La distruzione dell’animale tra psicoanalisi e fantascienza*

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 di Tamara Sandrin e Rodrigo Codermatz

George Bataille scriveva a proposito dei dipinti della grotta di Lascaux:

Ciò che gli affreschi mirabili annunciano con una forza giovanile non è soltanto il fatto che l’uomo che li ha dipinti smise di essere animale dipingendoli, ma anche smise di esserlo dando dell’animale e non di se stesso un’immagine poetica che ci seduce e ci appare sovrana

e questa immagine poetica di cui parla Bataille segna l’intera storia del legame tra l’uomo e l’animale, storia di un allontanamento sempre più marcato sino all’impossibilità stessa dell’incontro, all’annullamento stesso dell’animale in carne ed ossa.
Lo sguardo umano, scrive Bataille, ha attraversato i corpi animali, li ha riprodotti nell’arte, nella pittura, nelle letteratura iniziando una violenza inaudita nei loro riguardi.
Fatto ancor più grave questa “animalità” poetica non ha mai opposto alcuna resistenza all’interminabile processo di uccisione animale.
E’ questa la più massiva sparizione dell’animale: solo la sua immagine è sopravvissuta.
Anch’io ho parlato di questa sparizione e mise en abyme dell’animale che diviene Spectra, fantasmi, spettri, ombre disincarnate, che è scomposto e dissezionato come la luce bianca attraverso lo spettro in più colori dal voyerismo estetico del nostro occhio, dal suo narcisistico esibirsi attraverso il corpo dell’altro animale sovraccaricandolo delle passioni, delle emozioni, delle ansie e delle paure più profonde dell’uomo. L’animale diventa un canale d’informazione troppo carico che entra in distorsione e perde il messaggio per strada: l’animale crolla e soccombe sotto il carico metaforico a cui l’uomo, già dalle caverne di Lascaux e fino ai giorni nostri, lo costringe. Perché allora non sospendere ogni aspettativa significante nei suoi confronti, accoglierlo semplicemente nella sua aleatorietà come davanti il brusio e il rumore bianco di un televisore non sintonizzato?

In queste pagine Tamara ed io raccoglieremo alcuni frammenti di questa spettralità: frammenti in cui l’animale riveste le sembianze della nostra ansia e della nostra paura verso l’Altro, il diverso, l’ignoto, in cui l’animale diviene vittima della dialettica tra l’io come parte dell’altro e l’altro come totalità che si rende inafferrabile e nel contempo ci seduce, ci precipita nel voyeurismo e nella conseguente ossessione dell’essere spiati così presente come vedremo in tanti film di fantascienza e dell’horror.
L’animale che si veste della nostra paura dell’altro diviene mostro e, attingendo a quel bagaglio di immagini primordiali e archetipe che ci portiamo dentro filogeneticamente (Jung parla di facilitazioni ereditarie), ricompare imperterrito in ogni bambino e in ogni spettatore e fruitore di un genere cinematografico volto a riportarci alle nostre ansie e paure più profonde come per l’appunto la fantascienza. Hanno quindi un’origine comune questi mostri che, come ci mostrerà Tamara con alcuni spezzoni di film, si muovono tra psicoanalisi e fantascienza sempre uguali e riconoscibili.
Stasera vi parlerò di Melanie Klein che per prima, intorno agli anni Venti del secolo scorso, cito Ernest Jones, “ha portato la psicoanalisi nel cuore che fondamentalmente le compete, il cuore del bambino” (prima di lei c’era stata la dottoressa Hug-Hellmut che paragonò il gioco del bambino alle associazioni libere dell’adulto) poiché il mostro come animale mordace (Beisser) assume una peculiare centralità all’interno della sua personalissima e affascinante interpretazione delle dinamiche mentali del primo anno di vita del bambino fino a costituirsi come prima introiezione della figura genitoriale e quindi primo nucleo del Super-io.
I processi dinamici descritti dalla Klein nel loro evolversi nelle due posizioni quella schizo-paranoide e quella depressiva sono del tutto tipici ossia sono normali e presenti in tutti i bambini: solamente una loro fissazione, una regressione o il non risolversi della posizione depressiva nella formazione di un oggetto buono interno che possa infine instaurare una matura fase genitale possono comportare sviluppi atipici della vita psichica del bambino.
L’opera kleiniana è complessa, in molti punti disomogenea e sempre in fieri.
Ovviamente tenterò qui un quadro molto sommario e sincronico della sua teoria per gli aspetti che qui ci interessano in particolare a introduzione dei film che poi vedremo assieme a Tamara.

La teoria della Klein, con le sue immagini talvolta pesanti e disturbanti, può sembrare a taluni per certi aspetti forzata: vorrei dire che, al contrario, essa nasce da migliaia di sedute e colloqui con i bambini, dall’osservazione attenta e obiettiva del loro gioco, del loro comportamento, delle loro reazioni, fantasie, sogni e dai loro disegni (fra poco vedremo alcuni disegni tratti dal caso di Richard inclusi poi nel volume postumo Analisi di un bambino, 1961). Centinaia e centinaia di pagine supportano una teoria che ha aperto un’importante strada nella psicoanalisi infantile ispirando vari studiosi e dando alla luce nuovi e importantissimi indirizzi di ricerca: basti fare i nomi di Susan Isaacs, Paula Heimann, J. Rivière (prima generazione), H. Rosenfeld, Hanna Segal, Bion, M. Milner, R. Money-Kyrle (seconda generazione dopo la pubblicazione nel 1955 di New directions in psychoanalysis) e una terza generazione influenzata dal pensiero di Bion, Meltzer e la Bick. Ricordiamo ancora Frances Tustin di cui parleremo anche stasera e Franco Fornero, “ardente portavoce” dell’opera della Klein in Italia”.

Per la Klein l’Io, seppur incompleto e appena definito, è comunque già presente sin dalla nascita dotato tra l’altro della conoscenza inconscia di un oggetto di bontà unica da cui trarre massimo, immediato, illimitato e perenne soddisfacimento: il seno materno; un’eredità filogenetica e costituzionale che è presente in tutti i bambini anche in quelli allattati artificialmente. Questo sentimento innato del seno materno può essere nostalgia universale per lo stato pre-natale, per il Ganzfeld intrauterino come si direbbe in termini contemporanei.
A questo sentimento è associato un perenne stato di frustrazione costituzionale ma anche effettiva dovuta in un secondo tempo ad un ambiente più o meno favorevole.
Per Ernest Jones, in particolare, questo senso di frustrazione e di privazione orale sono vissuti dal bambino come deliberatamente infertigli da un seno che dapprima seduce con la sua promessa inesauribilità per poi ritrarsi con meschina avarizia.
Da qui il grande senso di vuoto vissuto dal bambino e l’originarsi, secondo Glover, di una forte invidia del seno accompagnata da immaginari assalti contro il seno e la madre che ora si configurano per il bambino come pericoli pulsionali esterni da distruggere.
Più il seno è idealizzato più violento sarà l’odio del bambino per il seno che si ritrae.
Oggi, dopo la teoria dell’attaccamento di Bowlby potremmo identificare il seno anche come madre che protegge ed il suo ritrarsi come abbandonare il cucciolo in balìa di altri animali feroci.
Per tutti questi aspetti potremmo ripensare alle immagini primordiali di cui ci parla Jung sin dalle prime pagine de L’Io e l’inconscio del 1916, alle sue categorie ereditarie come elementi collettivi dell’inconscio, a quelle forme universali del pensiero dotate di contenuto affettivo che definì archetipi e che compongono e strutturano l’inconscio collettivo.
Ma come avviene questo attacco verso il seno che si ritrae?
“Il bambino, scrive la Klein, non dispone che di denti e unghie e non ha che questi come armi” e anche qui potremmo pensare piuttosto a immagini archetipe del nostro lontano passato animale con tutto il suo patrimonio filogenetico di mostri, diavoli, streghe, maghi, animali feroci, belve dai denti aguzzi e artigli laceranti che ritroviamo poi in tutte le fiabe, miti, ecc.

A denti ed unghie si aggrega il pene mordace (che ricompare poi 40 anni dopo nel mostro di David in Frances Tustin come vedremo in seguito): siamo al cosiddetto stadio sadico orale (l’inizio della posizione schizo-paranoide che va dalla nascita sino ai 3/5 mesi del bambino) volto ad aggredire, distruggere e divorare dapprima il seno e poi il corpo e l’interno del grembo materno con tutti i peni paterni e i bambini che ivi si rintanano dopo aver rubato il seno dalla bocca del bambino: più peni paterni perché, nella teoria sessuale del bambino, ad ogni coito la madre incorpora e trattiene in sé un pene sempre diverso.

Il pene dentato che penetra nel corpo materno diventa occhio e orecchio che esplorano l’interno della madre (vedi periscopio del u-bot sunfish disegnato da Richard, disegno a fianco): è la pulsione epistemofilica (Wisstrieb) onnipresente nei film di fantascienza.
Una antica equiparazione tra occhio e pene la ritroviamo già in Francesco Bacone che definiva l’invidia “eiaculazione dell’occhio”.
In Frances Tustin la bocca e la lingua costituiscono la cavità primaria e la prima distinzione interno/esterno, penetrante/ricevente (mostri bisessuati): il capezzolo-lingua si allunga sul mondo e lo “porta dentro” (pene duro) e le stesse forme innate (che la Tustin definisce come espulsione di materia corporale simile a pseudopodi che si spingono fuori verso il mondo esterno modellandolo ed essendone modellati) sono la pulsione epistemofilica che va a costituire gli antecedenti corporei delle successive fantasie e pensieri: sono dei modelli flessibili, dei mostri, dice la Tustin come le bolle di saliva o le feci modellate.
Nel suo Autism and Childhhod Psychosis del 1972 (pag. 107) la Tustin sembra comprovare questa mia interpretazione quando scrive:

Il termine kleiniano di fantasia inconscia è utile per definire i rudimentali ed elementari processi associati con quelle che sono state chiamate forme innate. Queste configurazioni sembrerebbero pure costituire gli archetipi delle formulazioni junghiane”.

Richard nel suo attacco al corpo materno si identifica col cacciatorpediniere che non a caso battezza Vampire, il suo stesso pene si trasforma in vampiro, in pipistrello, nel becco di un uccello orrendo che perfora e si inserisce nel grembo materno per divorarlo dall’interno, è un moscone che punge, un cane avido; Richard diviene una stella marina che con le sue punte aguzze nasce dal grembo materno e lo ferisce dall’interno provocando un’emorragia.

