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di Rodrigo Codermatz

La storia delle esplorazioni polari è più che mai costellata di vittime e sacrifici non solo umani ma soprattutto animali anche perché la natura ancora selvaggia, inospitale e avversa dei Poli ha messo più volte l’uomo in situazioni veramente al limite, veramente disumane e tragiche, situazioni in cui l’uomo si è trovato faccia a faccia con la morte e, per sopravvivere, più volte ha dovuto regredire a comportamenti estremi, primitivi, istintuali che la civiltà aveva ormai rimosso e allontanato (ad esempio il cannibalismo).
Esplorazioni che spesso nascondevano, sotto motivazioni sostanzialmente commerciali e scientifiche, uno spirito originario di sfida, di competizione, nonché un anelare romantico a oltrepassare sempre il limite imposto alla conoscenza e all’occhio umano, per tendere all’infinito quale motore di conoscenza. Altre volte un puro nazionalismo motivava questa corsa al Polo, l’idea di porre una bandiera, una croce agli estremi del mondo conosciuto, di esorcizzare quel punto geografico che la letteratura e le vecchie carte geografiche riempivano di mostri, rovine, castelli e torri, fantasmi, fosse e mostri marini. Un gusto romantico nel superare il mistero e l’ignoto che i Poli hanno sempre simboleggiato per questi “arditi” e impavidi.
Arditezza, spesso degenerata in cieca bramosia, che si è rivelata il più delle volte tragica negligenza, superba sprovvedutezza, azzardo, dilettantismo, irresponsabilità che ha drammaticamente costato la vita a centinaia di uomini e ha giocato con l’esistenza di migliaia di animali.
Esempi tra tanti: i 17 ponies della spedizione di Robert Falcon Scott al Polo Sud1 che, usati per la marcia sulla banchisa polare, persero la vita insieme a tutto l’equipaggio; i 34 cani di Nansen2 nella spedizione della Fram finiti per sfamarsi a vicenda e gli ultimi due, Kaifas e Suggen, uccisi per alleggerire il carico del cajak sulla via del ritorno (per non citare gli orsi e le foche uccisi durante la marcia e lo svernamento); i 121 cani della Stella Polare3 e i 353 di Knud Rasmussen nell’attraversata della Groenlandia nel 1912.
Ma mentre l’uomo ebbe sempre la scelta di astenersi o, in un controllo del suo impeto sportivo o entusiasmo nazionalistico, di fermarsi e ritornare sui suoi passi, una pari scelta non è stata mai concessa agli animali che lo accompagnavano o che disgraziatamente si son trovati sul suo percorso devastatore. Nella storia delle esplorazioni polari più che altrove possiamo vedere la salda alleanza tra scienza, religione, nazionalismo, patriottismo, militarismo, agonismo e letteratura contro il mondo animale, l’uomo contro la natura, il puro colonialismo.
Come non ricordare le pagine di questi esploratori in cui si descrivono il massacro di diverse specie animali (trichechi, foche, orse, folaghe, cani) per alimentarsi, i sacrifici e le fatiche, le torture che essi infliggevano alle mute dei loro cani di slitta, agli asini e ai cavalli; e ricordo, tra tante, quelle dei diari di una spedizione totalmente inutile come quella della Stella Polare nelle quali Umberto Cagni racconta la sua marcia per battere il primato di Fridthjof Nansen attraverso la banchisa dove metro per metro uomini, slitte e cani sprofondavano completamente nel ghiaccio e per uscirne dovevano compiere un logorante e massacrante lavoro di braccia e zampe.
Alcuni filmati dell’epoca testimoniano questa realtà tragica e ci danno un’idea di qual era in fondo il destino e la vita di questi animali al seguito delle spedizioni, caricati nelle stive delle imbarcazioni e destinati a enormi sofferenze e fatiche e poi a essere usati come cibo per gli altri animali e per lo stesso equipaggio.4
In questo panorama di assoluto sfruttamento e reificazione totale dell’animale ridotto a puro strumento, commuove nella sua unicità la vicenda di Titina, il cane del generale Umberto Nobile, sbalzato sul pack assieme al suo compagno e altri 8 uomini (di cui uno morto sul colpo)5 dopo che il dirigibile Italia, di base a Ny Ålesund (King’s Bay nelle Isole Svalbard) e al suo terzo volo ricognitivo sulla calotta polare6, la mattina del 25 maggio 1928, a 7 miglia dall’Isola Foyn, urtò tragicamente contro il pack per poi rialzarsi paurosamente alleggerito e scomparire per sempre assieme ad altri sei membri dell’equipaggio.7
Difficile trovare nelle pagine dei diari e nella storia delle esplorazioni polari un affetto e una comunanza pari a quelli che i naufragi dell’Italia vissero nei confronti di Titina in quei giorni che rimasero abbandonati sul pack, confinati nella cosiddetta “tenda rossa” in balia della deriva, lontani dal mondo umano, provati dall’estrema disperazione, dallo sconforto, dalla rassegnazione alla morte. Affetto che riaffiora più volte dalle emozionanti pagine dei loro racconti, dai loro ricordi, dalle loro testimonianze.

