FestAntispecista 2017

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IO, SABATO, ERO A MACAO

di Rodrigo Codermatz

Sabato, a Milano c’erano due eventi “animalisti” contemporanei: da una parte la FestAntispecista tenuta nello spazio occupato di Macao in via Molise e dall’altra la presentazione del movimento animalista dell’onorevole Brambilla; la giornata ha segnato ai miei occhi e nella mia esperienza personale di antispecismo il consolidarsi di una voragine ormai incolmabile in seno al cosiddetto “popolo animalista” e la messa in seria discussione del termine animalismo stesso che, come ormai il termine vegan, non ha più niente a che fare con la lotta di liberazione intra e interspecifica.
Per realtà così opposte non è più concepibile l’idea di una meta comune e di lotte, strategie e programmi paralleli: è l’assoluta divergenza preannunciata dalla mercificazione, commercializzazione e reificazione dell’istanza etica, che ha raggiunto proprio in questi giorni il top con l’invenzione (ahimè friulana) delle “uova vegane” e dalle varie correnti e posizioni welfariste che non possono trovare ragione e senso se non nella malafede o nel coinvolgimento interessato che hanno sempre in questi giorni proclamato in maniera troppo superficiale e acritica (volontariamente o no?) la sostanziale inutilità della dieta vegan.
Ma credo di essere saltato direttamente alle conclusione quando, invece, volevo semplicemente dire che io, sabato (e domenica), ero a Macao ed esprimere due o tre impressioni a proposito.
Innanzitutto la location altamente simbolica (Macao, un bellissimo palazzo liberty che una volta ospitava la borsa del mattatoio della città): percorrendo più volte i suoi corridoi, osservandone i soffitti e le pareti alte, i finestroni, le colonne, i piastrelloni, la scalinata e la facciata esteriore in via Molise ho rivissuto immediatamente la sensazione che ho più volte provato visitando diversi ex-manicomi come quello di Gorizia, di Trieste, di Colorno: l’eco di contrattazioni di esistenze e corpi dispersi e dis-integrati: qua il bestiame, là gli internati.
Quindi gli interventi e le conferenze che si sono susseguite a ruota libera per tutte e tre le giornate (venerdì non ho potuto esserci, però): non si è parlato soltanto di animalismo e antispecismo, della mercificazione del veganismo tra Innocenzi, Brambilla e veganok; con incontestabili documenti e dati alla mano si è delineato anche il punto chiaro della situazione all’interno delle istanze animaliste molte delle quali colluse con interessi politici ed economici men che mai lontanamente etici non solo per quanto riguarda l’animale non umano ma l’uomo stesso, diremmo metaforicamente confusi pirati bardati di nero in alto mare sulla rotta di liberazione.
Si è parlato di resistenza animale e di specie. E non solo.
Nell’ottica propria della necessaria intersezione delle diverse lotte di liberazione si son affrontati interessantissimi temi ed argomenti quali il femminismo, il vissuto intersex, la transessualità e la bio-politica: un’esperienza per me davvero illuminante ed emotivamente molto coinvolgente; sento di essermi arricchito nella mia sensibilità e nelle mie conoscenze da queste testimonianze molto interessanti narrate in prima persona. Indiscutibile il valore umano del dramma psicologico che i relatori hanno saputo ricostruire e trasmettere con la narrazione della loro lotta per dar voce al corpo che loro sentivano di essere ma che l’istituzione gli negava prima nella famiglia e poi nella società.
Importante il punto della situazione per quanto riguarda il riconoscimento legale dell’intersex, sugli interessi anche qui politici ed economici annessi, sull’iter burocratico e medico, sulla ricerca medica e l’interesse delle case farmaceutiche che hanno immesso nel mercato italiano il dexamethasone, il cosidetto “farmaco antilesbica”. Impressionante la casistica che non trova riscontro in una legiferazione adeguata o nel semplice seguire le normative europee per quanto riguarda la manipolazione del corpo infantile.
Sono stati presentati libri, idee di altissimo livello e valore filosofico, proiettati documentari e film.
Sento di essermi arricchito spiritualmente e intellettualmente, dicevo, e qui, credo, si forma la voragine che mi separa da coloro che, in quelle stesse ore, seguivano la Brambilla: io arricchivo me stesso, loro qualcun altro e precisamente il potere.
Non credo che alla manifestazione della Brambilla si sia parlato di corpi umani e non, della loro mercificazione e dissezione, di intersessualità, di drammi psicologici e umani, di ingiustizie, mancanze, insufficienze, difficoltà, di ospedali, prigioni, allevamenti, manicomi; la location, forse aveva altre eco che parlavano di benessere e di felicità anche di fronte alla stessa morte.
A Macao il sincero, diretto, onesto, informato e disinteressato stringerci assieme per una lotta diretta; dalla Brambilla ancora un volta il delegare, il procrastinare, il mediare, il deformare, il disinformare e confondere: nessun spazio, nessuna parola per la reale sofferenza ma solo promesse e programmi elettorali falsi e fasulli, veri specchietti per le allodole. I sedicenti animalisti al cospetto dell’onorevole Brambilla non solo stavano delegando l’impegno politico, che dovrebbe essere sempre personale, ma stavano avallando ancora una volta la stessa strategia di dominio e di sfruttamento.

Sono convinto che l’unica speranza per arginare lo specismo stia nell’evoluzione culturale e senza liberazione umana non può esserci liberazione culturale: è come chiedere ad un carcerato di aprire altre gabbie. Per questo la liberazione animale deve prendere per mano e dare forza ed energia ad altre istanze libertarie intraspecifiche: estrapolare e segregare l’una dall’altra le varie istanze vuol dire correre il rischio di fungere d’ariete a interessi economici e politici che mirano a inglobare e depotenziare la minaccia che il movimento di liberazione presenta. Vuol dire inoltre, perdere di vista e desensibilizzarsi alla miseria e schiavitù di altre esistenze umane meno fortunate: credo infatti che questo secondo tipo di animalismo sia un forte richiamo e un catalizzatore per individui che, nell’”amore” o “pietà” per gli animali, compensino la loro incapacità di comprendere e immedesimarsi nell’altro umano, nello straniero, nell’immigrato, nel diverso, compensino la loro incapacità di provare simpatia e le loro tendenze xenofobe e distruttive.
Stessa città ma anni luce di distanza.

