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OSSIA DELLA NASCITA L’ELETTROSHOCK

di Rodrigo Codermatz

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Frutto del più cieco e fanatico scientismo, di un positivismo come illimitata e incondizionata fiducia nella scienza e nella tecnica quale appaiono nei film di Carl Leammle, figlio della paura e della superstizione, dell’irrazionale insediatosi nei meandri più oscuri della coscienza, l’elettroshock (altrimenti noto come Terapia elettroconvulsivante o ECT) nasce in una società in cui lo scienziato riveste un’autorità quasi sacerdotale per le masse superstiziose e fa propria la libertà di trascendere ogni senso e dovere etico-morale: egli ha tutto in suo potere, può dominare la natura e l’uomo, l’inconscio e la morte (Frankenstein), può rendersi invisibile, conquistare il mondo, ergersi a divinità.
Dal suo ambulatorio di gabbie e circuiti elettrici, di valvole e contatori in corto circuito, egli estrapolerà la sua arma di dominio, di sopraffazione, di sterminio: detterà le sue Tavole, farà il mondo a sua somiglianza, distruggerà il diverso.
Ancora una volta la follia e la distruttività umana giocano con il più debole tra gli indifesi, l’animale, vittima e cavia dei più reconditi tormenti dell’uomo, di chi ha la chiave della gabbia, delle sue manie e paure più intime, della sua insicurezza più paralizzante.
E ancora una volta l’insensibilità e la violenza sull’animale fondano l’insensibilità e la violenza sull’altro essere umano, lo sguardo che si limita allo strumento di misura, al metro, al microscopio e non sa cogliere il disagio, la sofferenza e la solitudine dietro ad un corpo che non è solo dimensioni, densità o peso specifico; i minuti, le ore, le giornate del paziente, la sua stessa esistenza, la sua dignità, non contano nulla: il suo tempo vissuto è cancellato e rimane solo un freddo quadrante su cui devono scorrere i tre mesi affinché si normalizzi il tracciato EGG o la lunga attesa per il criptico ed ermetico responso della TAC che ci rassicuri che non sono state rilevate alterazioni cerebrali, morfologiche o di densità.

