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maggio 2016 044

Manifestazioni zoomorfe e antropomorfe dello spirito del grano: alcune riflessioni su Il ramo d’oro di James Frazer.

di Tamara Sandrin

Pubblicato originariamente qui.

Recentemente ho ripreso tra le mani Il ramo d’oro di Frazer e rileggendo alcuni capitoli centrali del volume, mi sono chiesta se non fosse insito nell’animo umano un sentimento così ancestrale e radicato, una tendenza alla distruttività, una ferocia inaudita e imperscrutabile, che abbia da sempre condizionato l’agire umano nei suoi rapporti con l’altro, anche prima della nascita nella mente dell’uomo del concetto di specismo. Frazer ci narra di tempi in cui l’uomo faceva parte della natura e la sua vita non valeva più di quella della belva o della giumenta o della spiga di grano. Tempi in cui l’uomo non si considerava al centro dell’universo, tempi terribili in cui la divinità permeava ogni manifestazione della natura e che in essa palesava tutta la sua terrificante ferocia e violenza interspecifica.
Dall’analisi dei capitoli in cui Frazer descrive i riti connessi allo spirito del grano e alle altre divinità zoomorfe della vegetazione, riti e miti greci, frigi, egizi, siriani, rituali di popolazioni primitive1 di ogni parte del mondo, usanze di chiara derivazione pagana dei contadini europei a lui contemporanei, possiamo evincere come, nell’incarnare la divinità, l’uomo e l’animale fossero sullo stesso piano in una parità, in un parallelismo, che sembrano ignorare lo specismo dell’uomo “civilizzato”.

Scrive Frazer:

per il selvaggio non esiste questa linea netta di demarcazione che noi tracciamo tra la specie umana e quella animale. Agli occhi dell’uomo primitivo molti animali appaiono simili, o finanche superiori a lui, non solo per la forza bruta ma anche per l’intelligenza; e se per scelta o per necessità, deve ucciderli, si sente in obbligo, per tutelare se stesso, di farlo nel modo meno spiacevole possibile sia per l’animale che per il suo spirito, e per gli altri animali della stessa specie, i quali si risentirebbero di un affronto fatto a uno di loro, quanto se ne risentirebbe il selvaggio se qualcuno offendesse o facesse del male a un componente della sua tribù.2

È ovvio ed è banale dirlo, il “progresso” e la “civilizzazione” hanno portato un allontanamento dell’uomo dalla natura, un superamento di pratiche superstiziose e religiose, ma non sono riusciti a placare l’istinto di dominio e distruzione che ci caratterizza: hanno semplicemente incanalato questa distruttività in un percorso obbligato stabilito per legge (anziché per religione), cristallizzando il pensiero antropocentrico invece di permettere un’evoluzione verso forme di empatia meno esclusive.

Secondo Frazer è comune in quasi tutte le società primitive credere nella madre del grano o spirito del grano (che si manifesta sia in forma maschile/femminile che umana/animale): “la fantasia popolare […] è incapace di concepire qualcosa di totalmente inanimato” perciò crede che ogni pianta o animale sia animato da uno spirito (animismo).
L’uomo primitivo pensa che questo spirito dimori nel grano e che cerchi di nascondersi in esso il più a lungo possibile, fin quando, all’epoca della mietitura, deve fuggire davanti alle falci, fino a rifugiarsi nelle ultime spighe, per poi trasfigurarsi nell’essere più vicino a quelle spighe: può essere lo stesso mietitore al lavoro nel campo, oppure uno straniero di passaggio o, infine, un animale che fugge spaventato dal suo ultimo nascondiglio. Perciò si può affermare che lo spirito del grano si manifesta non solo in forma vegetale, ma anche in forma umana e animale: per “l’uomo primitivo, al quale i magici mutamenti di forma appaiono perfettamente credibili
[…] identificare lo spirito del grano con un animale è come identificarlo nello straniero di passaggio”.

