Sacerdozio e macelleria. Religione e dominio.

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di Tamara Sandrin

In questi giorni ho letto sui social e sul web dello stupore animalista per la scoperta dell’esistenza di preti cacciatori. Questo stupore nasce, a mio avviso, dalla dimenticanza della storia delle religioni in genere, della chiesa e del cristianesimo, che, al pari di molte altre, si è sempre configurata come una religione bionegativa e ostile alla vita.
In tutte le religioni (buddhismo compreso) e in tutti i tempi, sono esistiti (ed esistono tuttora) i sacrifici animali; gli officianti, i sacerdoti, quasi sempre coincidevano con i boia, i macellai: nella Grecia classica, per esempio, culla della nostra civiltà, i templi erano dei veri e propri mattatoi che operavano a pieno ritmo, dato che il consumo di carne era strettamente e religiosamente regolato, ma non moderato. Ancora oggi nelle civiltà rurali e persino nelle realtà contadine dei nostri “civilissimi” paesi, sopravvivono questi sacrifici in onore di santi, patroni e /o festività religiose varie (anche non strettamente cristiane, ricordiamo a esempio i festeggiamenti agresti per la fine della mietitura, della vendemmia, ecc., che hanno sicuramente una radice pagana), dove il sacerdote è sempre presente pur non coincidendo più con l’esecutore materiale dell’assassinio, dello squartamento e della dissezione della vittima. Oggi come allora al sacerdote è riservata la parte migliore e il posto d’onore nella mensa “sacra” e conviviale: spesso è proprio la tavola imbandita il luogo dove si rivelano le prime gerarchie sociali, familiari e parentali. Possiamo ricordare ancora i banchetti nuziali o quelli funebri o il sacrificio animale per eccellenza in ambito cristiano, la pasqua, dove l’agnello non viene più sgozzato sull’altare della chiesa, ma vi è un invito figurato pressante e continuo a farlo nel chiuso del mattatoio, per poi consumarne le carni nell’allegria della festa familiare.
In quest’ottica, perciò, non c’è da stupirsi di trovare preti cacciatori, grassi e “buongustai”; è piuttosto stupefacente invece incontrare preti sensibili alla questione animale, quasi impossibile trovarne anche uno solo antispecista e vegano (ricordiamo che neppure san Francesco, istituito come protettore degli animali, era vegetariano).
Se, per chi crede in quel baraccone che è la chiesa, può sembrare legittimo porre delle istanze, chiedere agli alti ranghi ecclesiastici che quei preti cacciatori siano rimossi dal loro ruolo, per un antispecista, invece, è assurdo cercare di confrontarsi, chiedere udienza e aiuto a tale istituzione, che si fonda sempre e comunque su una gerarchia che pone gli animali molto al di sotto dei suoi gradini più bassi (come d’altronde tutte le istituzioni umane).
Perciò l’iniziativa di quegli attivisti che hanno tappezzato un paese con manifestini in cui intimavano al parroco di confessarsi appare ingenua quanto risibile: in questo caso altre azioni sarebbero state più consone e utili.
Come, altresì, appaiono ingenui e risibili gli entusiasmi animalisti per un papa che rinuncia all’ermellino per raccontare poi dei suoi sogni infantili di diventare macellaio (e questo coincide con quanto detto sopra) o che promulga un’enciclica come “Laudato sii” che appare, al punto in cui ci troviamo, troppo tardiva per redimere secoli di conduzione politica della chiesa antropocentrica e repressiva, rivelandosi invece come un’ottima azione di marketing per tirare a lustro un’immagine del papato ormai opaca.

L’antispecismo, come dicevo, non dovrebbe misurarsi con queste istituzioni, religiose e laiche, politiche ed economiche, perché “sono varietà dell’assolutismo” in quanto fanno della gerarchia e del dominio del forte sul debole le loro fondamenta e tendono sempre alla conquista del potere.
La liberazione animale dovrebbe intraprendere altri percorsi, altre strade, che portino alla liberazione totale, fisica e intellettuale, a una libertà sovrana, creativa e responsabile dove non sia più necessario “levarsi il cappello” e inchinarsi chiedendo compermesso.

L’altro

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di Tamara Sandrin

Guarda il volto
di un animale,
cavallo, lupo,
capra, gorilla.
Il volto di un saggio
che mostra pazienza.

Attendono, sì,
gli animali,
che il doloroso giorno
si spenga,
che la stirpe umana
si estingua,
che il loro tempo,
il tempo dei saggi
del mondo,
arrivi.