Altre persone, quella mattina, son partite dalla loro città verso Milano e non li ho visti mai arrivare a Macao alla Festantispecista; mi dispiace per loro: son convinto che sono scesi alla stazione sbagliata.

CORPI CHE CONTANO
Viaggio emozionale a Macao

di Tamara Sandrin

Appena varcata la stretta porta di Macao ho sentito il peso ingombrante della differenza tra “noi” che eravamo lì in quel momento, in quelle ore e in quei giorni, e “loro”, tutti gli altri individui che proprio lì avevano visto la loro vita venduta, stracciata, annientata.
Ma i preparativi per il sabato erano in fermento e l’energia e la gioia di tutte e di tutti mi hanno coinvolto e ho pensato “Quale contrappasso per un luogo di dominio e sfruttamento!”. Mentre Macao si riempiva di individui umani e non, tra conferenze, chiacchiere, abbracci con vecchi (di affetto e non di data) e nuovi amici, ho iniziato a sentire forte il privilegio e la fortuna di essere parte della lotta di liberazione animale e umana.
È stata una grande emozione partecipare ai ricordi di Maria Cristina, ascoltare la vicenda toccante del vissuto intersex di Alex e assistere allo spettacolo di Egon.
Avrei voluto seguire la proiezione di “Vacche ribelli” e seguire il dibattito sulla resistenza animale, ma ho avuto il bisogno di un momento di pausa dopo la tensione della mia conferenza. A questo proposito il mio pensiero e il mio affetto vanno a tutti i presenti che mi hanno ascoltato con attenzione e interesse, che ho visto sorridere o stupirsi davanti ai brevi spezzoni di film di fantascienza, che poi mi hanno fermato per chiedermi altre informazioni. Grazie a tutte/i loro, agli amici che mi hanno invitato alla festa e grazie ai pazientissimi animali non umani: inutile dire che la soddisfazione di parlare a un pubblico così ricettivo è stata veramente tanta.
Anche la visione di “No pet” è stata per me una rivelazione e insieme un’operazione maieutica di molti pensieri e riflessioni che “dormivano” nella mia mente: il bel docu-film di Davide Majocchi porta alla luce una dimensione dell’animalità dei cani liberi che anche gli animalisti e gli attivisti più sinceri e in buona fede tendono a negare, mostrando realtà diverse e spesso sconosciute.

Non voglio dire che eravamo tanti (anche se è vero!) perché gli individui non devono più essere contati. Voglio dire invece che eravamo un gruppo multiforme di animali e umani ognuno con la sua radiosa individualità e il suo vissuto, testimonianza resistente della lotta per la liberazione: corpi che, finalmente, contano.

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Il linguaggio specista del giornalismo

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Foto Ansa

di Rodrigo Codermatz

Un chiaro esempio di come lo specismo nella metaforizzazione dell’animale asserva alla xenofobia e al razzismo ci è dato dai recenti fatti di cronaca sugli stupri.
Ad allarmarci e farci prendere distanza dalla fonte informativa sia essa cartacea, televisiva o in rete, dovrebbe essere innanzitutto il fatto di ritrovare la nazionalità del presunto stupratore nel titolo o, al massimo, nel sottotitolo della notizia (“Rimini, arrestato straniero dopo nuova violenza”, “Violenza sessuale, pakistano arrestato”, “Marocchino 34 anni fermato per tentata violenza sessuale a Rimini”): se non ci fosse un chiaro intento discriminatorio e razzista non avrebbe alcun senso evidenziare la nazionalità, perché lo stupro non ha bandiera; è risaputo che la maggior parte degli abusi sessuali sono perpetrati in ambiente familiare o nel cerchio di frequentazioni quotidiane (amici e parenti).
Ma osserviamo il linguaggio usato per descrivere le aggressioni: un interessante convegno dal titolo Immigrazione, paura del crimine e i media: ruoli e responsabilità tenuto a Padova nel 2012 riconosceva dei bias linguistici, delle “tendenziosità” molto frequenti in questo tipo di notizie:

  • l’uso di aggettivi negativi e aggravanti è cinque volte superiore se il criminale è un immigrato piuttosto che un italiano;

  • il citare prima il nome e poi la nazionalità (strategia Person-first) se il criminale è italiano e, viceversa, prima la nazionalità e poi il nome (Group-first) se invece è un immigrato; con ciò si allude subdolamente che il crimine è insito nella nazionalità (natura, razza) dell’immigrato di cui il soggetto del caso attuale di cronaca non è che un esempio mentre, al contrario, il criminale italiano lo è per una sua caratteristica e/o vissuto personali e individuali;

