Tag

, , , , , ,

1515009_1694441887510698_2691929803793678368_n

di Rodrigo Codermatz

Pubblicato originariamente: http://animalistifvg.blogspot.it/2015/03/lagnello-pasquale-meditazione-sul-senso.html

Impotente e senza possibilità di appello, l’animalismo si trova puntualmente e disumanamente obbligato a sopportare quest’ennesima scadenza del macabro calendario culturale (dove per cultura intendiamo l’assetto ideologico che il potere politico-economico con i suoi apparati è riuscito a dare alle nostre vite, al nostro pensiero, ai nostri desideri, ai nostri valori, ai nostri sentimenti, ai nostri sogni, ai nostri stessi istinti naturali quali il cibarsi e fare l’amore): la Pasqua.
Davanti all’inesorabile e “naturale”(1) massacro di un numero spaventoso di agnelli in nome del mito/rito come tradizione, noi animalisti restiamo nuovamente sconvolti per l’insensibilità, la crudeltà, il sadismo, l’egoismo, la povertà mentale e intellettuale, la cecità, il menefreghismo, il puro raptus sanguinario di coloro che io personalmente non voglio più chiamare miei simili o persone; e ci chiediamo che senso e che significato abbia “l’agnello pasquale”, da dove deriva la forza di quest’espressione linguistica che, nella nostra società mediamente disinformata e confusa, è un semplice flatus vocis ma con la forza di un tornado o della bomba atomica che lascia dietro sé sofferenza e morte.
Ma che cosa si intende per senso o significato?

