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harambe

di Tamara Sandrin

Harambe è morto e il suo corpo non è più prigioniero dell’uomo, ma la sua mente, i suoi pensieri, la sua persona e la sua personalità, le sue emozioni e i suoi sentimenti non esistono più, sono morti definitivamente assieme al suo corpo e noi non potremo conoscerli mai.
Non essere più prigioniero non equivale però a essere liberato.
Non è stato liberato, è stato “solo” ucciso: la morte come liberazione è un concetto buono solo per un cristiano, per un animale ateo quale sono io e qual era Harambe non ha nessun senso e presenta dei risvolti quantomeno ambigui, perché potrebbe indurci a un falso sentimento consolatorio e a giustificare tutte le esecuzioni pietose (dagli ergastolani agli schiavi di ogni specie animale).
La sua vera liberazione doveva essere una corsa nella prateria, uno sguardo schivo o affettuoso con un suo conspecifico, un tocco leggero sulla terra, una pioggia improvvisa sul suo volto, la possibilità di non essere visto.
La morte, no, non è liberazione. La morte ha permesso che il suo corpo fosse spostato: gli animali in uno zoo sono come le pedine su una scacchiera, vengono posizionati nella loro casella arredata e addobbata, mascherata da “habitat” e possono muoversi solo in un determinato modo, per essere eliminati non appena si trovano nel posto sbagliato. E noi, giocatori di una partita voyeuristica e crudele, possiamo costantemente guardarli. Negli zoo gli animali sono privati non solo della loro libertà, ma anche del loro pudore: sono offerti nudi agli sguardi, costretti a mostrarsi nella loro vulnerabilità, umiliati e infine uccisi. Perché se non li uccide materialmente e praticamente l’uomo, li uccide la noia e l’infinita indicibile tristezza, la nostalgia e la solitudine, la miseria della prigionia.
Harambe è morto, ma gli ultimi minuti della sua vita e la sua morte lo hanno reso immortale perché “l’uomo mortale [] non ha che questo di immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”1. Molti di noi lo ricorderanno e quel bambino, causa innocente e inconsapevole della sua morte, porterà nella sua mente e nel suo cuore l’imperituro ricordo di quell’incontro, di quel breve contatto, di quella enorme mano che lo ha accarezzato e aiutato e, chissà, forse quel ricordo sarà fondamento nel suo cuore per un nuovo approccio verso l’altro non umano.

1Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1990, pag. 116

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