  • nel caso di immigrati c’è la preferenza del sostantivo piuttosto che dell’aggettivo: questo perché, in base a recentissimi studi, il sostantivo ha più “potere mnemonico”, è semanticamente più saliente e attiva più contenuti categoriali: inoltre sollecita stereotipi e inibisce controstereotipi. Il sostantivo, inoltre, porta alla completa decontestualizzazione del fatto, astraendolo e trasformandolo in caratteristica stabile e fattore disposizionale dell’agente, riproducibile in altri svariati contesti rispondendo così anche al bisogno di congruenza del lettore; porta all’estremo il processo descritto dal Linguistic Category Model (LCM) (Semin & Fiedler, 1988) per cui dalla concretezza enunciata dai verbi descrittivi d’azione (DAV: A colpisce B), attraverso i verbi interpretativi d’azione (IAV: A fa male a B) e i verbi di stato (SV: A odia B), la situazione concreta si è trasformata in situazione psicologica stabile, astratta dalla storia; infine si raggiunge l’aggettivo (A è aggressivo), con la perdita della situazione concreta di partenza e l’enunciazione di una caratteristica disposizionale dell’attore. Infatti questo processo linguistico di solito è usato (guarda caso) dall’ingroup per accreditarsi comportamenti positivi come naturali e, al contrario, per connotare i comportamenti negativi dell’outgroup. Il procedimento opposto, sarà usato per giustificare i comportamenti negativi dell’ingroup (provocato da circostanze esterne, da fattori situazionali del tutto accidentali) e spiegare i comportamenti positivi dell’outgroup (assolutamente non appartenenti alla sua natura ma determinati dalle circostanze). Questo, che in psicologia sociale è definito “errore ultimo di attribuzione” (Pettigrew, 1979), non fa che reiterare un’immagine positiva dell’ingroup a scapito dell’outgroup;

  • per il criminale italiano si usa la forma passiva del verbo (per es. donna stuprata da giovane dopo serata in discoteca) per deresponsabilizzarlo del crimine e rendere responsabile anche la vittima che “se l’è cercata”; all’immigrato si riserva invece la forma attiva del verbo (per es. magrebino stupra una turista) per marcare la sua colpevolezza e determinazione;

  • infine, il punto su cui volevo centrare l’attenzione. Osserviamo come viene descritto il crimine: di solito per il criminale italiano si usano metafore legate all’immagine dell’esplodere (raptus, evento isolato, scoppia la lite, è esploso…) mentre per l’immigrato immagini e metafore che associano l’uomo all’animale (branco, bestia/bestiale, selvaggio, animalesco, ecc.); l’immigrato stupra per sua natura, gli è costituzionale mentre l’italiano stupra isolatamente, eccezionalmente quando rimane vittima di un raptus o “perdita di senno” o, addirittura, quando viene provocato.

In quest’ultimo bias si rivela il massimo dell’idiozia, la bassezza e povertà intellettuale e spirituale, la mancanza di professionalità, l’incompetenza linguistica, il cattivo gusto e la malafede di questo tipo di giornalismo.
Perché alienare e scaricare la malvagità umana sull’animale? Sarebbe capace l’animale della distruttività, della crudeltà e del sadismo umano?
Sarebbero questi un residuo dell’istinto animale? -No, certo!- diremmo con Erich Fromm1: distruggere e ricercare il dominio assoluto è tipicamente umano e non istinto animale; è “aggressione maligna” non programmata filogeneticamente né biologicamente adattiva ma pura necrofilia, distruttività spontanea vendicativa ed estatica, crudeltà che porta voluttà. Soltanto l’uomo ha il gusto di distruggere la vita senza motivo: l’eredità animale non spiega la distruttività e la crudeltà umane.
L’”aggressione maligna” umana è controbilanciamento dell’isolamento, della noia, della frustrazione e del fallimento esistenziale, ricerca del brivido temporaneo: la noia, dice Fromm, è la condizione necessaria perché la violenza susciti interesse.
L’”aggressione maligna” è crudeltà mentale, desiderio di umiliare e ferire i sentimenti di un’altra persona, passione dell’esercitare il controllo assoluto, lo sfruttamento, il dominio, il potere, la sopraffazione, è xenofobia come paura dell’imprevedibile, dello sconosciuto, dell’inafferrabile, dell’altro e della sua alterità, paura del non poter afferrare e manipolare.
Nel 2001, alcuni ricercatori hanno chiesto a degli studenti belgi cosa intendessero loro per “umano”: la riposta fu “intelligenza, linguaggio, sentimenti”.
Lo studio è stato ripetuto altrove e in altre lingue: è stata presentata una lista di emozioni con il compito di indicare se e in che grado appartenessero all’uomo e/o all’animale.
Comuni alle due specie sono state ritenute la sorpresa, la collera, il dolore, il piacere e la paura. Tipicamente umane, invece, la tenerezza, l’amore, la speranza, il senso di colpa, la vergogna. Improvvise, irruenti, esterne, indomabili le prime; meno intense, meno evidenti, piuttosto interne e tipiche di una fase avanzata di sviluppo individuale le seconde. I risultati ricalcavano la distinzione di Ekman (1992) tra emozioni primarie ed emozioni secondarie.
Successivi esperimenti hanno dimostrato che le emozioni primarie (comuni alle due specie ma insignificanti per definire l’umanità) venivano associate equamente all’ingroup come all’outgroup mentre quelle secondarie venivano associate maggiormente all’ingroup.
È emersa quindi un’asimmetria nell’attribuzione dell’essenza umana che i ricercatori (Leyens, Rodrigues et al.) hanno definito infra-umanizzazione: questo processo di attribuzione non dipenderebbe né dallo status sociale, né dal pregiudizio ed è, a loro avviso, un aspetto dell’etnocentrismo poiché considera il proprio gruppo più umano o, per meglio dire, l’ingroup umano e l‘outgroup non-umano.
Ulteriori esperimenti (2006) su come ingroup e outgroup si associno alle emozioni secondarie e al concetto di umanità hanno dimostrato incontestabilmente che l’attivazione congiunta ingroup-emozioni secondarie rende più accessibile “umanità” e disinibisce outgroup.
In sostanza: gli individui tendono ad attribuire al proprio gruppo ciò che secondo loro differenzia l’uomo dall’animale; in altre parole non riconoscono l‘outgroup come umano.
L’animalità funge quindi da agente discriminatorio: ecco come l’uomo si serve ennesimamente dell’immagine dell’animale per dominare e distruggere l’altro; ecco come lo specismo diviene razzismo e xenofobia e, attraverso i media, rende il pregiudizio ordine del giorno contravvenendo ai diritti inalienabili dell’essere umano: quello alla libertà e all’eguaglianza. Un grave crimine (che contravviene anche all’articolo 3 della costituzione italiana) viene quotidianamente reiterato nelle maggiori testate giornalistiche e televisive nazionali.
C’è, infine, un pericolo in tutto ciò e mi riferisco al fenomeno studiato da Allport nel 1954 noto come “Stereotype threat” o “la profezia che si autoavvera”: la vittima del pregiudizio teme di confermare le previsioni che lo stereotipo avanza nei suoi confronti e questo senso di vulnerabilità produce inevitabilmente dei cali vistosi nelle sue prestazioni.
Dal punto di vista degli animali, indicibile e irrecuperabile è il discredito in cui li gettiamo: insormontabile la distanza che attraverso le teorie e le parole noi creiamo tra noi e loro.

