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elena varzi

di Rodrigo Codermatz

Qualche sera fa, ho rivisto un vecchio film di Pietro Germi, uno dei miei registi italiani preferiti, Il cammino della speranza del 1950, ispirato al romanzo Cuori negli abissi di Nino di Maria la cui sceneggiatura è di Federico Fellini, Pietro Germi e Tullio Pinelli.
Il film narra la vicenda di un gruppo di compaesani di un villaggio in Sicilia che, portati alla disperazione e alla miseria dalla chiusura delle miniere di zolfo e tentata inutilmente l’ultima battaglia dello sciopero, decidono di affidarsi ad un contrabbandiere giunto un bel giorno nel paesino investendo tutti i loro parchi guadagni in un passaggio per la Francia dove il lavoro abbonda e le paghe sono alte. In paese non c’è altra prospettiva, né per gli adulti, padri e madri di famiglia che devono portare a casa ogni giorno il pane, né per i bambini che dovranno pur crescere per ritrovarsi anche loro nella miseria come i padri, né per un’adultera, che col suo “peccato” non ha altra possibilità che andarsene (anche durante il viaggio sarà ritenuta portatrice di sciagure e si tenterà un suo allontanamento dal gruppo).
Così anche il ragioniere “deamicisiano” (come lo definisce il critico Antonio Costa) assieme al suo cane si lascia incantare dalle promesse e dalle belle parole del contrabbandiere che, messi al sicuro i soldi, alla prima fermata del treno tenta di fuggire, abbandonandoli al loro destino.
Il loro viaggio verso nord attraverso l’Italia è, invero, l’attraversamento, lo scontro improvviso e il coinvolgimento in diverse e nuovissime realtà economiche, sociali e culturali nelle quali il gruppo brancola come a bordo di una zattera in un naufragio: c’è l’impatto con la metropoli in ascesa, Roma, in cui Elena si perde e rimane sola; una metropoli che si avvia al consumismo (vedi reclame della Simmenthal sui muri) dove l’individuo è un numero, si perde tra i tanti; Elena attira l’attenzione dei passanti col suo incedere elegante e superbo da buona paesana, eleganza e superba che trapelano anche dalle parole del ragioniere quando, alla richiesta delle sue generalità da parte del commissario di polizia, aggiunge fiero -incensurato!-
C’è l’impatto con gli scioperi agricoli della pianura padana quando, nella completa disperazione e nell’irremovibile decisione di proseguire il loro “cammino della speranza”, ingenui, si fanno nuovamente abbindolare dall’imprenditore di turno in cerca di manovalanza sostitutiva e si trasformano involontariamente in “crumiri” suscitando negli scioperanti ira e rabbia che diventano subito odio e pregiudizio razziale. La sera si balla nel piancito della fattoria e due culture diverse iniziano a dialogare nell’accordarsi di due strumenti musicali diversi, la fisarmonica del nord e la chitarra del sud.
Il piccolo drappello in verità viaggia unito e compatto e non ci sarebbe dialettica, storia o viaggio se non nel suo attraversare situazioni politiche, economiche e sociali diverse portate allo stremo, a punti critici e di rottura in cui esso si fa catalizzatore di pregiudizio, intolleranza ed esasperazione.
Così, proprio come succede oggi, persone in fuga da situazioni intollerabili e disumane di passaggio per l’Italia, oltre che i propri problemi si accollano gli attacchi del malcontento, della sfiducia, della rabbia, della stanchezza, del pessimismo, rassegnazione, distruttività ed egoismo in cui la nostra politica nazionale ci ha condotti.
Attraversando paesi, costumi diversi devono inoltre mantenere indenne la loro cultura perché in essa devono pur ritrovare quell’identità e unità in cui porre il loro coraggio e la loro speranza per il cammino, per l’Esodo: il loro stato precario di estremo bisogno e la loro posizione disperata non possono permettere una prematura e subitanea omeostasi nelle realtà sociali di attraversamento.
Bisognerebbe ora capire dov’è possibile, in una società allo sbaraglio come la nostra, trovare quell’isola di umanità, di solidarietà, di pietà che il regista ha trovato in alta quota, tra le nevi del confine italo-francese, dove il gendarme francese e l’alpino italiano si possono scambiare “una sigaretta o un bicchiere di vino” lontano dalla solitudine delle grandi città.
Bisognerebbe ora chiederci dov’è possibile trovare in noi stessi quel sorriso che risponda al sorriso sul volto dell’altro e gli dica -Benvenuto!- Lo stesso sorriso con cui il gendarme francese risponde a quello del bambino in braccio a Barbara.

“Lungo i confini troverete sempre i soldati,
soldati dell’una e dell’altra parte
con diversa uniforme e differente linguaggio
(…)
i confini sono tracciati sulle carte;
ma sulla Terra come Dio la fece
per quanto si percorrano i mari,
e per quanto si cerchi e si frughi
lungo il corso dei fiumi e sul crinale delle montagne,
non ci sono confini…
su questa Terra.”*

*queste parole sono recitate da Pietro Germi stesso come voce fuori campo sulle ultime immagini del film.

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