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Titina è per i naufraghi la mascotte e il ventunesimo membro della spedizione, che “ammusita, dormicchiava e bofonchiava accucciata in un angolo della cabina: non le piaceva affatto volare, ma ci accompagnava sempre”;8 infatti Titina aveva preso parte anche alla transvolata polare del Norge due anni prima: “personaggio poco ingombrante e niente affatto pesante”, scrive Nobile, quando rimase immobile nel suo sacco a pelo, fino a Teller, senza alzarsi neanche per mangiare o bere: trenta centimetri di altezza e sei chili di peso.9

Già a roma le operaie dello stabilimento le avevano confezionato un abito di lana color marrone. Un altro a maglia, di un bel color rosso, le era stato regalato da alcune buone suore di Trastevere. Ma giunti in Russia, essi furono criticati: non erano sufficienti a riparare la povera bestiola, che tra l’altro essendo di una razza a pelo corto doveva soffrire assai il freddo, e perciò la signora Bombieri, moglie del nostro console, si prese cura di farle confezionare una pelliccia in pelo di capra, caldissima, che aveva però il torto di impedire ogni movimento e di trasformare Titina in un piccolo mostriciattolo da far paura ai bambini. Cosicchè all’atto pratico essa rifiutò di indossarla e preferì servirsi del sacco a pelo, che mi era stato donato dagli ufficiali di marina di Vadsø.
Per scrupolo di esattezza debbo aggiungere un altro particolare. A roma, mia moglie, raccomandandomi Titina mi aveva detto: “Se dovrete marciare sui ghiacci, mettila in un sacchettino, ed appendila al collo”. Ma il fatto sta che Titina a camminare sul “pack-ice” se la sarebbe cavata benissimo, e senza bisogno di sci. Chi non se la sarebbe cavata era il padrone.10

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Dopo il fatidico urto con il pack i naufraghi si ritrovano di colpo in mezzo ad un paesaggio infernale, un orrido deserto, un’irregolarissima distesa di aguzzi bastioni di ghiaccio inclinati e di vaste spianate che corrono verso l’orizzonte: vedono il dirigibile appoppato rialzarsi e volare via verso est con i compagni rimasti a bordo, orribilmente squarciato e ridotto a brandelli di tessuto, di funi e pezzi di armatura penzolanti. Tutt’intorno nessuna traccia di terra: solo piccoli stagni e crepacci e, tra i lastroni infranti, l’acqua nera del mare. Il tutto avvolto dalla cappa unita, compatta dello strato di nubi che copre il cielo di un tetro manto di piombo. Qua e là rottami, lugubre nota di grigio sul candore della neve, e la scia di anilina rossa delle bocce di vetro per misurare la quota in volo che sembrava una scia di sangue.
Dei nove uomini caduti sul pack (Pomella verrà trovato morto non lontano dal gruppo e sarà sepolto in mare solo in un secondo momento) il capitano di corvetta Adalberto Mariano, l’ingegnere Felice Trojani, il fisico cecoslovacco Francesco Behounek, il tenente di vascello Alfredo Viglieri e il radiotelegrafista Giuseppe Biagi sono praticamente incolumi e prestano i primi soccorsi ai compagni meno fortunati: il meteorologo svedese Finn Malmgren è ferito al braccio destro ed è in uno stato di profonda prostrazione tanto da volersi uccidere; il capitano di corvetta Filippo Zappi è ferito al volto e ad una costola ma è già in piedi; il capotecnico Natale Cecioni ha una gamba rotta mentre il generale Nobile ha rotti il braccio e il piede destro.
Titina, invece, zampetta e corre felice come se niente fosse.11