1E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano Mondadori, 1975

Cjarsons vegàns

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Lunedì siamo stati a Timau e nella foresta di Pramosio dove abbiamo raccolto lamponi, buon enrico, timo e origano. Ritornati a casa abbiamo reso omaggio al raccolto realizzando questi cjarson vegàns.
I cjarsons sono un piatto tipico della Carnia e ci sono numerose ricette per prepararli, che variano da paese a paese, se non addirittura da famiglia a famiglia, con una differenza notevole negli ingredienti del ripieno: spesso veniva utilizzato ciò che la dispensa e la natura mettevano a disposizione, perciò in molte ricette compaiono anche le erbe spontanee.

Ingredienti per la pasta:
– 200 gr di farina di tipo 2
– acqua calda salata q.b.

Ingredienti per il ripieno:
– 300 gr di buon enrico (chenopodium bonus-henricus)
– 1 patata cotta al vapore
– 1 cipolla
– una manciata di uvetta
– un mazzetto di erbe miste (prezzemolo, menta, melissa, origano, timo)
– alcune cucchiaiate di tofu affumicato grattugiato grossolanamente
– sale e pepe
– olio evo
– vino per sfumare

Ingredienti per il condimento:
– olio evo oppure margarina vegetale oppure burro di soia autoprodotto
– tofu affumicato grattugiato
– sale e pepe

Procedimento:
Pulire il buon enrico e scottarlo rapidamente in acqua salata. Nel frattempo tritare la cipolla, soffriggerla nell’olio evo e sfumare con il vino, coprire d’acqua e cuocerla finché si ammorbidisce. Aggiungere il buon enrico, la patata schiacciata grossolanamente e l’uvetta e cuocere ancora per qualche minuto. Unire anche le erbe tritate e il tofu affumicato grattugiato, regolare di sale e pepe e amalgamare bene.
Mentre il ripieno si raffredda preparare la pasta impastando la farina con acqua calda salata sufficiente a ottenere un impasto morbido, elastico e non appiccicoso.
Stendere la pasta allo spessore di due millimetri e ritagliare dei dischi di circa 10 cm di diametro. Porre un cucchiaino di ripieno su ogni dischetto e sigillare bene con le dita ogni cjarsons inumidendo i bordi per farli aderire meglio tra loro.
Cuocere pochi cjarsons per volta in acqua bollente salata per 4/5 minuti, scolarli e condirli con olio evo o margarina vegetale fusa e tofu affumicato grattugiato, precedentemente salato e pepato leggermente.

Gelato all’alchechengio

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L’alchechengio, decorativo, gustoso e ricco di vitamina C, in un gelato nuovo e delizioso.

Ingredienti per 2/3 persone:
– 50 bacche di alchechengio, più alcune per decorare
– un vasetto di yogurt di soia autoprodotto
– 125 ml di latte di soia alla vaniglia
– due cucchiai di zucchero di canna
– un cucchiaio di olio di girasole bio deodorato
– un cucchiaino raso di farina di semi di carrube

Procedimento:
Frullare le bacche di alchechengio (o meglio ancora passarle al setaccio) insieme allo zucchero. Aggiungere lo yogurt di soia, il latte di soia alla vaniglia, l’olio e la farina di semi di carrube e continuare a frullare per qualche minuto. Inserire nella gelatiera e azionarla secondo le istruzioni, oppure mettere il preparato nel congelatore e rimescolarlo ogni 30/45 minuti finché non ha raggiunto la consistenza ottimale.

Risotto con portulaca

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Una ricetta semplice e delicatissima.

Ingredienti per due persone:
– 150/200 gr di riso semi-integrale
– 400 gr di portulaca
– sale e pepe
– olio evo
– un mazzetto di prezzemolo
– uno spicchio d’aglio
– poco vino bianco per sfumare
– margarina vegetale o burro di soia autoprodotto (facoltativo)

Procedimento:
Cuocere il riso in abbondante acqua salata. Nel frattempo pulire la portulaca eliminando i gambi duri e scottarla per qualche minuto in acqua leggermente salata. Passarla poi brevemente in tegame con l’olio evo e sfumare con il vino. Tritare il prezzemolo e l’aglio.
Appena il riso è cotto, scolarlo e condirlo con la portulaca e il trito di aglio e prezzemolo. Regolare di sale e pepe ed eventualmente mantecare con la margarina o il burro di soia.

Dolori e speranze di una piccola volpe

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di Tamara Sandrin

 

Stanotte correvo felice
dietro alla mamma.
Son rimasta indietro
per il cri-cri di un grillo.
Era fresca la notte,
l’erba umida
e la terra fremeva
di piccole vite.

Ma al limite del campo,
sul ciglio del fiume
grigio e asciutto,
la mia mamma
non ha visto il mostro
e il suo rombo veloce.
Non ha scorto
quegli occhi lucenti.
Mia sorella era con lei.
Troppo vicina.