Il significato, scriveva Wilhelm Dilthey, non è un concetto logico ma è espressione della vita. Fu egli stesso a definire Erlebnis (vissuto) la più piccola unità di coscienza che anticipa e precede ogni sapere, ogni conoscenza, ogni giudizio: è il fenomeno originario, ciò che per l’individuo è immediatamente ed evidentemente presente, e tramite questo si inserisce nel mondo. Ogni Erlebnis, in quanto vissuto individuale, è quindi irripetibile e incommensurabile e il continuum nel tempo di questi vissuti uniti tra loro dall’Erlebnis temporale quale loro modalità generale dà luogo a una concatenazione significativa, una connessione strutturale teleologicamente moventesi che Dilthey definisce storia interiore: a questa si riportano gli eventi attraverso cui trascorre la vita psichica e alla quale si adeguano articolandosi l’un l’altro gli Erlebnisse dando testimonianza del significato.
La vita stessa, quindi, in quanto continua rielaborazione ed enucleazione di unità di significato, si interpreta, ha in sé una struttura ermeneutica per cui interpretare, scrive Dilthey, è vivere e viceversa e non può darsi alcun vissuto esistenziale che non sia al contempo Erlebnis di significato.
Dal carattere assolutamente personale e individuale e quindi insostituibile di ogni singolo Erlebnis ne consegue la rivalutazione della storia come storicità, come storia personale, biografia, coscienza storica della finitudine di ogni situazione umana e sociale.
Persino la percezione è motivata, cioè condizionata, dalla storia della vita, scriveva lo psichiatra e neurologo tedesco Erwin Straus, in quanto è una vera e propria assunzione di senso, anzi, ne è il suo atto primario: infatti, che qualcosa venga percepito o no non dipende affatto dall’intensità della stimolazione sensoriale bensì dall’intrinseco contenuto di significato che il percepito ha per la persona che percepisce.
Ogni evento, ogni accadimento (Geschehnis) si trova sempre in un determinato contesto di senso in una determinata totalità di significato o di riferimento.
“Meri” accadimenti provvisti di senso ed essenti in sé non esistono: ogni accadere è per forza già esplicitato e interpretato.
Tuttavia Straus riconosce la possibilità di alcuni accadimenti il cui contenuto tematico è tale da determinare coercitivamente un ben determinato Erleben; è il caso delle relazioni di senso ascendente in cui l’individuo può essere costretto dall’accadimento ad una determinata assunzione di senso: sono a teatro, vedo una fiamma e del fumo (accadimento), ne desumo un senso (pericolo di morte) e fuggo (re-actio).
Nella relazione di senso collaterale, invece, l’Erleben produttivo si impadronisce dell’accadimento e non si lascia costringere ad un determinato senso, è totalmente libero come quando Newton, vedendo la mela cadere, formulò la sua legge.
Per Ludwig Binswanger, al contrario, nessun accadimento può obbligarci ad un senso: riferendosi alla distinzione di Straus tra relazione di senso ascendente e quella di senso collaterale, entrambe, scrive Binswanger, non sono che due diverse modalità dell’individualità, due diverse totalità di riferimento. A parte il fatto che nella re-actio è pur sempre contenuta una actio, l’incendio a teatro e la mela di Newton sono semplicemente due diversi piani di significato; è il modo di affrontare il problema a pregiudicare la soluzione: se consideriamo la situazione da parte dell’accadimento, avremo la relazione di senso ascendente; se, al contrario, partiamo dall’ Erleben, la relazione di senso collaterale.
La distinzione tra accadimento e Erlebnis è artificiosa, poiché, in realtà non sono che poli di un’unica costituzione ontologica; quindi non si può trarre o attribuire senso ad  un accadimento: il senso non è qualcosa che sta tra i due poli ma si riporta sempre ad una modalità di comprensione da parte dell’individualità.
Nessun livello di significato può imporre nulla: la fiamma a teatro, come accadimento non è qualità di una semplice cosa ma solo un particolare elemento significativo con alcunché di assoluto; a imporre il senso “pericolo di morte” è, invece, la situazione e non l’accadimento: per esempio, una fiamma che brucia sul palco come parte della messa in scena è ben diversa da una fiamma in platea. La fiamma in sé, quindi, non ha alcun significato vitale: Newton è costretto a risolvere il suo problema teoretico quanto l’uomo a mettersi in salvo dalle fiamma; siamo sullo stesso piano significativo.
Nel senso “pericolo di morte” si determina non soltanto l’essere dell’accadimento (fiamma) in quanto pericolosa bensì anche l’essere dell’individualità in quanto individualità in pericolo. C’è un rimando alla situazione non come oggetto/disposizione esterna ma come nostro proprio, unico e inalienabile essere in una certa disposizione (Lage) in quanto individualità.(2) 
Non esistono accadimenti che possano costringere l’individuo all’assunzione di un dato significato: è sempre l’individualità in una data situazione e non l’accadimento a decidere del senso e della configurazione dell’Erlebnis; il senso e il significato esistono solo per l’individualità, per l’io, nel suo mondo e nella sua situazione: il resto è pura teoria astrattiva.
Esistendo l’uomo assume automaticamente l’accadimento in un determinato senso: il fenomeno avviene sempre nello sfondo di un io, di una persona della quale si fa espressione e manifestazione; secondo Binswanger, Straus trascura anche la natura esistenziale e irrazionale della situazione affettiva dell’esistenza stessa che tanto decide della significatività umana: interpretazione comprensiva e situazione affettiva o tonalità sono ontologicamente inscindibili poiché gli Erlebnisse, in quanto vissuti, sono delle sensazioni o gruppi di rappresentazione con una chiara carica affettiva.

