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gabbia canarini

di Rodrigo Codermatz

Abbiamo quotidianamente sotto gli occhi decine e decine di esempi molto preoccupanti di come organi e istituzioni deputate all’orientamento e all’educazione dei giovani compiano un’indefessa e mirata azione formativa del nostro rapporto con l’altro animale.
Queste vanno a colpire subdolamente il bambino piccolo e si radicano in quell’area transizionale in cui questo si trova gettato inerme, impotente, confuso, a condividere col genitore un’immagine sfocata, contraddittoria e falsa dell’animale, un mostro, quale ponte tra il suo mondo di fantasia e il mondo dell’adulto. Un patto segreto, ho già scritto altrove, tra genitore e bambino di non farsi più di tante domande sulla natura dell’animale.1
Questo animale “sospeso” tra il mondo del bambino e il mondo adulto, questo indistinto è subitamente catturato e sovraccaricato di valore sociale e tribale e passa ad essere metabolizzato come tradizione e cultura, come coscienza di ceto e partecipazione sociale.
La scuola e la chiesa stanno rafforzando questa loro politica di formazione presentando ora più che mai l’animale da reificare, da usare, da subordinare in mille modi all’attività umana economica o ludica che sia. Subdolamente bisbigliano all’orecchio della famiglia che, in fin dei conti è la mano che poi compie l’azione sporca, e la imbrogliano e la imbavagliano con le loro sagre, pesche di beneficenza, raduni, feste del patrono, maratone, mostre, esposizioni etc.
Le scuole materne pullulano di animaletti variopinti di carta e materia plastica, ma organizzano poi la grigliata di fine anno, una festa dove l’animale da carta diventa carne e muore.
La varie sagre dei Osei (pensiamo a quelle di Sacile, di Arzignano, di Annone Veneto, ecc.) sono un esempio di questa distorta e degradata immagine dell’animale come “maneggevole” che noi portiamo dentro sin dalla nostra infanzia e che ora ereditiamo ai nostri figli in un continuum senza fine che passa sotto il nome di tradizione.
E al banco degli imputati, ora, la scuola di Annone Veneto che ha organizzato, per l’occasione, una lotteria i cui premi erano degli uccellini in gabbia pronti a reificarsi in giocattoli in un’epoca in cui, tra l’altro, anche il giocattolo stesso come evasione è messo da parte e perde via via la sua natura fantastica per acquisire un senso, una significatività nei rimandi utilitaristici della società edo(nista)-consumistica.2
Quelle gabbie (nota bene non dico uccellini) sono consegnate nelle mani dei bambini come tessere, libretti d’istruzione, bugiardini della nostra società, sono il piccolo libretto bianco delle “elevazioni a dio” che ci regalano alla comunione, “il manualetto completo di devozioni” che dobbiamo imparare a memoria e recitare prima di andare a letto o al risveglio ogni mattina: il Cuore di De Amicis per essere buoni cittadini con tanto denaro da spendere dove ci indica la chiesa stessa o il prete all’omelia della domenica: non certo per le cure per gli animali.
La chiesa, superstizione immonda, ignoranza, oscurantismo, col suo dio e i suoi dogmi ha complicato enormemente non solo la vita umana ma anche il rapporto stesso dell’uomo con la natura e l’altro animale: caricando lo spirito e la mente umana di simboli, cifre, formule e rimandi ha gettato l’uomo nel caos e ora intorbida, confonde e ritarda irresponsabilmente la maturazione della coscienza umana nei riguardi dell’altro animale.
Negando la pietà all’animale nega l’animalità dell’uomo: e come allora potrà mai essere umana, capire, dar sollievo, guarire, elevare l’uomo?
La chiesa è politica di sopraffazione del più debole, è il parassita di chi sta male, di chi vive in povertà, di chi si arrende succube alle pretese del più forte.
A Porcia la chiesa organizza annualmente la corsa degli asini: immagini di bambini obesi, di padri mentecatti che vogliono ritornare bambini e si mettono a cavalcare emulando John Wayne asini che non raggiungono neppure l’inforcatura delle loro gambe; per mettere tacere gli animalisti si chiama un veterinario che redige il suo certificato di “buona salute” dell’animale prima della gara e poi, al taglio del nastro, si rende irreperibile.
Scuola e chiesa stretti assieme quindi in questo forte connubio con la precisa funzione ideologico-pedagogica di rendere totalitario un solo messaggio: “l’animale è al servizio dell’uomo”.
Se urgenti cambi di rotta si rendono evidentemente necessari nei programmi e metodi educativi della scuola, si auspica, à la donchisciotte, che nel processo di modernizzazione ed evoluzione della società nasca finalmente un giorno un forte dubbio sul ruolo della chiesa e dei preti nell’educazione dei nostri figli.
La grigliata di fine anno all’asilo, la lotteria di Annone e la corsa degli asini di Porcia, ecc., sono tutt’altro che occasioni di sincera convivialità e sano svago e divertimento: sono vere e proprie lobotomie e lavaggi del cervello, la coda fagica attraverso la quale il potere economico e politico ci infetta con la sua logica di violenza e sopraffazione dell’altro.
Genitori, non siate così ingenui e sprovveduti, se di ingenuità e sprovvedutezza si tratta, e non di mero egoismo e disinteresse verso il futuro dei vostri figli: questo non si limita al loro titolo di studio, alla loro futura posizione lavorativa e sociale, al loro semplice diventare biologicamente riproduttivi e socialmente genitori, al loro realizzare i vostri desideri delusi, al loro evitare i vostri sbagli. I figli non sono una vostra seconda possibilità.
Pensare al loro futuro vuol dire fornirgli le basi e gli strumenti per la costituzione di un’identità solida e compatta che riesca a porsi in reale sfida contro il compromesso, neoplasia maligna della società.
Siate chiari e sinceri con i vostri figli: un uccello in gabbia non è libertà; una scuola che regala gabbie non insegna ma incatena; un asino alla sagra patronale non è un clown con le lacrime finte disegnate sulle guance. E chi lo getta in pista ha la frusta e non il pezzo di pane.

Note:

1 vedi anche il mio articolo, L’animale come oggetto transizionale, pubblicato in “Liberazioni” Anno VI, n. 24, Primavera 2016

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