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di Tamara Sandrin

Gli animali-soldato, i giovani soldati, i profughi, i diseredati della terra. “Non ebbero scelta” 1.
Certamente loro, gli animali, non hanno avuto scelta né consapevolezza del loro destino, nessuno può dubitarne, neppure chi dalla sorte animale non viene toccato. Ma credo che neanche i giovani e giovanissimi soldati, i richiamati alla leva obbligatoria, i volontari delle classi più deboli l’abbiano avuta. In un certo senso si potrebbe dire che la Grande Guerra sia stata più una guerra classista che specista.
I perdenti sono stati milioni, sparsi sui ogni fronte, di ogni nazionalità, sono rimasti sui campi di battaglia e nelle trincee, uomini e animali.
Come documentato in Animali nella grande guerra 2, l’apporto animale è enorme: le cifre (approssimative) sono spaventose. 11 milioni tra cavalli e muli, 200 mila piccioni, 100 mila cani. Si stima che più del 50% sia morto in battaglia.
Tutte le nazioni rastrellano le campagne e gli allevamenti alla ricerca di cavalli, muli e cani per la leva equina e canina: i proprietari vengono invitati, se non proprio costretti, a consegnare il proprio animale ai veterinari militari. Alcuni stati, per esempio la Germania, prelevano persino gli elefanti da circhi e zoo per farli lavorare.
Gli animali arruolati vengono addestrati rapidamente per affrontare il nemico e per svolgere altri pericolosi e delicati compiti: la doma dei cavalli è sempre brutale, mentre per i cani si usano metodi più “dolci”. Devono essere pronti e preparati per ogni sorta di lavoro: dal trasporto di persone e cose (cavalli, muli, cani da slitta),al ritrovamento di feriti sui campi di battaglia e sulle slavine (cani da soccorso e da valanga); inoltre sono riserva di cibo: cavalli e buoi che trasportano maiali e pollame verso i mattatoi allestiti vicino al fronte, sono definiti “carne in piedi”.
La macelleria animale e umana sembra approntata dai signori della guerra alla stessa maniera, secondo un’assurda logica per cui la vittoria dovrebbe essere legata al numero delle vittime. In questa stessa ottica per i soldati non c’è nessuna pietà da parte dei loro superiori: gli anziani dei nostri paesi raccontavano che quando gli italiani si avvicinavano alle linee austriache, i soldati friulani e sloveni che combattevano per l’Austria, anch’essi giovani e ultimi, cercavano di avvisarli, di farli retrocedere prima di sparare. Ma se qualche soldato italiano tornava indietro, veniva fatto fucilare dai carabinieri come disertore.
In questa situazione, l’animale diventa una figura indispensabile per i soldati al fronte anche per un altro motivo: i soldati instaurano con cani, cavalli e muli un rapporto affettuoso, essendo una presenza domestica confortante gli animali permettono ai giovani lontani da casa e dalla famiglia di dedicarsi alla cura di un altro essere e divengono così una valvola di sfogo per la loro sfera affettiva “negata” dalla vita del fronte.
Nel fango e nell’orrore delle trincee i soldati convivono con gli animali: cani, topi e parassiti. E se, come abbiamo visto, i primi sono un conforto, gli altri, soprattutto i pidocchi sono gli esseri più odiati in tutto il conflitto.

Vittorio-Locchi-e-il-cane-IsonzoDi questi rapporti abbiamo testimonianza dalle lettere dei soldati, dai loro diari e da alcuni filmati. Non tutto il materiale girato al fronte è destinato ai cinegiornali e riguarda le sfilate di stati maggiori e soldati e la cavalleria al galoppo: abbiamo anche delle immagini significative e toccanti dei soldati che strigliano amorevolmente i cavalli (spesso sono i soldati semplici che si occupano dei cavalli degli ufficiali e dei sottufficiali) o che si occupano, accarezzano, nutrono, i cani, a volte anche gruppi di randagi abbandonati dai profughi, dalla popolazione civile in fuga, cani che vengono adottati temporaneamente dalle truppe e di nuovo abbandonati quando i militari si spostano.