Io ero rimasta indietro
per il cri-cri
di un grillo.

Eppure l’ho veduta correre
lesta e tesa
dietro la lepre.
L’ho veduta, tante volte,
latrare forte
per allontanare il tasso.
L’ho veduta allontanarsi
e tornare.

Ora non torna.

Intorno a me
il mondo si rischiara,
il sole si muove
alle mie spalle
e la vita notturna
si placa.
Iniziano il giorno
altre vite.
Corrono nuovi mostri
rombanti sul fiume di pietra.

Il corpo, piccolo,
della mia bionda sorella
è trascinato via
dal gabbiano.
Ora arriva il corvo
vicino alla mia mamma.

Ora so
che non tornerà più.
Ora so
che non potrò più
accucciarmi contro
il suo corpo
morbido e caldo
e respirare il suo odore,
l’odore della tana.

Ora tornerò là.

Forse
tornerà anche il mio papà
e io salterò
e gli leccherò il muso.
E lui
liscerà ancora il mio pelo.
E poi correrò dietro a lui:
non resterò indietro
per il cri-cri
di un grillo.

Sarà bello
cacciare l’arvicola
tra i rovi e il convolvo
e riposare
nel fresco della terra
e annusare
l’aria salmastra.

Sarà lunga l’estate
per me.

Ora tornerò
nella mia tana
e sognerò.

 
©Riproduzione vietata

A Carlo Giuliani, ragazzo.

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di Tamara Sandrin

Son giorni tristi, questi.
Giorni dolorosi e gonfi di rabbia. Che non passa, non scema con gli anni.
Sedici anni fa ho pianto per Carlo.
Forse ho pianto per rabbia, più che di dolore, per una morte così lontana e ingiusta, inaspettata.
Sedici anni fa ho pianto per i torturati della Diaz.
Poi non ho pianto più.
Ma quello che provo, ogni anno, ogni anniversario, è lo stesso sentimento misto di disgusto, rabbia, dolore, impotenza e paura.
Paura, sì.
Perché gli sbirri che hanno ammazzato Carlo son gli stessi infami fascisti che hanno sparato a Reggio Emilia.
Gli stessi che hanno ucciso Pinelli.
Gli stessi sbirri che hanno massacrato Giuseppe Uva, Cucchi, Aldovrandi e Franco Mastrogiovanni.
Gli stessi infami fascisti che hanno picchiato mia nonna, ancora ragazza, fucilato Garcia Lorca e ammazzato a forza di botte lo zio Cancio.
Paura, sì. E disgusto.

Fratello da un altro pianeta

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di Tamara Sandrin

In Insetti giganti e alieni mostruosi1 ho cercato di rintracciare il tema del rapporto tra alterità e animalità nei film di fantascienza degli anni ’50 e ’60. Da questa trattazione sono rimasti esclusi molti film per svariati motivi; tra i tanti, per esempio, ci sono film in bilico tra l’horror e la fantascienza, diverse pellicole veramente inguardabili, alcuni episodi molto interessanti de Ai confini della realtà2 e, appunto, Fratello da un altro pianeta3, film di John Sayles del 1984 (quindi fuori dai confini temporali che mi ero posta).
John Sayles recupera un genere in rapida evoluzione (votato a divenire, purtroppo, contenitore di effetti speciali senza altri contenuti) e realizza un film low budget coinvolgente, spassoso, intelligente e ricco di spunti di riflessione:

Fratello da un altro pianeta” usa il genere come lo usavano i grandi nell’età dell’oro di Hollywood: come la più semplice ed efficace metafora del presente.4