Introdotto nel sacco, mi ricordai di Titina. La chiamai. La cara bestiolina correva allegramente qua e là, sui ghiacci, felice d’essere finalmente libera e di non trovarsi più per aria. Talmente felice, che non s’era affatto meravigliata di quel nuovo modo di atterrare, e tanto meno poi appariva sconcertata dall’orribile aspetto del pack.12

Nobile, che nell’urto ha colpito anche la testa, non crede di farcela e chiama subito a sé Trojani:

– Trojani, che cosa ha alla fronte?
– Non è niente: solo un graffio.
– mi prometta che non mangerete Titina.
– Lo prometto.
Promisi, ma lo confesso, con una punta di riserva mentale. E poi, potevo promettere solo per me stesso: come avrei potuto impegnare gli altri?
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Mariano, Viglieri e Behounek cercano subito tra le cose cadute sul ghiaccio con l’urto o lanciate dai compagni rimasti a bordo del dirigibile e rinvengono il sacco destinato ad un eventuale sbarco al Polo con sacchi a pelo, viveri (18,750 Kg di Pemmican), una pistola Colt e una tenda Moretti (2,75X2,75m). Si ritrovano altri viveri a 200-300 metri di distanza: cioccolato, latte concentrato, zucchero e 5 kg di burro. Scelto il posto adatto si monta la tenda mentre Biagi, ritrovati miracolosamente intatta la radio da campo a onde corte (32 metri) e gli accumulatori, improvvisa un’antenna con un pezzo di balaustra del dirigibile.

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Dopo che Mariano ha distribuito una tavoletta di pemmican a ciascuno, tutti si ritirano nella tenda: Cecioni e Nobile vengono trasportati dai compagni e Zappi, improvvisatosi eccellente ortopedico, immobilizza le loro fratture con delle assi di legno del dirigibile.
Il fondo della tenda è di seta ma viene ulteriormente isolato con del cartone: al palo centrale della tenda viene appesa la Madonna di Loreto; Behounek avvolge qualche libro trovato sul ghiaccio nella giacca del povero Caratti e la usa come cuscino: “il cuscino sibaritico” lo chiama Trojani;

Con molta buona volontà, raggomitolandoci e intrecciando le gambe, appoggiando la testa su latte di viveri, cassette di strumenti, astucci di macchine fotografiche, riuscimmo a starci tutti, e trovammo il posto anche per Titina che lo venne a reclamare zampettando su quel groviglio umano. Stendemmo su di noi la coperta di Nobile e aspettammo il sonno.14

Udiamo in sogno di fuori il tintinnìo di un collare di cane. Poi Titina, la cagnetta di Nobile, s’infila nella tenda in cerca di un posticino per dormire. Ma nel fitto groviglio di corpi umani, alla poveretta bestia non è possibile trovarlo, e pone con cautela le sue zampine sui dormienti che si svegliano bestemmiando. Io la prendo per il collare e la tiro a me. Essa mette il suo musino sulla mia mano e presto ci addormentiamo ambedue nella scialba luce dell’eterno giorno polare.15

Fuori imperversa la tempesta di neve e il termometro segna -12°C:

Il mugghio rabbioso del vento sbatteva le pareti della tenda e noi ingannavamo l’assideramento scaldandoci a vicenda. L’alto silenzio dei dormienti era scosso ogni tanto da qualche lamento di Cecioni e Malmgren.16