Nonostante questi rapporti che si instaurano tra uomini e animali, questi ultimi non sono mai solo compagni, commilitoni, ma anche e sempre qualcos’altro: come abbiamo visto sono macchine da guerra, macchine da trasporto, “croce rossa”, strumenti di salvezza, mezzi per scaldarsi nelle notti fredde, riserva vivente di cibo.
Anche se le tecniche di guerra mutano nel corso dei quattro anni del conflitto, i cavalli continuano a essere usati sul campo di battaglia dalla cavalleria ormai antiquata: negli ultimi giorni di guerra sia l’Italia che la Gran Bretagna sferrano un’ultima carica di cavalleria in cui i cavalli vengono falciati dalle mitragliatrici nemiche (di centocinquanta cavalli inglesi ne sopravvivono, al termine di questa carica, solo quattro).

Nella folta produzione cinematografica sulla grande guerra, che inizia subito alla fine del conflitto e continua praticamente per tutto il corso della storia del cinema fino a oggi, questa stretta correlazione tra uomini e animali è piuttosto trascurata, Ma ci sono delle eccezioni.
In A couple of down and outs (“una coppia di sbandati”) 3 sono messi in scena due drammi: il dramma dell’uomo e quello dell’animale.
Per gli animali e per gli uomini la guerra non è finita nello stesso momento: i cavalli sopravvissuti spesso finiscono al macello ed è nota la storia dei muli del corpo degli alpini acquistati dai veterani per salvarli proprio da quella sorte. La guerra però ha creato anche una nuova classe di diseredati, di disoccupati, di uomini senza collocazione sociale e prospettive, i reduci.
Danny Creath, il protagonista (interpretato dall’attore, anche lui reduce dalla guerra, Rex Davis) è uno di questi: senza danaro e senza lavoro vede il suo cavallo, il cavallo che aveva combattuto al suo fianco durante la guerra, tra i tanti che stanno per essere spediti verso il continente 4. Il giovane non può accettare che il suo compagno faccia quella triste fine, ma non potendosi permettere di acquistarlo, non può fare niente per salvarlo se non rubarlo.
Ovviamente può tentare di liberare solo un cavallo, che diventa quasi un simbolo, un monumento, un’iscrizione per il sacrificio di tutti gli altri, che si avviano alla loro triste e inevitabile fine.
Danny, inseguito dalla polizia, scappa con il suo cavallo per le vie dell’East End londinese e, nella fuga, viene aiutato da una ragazza (l’attrice Edna Best) che li nasconde nella sua stalla. Ma il padre di lei è proprio un poliziotto che, toccato dai ricordi del fronte del giovane reduce, è disposto a chiudere un occhio e ad agevolare la fuga dei due commilitoni, l’uomo e il cavallo.
Il racconto di Danny apre un flashback sulla vita al fronte occidentale tra i più realistici e toccanti del cinema di guerra, insieme al quadro dipinto da Abel Gance in J’accuse (Francia, 1919). Sicuramente la vicinanza temporale dei film al conflitto, le esperienze dirette 5, il dolore e la paura ancora così vivi e attuali, hanno contribuito a rendere questi primi film così intensi e vibranti di sentimento e compartecipazione.
Reduci allo sbando e cavalli al macello: guardando A couple of down and outs il confronto è inevitabile.
Durante la guerra uomini e animali hanno subito la forza distruttrice di una volontà altrui, loro malgrado hanno combattuto fianco a fianco, condividendo dolore, paura, freddo, fame e fatica. Dopo la guerra per i reduci sembra non esserci più posto in società 6, per i cavalli l’unico posto è il macello, per i cani usati nel conflitto e sopravvissuti non è possibile una ricollocazione, l’unica soluzione che l’uomo sa trovare ancora una volta è violenta e devastante: sterminio e soppressione (si pensi che solo la Francia ha abbattuto circa 15 mila cani a guerra finita).