 

 

© Riproduzione vietata

Gubana vegana

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La gubana è il dolce simbolo del Friuli Venezia Giulia. Non c’è una sola e unica gubana, ma numerose varianti, perciò non è facile risalire alla sua origine, alla ricetta più antica e migliore, all’autentica gubana. Se ne possono trovare svariate ricette, con piccole differenze negli ingredienti o nella lavorazione: la più famosa, anche dal punto di vista commerciale, è quella delle Valli del Natisone (dove è chiamata anche gubanca, in dialetto sloveno); poi ricordiamo la gubana di Cividale (con la pasta sfoglia) e la gubana di Gorizia (con una pasta che ricorda la pasta da strucolo).
Vi propongo la mia versione vegana, ormai provata e approvata, di sicura riuscita.

Ingredienti per la pasta:
350 ml di latte di soia
700 gr di farina tipo 2
150 gr di zucchero di canna
90 gr di burro di soia
due cucchiai di pasta madre liquida (o mezzo cubetto di lievito di birra fresco o due cucchiaini di lievito di birra secco)
la buccia grattugiata di un limone
un bicchierino di rum
due cucchiaini di sale

Ingredienti per il ripieno:
250 gr di noci
250 gr di mandorle
250 gr di uvetta lavata e ammollata nella grappa
150 gr di pinoli
120 gr di zucchero
50 gr di cacao amaro
un bicchierino di rum
un bicchierino di grappa
un po’ di noce moscata grattugiata
½ cucchiaino di cannella in polvere passata in un padellino con poco burro di soia

Mescolate il latte di soia con la pasta madre un cucchiaio di zucchero e metà della farina prevista. Coprite e lasciate riposare per circa 8/10 ore. (Questo passaggio non serve se usate il lievito di birra). Riprendete l’impasto, aggiungete gli altri ingredienti per la pasta e impastate bene, lavorandola a lungo. Copritela e fatela lievitare al caldo finchè non raddoppia di volume: il tempo di lievitazione dipende dalla forza della vostra pasta madre.
Nel frattempo preparate il ripieno tritando noci, mandorle, uvetta strizzata e pinoli, mescolandoli poi agli altri ingredienti.
Stendete la pasta, distribuiteci sopra il ripieno in modo uniforme e cospargete con fiocchetti di burro di soia. Arrotolate la pasta, come se fosse uno strudel, e sistematela sulla placca del forno dandole la tipica forma a chiocciola. Lasciate lievitare nuovamente la gubana. Al momento di infornare il dolce spennellarne la superficie con un po’ di latte vegetale.
Preriscaldate il forno e infornate la gubana a 130°. Dopo circa mezz’ora aumentate la temperatura del forno a 150° e cuocete la gubana ancora mezz’ora. I tempi di cottura possono variare in base al tipo di forno, perciò controllate la cottura con uno stecchino.
Una volta tolta dal forno lasciatela raffreddare su una gratella prima di gustarla.
Tradizionalmente la gubana (dallo sloveno guba = piega) viene servita irrorata da una generosa spruzzata di grappa o sliwovitz, soprattutto nel caso di quella delle valli del Natisone che, diversamente dalla gubana di Cividale e da quella di Gorizia, risulta piuttosto asciutta. Con questa ricetta, invece, si ottiene un dolce soffice, gustoso e molto profumato.

A questo link trovate la video-ricetta che abbiamo realizzato assieme ad Animalisti FVG.

The birdman of Alcatraz

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La vera storia dell’ornitologo di Alcatraz

di Tamara Sandrin

Articolo pubblicato in Volare!, a cura di Animalisti FVG, Pordenone 2016 e qui.

L’uomo di Alcatraz” è un film di John Frankenheimer1 su un ergastolano, che ritrova la sua dignità di uomo studiando altri ergastolani, gli uccelli: la pellicola offre molteplici spunti di riflessione sulla prigionia, è interessante perciò analizzarne in dettaglio la trama per poterli evidenziare meglio.
Il film, basato sulla biografia scritta da Tom Gaddis, narra la vita di Robert Stroud (interpretato da Burt Lancaster) giovane condannato a dodici anni per omicidio colposo per aver ucciso un uomo che aveva picchiato una prostituta. Durante la sua reclusione si macchia inoltre di altri reati, aggressioni, estorsioni, ecc. perciò viene trasferito dal penitenziario dell’isola di McNeil, nello stato di Washington, alla prigione di Leavenworth nel Kansas, soprannominata dai carcerati “Big Top”, espressione che indica il tendone più grande del circo.
Appena arrivato il direttore Harvey Shoemaker (Karl Malden) lo avvisa:

Con o senza la tua collaborazione io intendo fare un uomo di te, prima che tu esca da qui. Ti adeguerai alle nostre idee sul modo di comportarti, imparerai la lezione ora o ci metterai cinque anni, ma la imparerai.

