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di Tamara Sandrin e Rodrigo Codermatz

Oggi ci ha lasciati la grande scrittrice statunitense Harper Lee.

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Il suo “Il buio oltre la siepe” (1960) è sempre stato presente nella mia vita: la copia dello zio Pepi del 1963 spiccava nella libreria di famiglia assieme ad “Altre voci, altre stanze” di Truman Capote (una mano coscienziosa li aveva sempre tenuti vicini come i due autori furono veramente vicini e amici nella vita) a Faulkner, Steinbeck, Fitzgerald, Hemingway; titoli come “Scendi Mosè”, “L’Urlo e il furore”, “Per chi suona la campana”, “La valle dell’Eden”, “Al dio sconosciuto” etc. nella serialità delle copertine rigide verdi della collana Medusa della Mondadori, animavano la mia fantasia da bambino ed è stato un piacere poi negli anni, scoprire, leggendoli una e più volte, dietro ogni titolo un mondo. Ora tutti questi titoli assieme a tanti altri sono gelosamente conservati nella biblioteca di CaVegan.
Oggi, dopo aver letto circa trecento classici della letteratura americana considero “Il buio oltre la siepe” uno dei migliori romanzi americani: amo le sue pagine come quelle di Truman Capote, come se fossero state scritte dalla stessa persona tanto i sentimenti che le pervadono sono similmente delicati e dolorosi e tanto le immagini evocate riportano a una medesima esperienza ed atmosfera.
Amo in entrambi l’assunzione del punto di vista dell’infanzia, delle sue mitologie e topografie come traspaiono in “Altre voci e altre stanze”, ne “L’arpa d’erba” o nell’universale presenza inquietante di una casa in fondo alla via custode di misteri e orrori e il rito di iniziazione infantile con cui esorcizzare le paure (lo stesso attore che interpreta Dill entrerà similarmente nella casa di Carlotta in “Piano… piano dolce Carlotta” di Robert Aldrich), di un diverso considerato il “matto” del paese, di un giardino attorno a casa di erba alta sotto il sole.
Visione infantile che poi ricompare anche nel Benny de “L’urlo e il furore” di William Faulkner, uno dei miei libri preferiti.

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Io e Tamara rivediamo sempre con piacere l’omonimo film tratto dal libro – in cui ritroviamo l’atmosfera della pagina scritta – con un indimenticabile Gregory Peck (che vinse l’Oscar per la sua interpretazione) e con Mary Badham credibilissima e deliziosa Scout: il film di Robert Mulligan, oltre all’ottima sceneggiatura di Horton Foote, molto fedele al romanzo, vanta una meravigliosa fotografia che rende l’atmosfera e il clima degli Stati del Sud.
Ed è proprio della diversità e del pettegolezzo, da cui nascono odio e razzismo, visti con gli occhi dei bambini, che ci parlano il libro e il film: della diversità di Boo, di Tom (il nero accusato ingiustamente di stupro), degli Ewell (la cui estrema povertà, la cui vita tanto misera e squallida, fatta di alcool e violenza, diventa ignoranza e rabbia), ma anche di Atticus Finch e della sua lezione di amore e tolleranza, una lezione greve e importante elargita ai suoi figli con pensosa pazienza e perseveranza, in un rapporto paritario in cui Atticus, che raccomanda sempre ai figli di mettersi “nei panni degli altri e camminarci dentro”, tratta i bambini come adulti, i neri come bianchi e i poveri come i ricchi.
In Scout (Jean Louise) e Dill possiamo riconoscere Harper Lee e Truman Capote: i due scrittori si conobbero infatti bambini a Monroeville, Alabama nel 1930: Capote era stato affidato a dei parenti della madre e Harper Lee (Nelle) era la figlia più giovane della famiglia della casa accanto, un vero maschiaccio che la madre, la signora Lee, tentò di affogare nella vasca da bagno ben due volte e che la sorella maggiore puntualmente salvò; scrisse Truman Capote a proposito: “quando parlano del grottesco meridionale non scherzano mica!”
La signora Lee, grande appassionata di parole crociate, aveva suonato il piano al matrimonio dei genitori di Truman.

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Truman e Nelle furono da subito compagni inseparabili nella loro capannina sui rami del sicomoro dei Lee che si vede anche nel film.
Fu Truman Capote a spingerla a scrivere dei suoi ricordi d’infanzia e dei processi del padre avvocato. E nell’attesa della pubblicazione di “Il buio oltre la siepe” sarà Nelle, nel dicembre del 1959, ad accettare di accompagnare Truman Capote a Garden City nel Kansas sulla scena del massacro della famiglia Clutter per la stesura di “A sangue freddo”: fu una durissima esperienza per Capote che tempo dopo ammise che se avesse immaginato cosa gli sarebbe capitato “avrebbe tirato dritto come un razzo”.

I passeri non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio niente, solo cinguettano. Per questo è peccato uccidere un passero. (Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli Editore, Milano, 1963, pag. 135)

Scout,” disse Atticus, “negrofilo è una di quelle espressioni che non significano niente, come ‘brutta mocciosa’ del resto. E’ difficile da spiegare: la gente ignorante, i bianchi poveri usano questo termine quando credono che una persona consideri i negri più di quanto non consideri loro. E’ entrato pian piano nell’uso corrente per il bisogno di una parola volgare, brutta, da appiccicare a gente come noi come un’etichetta, per offenderla.”
“ Allora non sei veramente un negrofilo?”
“ Certo che lo sono. Faccio del mio meglio per essere amico di tutti e ti assicuro che è difficile a volte. Bimba mia, non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun male”
(pag. 161)

I vicini portan dei cibi quando qualcuno muore, fiori quando siamo malati e piccoli doni nelle occasioni intermedie. Boo era nostro vicino. Ci aveva regalato due bambole di sapone, un orologio rotto con la catena, un paio di monetine portafortuna, e le nostre vite. (pag. 406)

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