Se, come abbiamo visto, il significato è sempre Erlebnis di significato, la domanda sul senso è sempre uno sguardo su se stessi: ad essere chiamata in causa è la nostra stessa esistenza, la nostra storia personale; noi dobbiamo interrogare noi stessi sulla possibilità, la modalità, sul posto che l’Erlebnisagnello pasquale” occupa nel nostro vissuto. Una domanda sul senso non apre un dialogo ma un monologo, un bisbiglio di più voci in noi, di più risposte che abbiamo già lasciato alle spalle ma di cui continuiamo a sentire il brusio.
Ognuno di noi ha un suo preciso e personale vissuto legato all’espressioneagnello pasquale”: sappiamo chiaramente di cosa stiamo parlando e ne abbiamo una personalissima sfumatura emotiva; l’espressione offre una forte presa alla nostra storia personale, alla nostra vita interiore in quanto connessione storica, unica e irripetibile degli Erlebnisse; offre un forte appiglio al bisbiglio che ci portiamo dietro che per significare non ha che il nostro passato, una ressa di immagini, parole, paure, convinzioni, fantasie, illusioni e nozioni più o meno chiare poiché la vita non è un insieme di generiche possibilità ma di determinate possibilità che trovano la loro base in ciò che essa già fu. La presa su di noi è sempre presa sul nostro passato, scriveva Danilo Cargnello.
Ma soprattutto l’espressione si aggrappa al nostro essere-con-gli-altri costitutivo dell’Erlebnis: essere-nel-mondo è l’essere situati in una società, in una cultura, in una situazione interpersonale a cui noi abbiamo il permesso di partecipare a patto di rivestire il ruolo di membri, di soci, di inerire ai valori comuni e a un modo di pensare e di vivere che sia per tutti omologato, tranquillo e sicuro.
Se riusciamo ancora a dare un senso e un significato all’espressione agnello pasquale” noi ineriamo al gruppo culturale come tradizione orizzontale dove l’espressione funge da attrattore, garantendo così la nostra partecipazione ad una società che nel 2015 crede ancora di avere il diritto di sterminare milioni di agnellini solo perché, e forse nemmeno lei ne sa il motivo, per pasqua bisogna per forza mangiare l’agnello: si mangia “l’agnello pasquale” non solo (e non tanto) perché si è sempre fatto così ma soprattutto perché tutti gli altri fanno così, perché il gruppo dice che si fa così, che è così, che funziona così.
Alla tradizione verticale sancita dalla religione, dalla storia, dal costume, dal folklore, dalle stesse abitudini domestiche del gruppo familiare e dai ricordi personali, si aggiunge la tradizione orizzontale quale inerenza del gruppo.
Se la tradizione verticale è tramandare, la tradizione orizzontale è rimandare, delegare all’altro.