Lo spirito del grano in forma vegetale e umana
Presso molti popoli contadini europei erano ancora in voga, fino a un centinaio di anni fa (fino alla meccanizzazione dell’agricoltura), tutta una serie di rituali e cerimonie per festeggiare la fine della mietitura. Era usanza abbastanza comune riservare un trattamento particolare alle ultime spighe tagliate o all’ultimo covone da trebbiare: con essi venivano foggiate trecce, bamboline, fantocci (spesso decorati con nastri, fiori e abiti femminili) che venivano poi chiamati “madre/fanciulla/sposa del grano”, o con altri appellativi simili, e poi festeggiati oppure maltratti a seconda delle usanze del luogo. Identica sorte toccava anche all’uomo che tagliava le ultime spighe o alla donna che legava l’ultimo covone. Perciò Frazer afferma che, in quei frangenti, quelle persone incarnavano lo spirito del grano. Come dicevo, a seconda dei luoghi, potevano essere festeggiati e portati in trionfo, oppure maltrattati o addirittura malmenati (o gettati in acqua, derisi, ecc.): naturalmente nelle società contadine moderne non si arrivava a uccidere il rappresentante umano dello spirito del grano, ma il linguaggio usato e i gesti sembravano indicarne il desiderio.
Ma in altre civiltà, presso altri popoli, in altri tempi, i sacrifici umani alla vegetazione erano diffusi e spesso particolarmente subdoli e feroci: la vittima prescelta molte volte era trattata con estrema riverenza e riguardo, nutrita e adorata come vera e propria rappresentazione della divinità per mesi (se non addirittura per anni), finché al momento stabilito veniva sacrificata, dopo aver subito indicibili torture.
Particolarmente efferati e numerosi i sacrifici umani in Messico (dove esisteva una stretta correlazione tra l’età della vittima e lo stadio di maturazione del mais, perciò venivano sacrificati anche dei neonati), presso gli indiani Pawnee, a Lagos (Guinea), presso i Marimo della Beciuania, i Bagobo delle Filippine, presso alcuni popoli dell’India (Lhota Naga, Gond, Oraon) e del Bengala (Khon o Kandh).3 In alcuni luoghi, dopo la soppressione dei sacrifici umani imposta dalla legge, si fece ricorso a vittime “inferiori”, in altri luoghi, invece, sono continuati clandestinamente (per es. in alcune zone dell’India anche durante la dominazione britannica).
Al corpo (carne e sangue) della vittima sacrificale, in quanto incarnazione della divinità, veniva attribuito il potere di far crescere i raccolti (potere fertilizzante): le sementi venivano spruzzate con il sangue, le parti del corpo sepolte nei campi dei partecipanti per assicurarne un prospero e abbondante raccolto.

Sacrifice

Quanto detto fino finora, ci riporta in ambito mitologico principalmente a tre miti, che ricorderemo brevemente:
1. il mito di Osiride
2. il mito di Demetra e Persefone
3. il mito di Litierse