Questa è la storia di Ugo Cerletti, l’uomo che per primo, nell’aprile 1938, praticò l’ECT su un suo simile dopo averlo sperimentato su cani e maiali: un altro esempio di come il pregiudizio, l’ambizione ma soprattutto il denaro facciano dell’uomo un prevaricatore, un persecutore, un distruttore; l’ennesima testimonianza che ci dice come la crudeltà e l’insensibilità manifesta verso un’altra specie animale, mimetizzandosi nell’indifferenza della società, lavori occultamente e diventi alla fine crudeltà e insensibilità nascosta ormai dietro un camice e una scrivania.
Ugo Cerletti nasce a Conegliano, in provincia di Treviso, nel 1877 da una famiglia appartenente all’alta borghesia (suo padre era un illustre enologo). Il botanico Giuseppe Cuboni, una conoscenza di suo padre, gli infonde sin da giovane quella positivistica religione della scienza che vede il sapere scientifico come strumento per l’emancipazione dell’umanità e il riscatto dalle miserie sociali: un credo agli antipodi della religione, laico e progerssista, fondato sulla convinzione che  “la religione della scienza, prima che al bene dell’umanità, deve rispondere ad una sete di sapere tutta speciale. Assoluta“. Un anticlericalismo che si infervora ancora di più quando, trasferitosi a roma con la famiglia, Cerletti viene iscritto a un istituto gestito dai gesuiti.
Dopo il liceo classico si iscrive alla Facoltà di Medicina e, sotto la guida di Giovanni Battista Grassi, docente di anatomia comparata, “lo schivo e per nulla goliardico” Cerletti si dedica completamente allo studio e alla ricerca che egli stesso definisce come “una vera tossicomania”: “qualche volta – scriveva Cerletti – nei momenti di carenza del tossico, mi sento sbalordito, triste e molto solo”; egli è fermamente convinto dell’esistenza dell’anima e ritiene che risieda nella materia e che solo lo studio positivo del sistema nervoso possa riuscire a “stanarla”.
Inizia così gli studi di psichiatria
con il neuropatologo Giovanni Mingazzini e con lo psichiatra Ezio Sciamanna; ma presto inizia a girare le maggiori università europee, Parigi dove studia con Pierre Marie ed Ernest Dupré, a Monaco con Emil Kraepelin e Alois Alzheimer e infine ad Heidelberg presso la clinica psichiatrica universitaria diretta dal neuropatologo Franz Nissl.
Ritornato a Roma, si laurea nel 1901 con una tesi “Sopra i processi di assorbimento consecutivi a lesioni della sostanza cerebrale”; assunto prima come assistente volontario e poi come assistente straordinario nella clinica diretta da Sciamanna, si adopera per l’organizzazione di un laboratorio anatomopatologico. Nel 1905 ottiene la libera docenza in psichiatria e nel 1907 viene nominato assistente di ruolo.
I suoi interessi sono ormai rivolti alla degenerazione delle strutture cerebrali: ottiene notevoli risultati nei suoi studi in campo istopatologico: riesce, per esempio, a dimostrare la correlazione tra la sifilide e l’infiammazione della corteccia; importanti anche i suoi contributi nella ricerca sull’arteriosclerosi, sulla sindrome di Alzheimer e sul gozzo-cretinismo, una patologia tipica delle valli da cui proviene la sua famiglia. Talvolta le sue ricerche sul campo sono impopolari tanto che un intero paese lo prende persino a sassate e lo costringe alla fuga. Ambizioso, orgoglioso per i suoi successi, si lascia d’altra parte abbattere facilmente da piccole difficoltà, tanto da definirsi “un bizzarro impasto di autosvalutazione e orgoglio”.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Cerletti è un fervido interventista e si arruola come volontario negli alpini. Partecipa alle operazioni militari dando prova di grandi capacità tecnico-tattiche (inventa la divisa bianca per gli alpini); nel contempo ha modo di osservare le reazioni psicologiche scatenate nei soldati dalle dinamiche inumane della vita di trincea: lo colpisce, in particolare, il logorio psichico che affligge i soldati in occasione di combattimenti lunghi e ininterrotti, giungendo ad inibirne le reazioni vitali e a comprometterne quindi le prestazioni.
Inizia quindi a progettare un ordigno (la spoletta a scoppio differito) che, grazie alla caratteristica di esplodere a distanza di varie ore dal lancio, risulterebbe particolarmente adatto a generare nei combattenti “un’angoscia senza requie”, determinando “uno stato tale di esaurimento nervoso da rendere praticamente insostenibile una prolungata permanenza sulle posizioni” .
L’invenzione suscita l’interesse degli alti comandi ed è subito prodotta su scala industriale: come lui stesso confesserà in seguito, al suo impegno di costruttore di bombe non rimane estraneo il desiderio del guadagno.
Finita la guerra, nel 1922 Ugo Cerletti si trasferisce a Milano e diviene direttore del laboratorio neurobiologico dell’Ospedale psichiatrico di Mombello.
Salito al potere il Fascismo, Cerletti pensa che il Duce sia la “personalità d’eccezione che saprà risollevare le sorti della scienza italiana… il felice germoglio del più genuino proletariato”; scrive degli articoli sul mensile “Gerarchia”, rivista nata per dare voce alla “rivoluzione fascista”, nei quali esprime le sue convinzioni razziste e cerca di confutare con argomenti “scientifici” l’idea della naturale uguaglianza fra gli uomini.