L’attacco poi viene inferto contro il padre che viene evirato a morsi, tagliato a pezzi e mangiato assieme alle feci ed gli altri bambini. Il pene paterno è per Richard un polipo dal volto umano, carne deliziosa da mangiare, un ragno, un u-boot, un salmone, un’aragosta.
Ai denti subentrano le unghie e gli artigli ed ecco allora leopardi, tigri, aquile etc.
Al sadismo orale e al cannibalismo come avidità e attività introiettiva subentra una seconda fase offensiva come attività proiettiva: il sadismo uretrale, anale e muscolare in cui l’invidia, subentrata all’avidità, vuole ora rovinare il seno innescando un ineluttabile circolo vizioso.
Ecco allora le urine ustionanti e corrosive e l’ano con le sue feci esplosive.
Espulsioni di liquidi e gas veleniferi, corrosivi e urticanti, siluri etc. deteriorano e rovinano il seno e il corpo materno: nel processo primario in cui queste fantasie prendono forma urina, sperma, latte, vomito, seno e pene si identificano, sono la stessa indistinguibile cosa.
È nel primissimo stadio anale (prima dei 3 mesi) che si ha il massimo di sadismo e l’insorgere di fobie animali .
Ralph, nella Tustin, si chiude nell’armadio e dice di essere un drago dal fiato pericoloso che brucia tutti i bambini all’interno dell’armadio-Tustin. Ralph parla anche del gorilla marrone che fa cadere i plops e la pipì sui bambini.
La figura parentale combinata, ossia la scena primaria del coito genitoriale diventa proiezione del suo sadismo e appare al bambino come una lotta all’ultimo sangue tra i genitori che adoperano tutti i mezzi a disposizione per distruggersi reciprocamente (dobbiamo considerare il tempo in cui la Klein scriveva: allora, a differenza di oggi, era molto frequente che i figli dormissero assieme ai genitori diventando così spettatori dei loro rapporti sessuali).
L’interno della madre, schiacciata infine da un elefante, è ridotto ad un porcile e anche il pene di Richard è ferito, è un pettirosso.

Ma nel bambino, come scrive Winnicott, vige la legge del taglione, occhio per occhio dente per dente, ed ora egli teme una ritorsione speculare al suo attacco da parte dei genitori: questa angoscia della ritorsione inaugura la posizione prettamente paranoide che è paura di essere divorati dagli stessi oggetti divorati; questi diventano ora mostruosi persecutori e in questa angoscia si radicano le paure primordiali, la paura di essere attaccato di genitori uniti (e non la paura della castrazione) nel bambino, la paura di essere evirata dalla madre e non di rimanere sola nella bambina.
Il pene paterno si trasforma così in cane mordace, in serpente, in balena divorante, nell’“arma segreta di Hitler”, nel papà-Hitler, nel grosso topo Goebbels, in coccodrillo: ad esempio nel caso di Rita il pavor nocturnus è paura dei cani come paura del pene paterno (il suo piccolo orsacchiotto di stoffa).
La madre diventa un gigante, un uccello orribile dal becco spaventato, avido e pericoloso; i suoi seni sono delle chele di granchio che mordono oppure il pene intrappolato nel corpo materno che ora tenta di riemergere. La vagina è un’apertura minacciosa.
Papà e mamma sono uniti assieme e anneriti dalle feci cattive e attaccano Richard dall’interno. I bambini all’interno della mamma diventano topi, api, vespe.
Speculare, infine, la ritorsione sadico-anale-uretrale e muscolare: le feci dei genitori sono ragni, ratti, mosche e pulci che entrano negli orifizi di Franz, sono bombe e le loro urine pioggia corrosiva. Nel caso di D. c’è la paura di essere stritolato tra le zampe di un toro.
come prima la madre era stata schiacciata da un elefante.
Nel caso di John analizzato dalla Tustin nel 1953 abbiamo le allucinazioni di di uccelli che minacciano di beccarlo (grossa fonte di terrore), bocche volanti, feci dure (fetenti) che sono un coccodrillo che tenta di mordergli il sedere e poi il brutto anatroccolo con i denti, l’oca senza becco, il seno-non-buono come seno-fuoco d’artificio con gli spunzoni fetenti come razzi (matite), la paura di cose a forma di pene.
Emblema del sadismo orale nella Tustin è il mostro di David (mostro-vulcano-foruncolo-tentacoli inturgidito da sostanze velenose, sugo di morte). (mostro di David)
In David le feci sono i “bravi bambini”.

La posizione schizo-paranoide culmina nel sogno di Richard dell’isola in mezzo al fiume: tutto è nero, immobile, terrificante ma ci sono due persone nude (scena primaria) sotto un lembo di cielo azzurro e i loro genitali sono dei mostri.

Sono proprio questi genitori divorati e poi rinati come divoratori e mostri vendicativi che vanno a costituire per la Klein il nucleo primitivo e originario del Super-io.
Il Super-io nasce quindi in entrambi i sessi dal seno materno non come figura genitoriale reale ma come configurazione fantastica di mostri estremamente vendicativi e crudeli.
L’emergenza del Super-io è notevolmente anticipata rispetto all’ortodossia freudiana al periodo pre-edipico.
Inoltre il senso di colpa, per la Klein, non consegue al complesso di Edipico in relazione alle pulsioni libidico-incestuose ma lo precede come senso di colpa per le proprie pulsioni distruttive sempre pre-edipiche (Karl Abraham fu il primo a dimostrare il nesso tra l’angoscia del senso di colpa e le pulsioni cannibaliche): in poche parole il senso di colpa apre il complesso edipico anziché chiuderlo.
Senso di colpa originato dal fatto che, il seno, seppur mutilato e trasfigurato fantasticamente, riemerge complessivamente incolume e ben disposto (potremmo qui pensare all’oggetto eccitante e all’Io sabotatore di Fairbarn): il bambino entra così in quella che la Klein definisce posizione depressiva (6 mesi- 1935 oggetto totale / 3-4 mesi – 1948 oggetto parziale).

Richard ora afferma di mordere Bobby il suo cane solo per scherzo e che anche Bobby morde il coniglio solo per gioco. Il pene paterno è ora un cane che dimena la coda, un pesce che scodinzola e quando nei sogni è invitato a cena dai pesci Richard si rifiuta di mangiare il polipo (il papà).
Dall’onnipotenza distruttiva pre-edipica si passa all’onnipotenza costruttiva della genitalità matura e l’emergere intorno ai 11-13 mesi di un proto Edipo nascosto e confuso con le fasi pregenitali: l’Edipo si risolverà intorno al 4/5 anno.
Che ne è infine del mostro? Dove troveremo la muta di questo primitivo Super-io?
Abbiamo visto che già nel primo stadio anale il genitore-mostro è espulso, esteriorizzato, proiettato su un animale reale e la Klein riprende i due più noti casi di fobia verso gli animali presenti in Freud, quello del piccolo Hans e dell’uomo dei lupi. In entrambi i casi la fobia dell’animale cela un’angoscia ben antecedente a quella di essere castrato dal genitore: cioè l’angoscia davanti ad un pericoloso animale divoratore generato dalla nostra stessa distruttività.
Come animalità e Super-io siano così strettamente legati ce lo dimostra una aneddoto che Karl Abraham raccontò di persona alla Klein: un giorno egli stava sfogliando assieme ad un piccolo parente di neanche un anno e mezzo un libro illustrato che gli stesso gli aveva portato in dono: ad un certa pagina c’era l’immagine di un maialino che raccomandava ad un bambino di essere pulito. Ebbene il piccolo ordinò subito ad Abraham di voltare pagina e non la volle mai più rivedere sebbene egli amasse molto quel libricino: “in quel momento, disse Abraham alla Klein, evidentemente il suo Super-io doveva essere un maiale”.
Vorrei fare ancora un parallelo con le analisi della Tustin:

quando il capezzolo-bottone non si con-forma alla forma innata diventa buco nero ossia cattiva puntura. Allora l’impatto della separazione corporea diventa ghiaia, sabbia (fenomeno di Isakower 1938), lava e sugo di morte (vedi il mostro di David nel disegno a fianco): ebbene questo sentimento di sabbia/ghiaia sulla pelle sembra il pelo ritto dell’animale davanti al pericolo.
Il buco nero (non-me) contiene entità minacciose, crudeli, demoniache: una sorgente di paure paranoiche; nel mondo interno per fortuna esiste anche un bottone benefico in modo superlativo che presiede ad un seno dei bambini. (F. Tustin, cit., pag.186).
Infine anche qui la metamorfosi da mostro a Super-io: in una bambina la mamma-buco-nero diviene severo poliziotto.

Prima di passare la parola a Tamara volevo giusto accennare a degli elementi che ritroviamo spesso nel cinema di fantascienza e dell’horror che ci parlano del nostro inconscio più profondo.
Innanzitutto il “perturbante” (al quale Freud dedicò uno scritto nel 1919) che si ripresenta in molteplici forme: forse la definizione più esatta di perturbante è quella di qualcosa di familiare che diviene inquietante e spaventoso; lo stesso Freud racconta che un giorno nel suo scompartimento durante un viaggio in treno, all’improvviso si è spalancata la porta del bagno e si trovò di fronte un uomo con la barba bianca che lo osservava: era la sua immagine riflessa in uno specchio.
Ma possiamo trovare il perturbante come il doppio (Gli Elisir del Diavolo di Hoffmann); Otto Rank nella sua monografia dedicata al doppio ci dà diversi esempi letterari del manifestarsi del doppio come riflesso nello specchio, ombra, incontro col proprio fantasma etc.
Perturbante è anche il ripetersi della stessa scena (cfr. la coazione a ripetere in Al di là del principio di piacere di Freud) o quando si dice una cosa e questa accade poco dopo (onnipotenza del pensiero, animismo, ciò che stimola residui animisti in noi, cfr. Totem e tabù di Freud), uno stato affettivo rimosso che si ripresenta, membri tagliati del corpo (castrazione), la paura essere sepolto vivo (fantasia esistenza intrauterina) e quando non si distingue più la realtà dalla fantasia.
In secondo luogo: prima ho parlato di processo primario che identifica urina, sperma, latte, vomito, pene e seno.
Freud nomina “processo primario” il modo di funzionare dell’inconscio e, in diversi scritti tra i quali Le nuove lezioni introduttive del 1933, L’Inconscio del 1915 e il 7° capitolo de L’interpretazione dei sogni del 1900 ne definisce le caratteristiche dinamiche e generali che presiedono a tale funzionamento.
L’esempio più emblematico di processo primario che esperiamo quotidianamente è il sogno: ma non dimentichiamo che, e molta arte come ad esempio certo cinema come la fantascienza e l’horror ma non solo ce lo testimoniano, il processo primario e quindi l’Inconscio riaffiorano anche nelle situazioni-limite di paura, panico, angoscia e ansia e per questo ora ve ne parlo.
Le caratteristiche dinamiche dell’Inconscio sono la condensazione (Verdichtung) e lo spostamento (Verschiebung): la prima tecnicamente è definita come la capacità di un quantum di energia per ragioni economiche di inglobare più di un contenuto. Matte Blanco lo definisce principio di generalizzazione per cui l’inconscio preferisce operare a livelli sempre più comprensivi di astrazione assommando il quantum qualitativo e quantitativo che ogni dimensione si porta dietro. È praticamente la funzione metaforica o simbolica che identifica elementi e classe di appartenenza in un movimento astrattivo, proposizionale. Così, ad esempio, nel sogno nella classe “padre” posso inserirci il padre biologico, il padre spirituale, il parroco, etc. e questi poi nel sogno si identificheranno.
Nello spostamento, invece, l’energia passa da un contenuto all’altro per somiglianza e contemporaneità: l’energia passa da A in B se A è simile a B e da B a C se c’è contemporaneità di registrazione tra B e C. C’è una tendenza estremamente facile allo spostamento di questa energia in maniera fluida e molto rapida. È la funzione metonimica che opera anche come censura e direziona il senso di significazione.
Tra le caratteristiche generali del processo primario ricordiamo l’atemporalità, nell’Inocnscio non esiste il tempo, né la durata, né la successione (anche spaziale): nello stesso tempo posso trovarmi a Gorizia ma anche a Parigi; l’assenza di contraddizione, nell’Inconscio non esiste la negazione, né la contraddizione : gli opposti si identificano, c’è solo l’et-et.
Nell’Inconscio vige la realtà psichica ossia l’Inconscio non è in grado di distinguere se il ricordo di un soddisfacimento è il ricordo di un fatto realmente accaduto o se è il ricordo di una fantasia di desiderio. Infine c’è l’assenza del principio di realtà.