Fratello da un altro pianeta racconta la storia di Brother, alieno antropomorfo di colore, schiavo in fuga dal suo pianeta, che precipita con la sua navicella sulla Terra, al largo di Ellis Island e poi cerca rifugio ad Harlem.
Brother è muto ma – anche grazie alla sua capacità di aggiustare qualsiasi cosa e di curare le ferite – riesce a farsi subito benvolere dagli abitanti del quartiere che lo aiutano a fuggire e a nascondersi dagli agenti dell’immigrazione, che in realtà sono anch’essi alieni (bianchi), sgherri degli sfruttatori di Brother, che cercano di catturarlo per riportarlo alla sua condizione di schiavitù sul loro pianeta.
Il giudizio morale e soprattutto politico del film è evidente.
Brother, nonostante arrivi dagli spazi siderali, sembra essere scaturito dagli abissi della società terrestre, contrapponendosi all’élite bianca, wasp5, sia sulla Terra che sul suo pianeta: d’altra parte lo stesso termine aliens in inglese indica anche gli immigrati, gli stranieri, i diversi. E non a caso l’alieno nero arriva proprio all’Immigration center di Ellis Island, approdo di gran parte dei migranti che cercavano fortuna o scampo negli Stati Uniti, trovando invece spesso discriminazione e ostilità.
La fuga ad Harlem permette a Brother di mimetizzarsi tra persone molto simili a lui che sono, probabilmente anche per questo, ben disposte ad aiutarlo: non vedono differenza tra loro e Brother, non lo percepiscono come altro ma come, appunto, un fratello. Nessuno, tranne un bambino, si rende conto che è un extraterrestre.
E proprio il rapporto tra Brother e il bambino mi fa subito pensare al altri due film di fantascienza (Ultimatum alla Terra6 ed E.T. l’extra-terrestre7) e a due episodi de Ai confini della realtà (Il dono8 e Il fuggitivo9). In questi esempi la dinamica degli eventi è la stessa: un alieno buono arriva sulla terra e instaura un rapporto amichevole con un bambino (o una bambina, come nel caso de Il fuggitivo), che si prodiga per aiutarlo e riceve a sua volta aiuto (per esempio Brother, E.T. e Ben – il fuggitivo – hanno tutti poteri taumaturgici).
In questi film, tranne che in E.T., l’alieno ha forma perfettamente umana ed è quindi in grado di confondersi con i terrestri; nonostante questo l’uomo astrale di Ultimatum alla Terra e lo straniero de Il dono vengono aggrediti, inseguiti e perseguitati: il tema della caccia all’alieno è comune e ricorrente. Nel caso de Il fuggitivo l’extraterrestre è ricercato, come in Fratello da un altro pianeta, da due agenti provenienti dal suo stesso pianeta; ma, a differenza di Brother, Ben è re sul suo pianeta e viene inseguito perché continui a svolgere il suo incarico di dominio. La simmetria con Brother è quindi perfetta.
Mentre in Fratello da un altro pianeta e ne Il dono, protagonista e personaggi sono (quasi) tutti, rispettivamente, neri e messicani, negli altri esempi invece si confermano come i campioni della normalità come l’ho delineata in Insetti giganti e alieni mostruosi: il protagonista (anche quando è alieno) è maschio, bianco, eterosessuale, normodotato, ecc. Nel caso di E.T. l’alieno non può confondersi con gli umani, ma avendo aspetto simile a una simpatica tartaruga e atteggiamento tenero e infantile muove a simpatia i ragazzini, perfettamente wasp, che si sentono subito pronti a dimostrargli solidarietà e a prestargli il loro aiuto. Avrebbero fatto lo stesso con un alieno come Brother, un immigrato clandestino nero inseguito dalla polizia?
A differenza della maggior parte dei film di fantascienza, come già accennato, Brother verrà accolto e aiutato da un’intera comunità: il film è una chiara critica sociale nei confronti della discriminazione razziale, del pregiudizio, della paura dell’altro, e mette in evidenza l’importanza e la necessità della solidarietà e della comunione tra le persone.
La critica e la condanna della discriminazione razziale era già stata espressa ne Il pianeta delle scimmie10, ma in modo metaforico, usando degli attori camuffati da scimmie di razze diverse, con ruoli diversi nella società scimmiesca11, e relegando l’uomo nella condizione di schiavo animale, mentre in Fratello da un altro pianeta è palese, aperta, dichiarata.

C’è un particolare aspetto di Brother che mi interessa sopra ogni altro: sono i suoi piedi. Sono piedi simili a quelli di un animale, non sono piedi umani. È l’unico aspetto di Brother che lo allontana dall’umano ed è l’unica parte del corpo che lui non mostra a nessuno, nemmeno quando fa l’amore con la bella cantante di cui si è infatuato (Dee Dee Bridgewater), nemmeno al bambino a cui ha rivelato di provenire dallo spazio. Possiamo ricordare la battuta sui piedi di E.T., improvvisata da Drew Barrymore: “Non mi piacciono i suoi piedi!”. Probabilmente avrebbe detto lo stesso Dee Dee Bridgewater, se li avesse visti, mentre si limita a consigliargli di tagliarsi le unghie.
Ci troviamo quindi di fronte a un alieno, muto, nero e con i piedi di animale: la metafora è fin troppo scoperta. È evidente che le persone di colore non sono viste dagli wasp come perfettamente umane.
Noi possiamo azzardare ad ampliare il discorso e affermare che l’altro, in genere, non è perfettamente umano: ha sempre degli aspetti che differiscono da noi, dall’ideale di noi stessi che abbiamo inventato, e che si avvicinano a quell’animalità che abbiamo ripudiato.
Come ho evidenziato in molti film, ancora una volta, alterità e animalità vanno a coincidere.

 

Note:

1 Tamara Sandrin, Insetti giganti e alieni mostruosi. Alterità e animalità nel cinema di fantascienza degli anni ’50 e ’60, Grado 2017

2 The twilight zone, serie televisiva americana ideata da Rod Serling andata in onda sulla CBS dal 1959 al 1964.

3 The Brother from another planet, regia di John Sayles, USA 1984

4 Davide Ferrario, Cineforum, n. 257, 7/1986

5 White Anglo-Saxon Protestant

6 The day the earth stood still, regia di Robert Wise, USA 1951

7 E.T. the Extra-Terrestrial, regia di Steven Spielberg, USA 1982

8 The twilight zone, The gift, ep. 32, stagione 3, trasmesso il 17 aprile 1962, regia di Allen H. Miner, sceneggiatura di Rod Serling.

9 The twilight zone, The fugitive, ep. 25. stagione 3, trasmesso il 9 marzo 1962, regia di Richard L. Bare, sceneggiatura di Charles Beaumont.

10 Planet of the Apes, regia di Franklin J. Schaffner, USA 1968

11 è interessante a questo proposito riportare un aneddoto riferito dagli attori e dalle comparse che ricordano come nelle pause di lavorazione loro stessi si riunivano spontaneamente in base alla razza delle scimmie che interpretavano: si potevano così vedere dei gruppetti omogenei di (attori truccati da) gorilla, oranghi o scimpanzè!