1. Nel mito di Oreste e nelle sue raffigurazioni (iscrizioni e altre rappresentazioni pittoriche) possiamo rintracciare vari aspetti che riconducono allo spirito del grano. Innanzitutto secondo la mitologia egizia, fu Osiride a insegnare al suo e agli altri popoli i segreti dell’agricoltura e della viticoltura, cosa che lo configura come divinità agreste. Inoltre il fatto che fosse ucciso e fatto a pezzi e ogni parte del suo corpo venisse poi seppellita in diversi luoghi dell’Egitto, ricorda l’antica usanza di compiere sacrifici umani (in cui la vittima era l’incarnazione dello spirito del grano) e di spargerne le membra sui campi per fertilizzarli. Un’altra versione del mito narra, invece, che Iside ricompose il corpo del fratello-sposo raccogliendo tutte le sue membra e riportandolo poi alla vita come signore dei morti (il legame tra divinità della morte e divinità agreste ricorda immediatamente il mito di Persefone). In alcune raffigurazioni, poi, si può vedere il cadavere di Osiride da cui nascono spighe di grano: “il dio del grano faceva nascere le spighe dal suo corpo; offriva il suo corpo per nutrire il popolo; moriva affinché la sua gente vivesse”. Il mito di Osiride, in quanto sovrano dell’Egitto, potrebbe infine inserirsi nell’arcaica tradizione di sacrificare il re-dio (rappresentante divino) di ucciderlo e farlo a pezzi (identica sorte toccata, secondo le leggende, a Romolo, Penteo, Licurgo, Halfan il nero, etc.).
2. Come abbiamo appena rilevato per Osiride, anche Persefone (fanciulla delle messi) veniva identificata sia come divinità agreste (figlia di Demetra, madre del grano) che dell’oltretomba (sposa di Ade): in particolar modo il fatto che ella vivesse per sei mesi sotto terra e che in primavera risorgesse quasi a nuova vita per vivere con la madre sulla terra, fa immediatamente pensare al ciclo vitale del grano, che veniva seminato in autunno per germogliare in primavera.
3. Litierse, re di Frigia, era solito invitare a sontuosi banchetti gli stranieri di passaggio per poi sfidarli nella gara della mietitura, al termine della quale uccideva lo straniero e lo gettava nel fiume avvolto da spighe. Secondo Frazer lo straniero ucciso da Litierse incarnava lo spirito del grano, e la sfida della mietitura ricorda le gare ingaggiate dai braccianti agricoli europei per non restare indietro rispetto ai compagni e tagliare così gli ultimi steli di grano. Anche nella Frigia, così come nell’Europa moderna, l’antica usanza di uccidere un uomo sui campi o sull’aia era sicuramente divenuta finzione prima dell’età classica, ma come abbiamo visto non accadeva così in altri luoghi del mondo.

Lo spirito del grano in forma animale
Via via che il grano cade sotto la falce, gli animali che si nascondono tra gli steli fuggono, arretrano, fino a ritrovarsi tra le ultime spighe; a quel punto, per lo stesso meccanismo allegorico che abbiamo visto, è facile far coincidere l’animale che sbuca da queste spighe con lo spirito del grano. In quanto suo rappresentante viene quindi sacrificato realmente o figuratamente (con effigi di pane o attraverso un rappresentante umano); nell’Europa moderna ritroviamo molti esempi: “via via che il grano cade sotto la falce l’animale fugge […] colui che taglia l’ultimo grano […] prende il nome dell’animale” e i mietitori lo trattano come tratterebbero l’animale (lupo, gallo, lepre, gatto, capra, bue, cavallo, maiale, etc.)4 in un assoluto parallelismo fra le due forme umana e animale dello spirito. Anche le divinità antiche sono spesso legate ad animali sacri (capra: Demetra, Dioniso, Pan, satiri e sileni; maiale: Persefone, Demetra, Osiride, etc.).
Lo spirito incarnato in un animale viene ucciso, la bestia divina mangiata (e il suo sangue bevuto) dai mietitori e da tutta la comunità, esattamente come accadeva con i sacrifici umani.
Lo spirito del grano nelle sue manifestazioni zoomorfe o antropomorfe veniva ucciso, realmente o figuratamente, nella persona del suo rappresentante per essere poi trasformato in pasto sacramentale: carne e sangue reali o figurati (comunione-eucarestia).

I miti cambiano ma le tradizioni restano; gli uomini continuano a fare quel che i loro padri fecero prima di loro anche se il motivo per cui i padri agivano in tal modo è ormai da tempo dimenticato. La storia della religione è un lungo tentativo di conciliare usanze antiche con motivazioni nuove, di trovare una valida teoria per un’assurda pratica […] il mito è posteriore alla tradizione […]

Questo pasto sacramentale, presso le popolazioni agricole, dove la consuetudine del deicidio era ancora ben radicata, si configurava anche come pasto mistico: mangiando la carne di un animale o di un uomo, anche quando esso non è incarnazione della divinità, si possono assimilare non solo le sue caratteristiche fisiche (forza, resistenza, etc.) ma anche e soprattutto morali e intellettuali.
Da qui l’usanza diffusa di mangiare le carni dei morti (nemici, parenti e affini) per assumerne il coraggio, la saggezza e le altre qualità per cui le persone si erano distinte in vita.