Così, per quanto riguarda il tema di stasera, nella fantascienza come nell’horror abbiamo le mutazioni, l’ibridismo l’ingrandimento e l’esagerazione sia della paura che della minaccia, la sua moltiplicazione e diffusione capillare (varie invasioni), l’infinito spaziale e temporale, la negazione dell’impossibile, della logica, di ogni legge scientifica, l’annullamento del tempo (dinosauri che ritornano a vivere milioni di anni dopo) e dello spazio (attacchi dallo spazio, da altre galassie, pianeti alieni simili alla Terra). Il pericolo o l’oggetto che ci intimorisce ingigantisce, si moltiplica, si riproduce, è onnipresente e onnipotente, è invadente e incontenibile: travalica la realtà.
In Spectra, proseguendo un po’ il lavoro iniziato in Veganesimo e famiglia, descrivo e analizzo come il processo primario entra in funzione anche nel dialogo e nel confronto tra antispecista e main-stream specista e onnivora: la denuncia e l’argomentazione antispecista va infatti a minacciare la sicurezza interpersonale generando situazioni di forte ansia in cui spesso vediamo all’opera i processi primari descritti sopra.

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Calda la mandorla!

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Chi non ricorda il grido di guerra che risuonava nelle fiere e nei mercatini natalizi e prenatalizi della nostra infanzia? Si odono ancora, nelle vie di paese, queste parole belligeranti?

Ingredienti per le mandorle caramellate:
mandorle (o altra frutta secca) e zucchero di canna in parti uguali

Procedimento:
Versare le mandorle e lo zucchero in una pentola antiaderente e mescolare continuamente finché lo zucchero non è quasi sciolto del tutto e si è attaccato alle mandorle. Versarle su una leccarda rivestita di carta forno o su un piano di marmo leggermente unto d’olio e separarle rapidamente, prima con l’aiuto di due forchette, poi con le mani, non appena sono maneggiabili.

Ingredienti per il croccante:
frutta secca mista (mandorle, nocciole, arachidi, noci, semi di girasole, anacardi, ecc.), zucchero di canna in rapporto 3 a 1, un cucchiaio di malto di riso ogni 250 gr di frutta secca

Procedimento:
Versare lo zucchero e il malto in una pentola antiaderente, non appena si è ben sciolto aggiungere la frutta secca e amalgamare uniformemente. Versare il croccante su una leccarda rivestita di carta forno o su un piano di marmo leggermente unto d’olio e appiattirlo aiutandosi con il dorso di un cucchiaio di legno o, meglio ancora, sovrapponendo un altro foglio di carta forno e usando un mattarello.
Il croccante può essere aromatizzato con cannella, vaniglia, cacao amaro, aroma di arancia (buccia grattugiata oppure olio essenziale) e arricchito con uvetta, cocco o altra frutta disidratata, amaranto scoppiato (tipo pop corn), ecc.

Avvertenza:
Le mandorle e il croccante si conservano a lungo a patto che vengano chiusi ermeticamente in un vaso di vetro o di latta e riposti in un luogo segreto e inaccessibile.

Castagne sciroppate al rum

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Ingredienti:
– castagne lesse
– zucchero di canna (circa metà/due terzi del peso delle castagne)
– vaniglia
– rum

Procedimento:
Sbucciare le castagne: per facilitarsi in questa operazione è preferibile mantenere le castagne nell’acqua di cottura fino all’ultimo momento. Metterle in una pentola e ricoprirle di zucchero di canna, aggiungere un pizzico di vaniglia in polvere e circa un bicchiere di acqua per ogni kg di castagne e mescolare delicatamente. Portare a ebollizione e lasciar sobollire per 15/20 minuti mescolando di tanto in tanto. Spegnere, lasciar intiepidire e aggiungere un bicchierino abbondante di rum per ogni kg di castagne (o regolarsi a piacere). Versare nei vasetti facendo attenzione che le castagne siano ben ricoperte di sciroppo. Se si intende prepararne grandi quantitativi e conservarli è necessario far bollire i vasi con le castagne sciroppate per 20 minuti.

Anderer Sacher Torte

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Il trionfo del cioccolato e simbolo di Vienna nella versione “diversa” di CaVegan.

Ingredienti:
– 320 gr di farina tipo 2
– latte di soia e/o latte di riso q.b.
– 4 cucchiai rasi di zucchero di canna
– una bustina di lievito per dolci
– 60 gr di yogurt di soia autoprodotto
– 50 ml di olio di girasole spremuto a freddo
– 200 gr di cioccolato fondente 70% di cacao
– marmellata di pesche autoprodotta

Procedimendo:
Sciogliere a bagnomaria 100 gr di cioccolato. Mentre si scioglie amalgamare bene lo yogurt, l’olio e lo zucchero, poi aggiungere poco alla volta la farina e il latte vegetale. Setacciare il lievito amalgamandolo bene e infine il cioccolato fuso. Si deve ottenere un impasto molto denso a appiccicoso. Versarlo quindi in uno stampo oliato e infarinato e infornare a 180° per 40 minuti.
Sfornare e far raffreddare il dolce su una gratella. Appena raffreddato tagliarlo a metà e farcirlo con la marmellata. Far sciogliere a bagnomaria il restante cioccolato con due cucchiaini d’olio di girasole (che permette alla copertura di rimanere “elastica” una volta induritasi) e ricoprire la torta aiutandosi con un pennello per dolci in silicone oppure con un coltello bagnato in acqua calda.
Lasciar solidificare completamente il cioccolato di copertura prima di gustare la Anders Sacher Torte.

Antispecismo, adultità e genitorialità

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di Rodrigo Codermatz

Affermando che l’antispecismo è uno degli osservatori privilegiati sulla giovane famiglia noi vogliamo sostenere che la questione animale, se e quando viene posta, costituisce un valido contesto per l’osservazione delle attitudini genitoriali della giovane coppia.
Constatiamo che la risposta e il comportamento del genitore medio davanti alla questione animale propostagli sotto diverse e svariate forme dal figlio (ad esempio – perché mangiamo animali? -) vìola non solo i principali requisiti della genitorialità, quali delineati e definiti dalla maggiore letteratura sull’argomento, ma anche quelli della stessa adultità conditio sine qua non della stessa genitorialità.
Il genitore, troppo spesso ancora dipendente dalla sua stessa infanzia, adolescenza e dall’ambiente (costumi e convinzioni) della sua famiglia di origine, non è ancora in grado di fornire un’informazione e un insegnamento adeguati, non ha ancora raggiunta la necessaria indipendenza, autonomia e obiettività per favorire, stimolare ed accompagnare il proprio figlio nel processo di libera e spregiudicata integrazione e identificazione della propria persona; al contrario favorisce una confusività transgenerazionale assai perniciosa.
In poche parole il genitore medio è inadeguato ad educare: al massimo può corrispondere al concetto di “socializzazione” che ritroviamo, ad esempio, in Brim 1, ossia può gradualmente trasmettere modelli comportamentali e atti comunicativi volti ad adattarsi e integrarsi all’ambiente di appartenenza assumendone le norme sociali prevalenti (tra le quali lo specismo ossia la convinzione che la realtà sia una contesa interspecifica all’ultimo sangue con la sua connaturale traslazione all’ambito intraspecifico e l’accettazione della violenza dell’uomo sull’uomo); può al più ergersi a mero funzionario incaricato ad accertarsi che la ripetizione della routine familiare2 faccia sì che il bambino si conformi in via del tutto indolore alle regole.3
Sostenere tale concetto di socializzazione è ideologia politica. Al contrario dovremmo definire la socializzazione (intesa come corpus che ingloba diversi comportamenti e pratiche come quella, ad esempio, alimentare) come processo di rielaborazione ed evoluzione dei valori, dei principi, delle regole morali, delle convinzioni e dei costumi della propria comunità sociale di riferimento: non solo permettere questo processo di socializzazione ma anche accompagnarlo costituisce, come vedremo in seguito, il nucleo e il senso più profondo della cosiddetta generatività.
L’inadempienza media del ruolo genitoriale quale andremo fra poco a constatare è totalmente sottovalutata e sottostimata, per non dire del tutto ignorata: questo perché, secondo il mio punto di vista, la nostra società si basa su un’impostazione organicistica e filogenetica della stessa genitorialità per cui questa viene ricondotta alla sua mera e semplice funzione riproduttrice: la famiglia diviene così allevamento di corpi che vengono da subito rinforzati in vista del lavoro e del consumo. Questo è il compito che la società, in fondo, chiede al genitore: al di là del mero allevare, il genitore è lasciato solo a se stesso e fa quanto può.
Le brevi considerazioni che proporrò sulla traccia di alcune tra le più note teorie in letteratura non vogliono assolutamente approdare alla semplicistica, presuntuosa e irrealistica conclusione che solo gli antispecisti sono ipse facto dei genitori responsabili o che tutti i genitori dovrebbero essere antispecisti: ho detto in apertura che l’antispecismo è uno dei tanti osservatori, una delle tante questioni sulle quali si configura la maturità o meno della posizione genitoriale.
Ma certo l’interrogarsi sulla capacità di rispondere ai figli senza fingere e mentire, senza porci necessariamente in un contesto di falsità o inabissamento comunicativo davanti a domande del tipo “perché mangiamo gli animali?” aiuta senz’altro a rivedere, dialettizzare e forse migliorare le competenze genitoriali nell’assoluto e dovuto rispetto verso le competenze emotive e cognitive tipiche dell’età del figlio.
Non solo: come vedremo fra poco, tale processo di autocritica verso la propria posizione di genitore sarà necessariamente anche un cammino a ritroso nell’emancipazione di se stessi, della propria autonomia, libertà e indipendenza dalle catene della tradizione, dell’educazione, dell’ambiente che siamo stati sempre costretti ad accettare. Questo vale per l’antispecismo e per tanti altri aspetti e questioni.
Solo questa auto-chiarificazione di se stessi come genitori potrà fornire un giorno ai figli la forza e la trasparenza per poter decidere e agire liberamente e autonomamente: più o meno accettabile, la sua scelta gli sarà comunque chiara e propria.
Ed è forse questa l’identità stabile di cui parla Marcia, quel senso di identità che nasce dalla chiarificazione, quel pensiero indipendente che resiste al conformismo e si addentra profondamente nelle cose al contrario della tendenza genitoriale media (a mio avviso un misto tra identità preclusa e dispersione, per riprendere la terminologia di Marcia) al conformismo, all’essere manipolata, al mantenersi disorganizzata, incoerente e superficiale.
Il mondo sta trasformandosi troppo rapidamente: la tecnologia e i media ci mettono a disposizione strumenti e mezzi per conseguire e ottenere qualsiasi informazione in qualsiasi momento e istantaneamente: non è impossibile che i bambini e le bambine inizino da un giorno all’altro a scoprire e far domande su ciò che per lungo tempo e molto facilmente è stato loro nascosto o raccontato diversamente. È un cammino, quindi, che i genitori devono preventivare.