Sopra abbiamo parlato di una presa, di un appiglio, di un aggrapparsi dell’espressione al nostro Erlebnis: Danilo Cargnello nel suo libro su Binswanger Alterità e alienità scrive che l’afferrabilità (griffigkeit) o maneggiabilità (handlichkeit) è il correlato mondano della ‘mano’ ed è la mano che, nei rapporti mondani è quella che conta e decide: giacché l’afferrare e l’essere afferrati sono i due poli estremi tra cui si svolge la politica quotidiana di tutti e di ognuno. E il carattere di una persona non è proprio la sua afferrabilità, ossia “per che cosa” o “da che parte” può essere presa? Nell’afferrare, l’uomo si pone nel ruolo di predatore e definisce il mondo come preda.
Cargnello elenca varie modalità di presa sulle cose (afferrare fisico, mordere, apprendere con la mente, denominare e designare linguistico) e sugli altri (impressionare, suggestionare/prendere per il lato debole, prendere dal lato della responsabilità/prendere in parola, prendere qualcuno dal lato della sua storia mondana/prenderlo per la sua fama).
In particolare, osserva Cargnello, per designare il modo della suggestione, il linguaggio si avvale di espressioni tratte dal gergo proprio al mondo della caccia e della pesca nonché del mondo militare: si dice infatti caduto in trappola, caduto in mano come un uccellino, sgusciato tra le dita come un’anguilla, aggirato, la fortezza è caduta; qui, tra l’altro la mano è sempre allungata con ingegnosi attrezzi (amo, rete, esca, fucile, trappola); questa longa manus funge da simulacro con il quale la mano occulta la sua aggressività.
La mano fisica, scrive Cargnello, trova la sua più importante equivalenza psicologica nel linguaggio, mezzo supremo per “aggredire” cose e persone, per ridurre queste e quelle a strumenti; la denominazione è un finissimo e differenziatissimo modo di presa – così frequente nei rapporti quotidiani della nostra società civile da superare di gran lunga per frequenza i modi di aggressività propriamente fisica del primitivo.(3)  
L’espressione, come linguaggio, ruba il sangue al vissuto per fissare la tradizione orizzontale come inerenza del gruppo: i nostri Erlebnisse sono la sua forza, la sua energia: ecco la nostra transubstantiatio. Essa vive ormai di vita propria come atomo semantico, come flatus vocis, al di là e a prescindere da ogni giustificazione religiosa e scientifica il che ci esenta anche dal dialogare con la chiesa, il papa, gli ebrei, i nomadi, con Cristo e il mistero eucaristico: è inutile delegare ad altri il compito di eliminare la tradizione dell’ “agnello pasquale” con un semplice colpo di spugna, magari durante l’Angelus della domenica. E’ il singolo che quotidianamente porta l’ara sacrificale nelle propria  casa e rinnova l’olocausto. E’ tramite l’espressione “agnello pasquale”, questo carcinoma, che la sofferenza e la morte animale accadono/accedono al mondo: l’espressione lo prende e lo raggira, lo strega; essa, come tante altre, è il punto d’arrivo della cecità, della contraddittorietà, della irrazionalità e ipocrisia, della superficialità e folle, miope egoismo umani.
Mettere davanti agli occhi delle persone, in questi primi giorni di tepore primaverile, di risveglio della natura nelle sue infinite e meravigliose forme, una gigantografia di un agnellino pronto ad essere colpito dalla mannaia del boia e dire -questa è la resurrezione in cui voi credete e che festeggerete- vuol dire shockarle perché non è così che è stato insegnato loro a vedere l’agnello che per pasqua avranno nel piatto; nessuno l’ha mai presentato loro sotto questo aspetto, men che meno la chiesa per la quale, sin dall’inizio, l’agnello è stato un espediente politico, un’arma diplomatica, una strategia, un business.
E quel povero agnellino nella mano del boia avrà sì la sua resurrezione: nelle cosiddette “fattorie didattiche” (un’altra di queste espressioni-limite), dove ai bambini viene mostrato l’agnellino (lo possono toccare, nutrire, fotografare, accarezzare) ma nessuno dice loro che fine farà; c’è gente che crede ancora che gli animali delle fattorie didattiche muoiano di vecchiaia: peccato che queste fattorie spesso sono degli agriturismi!
E c’è anche chi, davanti alla gigantografia ha detto: -fanno le cose più grandi di quello che sono!-
La gigantografia mette le persone di fronte alla loro meschinità, alla loro ipocrisia, alla loro crudeltà, alla loro insensibilità e malvagità, al loro infantilismo, alla loro irresponsabilità, alla loro bigotteria che si infervora perché si osa toccare la chiesa e i suoi super-eroi! Quanta villania, cattiva fede e inganno in questi preti! Eppure non fa altro che mostrare una scena reale e di tutti i giorni.
Espressione-limite” abbiamo detto: certo, perché qui in particolare si manifesta la precarietà di quella che Weizsaecker definisce coerenza, ossia l’unità provvisoria che un soggetto forma col suo ambiente in un certo ordine di relazioni ben definite ed emerge l’urgenza della de-cisione, del viraggio verso un altro ordine, di operare, per usare le parole di Lacan, un’oggettivazione superiore.(4)
Questa è l’immagine che dovrebbe accompagnare l’espressioneagnello pasquale” una volta allentata o dissolta la presa che questa ha sui nostri vissuti; l’Erlebnis come nostro vissuto ha questa possibilità: egli può muoversi nel tempo lungo il nostro passato e verso il futuro; può valutare, ripensare, cambiare, riprendere vecchie nozioni e impressioni, archiviarne altre, pentirsi, rivedersi, giungere ad un momento critico e, con una decisione, ad un punto catastrofico e a una riorganizzazione del tutto nuova.
Questo sono le immagini che la gente deve vedere e trasformare in significato: immagini che semplicemente presentino la realtà.
E’ inutile mostrare un agnellino allegro che gironzola nell’erbetta e tra i fiori: questo non è l’ ”agnello pasquale”; così non facciamo altro che mostrare ciò che la gente vuole vedere: mostriamogli, invece, l’agnello che si appresta a morire per soddisfare il suo appetito la domenica di pasqua!
Mostrando lo shockante, svelando il nascosto, importunando con la verità, noi dobbiamo trascendere il dominio cognitivo del sistema in modo che questo non riesca più a compensare i vuoti lasciati dal crollo delle sue distorsioni davanti alla realtà riassettando semplicemente alcune sue strutture; bisogna mirare a disintegrare in toto la sua chiusura organizzazionale: solo allora si potrà sperare in un momento di crisi, nella catastrofe di una sventata ma rivoluzionaria adolescenza, poiché, quando la posta in gioco diventa cruciale, prima o poi il compromesso cessa di diventare lecito.(5)