Il nome della prigione “il circo” ci indica subito dove ci troviamo: un luogo di reclusione dove, con l’uso sistematico di violenze fisiche e psicologiche e con la segregazione, la volontà dei prigionieri viene annullata affinché il loro comportamento si adegui alle rigide regole sancite dai “domatori”, affinché essi ballino al tempo di una musica alienante e senza la possibilità di ribellione.
Così la vita di Stroud a Leavenworth inizia con trenta giorni di cella di isolamento: solo e al buio lascia persino che i ratti gli camminino sul corpo.
Robert Stroud è refrattario all’autorità e il suo comportamento non riesce a conformarsi alle regole, l’unico affetto che sembra mostrare è verso la madre ed è a causa di questo affetto, quasi morboso, che finisce per uccidere una guardia, Kramer, mentre nel refettorio una banda composta da detenuti suona un’aria festosa che ricorda proprio le fanfare del circo.
Non dimostra alcun rimorso per questo omicidio e in un colloquio con il direttore Harvey mette di nuovo in evidenza come la condizione dei detenuti sia la stessa degli animali:

Harvey – Nessun rimorso, eh? Nessuna pietà, come un animale…
Robert – E non sono fatte per loro queste gabbie?

Stroud viene condannato a morte per l’omicidio di Kramer, ma la madre si batterà e otterrà dal presidente Wilson la grazia per Robert. La condanna a morte viene commutata in ergastolo, ma il procuratore generale e il direttore Shoemaker decidono che dovrà passare il resto della sua vita in isolamento: non potrà lavorare, non potrà avere contatti con gli altri detenuti, l’unico collegamento con il mondo esterno sarà sua madre.
Durante una delle passeggiate settimanali trova un nidiaceo caduto a causa del temporale e lo raccoglie. Inizia a occuparsi del passerotto, lo nutre, lo cresce, lo cura, gli insegna a volare e a fare altri “esercizi”: per esempio a trainare un carretto e ad aprire una gabbia ed entrarci! Si è occupato con amore e dedizione di una creatura indifesa per poi istruirlo a compiere delle azioni innaturali e umilianti, paradossalmente insegna al passero la vita del galeotto e lo abitua alla reclusione, alla gabbia.
Occupandosi dell’uccellino la sua rabbia e il suo rancore hanno trovato una valvola di sfogo: finalmente le giornate in isolamento non sono più così solitarie e inutili.
Quando ottiene il permesso di tenere il passero dal nuovo direttore della prigione, anche altri detenuti chiedono e ottengono di poter avere dei canarini: il reparto dell’isolamento risuona di cinguettii, nelle gabbie ci sono altre gabbie, dei reclusi portano conforto ad altri reclusi. Ma non sembra esserci comprensione reciproca: il pianto dei canarini è percepito come musica lieta, canto di vita, mentre in realtà dovrebbe suonare come il canto blues degli schiavi in catene.
Ben presto alcuni detenuti si stufano dei loro canarini e li affidano a Stroud: i canarini iniziano ad accoppiarsi e a riprodursi:

Robert – Ci sarà un po’ di procreazione qui in giro […] nuova vita, nascite!
Ramson (la guardia) – In una prigione?
Robert – Già!
Ramson – Beh, penso che a loro non importi: i canarini sono sempre stati in gabbia.

Quest’ultima affermazione di Ramson (interpretato da Neville Brand) sembra far riflettere Stroud che spinge il suo passero ad andarsene:

Avanti, là fuori puoi ruzzolare nella polvere, danzare alla musica del violino, veder crescere l’erba […] L’aria è più leggera, le notti passano in fretta e intanto il tempo corre. Non vuoi mica fare il galeotto per tutta la vita? Tu sei un nobile passero, quindi vola in alto, vecchio, va’ fuori e mordi le stelle per me. Trovati una bella moglie e metti su famiglia.