I nove uomini montano turni di guardia di tre ore nel freddo sfibrante, nella nebbia e nel vento tempestoso, circondati dai fantasmi più cupi: la deriva della lastra di ghiaccio su cui si trovavano e il cadavere di Pomella in attesa di sepoltura seduto curvo sulle ginocchia come se stesse allacciandosi le scarpe;17 sull’hummock contro il quale aveva urtato il dirigibile, in mezzo ai rottami, la statuetta in legno nero della Madonna col bambino.18
Si ripartiscono alcuni indumenti trovati sul pack: il sacco, l’abito e le scarpe di Pomella, uno di Caratti e un terzo senza nome e si razionano i viveri perché nessuno sa per quanto tempo si rimarrà sul ghiaccio. La deriva è forte e anche il ghiaccio intorno alla tenda va frantumandosi e sciogliendosi: si formano canali e pozze ovunque e la tenda rischia ogni momento di essere inghiottita dal mare.
Lo sconforto è grande e appare lo spettro della fame: chi legge le memorie e i racconti dei naufraghi è perennemente in pena e sta sulle “spine” per il destino della piccola Titina; e commuove come solo l’idea di potersene cibare viene subito allontanata dalla mente d’ognuno. Anche perché in questi momenti di assoluto isolamento è forte la nostalgia e il ricordo del mondo, della vita di tutti i giorni, della patria, della casa, della propria famiglia, dei cari: Nobile osserva una foto della figlia Maria i cui occhi sembrano velati di lacrime e aver presagito la sventura, Malmgren pensa alla fidanzata, Trojani alla moglie e al piccolo Zirinzin, Behounek alla sorella, Viglieri alla madre.
La Titina fa da ponte e ricongiunge i naufraghi a quel loro mondo lontano e probabilmente perso per sempre: è un pezzo di casa, di vita quotidiana, di famiglia che i naufraghi stringono a sé e non vorrebbero mai perdere; l’eventualità di dover mangiare Titina simboleggia inconsciamente per tutti la perdita del loro mondo, di un loro possibile ritorno alla vita di tutti i giorni, del ritorno a casa.
Affetto e attenzioni per la piccola bestiola che hanno aiutato i naufraghi a sperare ricreando quell’ambiente familiare quotidiano e casalingo che era loro lontano: e la bestiola risponde stringendo i naufraghi in un abbraccio reciproco motivandoli a resistere, ad andare avanti come se fossero a casa e non avessero che da risolvere un piccolo problema di governo domestico:

Titina poteva fare qualche danno, ma era una cara, brava e buona bestiola. Un giorno, gli altri erano tutti sotto la tenda, avevo sciolto un po’ di ghiaccio e scaldata l’acqua per farla bere a Viglieri (in mancanza di meglio) come medicina. Mentre stavo entrando nella tenda con il barattolo fumante in mano, Titina mi venne fra i piedi e me lo fece rovesciare. Sciogliere il ghiaccio e scaldare l’acqua non era stata cosa da poco, e bisognava ricominciare. Mi inquietai, afferrai la cagnolina per la collottola e le suonai quattro scapaccioni. La povera bestiola non si rivoltò, non si offese; venne anzi a leccarmi la mano come per chiedere perdono!19

Nel lugubre silenzio da paesaggio lunare

Il tic-tac dell’orologio faceva una grottesca impressione e la piccola Titina aguzzò gli orecchi, per indovinare che cosa volesse significare questo movimento regolare. Non riuscendo però a trovare nulla che potesse interessarla, scappò via di corsa e sparì dietro un blocco di ghiaccio, che chiudeva il nostro campo dal lato nord. Essa si cercava da mangiare nella neve polare, cosa non difficile, perché entro una zona di circa mezzo chilometro vi erano molti viveri, da noi gettati o caduti dall’aeronave nell’urto. Io seguo con Mariano le tracce di Titina: le sue quattro zampette si disegnano nettamente nella neve, però per noi l’avanzare non è così facile come per essa!20

