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di Rodrigo Codermatz

 

Ogni linea e ogni prodotto o ristorante vegano, che il sistema con regolarità e puntualità ineccepibile sforna quotidianamente in anticipo sulla domanda del consumatore, sono in realtà porte che si chiudono, giri di chiave al lucchetto del reparto della “follia animalista”.
Il sistema non sta liberando gli animali, ricordiamocelo, sta liberando i vegani, sta creando un paradiso vegano ma relega e sprofonda sempre più l’animale nell’inferno: ogni scaffale con prodotti vegani non è che un piccolo manicomio che il sistema apre per farci gingillare e darci ragione come la si dà ai matti.
Il veganesimo etico e l’animalismo antispecista non cercano o domandano un posto nella società per loro stessi o le loro manie gastronomiche o salutistiche ma per l’animale, non si accontentano che gli si faccia posto ma vogliono prendere posto per l’animale nella società, non se ne fanno niente della carità del sistema, non vanno a bussare alle porte del “bussa e ti sarà aperto” sistemico, non vanno di porta in porta: non bisogna credere né ai muri né alle porte.
L’animale non se ne fa niente dei diritti dell’uomo: finirebbe, nella migliore delle ipotesi, ad essere “tradizionale”, amico dei preti, delle sentinelle in piazza, dei nuovi cinici persecutori
L’animalismo non ha bisogno di reparti: al contrario la liberazione animale deve scendere in strada, tra la gente – questo è il vero principio libertario – e contrastare quelle strutture e architetture detentive e di oppressione quali sono le nostre campagne, i nostri paesi, le nostre città che si incarnano pian piano in noi tramite l’abitudine, la quotidianità, la sopportazione, la ripetizione e trasformano, senza che ce ne accorgiamo, anche noi in carnefici.
È tempo, scrive Peter Sloterdijk, di disvelare l’essere umano come quell’essere vivente che nasce dalla ripetizione perché la ripetizione diviene pian piano declino, deterioramento, morte, spersonalizzazione.

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