“L’animale” come oggetto transizionale

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di Rodrigo Codermatz

Articolo già pubblicato in Liberazioni, anno VI, Primavera 2016 (pdf scaricabile qui)

La nostra società tende a rappresentare la violenza sugli animali utilizzando un linguaggio caricaturale: eventi culinari e attività commerciali pubblicizzano i loro prodotti servendosi di immagini che falsificano gli animali, li reificano ridicolizzando la loro sottomissione alla logica criminale del sistema, la loro sofferenza, la loro morte; li dipinge come coloro che si sacrificano, si immolano per noi in una sorta di esemplare manifestazione totemica. Disegnati come personaggi di fumetti, armati di coltello e forchetta e pronti ad affettarsi e a mangiarsi, ci danno il benvenuto all’entrata dei ristoranti ammiccando ad un immaginario infantile1.
Questo ci spinge a domandarci se l’infanzia sia davvero così proverbialmente empatica verso gli animali o, ammesso che originariamente lo fosse, che cosa accade ad un certo punto per cui tale trasporto emotivo si incrina per fissarsi il più delle volte in una completa miopia verso la sofferenza animale assumendo quell’atteggiamento culturale che caratterizza la nostra età matura in tutti i suoi aspetti. Qual è il nodo che rimane da sbrogliare nella nostra infanzia, qual è il fulcro su cui la politica dell’immagine e il marketing giocano le proprie carte? Perché parlano ai consumatori come fossero
bambini?
L’esperienza de “l’animale” in tutte le sue forme è un vissuto infantile e fa parte del reiterarsi di una situazione fondamentale originaria nella quale solitamente il genitore/ambiente-facilitante, che ama eppure uccide e si nutre degli animali, stringe con il bambino il tacito accordo di non porsi domande su di loro. Gli animali sono consegnati “nelle sue mani”, da un lato riconoscendo l’esistenza di un mondo soggettivo in cui sono oggetto di empatia e tenerezza e dall’altro confidando nel fatto che il bambino per il momento non farà irruzione nella realtà oggettiva, parallela e condivisa con la comunità adulta nella quale gli animali si usano e si uccidono. Il genitore “gioca sporco”: proferendo una menzogna, o più semplicemente sottacendo la verità, si mantiene in una posizione ambigua; con il suo segnale equivoco, il suo tacere contrastante e paradossale apre lo spazio di una realtà insincera, un’illusione grazie alla quale gli animali sono allontanati, non vengono presentati nella loro condizione reale, sono tenuti a distanza, esclusi, resi, se non invisibili, per lo meno prospetticamente piccoli e confusi, definitivamente “fuori fuoco”.
In questo senso si potrebbe parlare di una vera e propria
esperienza o fenomeno transizionale2 per cui questa comunicazione sospesa, questo “tacito accordo“ tra genitori e figli, questo “territorio di nessuno” permette al bambino di spostarsi verso la realtà oggettiva della collettività senza essere particolarmente traumatizzato e al genitore di mettere in relazione le due realtà, quella “soggettiva” del bambino e quella “oggettiva” della collettività poiché, come sosteneva Winnicott3, il compito di accettazione della realtà non è mai completo e nessun umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con il mondo esterno. In questo “spazio potenziale”, il genitore può, ad esempio, portare la domenica il “bambinetto” alla vicina fattoria didattica a vedere e a dare da mangiare al maialino e la sera stessa metterglielo nel piatto.
Questa presentazione “confusa” dell’animale, questa “distorsione paratassica”, questo territorio intermedio tra realtà psichica del bambino e realtà oggettiva del genitore/ambiente-facilitante si fissa per sempre nella nostra esistenza. E tale presentazione si fa sempre più forte, collettiva e sociale, si istituzionalizza e diventa “campo culturale”; grazie ad essa l’individuo umano e gli altri animali vengono posti
stand by, in una situazione o esperienza transizionale perpetua, diacronica e acronologica. La nostra infanzia diviene in tal modo asilo per lo sfruttamento e la sofferenza animale: gli animali, ai quali nella realtà è negato un effettivo spazio vitale, vengono introdotti nel nido del cucciolo umano, per partecipare a quella che spesso è un’isola di sicurezza e di onnipotenza.
Nel
C’era una volta…, il genitore, una volta e per sempre, sostituisce alla presentazione del volto reale degli animali un atto mitologico che li riconsegna come abominevole precipitato di animale-peluche, animale-cartone animato, animale-giocattolo da catturare e detenere in nidi, casette, ripari, gabbie per esercitare al contempo cura e dominio. Gli animali vengono riconsegnati come addomesticabili e allevabili, come strumenti di divertimento, come oggetti educativi o artistici, come cibo, abito, arredo. Come abusabili, torturabili ed eliminabili. A metà strada tra fantasia e realtà, gli animali divengono un vero e proprio “oggetto transizionale”, entità prettamente culturali, trasmutazioni ideologiche della realtà, illusioni collettive, “invenzioni” che, al pari della religione e dell’arte, godono di una certa immunità e apoditticità. “Territorio di nessuno”, l’esperienza dell’animale non rimanda ad alcuna assunzione di responsabilità: nessuno, nel-mondo, è responsabile di ciò che accade agli animali.
Questa incompletezza rende l’animale un mostro – non è forse l’incompletezza la caratteristica primaria della mostruosità? –, sfigurato dalla prepotenza e dall’invadenza concesseci a suo tempo dal “gioco” connivente del genitore. In quanto creatura mostruosa, “l’animale” si configura come oggetto-cattivo, oggetto frustrante, traccia della nostra diserzione dalla situazione reale di ogni animale che soffre e che muore.
Il nostro bisogno di eludere l’animale come oggetto-cattivo e il senso di colpa che ne consegue definiscono l’esperienza transizionale come un vero e proprio processo simbolico in cui l’animale-oggetto transizionale funge da sostituto materno, da rinvio ad un seno-gabinetto4, inteso come un complesso di cure materne capace di accogliere e contenere le nostre proiezioni dell’animale-oggetto cattivo e l’angoscia che deriva dalla nostra capacità di amare e nello stesso tempo mangiare gli animali.
A detenere la funzione di
seno-gabinetto è la collettività, il gruppo colluso e coeso attorno all’“animale” distorto, allucinato, riprodotto come oggetto da dominare, da sottomettere e da sfruttare. La collettività è sicurezza interpersonale, medesimo bagaglio induttivo, comunità interpretante coerente, mente collettiva proiettata. L’oggetto transizionale è la prima esperienza collettiva ed è proprio nel gruppo che la socialità conferisce carattere totemico alla stessa esperienza dell’animale visto come sacrificio da consumare collettivamente ed autosacrificio da rappresentare su manifesti ed insegne. Qui mucche, maiali e pesci ammiccanti si mutilano e si affettano… Portato all’estremo, il totemismo diviene auto-sacrificio della divinità che si offre alla collettività. Il seno-gabinetto è consenso e approvazione che accoglie e metabolizza angoscia e senso di colpa che generano l’oggetto-cattivo, li omologa e li normalizza, li rende ‘naturali’, necessari e tautologici, e alla fine ci restituisce l’animale come oggetto-buono, non più ansiogeno, anzi “nutritivo”.
“L’animale” come “oggetto transizionale”, in questa sua funzione di difesa contro l’angoscia, possiede effettivamente qualità materne, nonché la predisposizione a creare, al pari di ogni oggetto di consumo, omologazione e mantenimento di confronti e relazioni stabilizzate all’interno del gruppo, uno stato di dipendenza e falso bisogno. É nel divenire oggetto transizionale che gli animali iniziano ad essere reificati. La funzione anaclitica del
gruppo seno-gabinetto introiettata in noi è la pelle intesa come bisogno di sicurezza, come vissuto “di essere contenuti”, vissuto che ci consente di relazionarci in modo ambiguo e integrato con gli animali facendo sì che ogni nostro possibile rapporto con loro sia di fatto accettato, condiviso, sanzionato e normalizzato.5
Questa situazione integrata è lo spazio claustrofobico dell’“animale” allucinato, della distorsione paratassica, ed è chiaro che tale claustrofobia e impossibilità di spazio non potrà che assumere i toni dell’immaginario e del vocabolario infantile. Introiettando la funzione accuditiva materna come “primo soccorritore”, iniziamo ad attribuire “valore” e “significato” al mondo in modo che la madre vi acceda come prevedibilità, attendibilità, affidabilità e familiarità: questa fiducia nell’attendibilità della madre è gioco che, per usare le parole di Winnicott, non è una questione di realtà interna – un’allucinazione – o una questione di realtà esterna; non è né al di dentro né al di fuori, ma si situa in quest’area transizionale, in questo spazio potenziale tra individuo e ambiente, tra il bambino e la madre, che è di fatto esperienza culturale; è quell’attività psichica, quell’atteggiamento per cui “si fa finta di”: Continua a leggere