Dicevo sopra della corrente impostazione organicistica e filogenetica della genitorialità: Erik Erikson scriveva che la generatività non è solo la semplice volontà dell’individuo di procreare ma anche la trasmissione alle nuove generazioni di speranze, virtù, saggezza e creatività che raggiungono la loro piena maturazione nell’età adulta.
Ma cosa intendiamo per adultità, questa clausola che noi stessi abbiamo sin dall’inizio posto come condizione preliminare alla genitorialità tanto da costituire il binomio adulto/genitore in un inscindibile unicum?
Abraham Maslow4 definiva dei precisi indicatori dell’identità adulta: percezione della realtà, disponibilità all’esperienza, autonomia e tolleranza; non diversamente, cinque anni più tardi, Carl Rogers5 definiva l’adultità come congruenza psicologica, auto-rappresentazione armonica e stima di sé, scoperta della realtà, di nuove vie, il che ci riporta all’identità stabile dell’esplorazione chiarificante di cui dicevamo prima. Rogers inoltre parla anche di superamento di ogni dogmatismo e intolleranza, di fiducia e sviluppo delle potenzialità insite nella vita, di autodeterminazione.
Più interessante ancora, per il nostro punto di vista, la teoria di Gould6 sulle false idee rassicuranti della nostra infanzia da superare per poter entrare nella vita adulta:

– apparterrò per sempre ai miei genitori e crederò nel loro mondo, faccio le cose alla maniera dei miei genitori e se sarò in difficoltà essi interverranno, la vita è semplice e non complicata, non esistono contraddizioni, non c’è del male in me, non c’è morte nel mondo –

L’adultità si inaugurerebbe secondo Gould con l’emancipazione dall’ambiente familiare, la fiducia nelle proprie convinzioni, nella propria forza di volontà e nelle proprie capacità.
Quanti di questi presupposti, per la maggior parte intuitivi, ritroviamo nel genitore d’oggi che deve rispondere alle perplessità del figlio vittima di un’eterna esperienza transizionale dove l’animale è allo stesso tempo da amare e da mangiare?7
Troviamo innanzitutto un’ambivalenza e incongruenza cognitiva ed emotiva (che potrebbe un giorno essere materia di ricerca psicopatologica) atta a distorcere, se non a negare sfacciatamente, la realtà e confermare dogmaticamente la tradizione e l’abitudine; c’è l’intolleranza manifesta per ogni forma di pensiero autonomo ed esplorativo che non si accontenti di fagocitare acriticamente il dogma; ci sono il cinismo e lo scetticismo verso ogni comportamento volto ad autodeterminarsi e tentare nuove vie, aprire nuove porte, credere in altre potenzialità o semplicemente a cambiare le cose.
La situazione sociale e lavorativa costringe oggi più che mai a delegare la propria funzione genitoriale ai propri genitori: naufraga il passaggio d’identità da quello di figlio dei propri genitori a quello di genitore dei propri figli fondamentale nell’assunzione della funzione genitoriale. Il baratto costringe a sottostare nuovamente alle esigenze e alle richieste emotive dei genitori e al loro ricatto morale e ideologico.
Inoltre, tale delega favorisce situazioni critiche di sovrapposizione e confusività di ruoli, identificazioni e proiezioni trans-generazionali (ne ho accennato sopra) che complicano drasticamente la vita familiare e spesso portano a veri e propri casi di disagio sociale.
Identificazioni e proiezioni che spesso sono all’origine dell’incapacità e impossibilità di cogliere e riconoscere la soggettività psichica e corporea dell’altro, il cambiamento, le contraddizioni e la diversità in esso, soprattutto nei momenti più critici quali, ad esempio, l’adolescenza.
Quindi il genitore d’oggi continua per almeno un’altra generazione ad appartenere ai propri genitori, a credere in loro, a fare alla loro maniera e a contare sul loro aiuto: non gli compete alcuna contraddizione, alcuna sofferenza, alcuna morte.
Siamo in quella che Erikson definiva la totale stagnazione: l’essere centrati totalmente su di sé nella noia e nell’impoverimento personale più profondo, nella completa chiusura e solitudine: in una parola, il vuoto. Non ci meraviglia quindi il diffuso senso di fallimento, di inadeguatezza e frustrazione, il totale cinismo che interrompe il cambiamento, il progresso, l’evoluzione, il decentramento dal sé e l’apertura all’altro, alla sua sofferenza, al suo dolore, alla sua morte.
Questa preclusione e diffusione dell’identità favorisce l’insorgere di diverse forme di disimpegno morale quali già illustrate, per esempio, da Bandura8 e facilmente applicabili al discorso antispecista; ormai le conosciamo bene perché spesso costituiscono le contro-argomentazioni classiche all’antispecismo:

  • giustificazione morale (c’è un ideale più alto che giustifica la mia azione amorale e che abbassa il mio senso di colpa): le giustificazioni morali dello specismo sono la tradizione, il costume, l’evoluzione, la selezione naturale, il progresso, ogni filosofia dell’homo homini lupus, le religioni che asservono l’animale all’uomo, la natura etc.

  • etichettamento eufemistico: il welfarismo è un classico etichettamento eufemistico come le fattorie didattiche, la carne felice, allevamento sostenibile, etc. Mangiare la cosiddetta “carne felice” o pensare ad una comoda consunzione e morte dell’animale allevato ci rende meno penoso mangiare animali;

  • il confronto vantaggioso, il dislocamento e la diffusione della responsabilità, al pari della giustificazione morale, sono il modo più pratico e semplice per fare a scarica barile e mantenersi nella dispersione eludendo ogni presa di coscienza, ogni responsabilità e decisione: si attribuisce la propria azione a tautologie ideologiche (vedi giustificazione morale) che recitano la filastrocca del “si è sempre fatto così” da cui lo scetticismo e il cinismo del “lo fanno tutti perché dovrei cambiare o smettere proprio io?”, del “cosa posso fare io” e del “anche se cambiassi io gli altri continuerebbero a mangiar carne e sarebbe lo stesso / perché dovrei cominciare io?”.

  • La non considerazione / distorsione delle conseguenze e la de-umanizzazione della vittima le ho già analizzate in Veganesimo e famiglia: rientrano in quei processi psicologici di difesa interpersonale che ho già definito disattenzione selettiva e distorsione paratassica volti a distorcere, rinominare, sezionare e reificare l’animale, a chiudere gli occhi dinnanzi alla insostenibilità della nostra posizione nei suoi confronti.9

  • Bandura, infine, parla dell’attribuzione della colpa (“se l’è cercata”): anche questa forma di disimpegno è vissuta nei riguardi dell’animale; la colpa dell’animale è la sua subordinazione all’umano decisa dalla società stessa, dalla sua economia, la sua cultura e la sua religione non nella lontana preistoria o quando si voglia ma ogni giorno, in ogni nostra casa, per le vie delle nostre città. La nostra de-responsabilizzazione e de-individuazione nasce dal nostro identificarci con questa “colpa animale” e ogni mia azione in questa società e in questo stato di cose, volente o nolente, va comunque a rafforzare nell’azione del gruppo, la sopraffazione dell’animale.

Al di là alla de-responsabilizzazione e del disimpegno morale, la preclusione e diffusione dell’identità ci manterrebbero molto probabilmente entro i limiti della morale convenzionale (a volte molto comoda) precludendoci l’accesso a quella che Kohlberg definiva post-convenzionalità della morale, basilare alla comprensione di una etica interspecifica.
Non siamo ancora pervenuti alla genitorialità ma abbiamo già constatato, grazie al nostro discorso sull’animale, l’immaturità del genitore: questa riemergerà ogni qualvolta verranno messi in discussione la tradizione, i valori e le abitudini sociali e religiose dell’ambiente familiare o del gruppo sociale di appartenenza, come accade per l’appunto nella questione antispecista.
Uno di questi esempi può essere l’istituzione del battesimo e del matrimonio nelle quali spesso la volontà del singolo genitore e della giovane coppia soccombe alle pretese dell’ambiente familiare; ecco allora che la confusività delle figure genitoriali genera situazioni di compromesso instabili e tese dalle quali l’identità del genitore e della coppia escono decisamente indebolite e incerte.

