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Presente

di Rodrigo Codermatz

Pubblicato originariamente in: http://animalistifvg.blogspot.it/2016/01/assente-di-rodrigo-codermatz.html

Cosa fanno migliaia di corpi stesi a dir Presente! sul versante del Monte Sei Busi a Redipuglia?
Parlano. Parlano di dolore, orrore, rabbia verso l’uomo, il mondo, la guerra, la storia: rispondono Presente! e fanno pena, persino rabbia quei giovani, figli e padri costretti a lasciar casa e famiglia, convinti a farsi trucidare nell’illusione di una vittoria, di un ritorno a casa, di porre fine, come dice il poeta Ungaretti, a tutte le guerre con un’ultima guerra; ma la guerra non potrà che portare altra guerra.
Corpi colpiti, martoriati, disseminati, dispersi tra le pietre, sepolti in fila nei due ciniteri, uno di fronte all’altro, nemici anche da morti, dove il vincitore svetta con le sue fanfare e le sue croci mentre il vinto resta silente alla sua ombra.
Ad ogni gradino una voce che risponde Presente! e la nausea e lo schifo verso chi li ha mandati a morire e che ritorna ogni 4 novembre a sputare e infierire sui loro corpi convincendosi che possano ancora rispondere all’appello e che siano sempre pronti a morire per la patria.
Redipuglia, non posso sopportare nè te né la farsa del 4 novembre, quella commemorazione che è tutto fuorché memoria, ricordo, raccoglimento, insegnamento; sotto quei quarantamila nomi non ci sono martiri o eroi ma sangue che ritorna a sgorgare dalla terra nelle foglie rosse del sommaco in autunno, le foiarole, tra cespugli di ginepro e le stelle dell’eringio: sangue che è rimasto retorica con i suoi eroi, i suoi martiri, le sue medaglie, le croci, i sacrari, gli ossari, i monumenti e i musei e ci ha consegnato una democrazia bigotta che fa a scarica barile e le cui leggi mantengono e sovvenzionano la guerra fuori casa, la guerra lontana che non si vede e rimane nascosta, le cui leggi permettono il fratricidio.
Questo è il significato di ‘carne’ che oggi voglio proporre: l’inutile, seriale ed ipocrita eccidio ideologico di vite umane e non; ‘carne’ che ha fatto del Carso un mattatoio e che, quotidianamente, fa dei mattatoi il fronte al quale sottomesse e indifese esistenze sono mandate in nome di criminosi costumi alimentari.
E allora scendere in piazza e chiedere l’abolizione della carne vuol dire stringersi l’un all’altro facendoci portavoce di chi non può parlare e gridare Assente! quando i carnefici ci chiamano, in modo da non trasformarci a nostra volta in martiri o eroi con i nostri sacrari, monumenti e 4 novembre; perché i monumenti e le tombe, gli altari e le statue sono armi di persuasione dietro le quali il carnefice continua imperterrito ad operare.
E quale welfarismo peggiore, quale ipocrita e ideologico bigottismo del “chi è senza peccato scagli la prima pietra” nel non voler riconoscere che nel nostro Assente! noi vogliamo e dobbiamo parlare di colpa! Colpa di chi mangia gli animali ma anche di chi rimane a guardare partecipando così quotidianamente all’eccidio: la persecuzione e lo sterminio degli ebrei non fu forse colpa del mondo intero che rimase a guardare?
Ma oggi il nostro Assente! è soprattutto veto, astensione, denuncia dell’assurdità e impossibilità etica di uno stato di diritto e di una società fondati sulla legalizzazione dell’assassinio.
Portiamo in piazza e rendiamo visibile il nostro veto, il nostro dissenso, la nostra astensione da un sistema sanguinario che vede l’Altro fondamentalmente come cibo! Portiamo a saturazione, ad esasperazione, a livello critico la sopportazione e i mezzi di difesa e metabolizzazione che il sistema e la società adopera per riprodurre la carneficina: non evangelizzare, convincere o convertire ma sovvertire!
Intendere le dinamiche sociali in termini di conversione è estremamente riduttivo: vuol dire considerare le persone, gli individui, delle palle di bigliardo dove l’una “sboccia” l’altra e la manda in buca; così come è illusorio pensare alla società come una serie di birilli da colpire in un unico strike. Questi individui e questa società sono delle astrazioni, non esistono: esistono invece rapporti e relazioni tra persone, un complesso processo di interscambio di introiezioni e proiezioni con l’ambiente.