Nel 1925 Cerletti vince il concorso e diviene professore di neuropsichiatria all’Università di Bari; tre anni dopo, nel 1928, subentra ad Enrico Morselli come direttore della Cattedra di neuropsichiatria all’Università di Genova.
Nella psichiatria di quegli anni i trattamenti più in auge sono quelli detti “convulsivanti”: già nel 1917 Julius Wagner von Jaurehh aveva iniettato sangue di un malaria in un paziente affetto da demenza paralitica causata da sifilide, inducendogli febbre e crisi convulsive; solo in un secondo tempo, la malaria venne sostituita da sostanze proteiche e vaccini (piretoterapia).
Pur non essendo fondata su alcun presupposto scientifico ma su un vero e proprio empirismo
di tipo magico, la malarioterapia restò comunque in auge fino agli inizi degli anni Cinquanta. Proprio nel 1928, Manfred Joshua Sakel, direttore dell’ospedale di Lichterfelde, un istituto privato che si occupava soprattutto di morfinomani, introduce lo shock insulinico (l’insulina era stata scoperta nel 1922) per sedare i tossicodipendenti in astinenza: l’ipoglicemia, le convulsioni e il coma conseguenti portano, secondo Sakel, a un netto miglioramento comportamentale del soggetto; il coma viene poi risolto somministrando glucosio.
Nel 1933, Petzl, successore di von Jauregg a Vienna, incoraggia Sakel ad applicare il suo metodo agli schizofrenici; Sakel così sperimenta l’insulina su un caso di schizofrenia in eccitazione violenta: al risveglio dal coma il paziente presenta un notevole miglioramento e questo basta a sanzionare la fortuna di questa terapia, praticata fino agli inizi degli anni Settanta
.
Nello stesso anno, il neuropsichiatra ungherese Laszlo von Meduna, studiando l’anatomia patologica della schizofrenia, ipotizza che ci sia un antagonismo biologico tra schizofrenia e epilessia: constatando che l’epilessia è statisticamente meno frequente negli schizofrenici rispetto alle altre forme di malattia, tenta senza alcun successo di curare gli epilettici iniettando loro il sangue di pazienti schizofrenici. Successivamente prova a indurre negli schizofrenici l’epilessia farmacologica prima con la canfora (già usata per i suoi effetti convulsivi da William Oliver nel 1785 per curare un caso di mania) poi, nel 1935, con il pentilentetrazolo (Cardiazol, Metrazol); il subitaneo effetto calmante e sedativo è un trionfo e, in poco, tempo questa tecnica si diffonde in tutto il mondo.
Sia lo shock insulinico di Sakel che quello cardiazolico di von Meduna erano, quanto a metodologia e dolorosità, vere e proprie tecniche di tortura.
Entusiasta dei risultati della terapia dello shock ottenuti dal Sakel e von Meduna, Cerletti è convinto che lo stress causato dalle convulsioni provochi il rilascio nel sangue di “sostanze vitalizzanti” cui dà il nome di acroagonine e tenta di produrle artificialmente somministrando scosse elettriche a cani con un apparecchio costruito dal suo collaboratore Lucio Bini; la tecnica, che prevede il passaggio della corrente dalla bocca all’ano, si rivela molto spesso mortale per gli animali in quanto l’elettricità attraversa il cuore: è perciò inutilizzabile sugli uomini.
Nel 1935, Cerletti diviene direttore della Clinica di Neuropatologia e Psichiatrica dell’Università di Roma ed è sempre più convinto della necessità di trovare un mezzo meno costoso per provocare la crisi epilettica. Nonostante la medicina fosse già a conoscenza delle enormi differenze tra sistema nervoso umano e animale, Cerletti continua i suoi esperimenti elettroconvulsivanti sui cani.
Due anni dopo, ad un convegno sulle nuove cure per la schizofrenia in Svizzera, Lucio Bini comunica la possibilità di usare la corrente elettrica per indurre convulsioni nei cani senza procurarne la morte: il suo intervento è del tutto ignorato.
Ma un avvenimento inaspettato e casuale fa precipitare gli eventi: un giorno, Cerletti viene a sapere che al mattatoio comunale di Roma i maiali vengono abbattuti tramite l’uso di una comunissima corrente alternata: incuriosito, chiede e ottiene di poter assistere all’esecuzione dei suini.
Contrariamente alle aspettative, però, Cerletti scopre che i maiali non vengono uccisi con la corrente, ma solo storditi con una scarica diretta e limitata al cranio: dopo la scossa, i maiali cadono a terra in preda ad una vera e propria crisi epilettica; è a questo punto che il macellaio interviene a sgozzarli:

Vanni mi informò del fatto che al macello di Roma i maiali venivano ammazzati con la corrente elettrica. Questa informazione sembrava confermare i miei dubbi sulla pericolosità dell’applicazione di elettricità all’uomo. Mi recai al macello per osservare questa cosiddetta macellazione elettrica, e notai che ai maiali venivano applicate alle tempie delle tenaglie metalliche collegate alla corrente elettrica (125 volt). Non appena queste tenaglie venivano applicate, i maiali perdevano conoscenza, si irrigidivano, e poi, dopo qualche secondo, erano presi da convulsioni, proprio come i cani che noi usavamo per i nostri esperimenti. Durante il periodo di perdita della conoscenza (coma epilettico), il macellaio accoltellava e dissanguava gli animali senza difficoltà. Non era vero, pertanto che gli animali venissero ammazzati dalla corrente elettrica, che veniva invece usata, secondo il suggerimento della Società per la prevenzione del trattamento crudele agli animali, per poter uccidere i maiali senza farli soffrire. Mi sembrò che i maiali del macello potessero fornire del materiale di grandissimo valore per i miei esperimenti. E mi venne inoltre l’idea di invertire la precedente procedura sperimentale: mentre negli esperimenti sui cani avevo tentato di utilizzare sempre la minima quantità di corrente, sufficiente a procurare un attacco senza causar danno all’animale, decisi ora di stabilire la sua durata temporale, il voltaggio ed il metodo di applicazione necessari a provocare la morte dell’animale. L’applicazione di corrente elettrica sarebbe stata dunque fatta attraverso il cranio, in diverse direzioni, e attraverso il tronco, per parecchi minuti. La prima osservazione che feci fu che gli animali raramente morivano, e questo solo quando la durata del flusso di corrente elettrica passava per il corpo e non per la testa. Gli animali ai quali veniva applicato il trattamento più severo rimanevano rigidi mentre durava il flusso di corrente elettrica, poi, dopo un violento attacco di convulsioni, restavano fermi su un fianco per un poco, alcune volte parecchi minuti, e finalmente tentavano di rialzarsi. Dopo molti tentativi di recuperare le forze, riuscivano finalmente a reggersi in piedi e fare qualche passo esitante, finchè erano in grado di scappar via. Queste osservazioni mi fornirono prove convincenti del fatto che una applicazione di corrente a 125 volt della durata di alcuni decimi di secondo sulla testa, sufficiente a causare un attacco convulsivo completo, non arrecava alcun danno.1