Il discorso ci ha portato ad un fondamentale requisito della genitorialità: la generatività.
Per generatività propriamente si intende il reinterpretare l’educazione e la socializzazione ricevute dai genitori alla luce dei cambiamenti sociali, culturali e storici avvenuti tra una generazione e l’altra.
Nelle ultime due generazioni e soprattutto nell’ultimo ventennio sono stati fatti passi da gigante nella sensibilizzazione alla questione animale: importanti studiosi, uomini di scienza e filosofi da ogni parte del mondo si son pronunciati a proposito e hanno contribuito a gettare le basi teoriche della liberazione animale e ora, attraverso l’antispecismo e l’intersezione di lotte, denunciano la stessa logica di violenza nelle svariate dimensioni intraspecifiche appoggiando e promuovendo movimenti di emancipazione e riconoscimento dei diritti fondamentali della persona (cfr. identità di genere, matrimoni civili, diverse intersezioni, etc.).
Inoltre la questione prettamente animale si interseca su più piani con le problematiche ambientali ed ecologiche.
È quindi assurdo che un genitore si opponga, in nome della tradizione, al fatto che il figlio si interessi, si avvicini o abbracci la causa antispecista in senso largo quale l’abbiamo appena definita.
Non è solo assurdo, è, direi, disfunzionale perché vuol dire misconoscere e addirittura nascondere i cambiamenti sociali, culturali e storici avvenuti tra le due generazioni: vuol dire rigettare il figlio in una realtà di cinquant’anni prima.
Al contrario il genitore deve essere sostegno per la generazione più giovane: gli è richiesta una certa flessibilità onde adattarsi e responsabilizzarsi di fronte l’attualità e cercare risposte adeguate che trascendano finalmente l’ideologia o la tradizione; deve riconoscere e integrarsi con i bisogni evolutivi della nuova generazione.

La funzione sociale del genitore dovrebbe essere quella di trasmettere i fondamentali principi morali; ma sappiamo bene che la ruota gira nell’altro senso e il genitore non è che un funzionario deputato alla riproduzione del carattere sociale richiesto, che è assolutamente amorale perché sostiene un sistema produttivo basato sulla sopraffazione e lo sfruttamento.
Quali sarebbero, infatti, questi principi morali fondamentali che il genitore dovrebbe trasmettere e che la psicologia conosce e definisce chiaramente?
Il genitore dovrebbe rendere il bambino capace di decentrarsi onde pervenire molto presto a investire empaticamente la condizione esistenziale di sofferenza dell’altro: un doppio decentramento, quindi, prima dall’io all’altro e poi dalla situazione alla condizione.
Gli autori definiscono in diversi modi questo investimento cognitivo ed emotivo dell’altro: perspective taking, mettersi nei panni dell’altro, empatia, identificazione affettiva etc.
Un passo ulteriore lo compiamo parlando di simpatia sottolineando un particolare e marcato senso di dispiacere e preoccupazione per un altro sofferente e bisognoso che spinge a prendersene cura, all’azione.10
Arriviamo così al concetto di pro-socialità quale principio morale “ombrello” che dovrebbe essere una condotta volta a produrre, conservare o migliorare il benessere fisico o psichico dell’altro senza aspettative di ricompense esterne: un’azione totalmente volontaria e disinteressata.
Chiedo ora: il comportamento del genitore medio è oggi volto a indirizzare il figlio al decentramento e all’empatia o simpatia che dir si voglia?
Credo di poter dire assolutamente no! Anzi l’accentramento narcisistico ed egoistico diviene sempre più marcato anche grazie ad un culto dilagante dell’immagine; l’investimento oggettuale ritorna spesso indietro come un boomerang in una eco assordante che ci parla sempre e solo di noi stessi e del mondo in cui viviamo che dev’essere sempre e necessariamente a nostro uso e consumo.
Così succede nei confronti dell’animale: l’avvicinamento all’animale avviene spesso in contesti e strutture quali fattorie didattiche, zoo, circhi, acquari, mostre di diverso genere, fiere, gare paesane etc. che strumentalizzano e spettacolarizzano la sofferenza animale sottolineando e reiterando il dominio umano. Spesso il genitore non è in grado di comprendere la verità circa queste strutture che in realtà diseducano e non fanno che presentare situazioni di estrema cattività e deprivazione, di estrema sofferenza e psichica e psicologica: egli pensa di educare, di avvicinare il figlio all’animale e, invece, non fa che immettere il figlio nel circuito della violenza e della completa e cieca indifferenza verso l’altro e la sua sofferenza.
Quando poi, la sera, la famiglia si raduna attorno alla cena, il messaggio diviene quanto mai equivoco e confusionario e il bambino non sa “dove mettere” l’animale.11
Quindi il problema è a monte: il padre non solo non accompagna il figlio all’empatia ma addirittura gli nasconde la sofferenza dell’altro o, peggio, relega quest’ultima ad una determinata nazionalità, idea politica, razza, colore della pelle, preferenza sessuale o specie animale; molto spesso questa voluta e comoda miopia si restringe fino alle mura domestiche.
Crediamo forse di poter essere empatici a moduli, di definire a monte e a mente fredda quale sofferenza ha il diritto di toccarci da vicino? La sofferenza non è tassonomica, non ha generi né classi: non speriamo di comprenderla veramente se in essa non includiamo l’inferno che noi, animale umano, riserviamo all’altro animale.
In una società che, in fin dei conti, continua a divorare l’altro, come possono i nostri figli a percepire e capire i bisogni e le limitazioni dell’altro, ad assumerne il punto di vista per una giusta interpretazione?
Non è forse questo che la psicologia ci chiede a proposito di empatia?

Accanto al decentramento cognitivo ed affettivo e all’empatia l’altro principio morale fondamentale che il genitore dovrebbe trasmettere al figlio è la responsabilità delle proprie azioni, la capacità di valutarne responsabilmente le conseguenze.
Come può il disimpegno morale trans-generazionale che il genitore stesso quotidianamente incarna e riproduce (non solo nei suoi costumi alimentari) pretendere ora di educare i figli alla responsabilità delle proprie azioni nel rispetto dell’altro? Che credibilità può avere questo insegnamento?
Per trasmettere questi fondamentali principi morali bisogna, secondo Hoffman, adottare una nuova strategia disciplinare non più basata sul potere o sulla minaccia del ritiro dell’amore da parte del genitore: la disciplina induttiva si basa, al contrario, sulla chiarezza e ridondanza del messaggio genitoriale, sulla sua coerenza, univocità e integrità, sulla positività affettiva che lo deve accompagnare, sulla sua flessibilità.
Ora, dove sono questa chiarezza, questa coerenza, questa univocità e integrità, questa positività affettiva nella richiesta genitoriale di empatia e responsabilizzazione della propria azione verso l’altro?
Per flessibilità si intende l’adeguare il messaggio alle “competenze” cognitive ed emotive delle diverse età del figlio; purtroppo questa richiesta costa troppo: richiede costante colloquio e interazione col bambino, costante interesse nei suoi riguardi; e allora la flessibilità diventa uno scudo protettivo per il genitore, una vera e propria ideologia che spesso si esprime con le parole “come faccio a dirgli/le che sta mangiando il coniglietto: non posso!”.
Il problema, in realtà, non è l’enunciare una realtà ad un bambino e poi intraprendere un percorso educativo coerente e chiaro: ma è rendere tale messaggio flessibile dapprima a noi stessi, poi ai parenti, agli amici fino all’asilo e alla scuola.
Il problema della flessibilità si riduce, infine, al problema – cosa mangerà mio figlio al compleanno del suo amichetto? – Non è il bambino a non capire, a non accettare: è la società. E con la società non è necessaria la flessibilità: anzi.

Come ultimo quesito vorrei chiedere allora, se tale quadretto familiare è in grado di fornire le cosiddette “strategie di copying” ossia dei punti di forza da cui poter gestire e fronteggiare l’ansia, conoscere e padroneggiare le nostre risposte emotive, valutare le nostre competenze, prevedere il costo e il rischio personale, assumere la propria responsabilità di fronte alla situazione osservata e agire per alleviare la sofferenza altrui.
Ho dei forti dubbi a proposito e credo che ci sia una costante falla, un buco nero all’interno della nostra presunta e “psicologica” moralità: essa, infatti, si trasforma troppo spesso in distress empatico pseudoegoistico, cioè nell’alleviare la sofferenza altrui per stare bene noi stessi, o in personal distress ossia nel burning out davanti alla sofferenza altrui e quindi nella fuga. E ci sono troppe fughe proprio alla radice del concetto di altro-che-soffre: troppa miopia davanti al sofferente che dovrebbe essere, al contrario, messo in piena luce prima di poter erigere psicologie morali e pedagogie.
L’antispecismo guarda sempre più da vicino la sofferenza e denuncia la sopraffazione dell’altro nelle sue infinite forme; nel continuo esercizio della funzione simbolica nei diversi campi del sapere e dell’arte estende pian piano la nostra possibilità di comprendere e di aprirci al dolore altrui e ci consegna un nuovo e indiscutibile concetto di sofferenza e di “altro” dai quali la psicologia non può più assolutamente prescindere. In queste pagine abbiamo visto, per esempio, come la semplice estensione del concetto di sofferenza ad altre forme animali senzienti e coscienti richieda l’approfondimento critico di alcune presunte obiettività e posizioni teoriche circa il comportamento e la mente umana.
Ma per accettare questo “nuovo sofferente” la psicologia come tutte le discipline umane devono assolutamente rendersi meno antropocentriche, meno ideologiche, meno tecnocratiche.

Note:

1 BRIM O. G., Socialization after Childhood, New York, Wiley

2 EISENBERG N., FABES S. R., Prosocial Development, in W. Damon, N. Eisenberg, Handbook of Child Psychology, vol. 3: Social, Emotional, and Personality Development, Wiley & Sons, New York, pp.701-78

3 Secondo le stime della Eisenberg entro i 12/15 mesi del bambino si conterebbe un incontro disciplinare bambino-genitore ogni 11 minuti. A 2/5 anni i comportamenti disobbedienti salirebbero al 20-50%.

4 MASLOW A., Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio, Roma 1971

5 ROGERS C., I gruppi d’incontro, Astrolabio, Roma 1976

6 GOULD R. L., Trasformation, Simon and Schuster, New York 1978

7 CODERMATZ R., L’animale come oggetto transizionale, in Liberazioni. Rivista di critica antispecista, n. 24, Primavera 2016

8 BANDURA A., BARBANELLI C., CAPRARA G.V., PASTORELLI C., Mechanism of moral disengagement in the exercise of moral agency, in “Journal of personality and social psychology”, 71, pp. 364-74, 1996

9 CODERMATZ R., Veganesimo e famiglia, Grado 2014.

11 CODERMATZ R., L’animale come oggetto transizionale, cit.

Zuf

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Piatto povero della tradizione friulana, oggi è ormai quasi sconosciuto. Ho voluto donargli nuova vita in questa versione completamente vegetale e senza crudeltà.
Tradizionalmente lo zuf veniva consumato come piatto unico corroborante nelle fredde giornate invernali, ma anche a colazione riscaldato e spolverato con zucchero e cannella.

