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pavese

di Tamara Sandrin

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.”1

Sessantasei anni fa, come oggi, Cesare Pavese si toglieva la vita: dopo un’esistenza breve e colma di sofferenza infine si decise a compiere il gesto che rimandava da molti anni:

Il maggiore torto del suicida è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo.”2

Perché lui ci pensava da sempre, aveva già provato senza coraggio. Tutto Il Mestiere di vivere, il suo diario, parla di morte, di dolore, di suicidio, tra le annotazioni di poesia, letteratura e le teorizzazioni del mito. L’ultima pagina, datata 18 agosto è straziante:

La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”
3

E la sera del 27 agosto aveva tentato, incompreso e inascoltato, a lanciare un ultimo grido d’aiuto:

Non esco con te perché sei noioso.”

fu la risposta di una delle donne che chiamò. Dunque non c’erano più scuse, niente che lo legasse, niente. Solo il suo dolore e la sua incapacità a vivere.

La lettura dei suoi libri, romanzi, racconti, poesie, saggi, mi ha sempre accompagnato fin dall’adolescenza e lo ho amato, tanto. Mi ha “donato poesia”, che è uno dei doni più ricchi e preziosi che possiamo ricevere e che possiamo fare.

Ribbet collage

Nel 1991 Rodrigo e io siamo andati per la prima volta in “pellegrinaggio” nei luoghi pavesiani: Torino, l’albergo Roma, la camera 313 dove si suicidò, la sua tomba al cimitero monumentale (poi i suoi resti sono stati trasferiti a Santo Stefano Belbo), Serralunga di Crea, Canelli, Santo Stefano Belbo, siamo scappati dalla famiglia che ci ospitava senza dir niente a nessuno. E quanto ho pianto per lui!
E poi ci siamo tornati più e più volte negli anni. Abbiamo incontrato persone che l’hanno conosciuto e ci hanno raccontato di lui, aneddoti e ricordi, piccoli, toccanti, preziosi. Oppure abbiamo assaporato il silenzio e la solitudine, il chiasso della città e i colori delle Langhe.

Ogni volta un’emozione nuova, un dono inaspettato, come nel 2010 quando abbiamo potuto tenere tra le mani i suoi Dialoghi con Leucò4, dove aveva scritto le sue ultime parole: 

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va Bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

È stato indulgente, nonostante tutto. Ed egoista. Ma di pettegolezzi ne sono stati fatti…

 

NOTE:
1 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1990, pag. 399
2 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., pag. 51
3 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., pag. 400
4 Conservato presso la Fondazione “Cesare Pavese” di Santo Stefano Belbo (CN)

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