Rin_Tin_Tin_1930

Qualcuno è stato “fortunato”, si è salvato per rientrare però in un altro circuito di sfruttamento: Rin Tin Tin, trovato cucciolo assieme alla sorella Nanette in un canile militare austriaco distrutto dai bombardamenti, viene portato negli Stati Uniti dal soldato di fanteria Lee Duncan, che lo addestra “amorevolmente” insegnandogli vari esercizi. Duncan realizza assieme a un amico alcuni filmati amatoriali del cane e infine riesce a farlo entrare nel mondo del cinema. Rin Tin Tin interpreta decine di film muti e alcuni sonori, divenendo una delle star più amate di tutti i tempi. Muore nel 1932, ma i suoi discendenti sono già pronti a rimpiazzarlo vista la fortuna del personaggio: il primo Rin Tin Tin era così popolare anche nella stessa Hollywood che attori e attrici (per esempio Jean Harlow e Greta Garbo) avevano adottato alcuni dei suoi cuccioli.

niente di nuovo

Vorrei infine ricordare un altro film sulla Grande Guerra: All’ovest niente di nuovo7, tratto dal romanzo di Erich Maria Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale. Nel romanzo c’è una terribile, intensa e struggente pagina che descrive lo strazio e le urla dei cavalli in battaglia, che descrive il tormento dei soldati per non poterli aiutare e la loro empatia per i compagni non umani:

L’urlo non vuole cessare: non possono essere uomini, quelli che gridano così orribilmente .
Kat dice: «Cavalli feriti».
Non m’è mai accaduto di udire cavalli
gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire. Detering si rizza: «Assassini! Assassini! Ma ammazzateli, perdio!».
Egli è agricoltore, ha confidenza coi cavalli; la cosa lo tocca da vicino. E come farlo apposta, il fuoco ora quasi tace, sicché l’urlo delle bestie si leva più chiaro. Non si sa donde possa venire, in questo paesaggio argenteo, ora così tranquillo; è invisibile, spettrale, dappertutto, fra la terra e il cielo, si allarga smisurato,enorme. Detering diviene furibondo e urla: «Ma sparate, uccideteli dunque, sacr…!».
«Prima devono portar via i feriti» osserva pacato Kat.
Ci alziamo e andiamo a cercare dove siano queste bestie. A vederle sarà più sopportabile. Meyer ha con sé un cannocchiale. Vediamo un gruppo oscuro di portaferiti con barelle, e poi masse nere, più grosse, che si muovono. Sono quelli i cavalli feriti. Ma non tutti: molti galoppano lontano, si abbattono e poi riprendono a correre. Uno ha la pancia squarciata, le interiora pendono fuori. La povera bestia vi s’impiglia con le gambe, stramazza, si rialza. Detering imbraccia il fucile e mira. Kat lo devia, sicché il colpo va in aria.
«Sei matto?» Detering trema e getta a terra il fucile. Ci accoccoliamo per terra e ci turiamo le orecchie. Ma l’orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre.
Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa; ma qui il sudore ci imperla la fronte. Si vorrebbe alzarsi e fuggire, non importa dove, solo per non udire più quei gridi. E dire che non sono uomini ma soltanto poveri cavalli.
Dal gruppo oscuro si staccano alcune barelle. Poi alcuni colpi. Le masse nere dei cavalli esitano, si afflosciano. Finalmente! Ma non è finita ancora. Gli uomini non riescono ad avvicinarsi ai cavalli feriti che, terrorizzati, scorrazzano qua e là tutto il dolore nelle gole spalancate. Una delle figure nere mette un ginocchio a terra; si ode un colpo: un cavallo si abbatte, ancora uno. L’ultimo punta sulle gambe davanti e si gira in tondo come una giostra; si gira in cerchio con la groppa a terra; avrà la spina dorsale fracassata. Un soldato accorre e lo abbatte: lento, umile, scivola a terra.
Ci togliamo le mani dalle orecchie. Il gridare è cessato: solo è nell’aria un lungo gemito che va spegnendosi lentamente. E poi non v’è più nulla, altro che lo squittire dei razzi, la canzone delle granate e le stelle; e ciò sembra persino strano.
Detering se ne va, bestemmiando: «Vorrei un po’ sapere che colpa hanno loro». Di lì a poco si riavvicina a noi, e con voce vibrata, quasi solenne, afferma:
«Ve lo dico io, l’infamia più grande è che si faccia fare la guerra anche alle bestie».8