Insetti giganti e alieni mostruosi

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di Tamara Sandrin

All’inizio dell’anno è uscito il mio libro sul rapporto tra noi e l’altro, tra alterità e animalità nel cinema di fantascienza degli anni ’50 e ’60.
Mi è costato impegno e fatica: per scrivere di cinema non basta guardarsi qualche filmetto e buttare giù due righe, i film vanno visti e rivisti, analizzati, compresi e valutati, studiati e va ben ponderata l’interpretazione che se ne vuole dare, per evitare le letture “stiracchiate” tipiche dell’erudizione critica.
Ma ne ho ottenuto anche soddisfazione: è un librettino che si legge volentieri e tutto d’un fiato e ho già avuto dei riscontri positivi e lusinghieri da chi lo ha letto.

Il libro (ebook o cartaceo) può essere acquistato on-line su diversi bookstore, per esempio:

oppure se mi incontrate di persona!

Lascio ora ai miei lettori di CaVegan la prefazione del libro dove spiego un po’ la sua genesi e il suo intento, sperando di stuzzicare la curiosità!

 

Questo libro nasce da due sentimenti che animano il mio cuore: il tumulto dell’ingiustizia intra e inter-specifica e la passione per il cinema, in particolare per il vecchio cinema di fantascienza.
Quando ho iniziato a lavorarci pensavo di scrivere un breve articolo su tre o quattro film per accompagnare una breve rassegna, ahimè mai realizzata (finora). I film in questione erano
L’uomo che visse nel futuro, Tarantola, Assalto alla terra e L’astronave degli esseri perduti, però la folgorazione è arrivata con Destinazione… Terra! di Jack Arnold, con la sua celebre battuta “distruggiamo ciò che non riusciamo a capire”: era la descrizione, lapidaria, di ciò che fa e ha sempre fatto l’animale umano nei confronti degli altri animali non umani e umani.
A quel punto il mio pensiero si è schiarito e riandando con la mente ai tanti film che avevo visto, ho trovato che questo tema era ricorrente in molti, moltissimi, film di fantascienza degli anni ’50 e ’60.
Li ho rivisti, ne ho visto altri e altri ancora, tutti mi sembravano interessanti e affascinanti, perciò a quel punto il lavoro, come si usa dire,
“mi ha preso la mano” e, da un modesto articolo, mi sono azzardata a intraprendere un progetto più ambizioso, con tutti i suoi e i miei limiti.
A un certo punto il materiale che avevo continuava a crescere, finché ho dovuto fermarmi, farne una cernita, scegliere, scartare.
Il libro non pretende di essere esaustivo, sicuramente può essere integrato e ampliato (per esempio manca del tutto l’analisi della produzione, pregevolissima, dei paesi dell’Est Europa, oltre la cortina di ferro, e – di tutte le pellicole giapponesi – ho tenuto conto solo di Godzilla): ho cercato di fornire un quadro generale sull’argomento, che funga da spunto di riflessione.
Spero di riuscire ad avvicinare qualche animalista al mondo del cinema, che tanto ci offre come chiave di lettura della realtà, della società e dell’animo umano.
Spero di riuscire a innescare una scintilla antispecista nella mente di qualche buon cinefilo che si prenderà la briga di leggere questo libro.
Spero che, alla fine, i volti dell’altro umano e non umano non appaiano più così diversi e spaventosi, così imperscrutabili e muti, ma che si fondano in un unico volto di tensione vitale.
Buona lettura.

 

La bellissima illustrazione realizzata da Katia Brancaleoni.