Dopo centinaia di esperimenti e applicazioni sui maiali dello stesso mattatoio, Cerletti appura che di fatto la limitazione del circuito al cranio impedisce la diffusione della corrente elettrica al corpo nella sua interezza e in particolare al cuore, evitando sistematicamente la morte degli animali. Bisognava verificare però se la stessa cosa avvenisse anche nell’uomo: in tal caso, l’attacco epilettico “terapeutico” poteva essere raggiunto in modo molto più economico rispetto ai metodi di Sakel e di Meduna:

Queste evidenti prove fecero svanire alla fine tutti i miei dubbi, e senza ulteriori indugi diedi istruzioni alla clinica di intraprendere l’esperimento sull’uomo. Molto probabilmente, se non ci fosse stata questa circostanza fortuita e fortunata del macello l’ECT non sarebbe nato.2

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Dopo che Bini ebbe messo a punto un rudimentale prototipo di “apparecchio per l’elettroshock”, Cerletti è pronto per l’esperimento sull’uomo:

A questo punto ero convinto che avremmo potuto tentare di fare degli esperimenti sugli uomini, e diedi istruzioni ai miei assistenti affinché tenessero gli occhi aperti per selezionare un soggetto adatto .3

La legge vigente, la legge 14 febbraio 1904, N. 36 ossia “Legge Giolitti” – Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati – (prima e unica legge organica in materia psichiatrica dello Stato italiano fino alla riforma Basaglia del 1978) presentando inequivocabilmente una concezione della malattia mentale come pericolosità sociale (art. 1: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo”; art. 2: “L‘ammissione degli alienati nei manicomi deve essere chiesta dai parenti, tutori protutori, e può esserlo da chiunque altro nell’interesse degli infermi e della società”) affidava ai manicomi un ruolo sempre più repressivo ed emarginante.
Inoltre, dando al direttore del manicomio la piena autorità sul servizio interno sanitario (articolo 4) e il potere di decidere circa l’internamento e le dimissioni (articolo 3), la legge conferiva in modo molto netto alla figura del direttore e dello psichiatra in toto una precisa funzione di controllo sociale, ruolo tra l’altro che poteva contare sulla collaborazione della stessa autorità locale di pubblica sicurezza a cui la stessa legge aveva riconosciuto il diritto, in caso di urgenza, di ordinare il ricovero.
Cerletti ha quindi la via spianata per tentare il suo esperimento4; infatti:

Il 15 aprile 1938 il commissario di polizia di Roma mandò nel nostro Istituto un individuo con la seguente nota di accompagnamento: “S.E., trentanove anni, tecnico, residente in Milano, arrestato alla stazione ferroviaria mentre si aggirava senza biglietto sui treni in procinto di partire. Non sembra essere nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, e lo invio nel vostro ospedale perché venga posto sotto osservazione…” Le condizioni del paziente al 18 aprile erano le seguenti: lucido, ben orientato. Descrive, usando neologismi, idee deliranti, riferendo di essere influenzato telepaticamente da interferenze sensoriali, la mimica corrisponde al senso delle parole; stato d’animo indifferente all’ambiente, riserve affettive basse; esami fisici e neurologici negativi; presenta cospicua ipoacusia e cataratta all’occhio sinistro. Si arrivò ad una diagnosi di schizofrenia sulla base del suo comportamento passivo, l’incoerenza, le basse riserve affettive, allucinazioni, idee deliranti riguardo alle influenze che diceva di subire, i neologismi che impiegava.
Questo soggetto fu scelto per il primo esperimento di convulsioni elettricamente indotte sull’uomo. Si applicarono due grandi elettrodi alla regione frontoparietale dell’individuo, e decisi di cominciare con cautela, applicando una corrente di bassa intensità, 80 volts, per 0,2 secondi. Non appena la corrente fu introdotta, il paziente reagì con un sobbalzo e i suoi muscoli si irrigidirono; poi ricadde sul letto senza perdere conoscenza. Cominciò improvvisamente a cantare a voce spiegata, poi si calmò…
Naturalmente noi, che stavamo conducendo l’esperimento, eravamo sottoposti ad una fortissima tensione emotiva, e ci pareva di aver corso già un rischio notevole. Nonostante ciò, era evidente per tutti che avevamo usato un voltaggio troppo basso. Si propose di lasciare che il paziente si riposasse un poco e di ripetere l’esperimento il giorno dopo. Improvvisamente il paziente, che evidentemente aveva seguito la nostra conversazione, disse, chiaramente e solennemente, senza alcuna parvenza della mancanza di articolazione del discorso che aveva dimostrato fino ad allora: “Non un’altra volta! E’ terribile!”
Confesso che un simile esplicito ammonimento, in quelle circostanze, tanto enfatico ed autorevole, fatto da una persona il cui gergo enigmatico era stato fino a quel momento molto difficile da comprendere, scosse la mia determinazione di continuare l’esperimento. Ma fu solo il timore di cedere ad un’idea superstiziosa che mi fece decidere. Gli elettrodi furono applicati nuovamente, e somministrammo una scarica di 110 volts per 0,2 secondi.”5