Se il linguaggio umano chiama “festa della natura” la “sagra dei osei di Sacile”, “didattica” una fattoria, “formativo socialmente”,“uno spettacolo per tutta la famiglia” o “il più grande spettacolo del mondo” il circo, “scuola di natura” uno zoo, se la stessa Treccani definisce “educativo e scientifico” lo zoo e lo zoosafari, allora veramente è giunto il momento di rimetterlo in questione, di svelare la sua natura predatoria.
Il linguaggio animalista allora non può che allontanarsi dall’uomo, divenire dis-umano: l’impoverimento del linguaggio umano al nostro stadio di sviluppo culturale sarà la forza e la ricchezza del linguaggio animalista.
Esso deve colpire il nostro vissuto, rimuovere ciò che nel nostro passato ha giustificato e accettato la violenza sugli animali, deve porsi come colloquio con la persona, non con l’istituzione, perché l’istituzione non ha coscienza ma è monologo, tautologia, delirio, un muro di gomma contro il quale la verità rimbalza; l’ho già detto altrove: parlare con la chiesa è inutile, essa è sorda e falsa nel suo autocelebrarsi. L’umanità compierà un grande progresso quando metterà la camicia di forza ai preti e a certa classe politica.
Parlare al passato della persona vuol dire rintracciare quelle espressioni come “agnello pasquale” che si sono sproporzionatamente caricate di significato tanto che non hanno più alcun rapporto con la realtà (per questo le ho chiamate flatus vocis perché sono pure emissioni di fiato): queste si ergono come monoliti e fungono da punti attrattivi per il gruppo che diviene unanime nel condividere l’orizzontalità dell’espressione.
Queste espressioni non hanno alcun denotato ma esauriscono la loro funzione semantica nel mero essere un rimando (ho già definito la tradizione orizzontale come rimandare, delegare) che noi chiamiamo simbolo. Ed è nel nome del simbolo, che le persone a noi più vicine si stanno accingendo a divorare una creatura che loro stessi non hanno mai incontrato se non nel piatto e che mai avrebbero il coraggio di guardare negli occhi.


(1) L’accadimento come dato di fatto rientra nel concetto positivista-scientista del “naturale” ma di rimando questo “naturale” si carica di portata ideologica e diviene, psicologicamente, il nerbo tautologico della sovranità.
(2) L. BINSWANGER, Per un’antropologia fenomenologica, Feltrinelli, Milano 1970
(3) D. CARGNELLO, Alterità e alienità, Feltrinelli, Milano 1966
(4) J. LACAN I complessi familiari
(5) D. W. WINNICOTT, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma 2007

Annunci