Neanche loro forse non si rendono conto come la povera bestiola li aiuti emotivamente e li sostenga in quei momenti così disperati. Oltre a Titina non ci sono che altri due piccoli oggetti a parlare del mondo laggiù, di casa, di patria: la foto della piccola Maria e la Madonna di Loreto.
Al terzo giorno, la vita di Titina sembra essere definitivamente in salvo e il lettore (triste e ingenuo specismo) tira un sospiro di sollievo: Malmgren, con la Colt ritrovata sul ghiaccio, fredda in tre colpi un orso presso la tenda: 200 kg di carne (viveri per un mese) scongiurano definitivamente l’incubo della fame.
Sono commoventi e interessanti le pagine in cui Viglieri descrive l’uccisione e la macellazione dell’orso: ai suoi occhi, l’animale era apparso un pacifico e civilizzato pari, la cui intelligenza e curiosità l’aveva fatto avvicinare fin troppo all’uomo, un cavernicolo più che un animale, che troppo bonariamente e altruisticamente si era sacrificato per la sua salvezza. Il gruppo vorrebbe quasi trattenere Malmgren ma è poi vinto dalla necessità.
La stessa sensibilità ritorna anche nelle pagine seguenti quando Viglieri, osservando il cielo pieno di uccelli, pensa che se avessero avuto un fucile, non avrebbero mai temuto il fantasma della fame:

per combattere la morte avremmo dato morte ai cari uccelli del mitissimo Pascoli il quale, se oggi potesse dire di noi quello che canta per il volo leggendario di Andrée, approverebbe il nostro bisogno di vivere a costo di uccidere bestioline così innocenti e ispiratrici.21

Zappi e Trojani si assumono il pesante onere, “imbarazzante per la nostra sensibilità” scrive Viglieri, di macellare e scuoiare l’animale; ma poi ognuno dovrà darsi il cambio un po’ anche per distribuire tra tutti la “colpa” di quella triste e inusuale incombenza.22
Si percepisce in queste pagine una leggera diversità di cultura nel rapporto con l’animale: da una parte il nordico ed esperto polare Malmgren che sin dal primo momento riconosce la precarietà della situazione in cui il gruppo si trova e definisce delle priorità e necessità; dall’altra il gruppo italiano con la sua visione e approccio prevalentemente letterario e poetico col mondo polare:23

Non li avremmo dunque risparmiati, questi volatili, se avessimo avuto l’arma per la loro strage; e se questa avessimo dovuto compiere in obbedienza alla necessità, ci saremmo pure scusati con la nostra più dolce poesia24

e cita l’ode pascoliana “Andrée”.
La stessa sera, la comparsa all’orizzonte dell’Isola Carlo XII risolleva ulteriormente gli animi del gruppo e si fa strada l’idea di una possibile marcia verso la terra ferma:

Ma – scrive Trojani- non c’era da farsi illusioni. In realtà uno solo dei superstiti possedeva la forza e la capacità di traversare i ghiacci, arrivare alla terra, percorrerla, mettersi in salvo: Titina.25

ciò nonostante Titina rimase con l’uomo.

Il giorno dopo la terra è ancora più vicina: solo 4 miglia dividono la tenda “rossa” dalle Isole Broch e Foyn: intanto, Biagi, riaccomodata l’avaria al condensatore della radio il cui isolamento in mica si era forato, inizia a inviare l’ s.o.s che sarà intercettato dal radioamatore Schmidt di Arcangelo appena il 3 giugno e il 7 dalla nave appoggio “Città di Milano”.26
Il 30 maggio Zappi, Mariano e Malmgren decidono, malgrado lo scetticismo di Nobile, di raggiungere a piedi l’Isola di Foyn e da qui scendere fino a Capo Nord (160 km in tutto): prima di separarsi, coloro che rimangono alla tenda scrivono, nella più profonda commozione e disperazione, il proprio testamento e le loro ultime parole per i familiari da affidare ai tre uomini in partenza: Malmgren è sempre più sfiduciato e lasciando la tenda dice a Nobile – Both parts will die!-
I giorni passano nell’attesa estenuante dei soccorsi, nella sfibrante incomunicabilità totale con la nave appoggio e nell’angoscia che la radio possa da un momento all’altro guastarsi, gli accumulatori esaurirsi o la lampada dell’apparecchio trasmittente rompersi e perdere così quell’unico contatto col mondo.
Il 9 giugno partono i primi voli di ricognizione: i naufraghi, con l’anilina delle bolle per il rilevamento della quota, tracciano delle strisce rosse sulla tenda (da qui la denominazione “tenda rossa”) e sulla neve per segnalare la loro posizione ai velivoli: ma distinguere qualcosa dall’alto in quel marasma di ombre e crepacci, di hummock e crateri non è per niente facile, anzi un’impresa impossibile, tanto che la tenda sarà avvistata solo dieci giorni dopo dall’italiano Umberto Maddalena sul suo “Savoia 55” che lancerà delle provviste; intanto la situazione del ghiaccio è sempre più disperata perché l’estate sta avanzando e si rende necessario spostare per ben due volte la tenda e l’accampamento su un altro lastrone.