Ingredienti:
– 500 gr di zucca (al posto della zucca si possono usare le patate, oppure si può semplicemente omettere)
– 250 gr di farina di mais (sarebbe ideale usare metà farina di polenta bianca e metà gialla)
– olio evo
– sale (e pepe facoltativo)
– latte di soia o altro latte vegetale

Procedimento:
Sbucciare e tagliare a pezzetti la zucca, farla rosolare leggermente con poco olio evo e poi coprirla d’acqua. Lasciar sobbollire dolcemente finché l’acqua non è quasi assorbita, quindi aggiungere un altro litro d’acqua, sale e una spolverata di pepe e portare a ebollizione. A questo punto versare a pioggia la farina di mais mescolando rapidamente per evitare la formazione di grumi. Continuare la cottura per circa 45 minuti mescolando di tanto in tanto e aggiungendo acqua se necessario: lo zuf deve avere la consistenza di una crema, di una polentina molto morbida.
Servire lo zuf con olio evo e latte di soia freddo.

Nella foto la versione dolce: con latte di cocco, zucchero e cannella ripassati in un pentolino con pochissimo burro di cacao.

Creature’s revenge

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di Tamara Sandrin

Sapphire and Steel” è una serie inglese di fantascienza prodotta e trasmessa tra il 1979 e il 1982, divisa in sei avventure ripartite in diversi episodi1.
I protagonisti sono Zaffiro e Acciaio, che non sono umani ma sono l’incarnazione in forma umana (rispettivamente femminile e maschile) di due Elementi (non intesi, ovviamente, come gli elementi della tavola periodica); dotati di speciali poteri, sono inviati da una non meglio definita forza cosmica a riparare, ripristinare, le falle che a volte si creano nel continuum temporale.
Nonostante fosse una produzione low budget, P.J. Hammond, il suo creatore e sceneggiatore2, riuscì a ottenere un prodotto di alta qualità con ottimi attori, storie particolari sospese tra la fantascienza, il fantasy e l’horror gotico, atmosfere fortemente inquietanti e claustrofobiche e, in qualche episodio, messaggi forti e a volte nuovi. Operando sempre in zone di sospensione temporale ha messo in scena la disgregazione familiare e sociale; ha evocato fantasmi di soldati per condannare lo strascico emotivo di tutte le guerre (in piena epoca thatcheriana a ridosso della guerra delle Falkland); ha denunciato, infine, lo sfruttamento animale con immagini crude e dirette, in un’epoca in cui non era ancora così frequente e scontato, soprattutto nella programmazione televisiva.3
È proprio questo messaggio animalista (è prematuro definirlo antispecista) espresso nella terza avventura4, che voglio ora mettere in evidenza.

Ecco in breve la trama dell’avventura.

Rothwyn ed Eldred sono una coppia di storici proveniente dal futuro (millecinquecento anni) per studiare società e usi del passato. Sono arrivati dal loro tempo grazie a una capsula temporale, un’unità-tempo, che riproduce fedelmente un appartamento londinese dei primi anni ’80, moderno, confortevole, elegante, ma piuttosto impersonale e asettico.
Per un guasto di cui non conoscono la causa sono rimasti intrappolati, assieme al loro bambino di pochi mesi, in questo appartamento: prigionieri di una frattura temporale, non riescono più a comunicare con il loro tempo, non ricevono più risposta e stanno finendo le scorte di cibo. Nonostante tutto Rothwyn continua a svolgere il proprio incarico registrando le sue rilevazioni e impressioni sul presente.

Zaffiro e Acciaio, coadiuvati in questa avventura da Argento (un altro Elemento in forma umana maschile), giungono sul posto per scoprire la causa di questa frattura e richiuderla. Riescono a penetrare nella capsula-appartamento e Argento ne scopre il funzionamento. Mentre Rothwyn comincia ad avere visioni inquietanti, gli oggetti sembrano animarsi e (ri)prendere una vita propria, i muri trasudano sangue, il bambino diventa improvvisamente adulto ed Eldred inizia a manifestare sempre più la sua natura trepida e nevrotica.
Gli episodi che compongono l’avventura si srotolano in un fitto e complesso susseguirsi di colpi di scena, sparizioni, indagini, tentativi e ipotesi, fino a giungere alla spiegazione della causa e alla soluzione finale.

Tutta l’avventura è disseminata di messaggi animalisti che costituiscono dei veri e propri indizi per giungere alla soluzione dell’enigma. Vediamone qualcuno.

Proprio all’inizio del primo episodio, nel momento in cui Rothwyn si appresta a illustrare l’alimentazione tipica degli uomini di fine millennio5, inizia il suo viaggio nell’orrore e noi spettatori non possiamo far altro che seguirla. La donna toglie dal frigo la coscia di un agnello e il pezzo di carne evoca nella sua mente visioni di ganci da macellaio, coltelli, animali uccisi, scuoiati e appesi a dissanguarsi, urla, lamenti, pavimenti insanguinati, dolore e paura. Non può resistere a tanta sofferenza.
Già questa breve sequenza è di forte impatto, ma la denuncia animalista non si ferma all’alimentazione: un cappotto (presumibilmente di lana o di pelliccia) continua a cadere dall’appendiabiti, i cuscini del divano in pelle si spostano, un guanciale di piume tenta di soffocare il bambino; per salvarlo Rothwyn lotterà con un cigno fino a strangolarlo ma, non appena la suggestione finisce, si ritrova tra le mani solo il cuscino stracciato.
Questi movimenti e mutazioni portano Rothwyn e lo spettatore indietro nel tempo, mostrano il passato e chi fossero un tempo quegli oggetti di uso quotidiano, ora inanimati, ripristinando così un collegamento che spesso, ancora oggi, viene rimosso per rendere invisibile e sopportabile lo sfruttamento totale, continuo e devastante degli animali.
Il sangue che trasuda da alcuni punti dei muri proviene dai circuiti che comandano la capsula temporale: Argento spiega che questi sono stimolatori di impulsi di un sistema nervoso parzialmente artificiale, che a volte vengono usati anche nelle operazioni chirurgiche su animali viventi con tecniche sofisticate per eccitare i muscoli volontari senza passare attraverso il cervello. Constatando che si tratta pur sempre di vivisezione, Zaffiro pensa al “suono del dolore” e si chiede:

– Gli scienziati del futuro (millecinquecento anni nel futuro) di che cosa saranno colpevoli? –

ben conoscendo quali sono le colpe degli scienziati del nostro tempo.
L’analisi, effettuata da Zaffiro, di quel sangue stillato dai circuiti apre uno scenario inquietante che porta alla rapida e sconvolgente scoperta di quel che accadrà, è già accaduto, nel futuro. Il sangue non appartiene a una singola specie, ma è composto dal sangue di quasi tutte le specie animali!
Comprendiamo che l’unità-tempo non è un macchinario artificiale ma un insieme, creato in laboratorio, di pezzi di macchine e di parti animali, che funzionano in modo coordinato, dotati di mente e addestrati appositamente per questo scopo.
Ora questa unità-tempo si ribella, si rivolta contro di loro, resiste, si vendica, sottoponendoli al sottile gioco della suggestione mentale e della tortura psicologica, usando la potenza stessa del tempo per annientarli, sospenderli o spostarli nel tempo: ora tocca a loro “essere sperimentati e sfruttati”.
Ma perché sta accadendo questo e perché proprio ora e con queste persone?

Acciaio sottopone Eldred e Rothwyn a un interrogatorio serrato e chiede loro di parlargli degli animali del futuro. Rothwyn ammette candidamente che non ce ne sono, se non nei libri di storia e per bambini, perché non servono a niente, Eldred aggiunge che nessuno si nutre più di animali da molti secoli. Ma questo non accade perché è avvenuta un’evoluzione delle coscienze in senso antispecista.

Eldred: Il mondo va molto meglio senza di loro: erano sudici, erano crudeli e molti erano portatori di terribili malattie.
Zaffiro: Crudeli?

Crudeli. Sporchi. Portatori di malattie, untori pericolosi. La storia si ripete, le scuse per la distruzione e l’annientamento dell’altro sono sempre le stesse, ricorrono sempre uguali; il passato, il presente e il futuro cancellano le distanze temporali e sono accomunati dall’odio e dal pregiudizio.
Ma in realtà gli animali nel futuro “servono” ancora a qualcosa:

Acciaio: Su cosa studiano i vostri scienziati?
Eldred: Beh, gli esseri che vengono usati da loro non sono veri e propri animali. Non a quello stato… sono pezzi… tenuti in vita
(Acciaio si alza e si allontana)… propagati come pezzi (Argento si allontana)… riprodotti. (infine anche Zaffiro si allontana)
Rothwyn: Ma noi non li vediamo mai. Non ci è permesso vederli. Non è possibile, non escono mai dai laboratori.

I tre Elementi mostrano loro le spalle e l’inquadratura dall’alto prende ancor più le distanze da quanto detto dalla coppia proveniente dal futuro. Ma il fatto che Zaffiro, Acciaio e Argento non siano umani, ma Elementi eterni che travalicano i confini di questa terra, del tempo e della morale umana conferisce al loro giudizio un’accezione di universalità: la colpa degli scienziati e dell’umanità del futuro diventa nella loro condanna la nostra colpa, la colpa dell’umanità dall’inizio dei tempi, dall’inizio della “civiltà” basata sullo sfruttamento sistematico dell’altro animale. Anche gli animali del presente, rinchiusi e vivisezionati nei laboratori di ricerca, ma anche quelli sfruttati negli allevamenti, nei circhi, negli zoo e in tutti gli altri luoghi dove si esplica il dominio dell’umano sull’animale, sono solo “pezzi… tenuti in vita… propagati… riprodotti” per tutte le esigenze umane.
L’umano, da sempre, si è sentito in diritto di usare, dilaniare, spezzare, distruggere, ricomporre, condizionare, piegare, la vita animale senza soffermarsi a riflettere sulla sofferenza dell’altro, sulle sue esigenze, diritti e desideri.

