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Abbas_Kiarostami_by_tasnimnews_09

di Tamara Sandrin

“Il cinema inizia con D.W. Griffith e finisce con Abbas Kiastorami” Jean-Luc Godard*

Il 4 luglio è morto Abbas Kiarostami, l’esponente più famoso dell’Iranian New Wave: è stato un regista di viaggi, di ricerche, di strade, di mete, di incontri e di tentativi di comunicazione; un regista di bambini in viaggio verso e contro il mondo adulto.
I suoi film, poetici, cripticamente politici, filosofici sono evocativi, silenziosi e potenti, a volte simbolici, a volte tanto realistici da farci dimenticare che stiamo guardando degli attori, che recitano seguendo una sceneggiatura, a volte è veramente così perchè Kiarostami lavorava anche con attori non professionisti, seguendo un’intuizione e l’improvvisazione.
I paesaggi e i panorami, i dettagli dei volti e della natura, le citazioni dei poeti persiani, le lunghe strade serpeggianti, gli occhiali neri, i bambini, le donne, i viaggi in automobile e le automobili stesse si fondono in un impasto di realtà e di fantasia che diventa forma metaforica capace di raccontare l’evoluzione del paese eludendo la censura.

Il suo capolavoro è Il sapore della ciliegia del 1997, che narra la storia di un aspirante suicida che cerca l’aiuto e la compagnia di qualcuno disposto a seppellire il suo corpo, ma anche ad ascoltarlo. Paradossalmente troverà in un anziano tassidermista, una persona abituata quindi a bloccare l’altro (non umano) nella morte e ricreare un’apparenza di vita, l’aiuto che non cercava, l’appiglio per essere di nuovo in grado di assaporare il sapore della ciliegia (del gelso in origine), della luna e del deserto.
Il film si snoda lungo le strade sterrate e tra le dune, i personaggi si incontrano nell’auto del protagonista e il suo peregrinare sembra quasi il simbolo di un viaggio orfico nell’Ade.
Il film costituisce un unicum: non sfocia mai nel melodramma e ci conduce in un viaggio empatico attraverso i paesaggi della periferia di Teheran e gli interrogativi sulla vita, sulla morte, sulla religiosità e sul rispetto per l’altro:

“So che il suicidio è uno dei peccati mortali. Ma essere infelice è un grave peccato. Quando sei infelice offendi le altre persone.”

Vorrei ricordare ancora un suo film che amo particolarmente, Dieci (2002), girato interamente all’interno di un’automobile con una videocamera digitale. Lo stile dunque è minimalista, realista, quasi dilettantesco, ed è evidente l’intento di scardinare la struttura sociale attraverso lo scardinamento della regola cinematografica.
Nonostante Kiarostami non fosse impegnato politicamente, questo è un film politico, narra la storia di alcune donne che cercano un riscatto sociale o personale in un paese in lentissima evoluzione (o involuzione). Mania, la protagonista che guida l’automobile, è una donna che sta sfuggendo in qualche modo dall’autorità maschile: cerca una sua realizzazione nella vita e nell’arte, è una pittrice e fotografa, ha sostituito il chador con degli occhiali neri, ha divorziato dal marito e ha un nuovo compagno, ma si scontra con l’egoismo e l’ingenuità di suo figlio, giovane maschio che ineluttabilmente è permeato dall’ambiente che noi spettatori vediamo solo attraverso gli scorci dei finestrini dell’auto e attraverso le parole dei personaggi. Tra i due, si snoda una vera e propria tragedia di incomunicabilità.
Ma è nel semplice gesto di una delle sue passeggere che, a mio parere, vediamo la speranza di un affrancamento in una società maschilista e patriarcale: la ragazza si toglie il velo e scopre la sua testa completamente rasata, come atto di ribellione piccolo ma toccante.
La realizzazione di queste donne passa attraverso la ricerca dell’indipendenza e vuole arrivare al raggiungimento della felicità: come ripete più volte Mania a suo figlio, che non riesce e non può comprenderla, lei non può renderlo felice se lei prima non è felice, perchè veramente l’infelicità offende le altre persone.

 

 

* Citazione trovata in rete, dunque da fonte imprecisata. Mi sembravano comunque delle belle parole per iniziare a parlare di Kiarostami.

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