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di Rodrigo Codermatz

Pubblicato originariamente qui come contributo al sito Nosagraosei.org

 

Il concetto di tradizione come quello di cultura sono oggi tra gli strumenti demagogici più efficaci in mano al potere economico e politico, al sistema produttivo, per riprodurre e consolidare una società collusa in base ad una coinerenza che ha come valore, fine, obiettivo e oggetto la sicurezza, la tranquillità, il quieto vivere, il buon vicinato, la quotidianità, la normalità come non-percezione dei conflitti esistenti nella nostra società (più complessa è l’immagine della normalità più ceti sociali ne sono coinvolti).
Chi si contrappone all’obbedienza, alla crudeltà e alla morte che caratterizzano la nostra società, chi resiste all’adesione attiva agli ideali della classe dominante, quali l’integrazione, l’entusiasmo, l’efficienza, la partecipazione, ad un concetto di normalità come sacrificio, sopportazione, gratificazione differita, obbedienza e mediocrità, è considerato un folle.
In questo solidarismo simbiotico di interdipendenza funzionale basata sul bisogno di sicurezza interpersonale e sul falso bisogno come avere-ciò-che-l’altro-possiede-già riproducente il modo di produzione vigente, la persona non è più autonoma ma coinvolta in una situazione interpersonale di violenza: essa è definita e “abitata” dalle persone significative della sua vita affettiva o, per meglio dire, dalle svariate proiezioni transferenziali di queste nel suo gruppo sociale di confronto e dalle istituzioni che le incanalano, quelle che Louis Althusser definiva Apparati Ideologici di Stato, la famiglia, la chiesa, la scuola, l’informazione; queste promuovono un modo regressivo, irrazionale e impulsivo di vivere i rapporti affettivi basato sui miti del legame di sangue, della morte, della terra, dell’onore, di immagini ancestrali e arcaiche (quali la madre primordiale e archetipa di Jung, o la partecipazione mistica come legame diretto e unità con i genitori di Levy Bruhl), della tradizione che dice “si è sempre fatto così, da che mondo è mondo, l’uomo primitivo faceva così, così è la natura, l’uomo non cambierà mai” etc.
Queste sono le parole-chiave della repressione, della cultura come prontuario di situazioni e comportamenti fissi già omologati volti alla conservazione di una situazione conveniente e sicura nel cuore di un modo di produzione vigente basato sullo sfruttamento non solo umano ma anche animale e ambientale.
La repressione risulta così seducente, consolante e gradevole perché ci parla di sicurezza, di tranquillità, di abitudine e routine: gestisce il tempo, la continuità; la tradizione è la gestione repressiva della continuità.
Inoltre, mediante la coinerenza del gruppo alla sicurezza interpersonale come oggetto esterno seriale, la repressione si fa capillare, diviene il Panopticon di Foucault incarnandosi nell’altro che mi tiene d’occhio sempre e ovunque senza essere visto: è la metastasi dell’apparato repressivo di polizia, è il poliziotto che mi è messo al culo.
L’incapacità dell’individuo che ha perso così la propria autonomia di identificare l’oppressione e di ribellarsi è dovuta alla stessa natura contraddittoria dell’oppressione: il massimo di sottomissione e dipendenza, di mistificazione e falsa coscienza non si ha, infatti, quando il potere esprime le sue richieste in modo chiaro ma quando le esprime in modo oscuro, vago, contraddittorio in nome di una tutela, una sollecitudine, un amore, un agire per il bene, etc.
E’ quello che gli psichiatri chiamano il “doppio legame” ossia il rendere dipendente una persona tramite istruzioni e ingiunzioni paradossali e contraddittorie tali che un soggetto non possa nè obbedire, nè disobbedire, nè liberarsi del rapporto stesso. E’ pura violenza psicologica che segue l’iter MISTIFICAZIONE→ CONFUSIONE→ CONFLITTO.
Qui la dipendenza affettiva necessaria all’instaurarsi del doppio legame è riprodotta dalle dinamiche transferenziali dell’individuo stesso che proietta la sua famiglia e le persone significative della sua infanzia nel gruppo sociale di confronto più prossimo.
Questo movimento retrogrado diretto verso la cerchia familiare, caratterizzato dalla servilità, dall’obbedienza, dalla subordinazione e volto all’adattamento per il conseguimento della sicurezza è ciò che Alfred Adler
definì “nevrastenia”.