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Inoltre c’è sempre il pericolo degli orsi:

Contrariamente all’opinione di Malmgren, gli orsi continuavano a visitarci. Il terzo fu cacciato via da Titina mentre Biagi, Viglieri ed io lo avvicinavamo. Titina che era sfuggita a Nobile, si avventò addosso alla belva abbaiando freneticamente; il povero orso, che in vita sua non aveva visto nulla di così piccolo e così furioso, ci voltò le spalle e scappò.27

La scena genera ilarità tra i naufraghi increduli e stupiti dell’intraprendenza della piccola Titina:

Ma io avevo già una volta visto a Nome un’intera muta di cani esquimesi in fuga davanti all’aggressiva cagnolina. Perciò non mi meravigliai affatto il giorno in cui, essendo tutti riuniti sotto la tenda per il pasto e avendo sentito abbaiare furiosamente Titina, i compagni, usciti fuori, videro che con imprudente audacia essa inseguiva un orso venuto a curiosare nei nostri dintorni … Un piccolo servizio resoci dalla graziosa bestiola, la quale, dopo tutto, non c’era di alcun peso col suo sostentamento, contentandosi di rosicchiare qualche osso di orso e i residui della mia porzione di carne, che coscienziosamente raccoglievo per essa nel fondo di una scarpa.28

Il 23 giugno il Fokker dello svedese Ejnar Lundborg riesce ad atterrare presso la tenda rossa: Lundborg ha il preciso ordine di recuperare solamente il generale Nobile e di condurlo al più presto alla nave svedese del capitano Tornberg presso l’Isola di Ryss a 250 km dalla tenda per coadiuvare alle necessarie manovre di soccorso e salvataggio dei rimanenti naufraghi.
Inutile ogni resistenza opposta da Nobile che aveva previsto un diverso ordine d’imbarco sul velivolo. Così, dopo circa un mese, Nobile, Titina in grembo, lascia definitivamente la tenda rossa a bordo del velivolo svedese: giunti a Hinlopen, Lundborg li immortala con la sua piccola Kodak tascabile appena tratti in salvo, avvolti in una coperta, sulla spiaggia.

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Alla tenda, intanto, il comando del gruppo è affidato a Viglieri: è questione di poche ore e Lundborg avrebbe tratto tutti in salvo: ma al suo secondo giro, il Fokker nell’atterrare sul pack sbanda e si capotta: anche il pilota svedese è ora prigioniero del pack e vi rimarrà fino al 6 luglio quando sarà tratto in salvo dal compagno Schyberg col suo “Tignola”.
Intanto su più fronti per terra, mare e cielo si tenta di raggiungere i naufraghi: ma ogni tentativo fallisce e pone in serio pericolo la vita dei soccorritori stessi: ogni speranza è posta ormai sul rompighiaccio sovietico Krassin comandato dal professor R. Samoilovic che, partito da Ny Ålesund il 30 giugno, è costretto ad ormeggiare presso l’Isola Ross (la più settentrionale delle Sette Isole) per la rottura di una pala dell’elica sinistra.
Rimediato il danno, il rompighiaccio riparte in direzione dell’Isola Carlo XII e la mattina del 12 luglio avvista due uomini sulla banchisa: sono Mariano e Zappi e le loro condizioni sono disperate; Mariano, tra l’altro delirante, ha il piede destro in cancrena (gli si dovrà amputare la gamba destra) mentre Zappi è visibilmente provato per essersi per giorni trascinato dietro il compagno colpito già prima anche da un’oftalmia.
Zappi racconta della loro estenuante e inutile marcia, di come l’azione spietata della deriva li aveva riportati continuamente sui loro passi, del triste destino di Malmgren caduto esausto al 14° giorno di marcia, di come aveva rifiutato ormai ogni cibo e addirittura lo aveva pregato di decapitarlo con un colpo d’ascia: di come Malmgren era riuscito infine a convincere i compagni ad abbandonarlo laggiù solo, sul ghiaccio; il 30 giugno, poi, i due avevano finito tutti i viveri e si erano rassegnati a morire (si parlò allora di cannibalismo nei confronti del povero Malmgren quando si videro i suoi indumenti addosso a Zappi).