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Questo episodio non è rappresentato nel film, ma gli animali sono sempre presenti, come cibo, come nemici (vediamo i soldati che si accaniscono contro ratti e pidocchi durante i bombardamenti), come amici: dai loro racconti sappiamo per esempio che Destaus è stato ucciso perché era uscito dalla trincea per salvare un cane; la scena non ci è mostrata (ma possiamo immaginarla) e in un certo senso anticipa la fine del film.
Il protagonista, Paul, è in trincea, in un momento di calma quasi irreale vede una farfalla, sorride, si sporge e allunga la mano come per raggiungerla, ma un soldato francese lo uccide prima che ci riesca: vediamo la sua mano che lentamente si avvicina alla farfalla immobile, poi sentiamo il sibilo della pallottola e la mano di Paul si adagia sul terreno tra sassi e rifiuti. L’atrocità della guerra, che gli aveva tolto tutto, che aveva già ucciso la sua giovinezza, che aveva spento tutti i suoi ideali, che non gli aveva lasciato altro che se stessa come compagnia, per lui è finita.
Paul, il ragazzo, era un collezionista di farfalle, cercava la bellezza e la vita ma le cristallizzava nella fissità della morte: senza che lui se ne rendesse conto coscientemente la morte l’aveva sempre accompagnato anche prima del suo ingresso nel mondo adulto della guerra, prima del suo arrivo al fronte. La sua abitudine di cacciatore di farfalle, di portatore di morte, lo porta infine a morire.
Ma la guerra di trincea gli ha insegnato tanto sulla morte e quell’allungare la mano verso la farfalla, che da ragazzo era abituato a infilzare, sembra ora solo un anelito verso la vita e la libertà che gli sono negate, non sembra più volontà di distruggere: il pricipio, che ha imparato dalla guerra, per cui “non è bello morire affatto” può essere ora vero e valido oltre ai confini di specie.

Note:

1 “They had no choice” è l’iscrizione sul monumento commemorativo per gli animali che hanno combattuto in guerra a Park Lane, Londra.

2 Animali nella grande guerra, regia di Folco Quilici, Italia, 2015

3 A couple of down and outs, regia di Walter Summers (le cui esperienze belliche hanno influenzato diversi film da lui diretti), Gran Bretagna 1923

4 Gli eroi equini inglesi non venivano macellati in Gran Bretagna a causa della diffusa avversione e dell’indignazione mostrata dalla maggior parte degli inglesi nei confronti della carne di cavallo.

5 Walter Summers si arruolò a diciotto anni e nel corso del conflitto diventò capitano e fu decorato con la croce militare e la Distinguished Service Medal. Abel Gance girò J’accuse durante l’ultimo anno di guerra: le comparse erano soldati veri in licenza, che dovevano tornare al fronte. Per la realizzazione di All’ovest niente di nuovo di Lewis Milestone (USA, 1930), di cui parleremo tra breve, molti veterani tedeschi rifugiati negli Stati Uniti, fecero da comparsa e da consulenti tecnici per il film.

6 Questa è una situazione che si ripresenta alla fine di ogni guerra, basti pensare ad esempio allo struggente film sul ritorno in patria dei soldati alla fine della seconda guerra mondiale I migliori anni della nostra vita di William Wyler (USA, 1946) o ai numerosi film sui veterani della guerra del Vietnam.

7 All quiet on the western front, regia di Lewis Milestone, USA, 1930

8 Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1983, trad. it. Stefano Jacini, pp. 65-66

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