Tag

, , , ,

La disperazione di una madre

La disperazione di una madre

Impressioni dopo una conferenza-dibattito

di Rodrigo Codermatz

L’ultima presentazione del mio libro Veganesimo e famiglia è stata un’esperienza diversa e molto interessante: ho assistito al ricrearsi e materializzarsi davanti a me e in mezzo all’uditorio di quella situazione di nexus familiare e di processo difensivo che teorizzo e descrivo nel libro stesso; una vera e propria comprova che il veganesimo come animalismo e antispecismo permane una forte minaccia laddove non riesce ad essere metabolizzato e riassorbito ancora, proprio alle radici del sistema stesso e dal nucleo da cui questo sorge: la famiglia.
Alla fine della presentazione ho dato, come al solito, spazio alle domande e alla discussione: l’uditorio era composto da una ventina di persone.
Il primo intervento fu lapidario: una ragazza della prima fila esordì dicendo che aveva già letto il libro e lo aveva trovato “aggressivo” e irriverente verso la famiglia, nido necessario e inattaccabile di sicurezza e sostegno per l’individuo; inoltre troppo diretto ed esplicito nella condanna antispecista. Il suo più che un intervento volto al dialogo fu un soliloquio, uno sfogo, che si concluse ammettendo la superiorità etica dell’uomo sull’animale, sull’inutilità di abbracciare il veganesimo in quanto scelta personale e sull’impossibilità e inefficacia di ogni richiesta e ogni istanza che venga dal basso.
Al ché prese la parola un ragazzo tre file più indietro che, riprendendo un po’ il quadro emotivo del primo intervento, spostò il fulcro dell’attacco sulla questione dicendo che noi antispecisti non riusciremmo mai a convincere nessuno con le nostre argomentazioni perché l’animale è di fatto inferiore all’uomo in tutti i sensi e per cui si può anche ucciderlo: il confronto uomo-animale ai suoi occhi non reggeva e non accettava e non condivideva neppure il fatto certo della connessione tra sfruttamento animale e umano. Era percepibile un’intesa, quasi un continuum emotivo tra i due interventi solo che il ragazzo era più aggressivo, non lasciava rispondere, non ascoltava, non permetteva d’essere interrotto e ad una ragazza che gli consigliò un libro per farsi delle idee basilari sull’antispecismo rispose infastidito che non spettava certamente a noi scegliere le sue letture. Finì con l’affermare che eravamo una setta.
I terzi ad intervenire furono una coppia più anziana che insisteva a chiedermi di confermare solo se il mio discorso valesse per tutti gli animali e se si potesse vivere senza uccidere animali: alla mia risposta affermativa risposero – questo ci basta – e il tutto mi sembrò strano.
Una quarta persona, vegana e animalista iniziò a interagire e la discussione si trasformò in un altalenante botta e risposta tra i quattro: io, oramai ero mero spettatore di questa reazione improvvisa: di tanto in tanto intervenivo accanto al vegano e la signora anziana scuoteva la testa stringendosela tra le mani.
Il rimanente uditorio assisteva ormai quasi perplesso e divertito a questa che sembrò una vera e propria commedia, una messa in scena per l’affiatamento e l’isolamento che si era creata intorno: ogni dialogo, ogni approccio costruttivo, ogni comunicazione, ogni tentativo di confronto era stato portato ormai su un binario morto.
L’atmosfera era divenuta emotivamente pesante per tutti, me compreso, e la discussione ormai ridondante, perciò decidemmo di chiudere la serata: scoprii allora che i quattro interlocutori costituivano un unico nucleo familiare con il vegano, la sorella, il figlio e i due genitori; si era instaurata una vera e propria mistificazione familiare, un nexus che si difendeva dalla minaccia del suo membro vegano; mi spiegai allora il carico che ad un certo punto mi sentii addosso: la mia presentazione, in tutta la situazione, aveva svolto la funzione di “oggetto imbarazzante”.
Casualmente o forse inconsciamente i membri della famiglia si erano distribuiti e confusi in mezzo all’uditorio rafforzando così l’impressione di un attacco compatto da tutte le parti.
La serata mi dimostrò nuovamente che le resistenze più forti, la chiusura più completa e le posizioni più aggressive e intolleranti provengono comunque dall’ambiente familiare dove si assiste ad un coinvolgimento emotivo senza pari: ed è qui che si fonda e si radica il sistema e questa è la sua carta vincente; ma è anche qui che esso non ha ancora messo in piedi e in funzione il suo sistema difensivo metabolizzante e annientante: infatti per tutto il tempo il dibattito si mantenne sull’asse basilare dello specismo, sulla certezza inattaccabile che sia normale e naturale la subordinazione dell’animale non umano all’uomo, la sua inferiorità, la sua strumentalizzazione e reificazione; il veganesimo fu colto unicamente e inequivocabilmente come animalismo e antispecismo, come scelta etica e mai, se non forse un minimo intervento, assunse altri significati o connotazioni né salutistici, né ambientalisti. Si trattò di una situazione micro-sociale pre-sistemica, il sistema preso sul suo nascere e laddove esso stesso origina ed è ancora inerte e culturalmente vulnerabile.
Mi apparve nuovamente chiaro il perché la chiesa e soprattutto i mass-media concentrino ora più che mai la loro attenzione sulla famiglia con le loro folli apologie: le insegne belliche della cosiddetta “famiglia naturale” sono messe in testa nella marcia e nell’avanzata contro ogni forma di diversità, di pensiero alternativo, dialettico e critico, contro ogni realtà che forzi lo status quo sociale conveniente: le sentinelle in piedi, le vigiliae familiae, sono il nuovo esercito della cultura.
Quanto il veganismo sembra ora accettato dalla società che si sta commercialmente “aprendo” alla sua metamorfosi consumistica, tanto il suo messaggio e la sua denuncia etica è osteggiata e negata proprio dalla forma sociale a noi più prossima, più quotidiana e più referente: la famiglia.

Annunci