Nella realtà quotidiana del nostro essere-con-gli-altri come interpersonalità non si danno due individui, due monadi a confronto in un’ottica organico-meccanicista ma un sistema di piani inter-relazionali intersecantisi dove lo spostamento e lo slittamento di un piano sposta con effetto catastrofico la totalità come proiezione dei piani innescando potenziali finora inimmaginati, totalità sistemiche del tutto impreviste e innovative.
Sovvertire vuol dire allora catastrofare la cultura come proiezione reticolare stabilizzata di tutti i piani interconnessi in essa sintetizzati. Se la cultura è struttura e complesso, l’individuo è sintomo.
L’immagine organico-meccanicista dell’inter-relazionarsi come conversione è incapacità di risalire alla cultura come complesso strutturale.
Senza contare che a catastrofare o modificare la totalità, a creare punti di rottura, nuovi valli e creodi possono concorrere istanze o eventi di segno opposto, contrapposti o addirittura per nulla pertinenti: ad esempio gravi maltrattamenti di animali, scoperti e denunciati pubblicamente dai media, a volte possono smuovere e indignare l’opinione più dell’attivismo animalista.
Parlando di conversione si rischia di cogliere gli aspetti più superficiali delle manifestazioni di spazio e dell’attivismo sottovalutandone e misconoscendone l’impatto profondo del loro operato che distribuisce e attua la sua continua azione corrosiva tra i diversi piani; si rischia di misconoscere l’identità politica di persone reali che dedicano il loro tempo e tutte le loro forze alla lotta animalista, gli attivisti, i volontari, di molti che si espongono finanziariamente e anche penalmente.
Individui che formicolano instancabili tra le maglie della società pervenuti all’animalismo e all’antispecismo attraverso percorsi ed esperienze diverse, singolarissime, irripetibili che essi riproducono e ripropongono quotidianamente alla società parlando ai propri familiari, colleghi, amici, avanzando loro le proprie richieste, le proprie esigenze, esprimendo i loro bisogni come i propri dissensi; così la loro azione reticolare e capillare parla ad una cospicua parte di istituzioni che sono i capisaldi e le fondamenta dell’ideologia e del potere politico ed economico.
È questa rete complessa di interazione tra individui, tra singoli e struttura, tra persone e istituzioni, la fiaccola sempre accesa dell’animalismo: è qui, in fondo, che si andrà a cercare quando servirà un attivista o un legislatore.
E’ chiaro quindi che non stiamo parlando di un proselitismo compiacente che forse trapela da altre proposte, che finiscono poi col perdersi in sconclusionati e confusi girotondi.
Il consumo di carne è interclassista, internazionale e interculturale: la lotta per la sua abolizione è molto più complessa di ogni altra lotta e rivendicazione di cui la storia ci dà testimonianza.
Credo comunque nella condivisione della rabbia, del sentirsi isolati, emarginati, ignorati e derisi, dello sconforto e del pessimismo, condivisione che pensa e mette in gioco nuove possibilità per l’animale di essere-assieme-a-noi, che instaura gradualmente nuove forme di compresenza interspecifica aprendo nuovi spazi e contesti per ripensare l’animale riservandogli una sempre crescente compagine sociale comunque necessaria per poter accogliere un domani un’eventuale riforma politica a suo favore.
Come dicevo, l’animalismo non deve convincere, convertire o evangelizzare alcuno: deve bensì colpire, defibrillare gli assunti scontati e metabolizzati del gruppo per quanto riguarda le sue abitudini violente e la subordinazione dell’animale ai suoi bisogni.
La parola e il discorso dell’animalismo devono infiltrarsi nella sua sfera immaginativa, stanarne il fossile imprigionato dall’abitudine e l’automatismo transgenerazionale nella pietra che chiamiamo “cultura”: per questo deve fare appello a capacità espressive innovative che forniscano le basi e gli strumenti per una violenta destabilizzazione, decostruzione e annientamento dell’immaginario specista, chiedere aiuto all’arte, al cinema, alle più grandi forme di comunicazione di massa senza compromettere la radicalità e il carattere diretto e prettamente etico delle sue richieste; l’animalismo deve essere censura dell’immaginario specista e suo sabotaggio.
Per non ricadere nella logica e nella retorica del welfarismo ipocrita e inconcludente è necessaria una massiccia presenza degli attivisti nelle manifestazioni per la giornata dell’abolizione della carne (e non solo): con la nostra presenza fisica, viva, con il nostro corpo, dobbiamo gridare Assente! all’appello di morte degli animali.

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