Cerletti conclude:

il fatto che possiamo indurre attacchi epilettici nell’uomo per mezzo della corrente, senza alcun pericolo, sembra un fatto accettabile”.6

Il 28 maggio 1938, Cerletti comunica il resoconto del caso e le ricerche successive su animali e pazienti umani all’Accademia Medica Romana; anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche si occupa della sua scoperta e riconosce «gli effetti benefici sorprendenti ottenuti dal prof. Cerletti in molti casi di schizofrenia mediante la produzione di elettroscioc, come egli dice, sui soggetti malati»; il presidente De Blasi riconosce che «il fatto ha una grande importanza scientifica e sociale: molti pazienti guariscono» e che è «necessario studiare i fenomeni intimi che si producono nel cervello durante e dopo l’elettroscioc. Tali studi devono essere fatti dallo stesso prof. Cerletti, direttore della Clinica della malattie nervose e mentali della Università di Roma». Si delibera perciò «l’assegnazione a questa clinica di L. 60.000, il minimo indispensabile per l’acquisto, il collocamento ed il primo funzionamento dell’apparecchio».
Intanto, il paziente “cavia” del primo elettroshock, viene dimesso il 17 giugno 1938 in “buone condizioni e bene orientato: sono sparite le allucinazioni e le idee deliranti e viene in breve riassunto al lavoro”.
Conseguentemente, negli anni successivi, Cerletti e i suoi collaboratori continuano ad effettuare regolarmente gli elettroshock terapeutici sia su animali che su pazienti neuropsichiatrici.
Il metodo di Cerletti, più sicuro ed economico dello shock cardiazolico e del coma insulinico, diviene in breve la terapia fisica per i disturbi mentali più usata al mondo.7
In particolare, lo psichiatra tedesco Lothar B. Kalinowsky, uno degli studenti di Cerletti presenti ai successivi esperimenti di elettroshock sull’uomo, diventa presto uno dei più appassionati sostenitori dell’elettroshock: sviluppa un proprio apparecchio e introduce la procedura in Francia, Olanda, Inghilterra e più tardi, negli Stati Uniti; nel 1940 l’ECT è usato a livello internazionale.
Cerletti, intanto, ottiene onorificenze e partecipa a convegni in ogni angolo del pianeta: egli continua a credere nelle sue fantomatiche “acroagonine” ed a commissionare all’Istituto Antirabbico di Roma la preparazione di alcune fiale di materia cerebrale di maiale preventivamente sottoposto ad elettroshock da iniettare direttamente ai pazienti per “emanciparli definitivamente dall’elettroshock”; egli stesso si presta come cavia per il suo “centrifugato” per curare l’ansia e l’insonnia di cui soffre abitualmente.

Ancora oggi la terapia elettroconvulsivante è praticata in tutto il mondo nonostante la letteratura esprima molti dubbi (mancano adeguate informazioni circa l’effetto a medio e lungo termine e verosimilmente in mancanza di una terapia di mantenimento con antidepressivi e/o stabilizzanti dell’umore e frequentemente si osservano ricadute precoci) e cautela (i cosiddetti “rischi intrinsechi” rappresentati dagli effetti sia immediati che a lungo termine sulla memoria e sulle funzioni cognitive non correlate con la memoria: ad es.: amnesia retrograda che investe periodi di tempo crescente con il susseguirsi delle applicazioni fino a inglobare ricordi relativi ai 2-3 anni precedenti): la circolare 15 febbraio del 1999 del Ministero della Sanità conferma che «nonostante la grande quantità di ricerche condotte negli ultimi decenni, non è stato ancora chiarito in maniera precisa il meccanismo d’azione della Tec».
Infatti, non si è ancora riusciti a definire come la convulsione cerebrale provochi la modificazione psichica: gli studi sugli animali indicano che la convulsione provoca, al pari degli antidepressivi, una serie di alterazioni nei meccanismi neurobiologici (neurotrasmettitori e meccanismi recettoriali, neuropeptidi, neurormoni) ma non è chiaro quali di queste modificazioni e in che modo siano correlate all’effetto terapeutico.
Insomma in ben ottanta anni non si è riusciti ancora a emergere da quel cieco empirismo positivista-organicistico di cui l’elettroshock è figlio; diceva Basaglia a proposito:

E’ come dare una botta ad una radio rotta: una volta su dieci riprende a funzionare. Nove volte su dieci si ottengono danni peggiori. Ma anche in quella singola volta in cui la radio si aggiusta non sappiamo il perché.

e Vittorino Andreoli scrive:

Quando un giocattolo non funziona, un bambino lo scuote o lo sbatte per terra e spesso si riprende. Questo modo d’agire infantile si è mostrato particolarmente utile con i giocattoli meccanici. E’ lo stesso principio delle terapie da shock. Un folle è un uomo rotto e «sbattendolo» potrebbe nuovamente funzionare.8

Ecco perché esistono in Italia stringenti linee guida che dovrebbero limitare e regolare l’elettroshock, una terapia da utilizzare in pochissimi casi perché non garantisce né effetti benefici né l’attenuazione della sofferenza mentale: la stessa circolare del Ministero della Sanità succitata stabilisce che si debba far ricorso alla ECT solo dopo aver ripetutamente tentato la via farmacologica e nei casi più gravi o in emergenza.

Eppure, preso a prestito dai mattatoi romani dove era utilizzato sul finire degli anni ’30 per stordire i maiali” l’elettroshock non è scomparso ma è ancora largamente praticato in Italia in diverse cliniche e in istituti pubblici e privati; anzi, la Commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha accertato che l’elettroshock viene molto spesso utilizzato in prima battuta e non dopo aver tentato un percorso terapeutico, psicologico o psichiatrico con l’utilizzo di psicofarmaci mirati, contravvenendo quindi a quanto dettato dalle linee guida del Ministero della Sanità che prevede, in sostanza, il trattamento elettroconvulsivante come ‘ultima spiaggia’.
Un trattamento spesso accompagnato da altre discusse pratiche come la contenzione meccanica (la pratica di legare il paziente al letto o di immobilizzarlo con una camicia di forza), la cui prescrizione resta comunque delegata alla discrezionalità e all’etica dello psichiatra che dovrebbe ricorrere all’ECT “il meno possibile”.
Ciò nonostante ci sono ancora sostenitori dell’ECT: oltre all’Associazione italiana per la tecnica elettroconvulsivante (AITEC) e il professor Athanasios Koukopoulos, che qualche anno fa ha indirizzato al Ministero della Salute una petizione per l’istituzione di almeno un servizio di elettroshock per ogni milione di abitanti, uno dei più grandi sostenitori di questa terapia è il dottor Giovan Battista Cassano, direttore del Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie dell’Università di Pisa.
Anche i sostenitori non negano comunque che “nella pressocché completa impotenza terapeutica, davanti a diverse patologie destinate fatalmente all’evoluzione cronica o psicosi acute ad evoluzione amenziale che non di rado si concludevano con la morte del paziente” è certo che si sia arrivati anche ad un abuso o ad un un uso improprio dell’ ECT, ad un allargamento del suo campo d’impiego a diverse condizioni psicomorbose.9
Ma cosa significa “impotenza terapeutica” quando l’ECT viene usato “in prima battuta”? Forse che, come afferma lo psichiatra Giorgio Antonucci al tempo stretto collaboratore di Franco Basaglia, “ridurre il malato ad una larva è più facile che aiutarlo a guarire”?

L’invenzione dell’elettroshock nato, come dice Cerletti, dalla circostanza fortuita e fortunata del macello è il risultato del triste proliferare di pregiudizi, fobie e ossessioni di un’epoca e di una certa società in una mente ambiziosa, calcolatrice e opportunista; la fobia collettiva della miseria e della criminalità, l’idea fissa di dover emancipare l’umanità attraverso la scienza a qualunque costo, la sete di sapere sopra il bene dell’umanità, l’idea che il criminale o l’emancipato debbano risarcire la società pagando lo scotto anche con la sofferenza e la vita, tutti questi sono i parametri del metodo terapeutico di Cerletti. Da una parte abbiamo quindi il vagabondo steso sul lettino che deve pagare il suo debito e, dall’altra, lo psichiatra che osserva con occhio autoptico i suoi commilitoni al fronte, ne scruta l’angoscia per mettere a punto l’invenzione di una arma subdolamente distruttiva; e fuori il 1938 con le sue leggi razziali e la concezione della guerra come igiene del mondo.
Cerletti applica le pinze e abbatte il maiale ma davanti ai suoi occhi non c’è l’animale ma il diverso, il destabilizzante, il disturbante, la minaccia nemica che bisogna stanare con la sua spoletta, la miseria e il crimine da neutralizzare con atto propiziatorio, magico, purificatorio; una massa che rovina in terra e poi rinasce purificata, riportata a nuova vita.
Parimenti, quando applica gli elettrodi alla testa del vagabondo, Cerletti ha davanti agli occhi il maiale che deve morire per l’uomo, una specie sottomessa ai bisogni culturali di un’altra specie costituitasi in una specifica società, una presa di potere e un’assunzione ipotecaria dell’una sull’altra qual è a tutti gli effetti la sperimentazione animale.
Il parametro e lo stesso esperimento “pilota” sono mortali: il “vagabondo” S.E, 39 anni, tecnico, residente in Milano colto in “sintomatologia da reato” (aggirarsi senza biglietto sui treni in procinto di partire) viene di fatto fermato, arrestato dalla polizia e condotto, come la legge Giolitti prescrive, al manicomio: come il maiale del macello, è un senza nome, senza famiglia; gli si rade la testa e si traspone su di lui quella che, fino ad un momento prima, non era che una pratica di stordimento prima della sgozzamento del maiale, una routine, un automatismo. La simbologia è troppo forte e potremmo mettere nelle mani di Cerletti il coltello del macellaio: egli è il macellaio di S.E. ne cerca il punto debole e poi affonda nel corpo della vittima i suoi obiettivi più audaci e remunerativi, i vari riconoscimenti accademici e scientifici, il potere dispotico che la legge gli ha conferito. L’uomo come “cavia” diviene carne da macello e il manicomio stesso diviene riflesso speculare dell’allevamento: scrive Vittorino Andreoli:

Ricordo la fine degli anni Cinquanta, quando i pazienti in fila, aspettando il proprio turno per l’elettroshock, aiutavano gli infermieri a tenere le spalle e le ginocchia di chi era già disteso sul lettino pronto a ricevere la scarica di corrente. Allora il curaro non era usato, la muscolatura di tutto il corpo si contraeva violentemente e bisognava tenere il paziente perché non saltasse fuori dal lettino. La processione era anche di quaranta-cinquanta pazienti. Allora fare lo psichiatra era faticoso, nel senso muscolare del termine. Anche con questa tecnica la rinascita talora era difficile: bisognava far respirare artificialmente a lungo, usare stimolanti dei centri bulbari. Talora si aveva l’impressione di non riuscirvi e il paziente era allora inviato in rianimazione, e qualche volta andava direttamente all’obitorio.10

Nella serialità, nella routine, nella ripetizione dell’allevamento, del campo di concentramento, del lager, del mattatoio, del laboratorio, tutti abbiamo il delitto sotto il naso ma non lo vediamo perché è invisibile come la sofferenza e la morte animale sugli scaffali di un supermercato.
Serialità non vuol dire massa o quantità o semplice allineamento: la bomba atomica non è seriale; un plotone di esecuzione sì; è la serialità dell’atto a rendere il numero serie e il singolo, numero. È l’uno-dopo-l’altro del singolo maiale che riassume la collettività e significa l’invisibilità dell’allevamento e del mattatoio: un branco, uno sciame, uno stormo di uccelli non sono serie, ripetizioni; essi sono visibili, sono lassù nel cielo o nel prato fino quando non saranno abbattuti da un gesto. È tramite il gesto seriale fissatosi come nostra forma mentis che noi introduciamo il delitto nel mondo senza riconoscerlo. La serialità instaura l’invisibilità.
Un po’ come nella fotografia: la foto ritratto dei nostri bisnonni è carica di soggetto; al contrario, nella foto tessera o nella foto digitale di oggi dove abbiamo la possibilità di scattare in serie, di avere una posa ripetuta o di posare più volte, non riusciamo ad avere più un soggetto così carico, non siamo mai soddisfatti e sentiamo che qualcosa comunque ci fugge, va perso, diviene invisibile, la foto “non rende” ed è eliminata, cestinata.
Così ci fugge il soggetto dell’allevamento, del mattatoio, del campo di concentramento e dell’esperimento su esseri senzienti di qualsiasi specie: l’azione seriale fonda l’invisibile da eliminare.
La serialità dell’atto dicendo “si è sempre fatto così” e “qui funziona così” è come un vortice e inghiotte diritti, norme etiche e giuridiche; risucchia le istituzioni per cui si ha un lento e inesorabile scivolamento nell’errore, nell’orrore, nella corruzione e nell’opportunismo; apre una condizione di assopimento e smarrimento collettivo: gli errori più grossi e i crimini più gravi nascono dall’abitudine, dalla routine, dal ripetitivo resi collettivi e collusivi.
La serialità del macello, dove il divenire seriale è la morte dalla parte dell’animale e l’assassinio dalla parte dell’uomo (si dovrebbe sempre pensare a questa natura bifronte della serialità, nel senso che ad ogni maiale che cade morto corrisponde un atto criminale e un assassino che lo commette) e un’altra serialità a monte (studi su commilitoni in guerra, esperimenti su cani e maiali, teorie razziali) conducono Cerletti all’esperimento pilota, al primo elettroshock della storia umana, effettuato su un caso (la singolarità della serie) di schizofrenia: esperimento che è doppiamente seriale perché in esso diventano invisibili sia l’animale che l’uomo.
Nel vortice della serialità, l’ambizione, la volontà di potenza e il sadismo concorrono a generare una situazione d’abuso: e allora l’elettroshock si usa “in prima battuta”, oppure, come nel passato, su omosessuali e alcolisti, per estorcere confessioni ai ribelli armati nel Kashmir, come omologazione sociale, come condanna punitiva nei centri Smith Mitchell in Sud Africa, come nel caso del dottor Giorgio Coda (chiamato “l’elettricista”) che per quasi vent’anni praticò, del tutto indisturbato, l’elettroshock lombopubico e l’elettro-massaggio su bambini enuretici (e anche su cadaveri).
Un ben fondato su chi continua a sostenere l’abuso di questa pratica da stregoni e nazisti: a che pro eludere la normativa che ne prescrive la straordinarietà e praticarlo “in prima battuta”? Mancanza di soldi, di tempo, di strutture, di personale, di etica professionale o forse solo di pietà, di empatia, di comprensione, dello sguardo sull’altro? E che questo percorso iniziato in un mattatoio non si stia trasformando semplicemente in un altra forma irruenta di serialità, in business, in un altro allevamento volto ad arricchire qualcuno?
Nel vortice della serialità, allevamento e corridoio d’ospedale si confondono, diventano un’unica realtà, carnem, ossia frammentazione autoptica, dispersione sostanziale del maiale e del paziente che diventano entrambi carne da macello nelle mani di una logica di dominio e di sfruttamento.
La “macellazione elettrica” di Cerletti, nata in un macello, “vittoriale” del dominio dell’uomo sulle altre specie animali, continua quotidianamente a stendere le sue vittime: nel suo folle allineare riproduce incessantemente il suo sterminio interspecifico bruciando corpi ed esistenze.