Alcuni culti animali, invece, non sono legati all’agricoltura e allo spirito del grano ma probabilmente risalgono a società ancora più arcaiche quando l’uomo era ancora dedito alla caccia e alla pastorizia.
Questi culti ricordano molto da vicino i sacrifici umani messicani e indiani: l’animale (esemplare è il culto dell’orso sacro presso gli Ainu in Giappone) veniva allevato come un “prezioso piccolo dio”, in vita riceveva attenzioni, offerte e preghiere e così anche dopo la sua uccisione, che avveniva in un luogo sacro secondo un rituale ben preciso, che aveva lo scopo di mettere in evidenza il carattere di essere superiore, di divinità minore, dell’animale. Frazer esamina diffusamente il culto e l’uccisione dell’orso sacro5, ma quello che più mi interessa è cogliere le analogie con altre cerimonie celebrate in altri luoghi e in altri tempi.
L’orso veniva catturato quand’era ancora un cucciolo molto piccolo, veniva allattato (a volte anche al seno di una balia) e allevato con amore e dedizione da una famiglia o da tutto il villaggio; una volta cresciuto veniva portato in processione in ogni casa, perché portasse con la sua benedizione ricchezza e abbondanza. Infine veniva ucciso e scuoiato, a volte un sacerdote o una vecchia ne indossavano le pelli, le sue carni venivano divise tra tutti gli abitanti del villaggio e i suoi resti erano trattati con riverenza e ricevevano offerte e preghiere.
Presso gli indiani Pawnee veniva scelta come vittima una fanciulla Sioux di quattordici o quindici anni che, dopo essere stata curata e nutrita per circa sei mesi, in primavera veniva uccisa e fatta a pezzi, dopo che aveva visitato ogni wigwam (dove riceveva un dono). Il suo cuore veniva mangiato dal capo del villaggio e col suo sangue si bagnavano i chicchi del mais pronti per la semina.
In Messico, durante la festa per Chicomecohuatl (la dea del mais) una bambina, addobbata con gli abiti e le insegne della dea, veniva portata in trionfo per ogni casa dove le offrivano semi, fiori, frutta e sangue umano rappreso. Infine la decapitavano raccogliendo il suo sangue con cui aspergevano tutte le offerte vegetali che aveva ricevuto, la scuoiavano e un sacerdote indossava la sua pelle e i suoi abiti, continuando le danze che avevano accompagnato quasi tutta la cerimonia.
Identica devozione, identica compassione e identica ferocia sono riservate sia a uomini che ad animali, perché identica è la percezione che ha di loro l’uomo primitivo.
Questi racconti raccapriccianti hanno in comune gesti, rituali e intenti: con l’uccisione della vittima umana o animale si intende non solo offrire un sacrificio ad una divinità, non solo uccidere la divinità stessa per preservarla dalle brutture della vecchiaia6, ma anche uccidere la stessa divinità per assumerne gli straordinari poteri. Queste popolazioni si aspettano di veder risorgere le virtù di queste creature semi-divine, per la loro incrollabile fede nell’immortalità spirituale e nella resurrezione anche corporale degli uomini e degli animali uccisi (ritorna ancora una volta il parallelismo uomo-animale).

Il primitivo estende alla creazione animata in genere la teoria che spiega la vita sulla base di un’anima immanente e immortale, dimostrandosi più generoso, e forse più logico, dell’uomo civilizzato il quale, comunemente, nega agli animali quel privilegio di immortalità che rivendica per se stesso. Il selvaggio non ha tanto orgoglio; egli ritiene che gli animali posseggono sentimenti e intelligenza come l’uomo, e, come l’uomo, anime che sopravvivono quando il corpo muore, e che vagano come spiriti disincarnati o rinascano in forma animale.
Dal momento che, per il selvaggio, tutte le creature viventi sono sullo stesso piano dell’uomo, l’atto di uccidere e mangiare un animale assume un significato molto diverso dal nostro.

