Tag

, , , , ,

giugno 2016 015

Vita dura per un antispecista di campagna

di Tamara Sandrin

Basta un passo oltre il portone di CaVegan e tutto cambia, entro in una dimensione deformata, che mi stringe, mi soffoca.
Fuori fa più caldo, persino l’odore dell’aria è diverso.
E mi rendo conto che vivo in una gabbia e mi chiedo: mi ci sono rinchiusa da sola?
No, assolutamente! Sono stata rinchiusa dall’indifferenza, dalla mancanza di empatia e di razionalità, da una cultura imperialistica e antropocentrica che si è impossessata di tutto lo spazio delle campagne e dei boschi, dei paesi, delle vie cittadine, delle scuole, delle biblioteche, dei porti e dell’aria.

Oggi hanno liberato i fagiani: li hanno portati con un camion telonato pieno di cassette di plastica. Non erano chiusi in gabbia ma stipati in cassette come merci.
Sul camion hanno avuto la sfrontatezza di scriverci:
ATTENZIONE ANIMALI VIVI.
Li ho guardati volare via, piccoli giovani fagiani e fagiane, in un’illusione di libertà e ho avuto la certezza che no, non erano vivi.
Sono animali già morti che possono sognare al massimo un paio di mesi prima di provare paura e dolore.

Sulla strada del ritorno, col cuore gonfio di rabbia e disgusto osservo la campagna che mi circonda: mais, soia, qualche orto, un vecchio allevamento abbandonato, boschi, l’argine fitto di canneti, un ristorante, casolari e fattorie.
Se ci penso tutto mi parla di dolore: in ogni casa ci sono oche e galline, conigli, maiali, lungo i fossi trappole per le nutrie, nel bosco ci sono le altane dei cacciatori, i loro nascondigli. Sento i colpi, forti, cadenzati e continui dei cannoni dissuasori, per allontanare gli uccelli dai campi e dalle vigne.
Tutto in campagna mi parla di specismo e violenza.
Mi chiedo se chi vive in città si renda conto di tutto questo dolore, di questo sfruttamento, di questa “normalità”.
Mi chiedo se riesca a percepire la nostra impotenza: possiamo combattere un nemico lontano, sconosciuto, virtuale, ma se i nemici reali ci accerchiano non abbiamo scampo. Facciamo ciò che dobbiamo fare. Ci proviamo.
Non possiamo distruggere tutte le gabbie e liberare tutti gli animali: i tacchini alla sera torneranno spontaneamente nel loro recinto, i fagiani cercheranno il cibo dalla mano di chi a breve li ucciderà, il maiale non uscirà mai dal suo casotto buio, se non per morire sull’aia…
Mi chiedo se un antispecista di città riesca a immaginare questa situazione; mi chiedo se conosca la paura di subire ritorsioni dopo le minacce; mi chiedo se tremi a ogni ritardo dei gatti.
Mi si dirà che la situazione delle campagne è una goccia nel mare dello sfruttamento animale, ed è vero, ma per chi vive in campagna è un continuo confrontarsi con una realtà che per molti è solo virtuale.

Oggi la passeggiata è andata così, un po’ triste, persa in queste riflessioni.
Sono quasi a casa, Gloria e Greta mi trascinano piene di gioia ed energia, non condividono i miei pensieri, sono solo più eccitate del solito. Vorrebbero solo essere libere e rincorrere quei piccoli fagiani, e i piccioni, i tordi e le anatre. E, magari, prenderne qualcuno.

Mi chiudo alle spalle il portone di CaVegan, sbarre dorate di una gabbia protettiva che mi difende dal mondo specista.

*“Torna nella tua gabbia dorata, Melania Hamilton!”, Gli uccelli, regia di Alfred Hitchcock, 1963

Annunci