Acciaio: Esseri – che forse saranno stati selvatici, ma comunque liberi che respiravano, mangiavano, si riproducevano, che avevano una loro vita completa, che cercavano di sopravvivere – da voi ridotti a pochi miseri brandelli. Ma ora sono diventati una forza che si è nascosta qui, ci sente e ci vede e cerca soltanto una cosa dopo il suo incontro con la razza umana: vuole vendicarsi.

Vendetta. Ribellione. Resistenza. Messi in atto da un’animalità talmente trasfigurata dall’uomo da non essere più riconosciuta come tale, ridotta a pezzi, a brandelli, talmente reificata da non essere più vista né come vita né come pericolosa minaccia, che ora comincia a opporsi al suo sfruttatore come può e come sa, in modi inaspettati, ma con costanza e capillarità.
Alla fine dell’avventura, così come nella nostra realtà, la minaccia animale deve essere repressa per ristabilire lo status quo, per riportare alla pace e alla normalità un’umanità sconvolta e impaurita da questi atti di disobbedienza: l’animale ribelle va distrutto. In questo caso Zaffiro e Acciaio si limitano a rimandare il mostro6, formato (nella teoria) dal dolore e dalla sofferenza di tutti gli animali, nel suo tempo perché è a quello che appartiene e dovranno essere gli uomini e le donne del futuro a trovare una soluzione definitiva per espiare la colpa di cui l’umanità si è macchiata.
L’ultimo episodio della serie si conclude, però, con una nota di speranza: Argento ha trovato nella capsula un topolino, piccolo, vero e vivo, testimonianza del fatto che l’animalità, schiacciata e oppressa, resiste. Ora e domani.

Note:

1 In totale sono trentaquattro episodi di 25 minuti ciascuno, trasmessi settimanalmente tra l’ora del tè e i notiziari serali.

2 P.J. Hammond è l’autore delle sceneggiature di tutti le avventure, esclusa la quinta “Il ricevimento” scritta da Don Houghton e Anthony Read.

3 In Italia le prime due avventure sono state trasmesse alle 19:20 su Rai 1 tra ottobre e novembre 1980. Gli altri episodi, invece, sono stati trasmessi tra marzo e maggio 1983 spostati però nella fascia oraria dalle 23:00 alle 24:00 del sabato sera, proprio a causa degli argomenti trattati nella serie, ritenuti poco adatti al target dell’orario pre-serale.

4 Il titolo originale dell’avventura è “Creature’s revenge” e già suggerisce la causa della frattura del continuum spazio-temporale, mentre il titolo italiano “Prigionieri del tempo” sposta il focus sul dramma dei personaggi umani.

5 In un paio di frasi, oltre a mostrare l’impianto specista della nostra società, ne rivela anche il carattere prettamente maschilista: la tipica donna inglese degli anni ’70 e ’80 è una casalinga che impiega tutto il suo tempo a preparare i pasti per marito e famiglia.

6 Purtroppo la rappresentazione del mostro costituisce, come accade spesso nel cinema di fantascienza, il punto debole dell’episodio: il mostriciattolo informe e strisciante fa precipitare la tensione e dissolve l’atmosfera perturbante che si era creata fino a questo punto.

FestAntispecista 2017

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IO, SABATO, ERO A MACAO

di Rodrigo Codermatz

Sabato, a Milano c’erano due eventi “animalisti” contemporanei: da una parte la FestAntispecista tenuta nello spazio occupato di Macao in via Molise e dall’altra la presentazione del movimento animalista dell’onorevole Brambilla; la giornata ha segnato ai miei occhi e nella mia esperienza personale di antispecismo il consolidarsi di una voragine ormai incolmabile in seno al cosiddetto “popolo animalista” e la messa in seria discussione del termine animalismo stesso che, come ormai il termine vegan, non ha più niente a che fare con la lotta di liberazione intra e interspecifica.
Per realtà così opposte non è più concepibile l’idea di una meta comune e di lotte, strategie e programmi paralleli: è l’assoluta divergenza preannunciata dalla mercificazione, commercializzazione e reificazione dell’istanza etica, che ha raggiunto proprio in questi giorni il top con l’invenzione (ahimè friulana) delle “uova vegane” e dalle varie correnti e posizioni welfariste che non possono trovare ragione e senso se non nella malafede o nel coinvolgimento interessato che hanno sempre in questi giorni proclamato in maniera troppo superficiale e acritica (volontariamente o no?) la sostanziale inutilità della dieta vegan.
Ma credo di essere saltato direttamente alle conclusione quando, invece, volevo semplicemente dire che io, sabato (e domenica), ero a Macao ed esprimere due o tre impressioni a proposito.
Innanzitutto la location altamente simbolica (Macao, un bellissimo palazzo liberty che una volta ospitava la borsa del mattatoio della città): percorrendo più volte i suoi corridoi, osservandone i soffitti e le pareti alte, i finestroni, le colonne, i piastrelloni, la scalinata e la facciata esteriore in via Molise ho rivissuto immediatamente la sensazione che ho più volte provato visitando diversi ex-manicomi come quello di Gorizia, di Trieste, di Colorno: l’eco di contrattazioni di esistenze e corpi dispersi e dis-integrati: qua il bestiame, là gli internati.
Quindi gli interventi e le conferenze che si sono susseguite a ruota libera per tutte e tre le giornate (venerdì non ho potuto esserci, però): non si è parlato soltanto di animalismo e antispecismo, della mercificazione del veganismo tra Innocenzi, Brambilla e veganok; con incontestabili documenti e dati alla mano si è delineato anche il punto chiaro della situazione all’interno delle istanze animaliste molte delle quali colluse con interessi politici ed economici men che mai lontanamente etici non solo per quanto riguarda l’animale non umano ma l’uomo stesso, diremmo metaforicamente confusi pirati bardati di nero in alto mare sulla rotta di liberazione.
Si è parlato di resistenza animale e di specie. E non solo.
Nell’ottica propria della necessaria intersezione delle diverse lotte di liberazione si son affrontati interessantissimi temi ed argomenti quali il femminismo, il vissuto intersex, la transessualità e la bio-politica: un’esperienza per me davvero illuminante ed emotivamente molto coinvolgente; sento di essermi arricchito nella mia sensibilità e nelle mie conoscenze da queste testimonianze molto interessanti narrate in prima persona. Indiscutibile il valore umano del dramma psicologico che i relatori hanno saputo ricostruire e trasmettere con la narrazione della loro lotta per dar voce al corpo che loro sentivano di essere ma che l’istituzione gli negava prima nella famiglia e poi nella società.
Importante il punto della situazione per quanto riguarda il riconoscimento legale dell’intersex, sugli interessi anche qui politici ed economici annessi, sull’iter burocratico e medico, sulla ricerca medica e l’interesse delle case farmaceutiche che hanno immesso nel mercato italiano il dexamethasone, il cosidetto “farmaco antilesbica”. Impressionante la casistica che non trova riscontro in una legiferazione adeguata o nel semplice seguire le normative europee per quanto riguarda la manipolazione del corpo infantile.
Sono stati presentati libri, idee di altissimo livello e valore filosofico, proiettati documentari e film.
Sento di essermi arricchito spiritualmente e intellettualmente, dicevo, e qui, credo, si forma la voragine che mi separa da coloro che, in quelle stesse ore, seguivano la Brambilla: io arricchivo me stesso, loro qualcun altro e precisamente il potere.
Non credo che alla manifestazione della Brambilla si sia parlato di corpi umani e non, della loro mercificazione e dissezione, di intersessualità, di drammi psicologici e umani, di ingiustizie, mancanze, insufficienze, difficoltà, di ospedali, prigioni, allevamenti, manicomi; la location, forse aveva altre eco che parlavano di benessere e di felicità anche di fronte alla stessa morte.
A Macao il sincero, diretto, onesto, informato e disinteressato stringerci assieme per una lotta diretta; dalla Brambilla ancora un volta il delegare, il procrastinare, il mediare, il deformare, il disinformare e confondere: nessun spazio, nessuna parola per la reale sofferenza ma solo promesse e programmi elettorali falsi e fasulli, veri specchietti per le allodole. I sedicenti animalisti al cospetto dell’onorevole Brambilla non solo stavano delegando l’impegno politico, che dovrebbe essere sempre personale, ma stavano avallando ancora una volta la stessa strategia di dominio e di sfruttamento.

Sono convinto che l’unica speranza per arginare lo specismo stia nell’evoluzione culturale e senza liberazione umana non può esserci liberazione culturale: è come chiedere ad un carcerato di aprire altre gabbie. Per questo la liberazione animale deve prendere per mano e dare forza ed energia ad altre istanze libertarie intraspecifiche: estrapolare e segregare l’una dall’altra le varie istanze vuol dire correre il rischio di fungere d’ariete a interessi economici e politici che mirano a inglobare e depotenziare la minaccia che il movimento di liberazione presenta. Vuol dire inoltre, perdere di vista e desensibilizzarsi alla miseria e schiavitù di altre esistenze umane meno fortunate: credo infatti che questo secondo tipo di animalismo sia un forte richiamo e un catalizzatore per individui che, nell’”amore” o “pietà” per gli animali, compensino la loro incapacità di comprendere e immedesimarsi nell’altro umano, nello straniero, nell’immigrato, nel diverso, compensino la loro incapacità di provare simpatia e le loro tendenze xenofobe e distruttive.
Stessa città ma anni luce di distanza.

Altre persone, quella mattina, son partite dalla loro città verso Milano e non li ho visti mai arrivare a Macao alla Festantispecista; mi dispiace per loro: son convinto che sono scesi alla stazione sbagliata.

CORPI CHE CONTANO
Viaggio emozionale a Macao

di Tamara Sandrin

Appena varcata la stretta porta di Macao ho sentito il peso ingombrante della differenza tra “noi” che eravamo lì in quel momento, in quelle ore e in quei giorni, e “loro”, tutti gli altri individui che proprio lì avevano visto la loro vita venduta, stracciata, annientata.
Ma i preparativi per il sabato erano in fermento e l’energia e la gioia di tutte e di tutti mi hanno coinvolto e ho pensato “Quale contrappasso per un luogo di dominio e sfruttamento!”. Mentre Macao si riempiva di individui umani e non, tra conferenze, chiacchiere, abbracci con vecchi (di affetto e non di data) e nuovi amici, ho iniziato a sentire forte il privilegio e la fortuna di essere parte della lotta di liberazione animale e umana.
È stata una grande emozione partecipare ai ricordi di Maria Cristina, ascoltare la vicenda toccante del vissuto intersex di Alex e assistere allo spettacolo di Egon.
Avrei voluto seguire la proiezione di “Vacche ribelli” e seguire il dibattito sulla resistenza animale, ma ho avuto il bisogno di un momento di pausa dopo la tensione della mia conferenza. A questo proposito il mio pensiero e il mio affetto vanno a tutti i presenti che mi hanno ascoltato con attenzione e interesse, che ho visto sorridere o stupirsi davanti ai brevi spezzoni di film di fantascienza, che poi mi hanno fermato per chiedermi altre informazioni. Grazie a tutte/i loro, agli amici che mi hanno invitato alla festa e grazie ai pazientissimi animali non umani: inutile dire che la soddisfazione di parlare a un pubblico così ricettivo è stata veramente tanta.
Anche la visione di “No pet” è stata per me una rivelazione e insieme un’operazione maieutica di molti pensieri e riflessioni che “dormivano” nella mia mente: il bel docu-film di Davide Majocchi porta alla luce una dimensione dell’animalità dei cani liberi che anche gli animalisti e gli attivisti più sinceri e in buona fede tendono a negare, mostrando realtà diverse e spesso sconosciute.