Potremmo dire, sulla scorta di Todorov7, che fin dalla notte dei tempi tutti i popoli hanno conosciuto la follia omicida e mietuto le loro vittime, e che questa potrebbe essere una caratteristica fondamentale delle società a dominanza maschile (in effetti non ne conosciamo altre). Quello che, però, distingue queste società primitive dalla nostra è la motivazione che sta alla base delle uccisioni. Todorov distingue tra società del sacrificio e società del massacro, in quanto il sacrificio è un delitto religioso, come abbiamo visto anche negli esempi tratti da Il ramo d’oro, fortemente regolato in cui la vittima, il sacrificato, ha grande importanza in quanto identità e individualità. Il sacrificio è compiuto alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, davanti alla legge (al re, capo tribù, ecc.), in luoghi sacri, e fonda la forza della società, in quanto preponderante sull’individuo, ma nonostante tutto viene quasi sempre accompagnato da un timore reverenziale verso la vittima e la divinità. Il massacro invece viene compiuto in luoghi nascosti, lontani dalla vista, luoghi in cui spesso è difficile se non impossibile far rispettare le leggi, perciò testimonia, in un certo senso, l’indebolimento del tessuto sociale e il decadere dei principi morali del gruppo. Le vittime di un massacro, umano o animale, vengono sterminate senza rimorsi perché la loro individualità non conta, non è pertinente, non hanno alcuna funzione sociale né come individui, né come vittime. In base a questa distinzione possiamo affermare che la nostra società, che continua a perpetrare “sacrifici” animali a ritmo insostenibile, si configura sicuramente come società del massacro. Scrive Todorov (parlando ovviamente dei conquistadores spagnoli, ma il discorso può tranquillamente essere applicato anche alla nostra società):

il legame sociale, già indebolito, si sfalda e rivela non una natura primitiva (la belva assopita in ciascuno di noi), ma un essere moderno, a cui appartiene l’avvenire, che non ha alcuna morale e che uccide perchè e quanto gli piace. La “barbarie” degli spagnoli non ha niente di atavico o d’animale; è interamente umana e preannuncia l’avvento dei tempi moderni.

I tempi moderni preannunciati dalle azioni degli spagnoli sono arrivati e, come si poteva ben prevedere, non hanno portato alcun miglioramento nel nostro rapporto con l’altro: nelle società primitive del sacrificio, così come nelle società moderne del massacro, il rapporto con l’altro, uomo o animale, è sempre improntato su una base di dominio e distruzione.