La “Sagra dei Osei” di Sacile presentandosi come tradizione, evento culturale, “festa della natura” e reclamizzandosi con un manifesto dove variopinti volatili si librano liberi in volo e volteggiano leggiadri nel cielo mette a nudo il suo inconsapevole intento politico e repressivo: il suo messaggio fortemente contraddittorio e altamente mistificante (“uccelli liberi in volo” nel manifesto – uccelli in gabbia nella realtà / “festa della natura” nel manifesto – fiera venatoria nella realtà) è una subdola e netta ingiunzione oppressiva del tipo “doppio legame”; è l’ Arbeit macht frei messo all’ingresso di un campo di concentramento.
Ciò che è ingiunto è la collusività, la partecipazione, la coinerenza come membro seriale, alla comunità come eccesso di sicurezza e tranquillità, come nexus, riproducente lo status quo della cultura e della società nella loro logica sfruttatrice.
Qui la tradizione pluricentenaria è vera e propria celebrazione della stabilità del gruppo e la sagra un check-up, un controllo periodico della collusività e forza del gruppo. Non è la garanzia di un valore autentico che dura inalterato nel tempo ma il trionfo di una logica violenta dalla quale, in quasi 800 anni, non ci siamo allontanati di un solo passo.
Una logica che si appella al nostro innato bisogno di sicurezza interpersonale che, per fuggire l’ansia dell’ostracismo, ci obbliga a reiterare lungo tutta la nostra esistenza delle situazioni omologate come sicure durante la nostra infanzia e ci blocca in questa armatura di comportamenti atti a riprodurre l’ambiente in cui siamo nati.
La realtà è da noi reinterpretata secondo questi modelli “paratassici” che si ripetono sempre uguali e immutabili, una vera e propria coazione a ripetere che diviene rituale, ossessiva, paranoica: la visione che ne abbiamo è quindi distorta, fantastica, altamente autistica e mistificante, è ideologia come trasfigurazione della realtà per cui un assemblamento di gabbie che rinchiudono migliaia di essere senzienti che soffrono appare come la “festa della natura”.
Da quest’ottica distorta vengono eliminati gli elementi che disturbano la nostra sicurezza e tranquillità, che ci inquietano e ci provocano ansia e ci convinciamo che l’animale non soffre affatto oppure che è suo destino essere nato per essere sfruttato dall’uomo. Paradossalità e contraddittorietà come tracce del “doppio legame” per cui quasi 800 anni di gabbie sono intesi come un vanto per la città, come amore per gli animali e la natura (quante volte i cacciatori dicono di amare la natura!) e non come rituale persecutorio di una società paranoica che si chiude in un autismo completamente dissociato dalla realtà che è già stato definito il nostro “fascismo quotidiano”.
Rituale persecutorio che, limitandosi alla reiterazione del passato e dello status quo di una situazione già omologata e definita, preclude alla società nuove possibilità di sviluppo e linee di maturazione e di evoluzione.
Il rituale, in quanto abitudine, si deteriora progressivamente e si ripresenta sempre più impoverito e alterato; la società e la comunità che vi si fondano perdono quindi tutta la loro forza ed energia, ristagnano.
E’ stato detto che la presa di coscienza delle contraddizioni sociali e la lotta contro l’oppressione e la falsa coscienza abbiano le loro radici nell’argomentazione razionale: l’indignazione e la rabbia per queste vere e proprie apologie della sopraffazione e dello sfruttamento devono essere accompagnate dalla certezza che non ci sia più comunicazione possibile con la logica che le sottende; non può esserci dialogo con queste messe nere, questi rituali ideologici del potere.
Dobbiamo, invece, saper riconoscere, smascherare e denunciare le dinamiche e i processi mistificatori insiti nell’immagine e nella parola: all’uso politico ed ideologico dell’immagine e della parola va ripristinato il loro senso denotatorio, significativo, informativo, per cui si devono mostrare e nominare le cose come queste realmente sono.

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