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Meditazioni ispirate dalla lettura di Sento dunque sogno. Frammenti di liberazione animale di Massimo Filippi

di Tamara Sandrin e Rodrigo Codermatz

1451903141copertina Filippi, Sento

I sogni sono parte della realtà? O se ne stanno altrove? Dove abitano prima di apparire? Dove se ne vanno quando non sono sognati? Esistono anche quando non saranno sognati? E ancora qual è lo statuto di chi sogna? Chi siamo quando sogniamo? In quali territori si eclissa la nostra identità?”


M. Filippi, Sento dunque sogno. Frammenti di liberazione animale , Ortica Editrice, Aprilia, 2016 (pag. 10-11)

http://www.orticaeditrice.it/prod.php?id=69

 

I sogni ci sono sempre, siamo noi – piuttosto – che a volte ci eclissiamo: leggendo il libro di Massimo Filippi ho ripensato all’esperienza di una narcolettica, delle continue cadute in fase REM durante la veglia e del trascinamento dei suoi incubi nelle allucinazioni ipnagogiche, ritrovando il trait d’union tra sogno e veglia proprio nelle sensazioni provate al risveglio dalla narcolettica (in genere orrore e paura) e da Adorno, “sognatore indefesso” che ridestandosi da “sogni mai sognati” che sognano di animali e di altri fantasmi, lo facevano precipitare nello sgomento della realtà.
Sarebbe auspicabile dimenticare allora la prospettiva antropocentrica della veglia e, ribaltando quella visione che relega la malattia nell’anormalità, lasciarsi trascinare ancora e sempre nella fase REM, nel sogno, terreno ambiguo e anfibio (come li definisce l’autore) dove ci si può avvicinare “con garbo ai non umani”, dove l’umano può sognare vivi, morti, animali e mostri, dove può essere sognato, dove può divenire altro, può divenire animale. Dove gli animali possono entrare e guardarci vivere e sognare, e rapportarsi con noi dimenticando catene e gabbie e utilità, dimenticando la differenza in un continuo fluire dell’élan vital indistinto e gioioso. (Tamara)

Se si parla di sogno, lo dice lo stesso Filippi, come non pensare alla letteratura sudamericana: ricordo una vecchia intervista a Jorge Luis Borges in cui il poeta argentino raccontava di aver sofferto per un lungo periodo d’insonnia: egli la definiva una “malattia atroce” e ne rimase sempre terrorizzato; diceva che l’insonnia, togliendogli i sogni, lo rendeva totalmente cieco poiché egli, reso non vedente da una malattia ereditaria, poteva “vedere” solo quando sognava e gli era inconcepibile il non poter sognare.
Oltre la cecità come la fine della scorribanda predatoria nel mondo del nostro organo più invasivo e indiscreto, esiste un’altra visione: il sogno come atto riparatorio, restaurazione, restituzione dello sguardo al mondo, il risarcimento per le nostre topografie, le nostre cronologie, le biografie, le biologie, le nostre tassonomie.
Il sogno come impressione sovraesposta, come sfera sensuale più che sensoria che si lascia impressionare, che rimane aperta, esposta, senza diaframma, un qualcosa d’etereo che ci circonda, ci comprende, ci avvolge, ci riempie e in cui noi ci lasciamo sfiorare dall’altro.
Come il poeta, nei suoi sogni, portava con sé in ogni parte del mondo dove veniva invitato i patii rosa della sua Buenos Aires o Androguè, ciascuno di noi ha un proprio “fuori scena”, una “sceneggiatura datata” in cui, cieco, si può lasciar vedere ed etero(in)determinare nel suo incontro “sensuale” con l’altro, umano e non umano. (Rodrigo)

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