Nelle società del sacrificio tributare rispetto a un individuo equivale rispettare e tutelare l’intera specie, in quanto, secondo Frazer, il concetto di esistenza della specie e dell’individuo non sono distinti nella mente del primitivo: i pericoli che possono minacciare e distruggere l’esistenza dell’individuo sono gli stessi che minacciano e distruggono la specie.
Dato che il selvaggio non può risparmiare tutti gli individui cerca di placare le sue vittime, le loro anime immortali e i loro parenti con scuse, preghiere, offerte e stratagemmi, per esempio fingendo che la morte sia stata accidentale o che sia avvenuta per colpa di qualcun altro.
Uccidere sembra essere per l’uomo primitivo una necessità, non tanto per una questione alimentare quanto per un “obbligo” religioso, poiché si inserisce in una dimensione panica della natura, in cui l’uomo, come abbiamo visto, non si è ancora autoproclamato “centro del creato”, ma si pone sullo stesso piano di piante e animali. Perciò l’uccisione di un animale è spesso accompagnata da un sentimento di paura (di subire ritorsioni), da un vago senso del peccato (di ubris, di offesa nei confronti della divinità), ma anche da un senso di colpa.
A questo proposito è interessante ricordare il sacrificio ateniese detto “l’assassinio del bue”, la bouphonia: sull’altare di Zeus Polieus venivano posti orzo, frumento e focacce di cereali, poi si facevano girare attorno all’altare due buoi, il primo che mangiava le offerte veniva visto come l’incarnazione del grano che si appropriava di ciò che già gli apparteneva e, in quanto animale divino, veniva sacrificato, colpito con un’accetta, sgozzato con un coltello (entrambi “benedetti” con acqua recata dalle portatrici d’acqua), scuoiato e la carne veniva divisa con tutti i presenti. Con la sua pelle cucita e riempita di paglia veniva foggiato un simulacro da aggiogare ad un aratro.
Al termine di questa complessa cerimonia, si svolgeva nell’aeropago un vero e proprio processo per designare il colpevole dell’assassinio del bue, durante il quale tutti gli “attori” coinvolti (le portatrici di acqua, gli affilatori, i macellai etc.) si scaricavano la colpa l’un l’altro, finché il boia e il macellaio indicavano come colpevoli l’accetta e il coltello, che infine venivano gettati in mare. Tutti i particolari della cerimonia, dal nome bouphonia fino al processo, indicano che il bue non fosse solo una semplice vittima, ma una creatura sacra la cui uccisione era considerata sacrilega e omicida al pari, se non di più, dell’uccisione di un uomo.8
Il culto degli animali, in quanto incarnazioni divine (dello spirito del grano e di altre divinità agresti), presso le popolazioni primitive, assume due aspetti che possono sembrare antitetici: gli animali sono venerati perciò non vengono uccisi e/o mangiati se non in rare e solenni occasioni, per ottenere protezione o aiuto; d’altra parte, però, sono venerati proprio perché vengono uccisi e/o mangiati, in quanto fonte di cibo o come escamotage per evitare il male (capro espiatorio).
In ogni caso il deicidio richiede un’immediata espiazione per ottenere il perdono dell’intera specie per il maltrattamento e l’uccisione di un esemplare.

La caratteristica saliente dei cerimoniali e dei riti descritti da Frazer è la ferocia, e tutti sembrano avere fondamentalmente due scopi:

– propiziatorio per aumentare i raccolti (paura della carestia)
– riparatorio per placare gli spiriti e gli dei (paura della vendetta).

Quindi, sulla base dell’analisi dei riti e dei miti esposti ne Il ramo d’oro, che ho scelto come esempi, prima della concettualizzazione dello specismo e dell’antropocentrismo sembrano dominare nell’animo umano due sentimenti in apparenza contrastanti: l’aggressività, o distruttività, e la paura.
L’uomo è da sempre (sia in senso ontogenetico che filogenetico) una creatura terrorizzata, costantemente in preda a una profonda angoscia, a cui reagisce in modi a volte incomprensibili, molto spesso irrazionali e quasi sempre aggressivi.
L’oggetto di questa paura che attanaglia l’uomo, della sua distruttività, è uno solo: l’altro da sé, che spaventa in quanto diverso e imperscrutabile e diventa quindi oggetto da dominare o annientare.
E poco importa, come abbiamo visto, se l’altro sia un uomo o un animale.

1 Non starò qui a discutere l’uso quanto meno opinabile che Frazer fa dei termini primitivo, selvaggio, civilizzato, etc., che denotano certamente un giudizio legato alla cultura colonialista dell’Inghilterra fine Ottocento inizio Novecento. Chiedo venia perciò se a volte nel testo userò questi termini anche fuori citazione.

2 Tutte le citazioni, salvo dove diversamente indicato, sono tratte da Il ramo d’oro di James Frazer. Il grassetto è mio.

3 Per la trattazione dei sacrifici umani cfr la sezione 3. Sacrifici umani per le messi del cap. XLVII. Litierse

4 Cfr. il cap. XLVIII. Lo spirito del grano come animale

5 Cfr. la sezione 5. Uccisione dell’orso sacro del cap. LII. Uccisione dell’animale divino

6 Le vittime sono in genere giovani e/o nel pieno delle forze e vengono quasi subito sostituitr da un’altra giovane vittima come incarnazione della divinità.

7 Cfr. Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, parte terza. Amare, cap. Comprendere, prendere, distruggere

8 Secondo Varrone, in Attica, in tempi remoti l’uccisione dl bue era punita con la pena capitale.

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