1 THOMAS S. SZASZ, La psichiatria a chi giova?, in Crimini di Pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti, a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, Einaudi, Torino 1975

2 Ugo Cerletti, “Old and new information about electroshock”, American Journal of psychiatry, 1950, https://.ccdu.org/tec/elettroshock

3 T.S. SZASZS, id.

4 V. ANDREOLI, Un secolo di follia, Rizzoli Libri Spa, Milano 1998, pag. 173: “Lucio Bini e Mario Felici (allievi di Cerletti) erano vicini alla macchina, Cerletti e Ferdinando Accornero (un altro assistente) a lato del paziente. Partì la prima scarica: 80 volt in un decimo di secondo. Non vi furono convulsioni. Bini portò a 90 volt, il paziente mostrò uno spasmo ma senza convulsioni, Bini portò l’apparecchio a 110 volt in due decimi di secondo. Felici fece partire la corrente e il paziente mostrò un attacco epilettico. Gli si fermò il respiro, diventò cianotico, mostrò trisma, poi, dopo 48 secondi, il ritmo cardiaco riprese lentamente, così la respirazione”.

5 T.S. SZASZS, id.

6 V. ANDREOLI, id.

7 La tecnica di Cerletti consiste nel far passare tra due elettrodi posti in sede bitemporale per 0,5-1 secondo, una corrente alternata (50/60 cicli/secondo) di voltaggio compreso tra i 50 e i 150 volts e di intensità di circa 200 milliampere. Successivamente al fine di limitare i possibili disturbi cognitivi soprattutto quelli a lungo termine si è passati all’applicazione unilaterale degli elettrodi sull’emisfero non dominante e sono stati modificati i parametri elettrici (forma dell’onda, intensità della corrente etc.)

8 V. ANDREOLI, id., pag. 168.

9 G.B. CASSANO, a cura di, Manuale di Psichiatria, UTET, Torino 1994, pag. 660; faccio notare che il curatore del volume adottato in alcune università come testo d’esame è lo stesso Giovanni Battista Cassano di cui parlavamo sopra e che la parte dedicata alla “Terapia elettroconvulsivante ed altre terapie fisiche porta la firma, accanto a quella di Luciano Conti sempre dell’Università di Pisa, di Athanasios Koukopoulos, ex-presidente dell’AITEC. Sorgono dei dubbi sulla serietà, moralità e imparzialità politica di chi scrive: “Negli anni Settante, sotto la spinta di correnti sociopsichiatriche estremistiche (la cosiddetta “antipsichiatria”) ed ostili peraltro a qualsiasi tipo di approccio medico alla malattia mentale, l’impiego della ECT è stato oggetto di critiche del tutto prive di fondamenti empirici, ma spesso basate su motivazioni ideologiche che vedevano nella psichiatria tradizionale e nei suoi strumenti terapeutici dei mezzi di controllo delle libertà individuali.” 

10 V. ANDREOLI, id., pag. 170.

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