’alienazione totale sia fisica che corporea, una serie ripetitiva di corpi e menti dove i processi alteranti erano così repentini e totali da confondere e annientare completamente persino l’autocoscienza e l’istinto di sopravvivenza dei condannati.
Anche nell’allevamento c’è l’annientamento dell’individuo come irripetibile, indivisibile e inalterabile: gli animali, meri oggetti seriali, vengono dapprima resi dipendenti dall’uomo nelle loro funzioni vitali, perdendo ogni forma di indipendenza e autonomia naturale anche quella di seguire il ciclico alternarsi del giorno e della notte; dopo l’indicibilità dell’esperienza della reclusione e dell’essere sfruttati e distrutti sotto le più diverse forme, vengono infine abbattuti e i loro corpi, divisi in diverse parti dall’aspetto completamente alienato, possono anche cambiare nome perché non hanno più nulla a che fare con la loro originaria e unica totalità.
Questo processo, anzi, ha origine sin dal primo momento che l’animale entra nell’allevamento perché il ciclo produttivo del mercato lo vede già come prosciutto, bistecca etc. e come metafora: “agnello pasquale”, “zampone di Capodanno”, etc.
Se la metafora e l’allegoria abbreviano e perdono contenuti per strada, gettano l’uomo addosso alle cose che ne rimangono schiacciate, la similitudine rimane invece spontanea, coglie l’uomo all’improvviso e lo getta tra le cose.
Se noi facciamo delle ali la metafora della libertà, se vediamo in esse lo svincolarci dalla forza incatenata che ci costringe gravitazionalmente a terra, l’impeto che rende pettoruto l’animale fiero o in lizza d’amore, che porta l’uomo a fantasticare nelle sue grandi opere d’ingegno spirituale, ad erigere monumenti tesi al cielo, nella poesia e in tutte le forme di arte, a parlare di cieli, di venti, di profumi, di nubi, dell’aere, allora un uccello in gabbia diventerà per noi un ossimoro; un ossimoro che nasce dall’esperienza di osservare un volatile nella gabbia e che potrà sì esprimersi in un ispirato volo poetico, in un nuovo “tacito tumulto” pascoliano o “morte che vive” di montaliana memoria; ma in questa sua creatività rivelerà quella “perdita di tenuta”, quella depressione all’interno della metafora per cui si rende pensabile e nominabile, e ahimè “umana” la sofferenza e la morte animale.
Sarebbe opportuno, al contrario, risalire il corso della nostra metafora fino alle catene significanti che la generano, carpire l’armonico che le accomuna e sviluppare la similitudine sottesa per rintracciare le tendenze ideologiche e culturali antropocentriche e speciste nascoste in essa.
Siccome l’armonico è un nostro “vissuto”, un nostro Erlebnisse, la similitudine, prima di precipitarsi e consumarsi nella metafora dovrebbe indugiare e aprire qualche gabbia o porta chiusa in noi stessi: arriveremmo forse così davanti alla gabbia vera e propria con la chiave giusta già pronta nella mano, già pronta ad aprire, a decifrare. La forza incatenante della metafora si depotenzierebbe cammin facendo e, raggiunto l’animale, non avrebbe più forza di contenere neppure un usignolo nella pagina di un libro.

…………………………..
La sera mi si diffonde nell’anima
e penso che la tigre dei miei versi
è una tigre di simboli e di ombre,
una serie di tropi letterari
e di memorie d’enciclopedia,
non il fatale tigre, funesto diamante
che, sotto il sole o la diversa luna,
va compiendo in Sumatra o nel Bengala
il suo rito d’amore, d’ozio e morte.
Alla tigre dei simboli ho opposto
quella vera, dal sangue fiammeggiante,
quella che decima tribù di bufali
e oggi, 3 agosto del ’59,
sopra il pascolo stende la sua lenta
ombra, senonché questo nominarla
e immaginare quanto la circonda
la fa finzione d’arte e non creatura
vivente che cammini sulla terra.

Cercheremo una terza tigre. Questa
sarà come le altre una figura
del mio sogno, un sistema di parole
umane e non la tigre vertebrata
che, oltre tutte le mitologie,
preme la terra. Lo so, ma qualcosa
m’impone quest’avventura imprecisa,
antica e insensata, e io mi ostino
a cercare nel tempo della sera
un’altra tigre, che non sta nel verso.
16

Note:

1JOHN KEATS, Poesie, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1986. I Had a dove, and the sweet dove died, pagg.282-284

2JOHN MILTON, Penseroso, v. 62: “Most musical, most melancholy”

3SAMUEL TAYLOR COLERIDGE, Ballate liriche, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1979, The Nightingale vv. 14-15

4WILLIAM WORDSWORTH, Ballate liriche, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1979, Lines Written in Early Spring, pag. 160.

5JOHN KEATS, Poesie, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1986. Ode to a Nightingale pagg.282-284

6WALT WHITMAN, Foglie d’erba, Rizzoli Libri S.p.a. Milano 1988, pag.373

7 ALFRED DE VIGNY, Poemi antichi e moderni. I destini, Garzanti Editore S.p.a., Milano1991, pag 90: Éloa, ou la soeur des Anges (vv.118-120).

8JOHN MILTON, Il Paradiso perduto, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1984 Libro IX

9JORGE LUIS BORGES, Storia dell’eternità, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1984, I Meridiani, vol. I, pag. 567

10Parafraso un verso di SAMUEL TAYLOR COLERIDGE, Ballate liriche, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1979, The Rime of the Ancyent Marinere, vv. 135-140, pag. 51

11W. F. NIETZSCHE, Verità e menzogna in senso extramorale, in Opere, vol. III, t. Adelphi, Milano 1980, pag. 361

12IGNACIO MATTE BLANCO, L’inconscio come insiemi infiniti Saggio sulla bi-logica, Einaudi, Torino 1981, pag. 42: questo termine è usato in psichiatria specialmente in relazione alla schizofrenia.

13GILLES DELEUZE, Cinema 2. L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano1989, pag. 179

14JACQUES LACAN, Scritti Vol. I, Giulio Einaudi editore S.p.a., Torino1974, pagg. 510-511

15PAUL RICŒUR, Sé come un altro, Editoriale Jaca Book, Milano 2016, pagg. 103-107

16JORGE LUIS BORGES, L’artefice, in Tutte le opere, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a, Milano 1984, vol. I: L’altra tigre, pagg. 1205-1207

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