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La sera stessa il Krassin raggiunge finalmente la tenda rossa: Trojani ha la febbre, Cecioni è tormentato da forti dolori reumatici mentre Viglieri, Behounek e Biagi sono in buone condizioni di salute e di buon umore.29

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Il 31 luglio i sopravvissuti della spedizione Nobile rientrano finalmente a Roma. Da sinistra in prima fila: Zappi che tiene Titina al guinzaglio, Trojani, Biagi, Viglieri, Nobile, Cecioni e Behounek

Titina, al contrario di centinaia di altri animali, al contrario di Laika, si salvò e tornò a casa perché non era stata concepita come uno strumento ma imbarcata quale semplice compagna di viaggio.
La sua vicenda, l’immagine di lei zampettante sul pack o appisolata nel sacco a pelo sul dirigibile o tra le braccia di Behounek sotto la “tenda rossa”, resterà sempre un esempio di alta e autentica comunanza tra l’uomo e l’animale, di sostegno reciproco interspecifico nel naufragare di ogni certezza, comodità e sicurezza, della civiltà.
A suo imperituro ricordo, Titina è tutt’ora conservata imbalsamata al Museo storico dell’Aeronautica a Vigna di Villa; ma noi la vogliamo ricordare immortalata assieme ed in braccio al suo compagno di sempre che una notte del 1925 la trovò affamata per le strade di Roma.

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1APSLEY CHERRY-GARRARD, Il peggior viaggio del mondo, RCS Libri S.p.a., Milano 2004

2FRIDTJOF NANSEN, Fra ghiacci e tenebre. La spedizione polare norvegese 1893-1896, Voghera Editore, Roma 1897

3LUIGI AMEDEO DUCA DEGLI ABRUZZI, UMBERTO CAGNI, La spedizione italiana nel Mare Artico sulla “Stella Polare”, conferenza di S.A.R. Il Duca degli Abruzzi e del comandante Umberto Cagni in Roma sotto gli auspici della Società Geografica Italiana, Roma, S.G.I, 1901.

S.A.R. LUIGI DI SAVOIA Duca degli Abruzzi, UMBERTO CAGNI, dott. ACHILLE CAVALLI MOLINELLI, La “Stella Polare” nel Mare Artico 1899-1900, U. Hoepli 1904

4THE GREAT WHITE SILENCE, The official record of Captain’s Scott’s heroic journey to the South Pole, di Herbert Ponting, UK 1924, British Film Institut 2011

ROALD AMUNDSEN SYDPOLSFERD (1910-1912), Norskfilminstitutt 2010

ROALD AMUNDSEN-LINCOLN ELLSWORTHS FLYVEEKSPEDISJON 1925, Norskfilminstitutt 2010

LUFTSKIPET «NORGE»S FLUKT OVER POLHAVET 1926, Nasjonalbiblioteket 2012

SOUTH. SIR ERNEST SHACKLETON’S GLORIOUS EPIC OF THE ANTARCTIC, GB 1919, British Film Institute 2002

SOUTHWARD ON THE “QUEST”, J.C.Bee-Mason, Hubert Wilkins,GB 1922

90° SOUTH, Herbert Ponting, UK 1933

THE TERRA NOVA RETURNS HOME, 1913

Inoltre esistono dei filmati d’epoca sul dirigibile “Italia” e sulla spedizione Nobile e interviste ai protagonisti riproposte da Gianni Bisiach in un suo documentario in tre parti per la RAI negli anni Sessanta e da Piero Angela più recentemente.