Non voglio dire che eravamo tanti (anche se è vero!) perché gli individui non devono più essere contati. Voglio dire invece che eravamo un gruppo multiforme di animali e umani ognuno con la sua radiosa individualità e il suo vissuto, testimonianza resistente della lotta per la liberazione: corpi che, finalmente, contano.

Il linguaggio specista del giornalismo

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Foto Ansa

di Rodrigo Codermatz

Un chiaro esempio di come lo specismo nella metaforizzazione dell’animale asserva alla xenofobia e al razzismo ci è dato dai recenti fatti di cronaca sugli stupri.
Ad allarmarci e farci prendere distanza dalla fonte informativa sia essa cartacea, televisiva o in rete, dovrebbe essere innanzitutto il fatto di ritrovare la nazionalità del presunto stupratore nel titolo o, al massimo, nel sottotitolo della notizia (“Rimini, arrestato straniero dopo nuova violenza”, “Violenza sessuale, pakistano arrestato”, “Marocchino 34 anni fermato per tentata violenza sessuale a Rimini”): se non ci fosse un chiaro intento discriminatorio e razzista non avrebbe alcun senso evidenziare la nazionalità, perché lo stupro non ha bandiera; è risaputo che la maggior parte degli abusi sessuali sono perpetrati in ambiente familiare o nel cerchio di frequentazioni quotidiane (amici e parenti).
Ma osserviamo il linguaggio usato per descrivere le aggressioni: un interessante convegno dal titolo Immigrazione, paura del crimine e i media: ruoli e responsabilità tenuto a Padova nel 2012 riconosceva dei bias linguistici, delle “tendenziosità” molto frequenti in questo tipo di notizie:

  • l’uso di aggettivi negativi e aggravanti è cinque volte superiore se il criminale è un immigrato piuttosto che un italiano;

  • il citare prima il nome e poi la nazionalità (strategia Person-first) se il criminale è italiano e, viceversa, prima la nazionalità e poi il nome (Group-first) se invece è un immigrato; con ciò si allude subdolamente che il crimine è insito nella nazionalità (natura, razza) dell’immigrato di cui il soggetto del caso attuale di cronaca non è che un esempio mentre, al contrario, il criminale italiano lo è per una sua caratteristica e/o vissuto personali e individuali;

  • nel caso di immigrati c’è la preferenza del sostantivo piuttosto che dell’aggettivo: questo perché, in base a recentissimi studi, il sostantivo ha più “potere mnemonico”, è semanticamente più saliente e attiva più contenuti categoriali: inoltre sollecita stereotipi e inibisce controstereotipi. Il sostantivo, inoltre, porta alla completa decontestualizzazione del fatto, astraendolo e trasformandolo in caratteristica stabile e fattore disposizionale dell’agente, riproducibile in altri svariati contesti rispondendo così anche al bisogno di congruenza del lettore; porta all’estremo il processo descritto dal Linguistic Category Model (LCM) (Semin & Fiedler, 1988) per cui dalla concretezza enunciata dai verbi descrittivi d’azione (DAV: A colpisce B), attraverso i verbi interpretativi d’azione (IAV: A fa male a B) e i verbi di stato (SV: A odia B), la situazione concreta si è trasformata in situazione psicologica stabile, astratta dalla storia; infine si raggiunge l’aggettivo (A è aggressivo), con la perdita della situazione concreta di partenza e l’enunciazione di una caratteristica disposizionale dell’attore. Infatti questo processo linguistico di solito è usato (guarda caso) dall’ingroup per accreditarsi comportamenti positivi come naturali e, al contrario, per connotare i comportamenti negativi dell’outgroup. Il procedimento opposto, sarà usato per giustificare i comportamenti negativi dell’ingroup (provocato da circostanze esterne, da fattori situazionali del tutto accidentali) e spiegare i comportamenti positivi dell’outgroup (assolutamente non appartenenti alla sua natura ma determinati dalle circostanze). Questo, che in psicologia sociale è definito “errore ultimo di attribuzione” (Pettigrew, 1979), non fa che reiterare un’immagine positiva dell’ingroup a scapito dell’outgroup;

  • per il criminale italiano si usa la forma passiva del verbo (per es. donna stuprata da giovane dopo serata in discoteca) per deresponsabilizzarlo del crimine e rendere responsabile anche la vittima che “se l’è cercata”; all’immigrato si riserva invece la forma attiva del verbo (per es. magrebino stupra una turista) per marcare la sua colpevolezza e determinazione;

  • infine, il punto su cui volevo centrare l’attenzione. Osserviamo come viene descritto il crimine: di solito per il criminale italiano si usano metafore legate all’immagine dell’esplodere (raptus, evento isolato, scoppia la lite, è esploso…) mentre per l’immigrato immagini e metafore che associano l’uomo all’animale (branco, bestia/bestiale, selvaggio, animalesco, ecc.); l’immigrato stupra per sua natura, gli è costituzionale mentre l’italiano stupra isolatamente, eccezionalmente quando rimane vittima di un raptus o “perdita di senno” o, addirittura, quando viene provocato.

In quest’ultimo bias si rivela il massimo dell’idiozia, la bassezza e povertà intellettuale e spirituale, la mancanza di professionalità, l’incompetenza linguistica, il cattivo gusto e la malafede di questo tipo di giornalismo.
Perché alienare e scaricare la malvagità umana sull’animale? Sarebbe capace l’animale della distruttività, della crudeltà e del sadismo umano?
Sarebbero questi un residuo dell’istinto animale? -No, certo!- diremmo con Erich Fromm1: distruggere e ricercare il dominio assoluto è tipicamente umano e non istinto animale; è “aggressione maligna” non programmata filogeneticamente né biologicamente adattiva ma pura necrofilia, distruttività spontanea vendicativa ed estatica, crudeltà che porta voluttà. Soltanto l’uomo ha il gusto di distruggere la vita senza motivo: l’eredità animale non spiega la distruttività e la crudeltà umane.
L’”aggressione maligna” umana è controbilanciamento dell’isolamento, della noia, della frustrazione e del fallimento esistenziale, ricerca del brivido temporaneo: la noia, dice Fromm, è la condizione necessaria perché la violenza susciti interesse.
L’”aggressione maligna” è crudeltà mentale, desiderio di umiliare e ferire i sentimenti di un’altra persona, passione dell’esercitare il controllo assoluto, lo sfruttamento, il dominio, il potere, la sopraffazione, è xenofobia come paura dell’imprevedibile, dello sconosciuto, dell’inafferrabile, dell’altro e della sua alterità, paura del non poter afferrare e manipolare.
Nel 2001, alcuni ricercatori hanno chiesto a degli studenti belgi cosa intendessero loro per “umano”: la riposta fu “intelligenza, linguaggio, sentimenti”.
Lo studio è stato ripetuto altrove e in altre lingue: è stata presentata una lista di emozioni con il compito di indicare se e in che grado appartenessero all’uomo e/o all’animale.
Comuni alle due specie sono state ritenute la sorpresa, la collera, il dolore, il piacere e la paura. Tipicamente umane, invece, la tenerezza, l’amore, la speranza, il senso di colpa, la vergogna. Improvvise, irruenti, esterne, indomabili le prime; meno intense, meno evidenti, piuttosto interne e tipiche di una fase avanzata di sviluppo individuale le seconde. I risultati ricalcavano la distinzione di Ekman (1992) tra emozioni primarie ed emozioni secondarie.
Successivi esperimenti hanno dimostrato che le emozioni primarie (comuni alle due specie ma insignificanti per definire l’umanità) venivano associate equamente all’ingroup come all’outgroup mentre quelle secondarie venivano associate maggiormente all’ingroup.
È emersa quindi un’asimmetria nell’attribuzione dell’essenza umana che i ricercatori (Leyens, Rodrigues et al.) hanno definito infra-umanizzazione: questo processo di attribuzione non dipenderebbe né dallo status sociale, né dal pregiudizio ed è, a loro avviso, un aspetto dell’etnocentrismo poiché considera il proprio gruppo più umano o, per meglio dire, l’ingroup umano e l‘outgroup non-umano.
Ulteriori esperimenti (2006) su come ingroup e outgroup si associno alle emozioni secondarie e al concetto di umanità hanno dimostrato incontestabilmente che l’attivazione congiunta ingroup-emozioni secondarie rende più accessibile “umanità” e disinibisce outgroup.
In sostanza: gli individui tendono ad attribuire al proprio gruppo ciò che secondo loro differenzia l’uomo dall’animale; in altre parole non riconoscono l‘outgroup come umano.
L’animalità funge quindi da agente discriminatorio: ecco come l’uomo si serve ennesimamente dell’immagine dell’animale per dominare e distruggere l’altro; ecco come lo specismo diviene razzismo e xenofobia e, attraverso i media, rende il pregiudizio ordine del giorno contravvenendo ai diritti inalienabili dell’essere umano: quello alla libertà e all’eguaglianza. Un grave crimine (che contravviene anche all’articolo 3 della costituzione italiana) viene quotidianamente reiterato nelle maggiori testate giornalistiche e televisive nazionali.
C’è, infine, un pericolo in tutto ciò e mi riferisco al fenomeno studiato da Allport nel 1954 noto come “Stereotype threat” o “la profezia che si autoavvera”: la vittima del pregiudizio teme di confermare le previsioni che lo stereotipo avanza nei suoi confronti e questo senso di vulnerabilità produce inevitabilmente dei cali vistosi nelle sue prestazioni.
Dal punto di vista degli animali, indicibile e irrecuperabile è il discredito in cui li gettiamo: insormontabile la distanza che attraverso le teorie e le parole noi creiamo tra noi e loro.

1E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano Mondadori, 1975