5Il motorista di CassinoVincenzo Pomella.

6Il Norge nel 1926 aveva sorvolato 170.000 kmq di terre inesplorate; ne restavano da esplorare altri 4 milioni mai percorsi dall’uomo; compito preciso della missione dell’ Italia era quello di compiere dei rilevamenti idrografici al Polo, di esplorare la Terra di Nicola II di cui si conosceva solamente un tratto di costa orientale ed esplorare le coste settentrionali della Groenlandia e del Canada.

7I sei uomini dispersi col dirigibile sono: i motoristi Ettore Arduino , Calisto Ciocca, Attilio Caratti, il capo-operaio attrezzatore Renato Alessandrini, il fisico milanese Aldo Pontremoli e il giornalista Ugo Lago. Arduino , Ciocca, Caratti, Alessandrini e lo stesso Pomella avevano già partecipato due anni prima assieme al generale Nobile e ai naufraghi della “tenda rossa” Finn Malmgren, Natale Cecioni alla transvolata polare sul dirigibile N1 gemello dell’Italia e battezzato Norge (Spedizione Amundsen-Ellsworth-Nobile).

8FELICE TROJANI, L’ultimo Volo, Mursia Editore, Milano 1970, pag. 10

9UMBERTO NOBILE, In volo alla conquista del segreto polare, Mondadori, Milano 1928, pagg. 161 e 243

10UMBERTO NOBILE, L’”Italia” al Polo Nord, Mondadori, Milano 1930, pagg. 228-229

11FELICE TROJANI, cit., pag. 74

12UMBERTO NOBILE, L’”Italia” al Polo Nord, cit., pag. 199

13FELICE TROJANI, cit., pag. 75

14FELICE TROJANI, cit., pag. 81

15FRANCESCO BEHOUNEK, cit., pag. 95

16ALFREDO VIGLIERI, 48 giorni sul pack, Mondadori Editore, Milano 1929, pag. 39

17ALFREDO VIGLIERI, cit., pag. 36

18ALFREDO VIGLIERI, cit., pag. 100

19FELICE TROJANI, cit., pag. 105

20FRANCESCO BEHOUNEK, Il naufragio della spedizione Nobile, R. Bemporad & figlio Editori, Firenze 1930, pag. 98

21ALFREDO VIGLIERI, cit., pag. 156. Giovanni Pascoli dedicò una poesia all’impresa di Salomon August Andrée, Nils Strindberg e Knut Hjalmar Ferdinand Fraenkel che nel 1897 raggiunsero le zone artiche sul pallone aerostatico Ǿrnen per poi morire tragicamente sulla costa dell’isola Bianca. La poesia “Andrée” è contenuta nella raccolta Odi e Inni, Zanichelli Editore, Bologna 1906.

22ALFREDO VIGLIERI, cit., pag. 59 e segg.

23RODRIGO CODERMATZ, Moduli paesaggistici nei diari degli italiani all’Artide (1878-1928), Università degli Studi di Trieste, 1997

24ALFREDO VIGLIERI, cit., pag. 155

25FELICE TROJANI, cit., pag. 146

26Si mette subito in moto un’ingente e internazionale opera di soccorso ai naufraghi. Ricordiamo che anche lo stesso Roald Amundsen, compagno di Nobile nel volo polare di due anni prima, vi partecipò partendo il 18 giugno a bordo di un Latham 47: ma il velivolo scomparve e del suo equipaggio, tra cui il grande Amundsen, non si seppe più nulla.

27FELICE TROJANI, cit.

28UMBERTO NOBILE, L’”Italia” al Polo Nord, cit., pag. 278

29R. SAMOILOVIC, S.O.S nel Mare Artico. La spedizione di soccorso del Krassin, R. Bemporad & figlio Editori, Firenze 1930

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