È chiara l’identificazione tra Robert e il passero: attraverso di lui potrà essere libero, potrà volare con lui e assaporare la vita che gli è negata, ma mentre pronuncia queste parole vediamo sul suo volto l’ombra delle sbarre, claustrofobico simbolo della sua condizione fisica e mentale.
Robert Stroud si rende conto che, come l’uomo, un uccello non può vivere rinchiuso, ha bisogno di spazi immensi, ha bisogno di respirare, di bagnarsi di pioggia, di amare e di avere paura. Ha bisogno di autodeterminarsi, di regolare la sua vita in base ai suoi desideri e non in base a rigide regole. Si rende conto che un individuo, che sia uomo o passero, non può essere proprietà di un altro individuo, non può essere una marionetta nelle mani di un burattinaio, non può essere solo un oggetto vivente addestrato senza volontà né identità. Purtroppo, però, non riesce a giungere alle stesse conclusioni per quanto riguarda la vita e l’essenza dei canarini. Non solo: non riesce nemmeno a rendersi conto che la prigione costituisce un sistema repressivo che non coinvolge solo i detenuti, ma anche le guardie, il personale che lavora nella prigione, il direttore e l’intera società.
Con le guardie continua a comportarsi in modo glaciale, anaffettivo, come se fossero solo delle macchine burocratiche e non persone: non è conscio, come dicevo, che il sistema carcerario oltre a modificare i detenuti, a modificare la loro percezione della realtà, pesa anche sulla vita di chi sta dall’altra parte delle sbarre. È significativo infatti che in molte scene del film vediamo sia Stroud che la guardia Ramson attraverso le sbarre, come a dire che sono entrambi prigionieri.
Davanti a un uccello in gabbia siamo nelle stesse condizioni di una guardia: siamo i suoi custodi e i suoi carcerieri, rispondiamo di lui al mondo, ma ingabbiamo noi stessi in una spirale fatta di sbarre, becchime e di voli non volati. Quando guardiamo un uccello libero in volo, noi ci libriamo con lui e con i suoi occhi possiamo guardare il cielo o il sole e sentire l’aria che gli accarezza le piume, la nostra mente è libera. Invece guardando un uccello in una gabbia vediamo sempre prima le sbarre e poi lui: la nostra visione del mondo, al pari della sua, è frammentaria, interrotta dal ripetersi parallelo delle sbarre.
Robert Stroud penserà di rendersi libero proprio grazie ai suoi piccoli prigionieri, ergastolani senza colpa né processo. Inizia a costruire gabbie per i canarini che si riproducono rapidamente: come in un gioco di scatole cinesi la gabbia di un prigioniero si riempirà di piccole gabbie con piccoli prigionieri, in un moltiplicarsi di sofferenza non riconosciuta.

Segregato dal mondo, privato del diritto fondamentale dell’uomo di generare la propria progenie, Stroud dette vita con le sue bestiole a un mondo in miniatura. E poiché era un mondo sicuro e poiché egli sapeva che essi non gli si sarebbero mai rivoltati contro, nacque in lui un profondo ma segreto amore per i canarini, mentre egli ne osservava il ciclo dell’amore, dell’accoppiamento e della procreazione.

Queste parole di Tom Gaddis, voce narrante del film, ci fanno ben capire cosa possa essere la vita in una gabbia: un mondo in miniatura, sicuro ma fasullo, in cui l’uomo si rispecchia e vive per procura, di cui gioisce in quanto padrone incontrastato. Robert ama i suoi canarini perché non teme nulla da loro: dipendono da lui, non sono in grado di ribellarsi, ciò che possono fare è mangiare, dormire e riprodursi in un continuo ripetersi di un ciclo vitale senza scopo, crudele e perverso perché produttore di generazioni di schiavi.

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Il riccio

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Ricordo la meraviglia che, da bambina, provavo ogni volta che mia nonna Rosita preparava questo bellissimo e golosissimo dolcetto, che rende onore alle castagne e omaggio a un animaletto timido e riservato.
Quindi in tempo di castagne: non solo caldarroste, ma anche dolci ricci!

Ingredienti:
500 gr di castagne
2 foglie di alloro
1 cucchiaino di sale grosso
1 cucchiaio di zucchero di canna
1 cucchiaio di cacao amaro
1 noce di burro di soia
1 cucchiaio di rum (facoltativo)
2/3 cucchiai di latte vegetale
1 pizzico di vaniglia
pinoli
uvetta

Procedimento:
Lessate le castagne nella pentola a pressione con il sale e l’alloro per circa un’ora dal fischio. Lasciatele intiepidire nell’acqua (altrimenti si seccano troppo) e pelatele bene. Schiacciate le castagne con la forchetta o con lo schiacciapatate (non con il frullatore) e mescolatele con zucchero, cacao, vaniglia, rum, burro di soia e latte vegetale fino a ottenere un impasto sodo ma malleabile.
Formate il corpo del riccio e fategli gli occhietti con l’uvetta e gli aculei con i pinoli.
Lasciatelo rassodare in frigo per qualche ora prima di gustarlo.

Il cuore muto di Renée George

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Un’intervista esclusiva alla regista statunitense

Renée George è una regista e compositrice statunitense: nativa del Winsconsin, ha studiato fotografia e cinematografia conseguendo il BFA (Bachelor of Fine Arts) in Media Arts al Minneapolis College of Art and Design. Dopo il Graduate Film Program presso l’University’s Tisch School of the Arts di New York, approda giovanissima ad Hollywood come tecnico delle luci e, dopo venti anni di esperienza, nel 2011 è sul set di The artist, film muto in bianco e nero scritto e diretto da Michel Hazanavicius vincitore di ben cinque Oscar, tre Golden Globe, sette BAFTA e sei César.

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È sul set di The Artist che, come lei stessa racconta nella nostra intervista, nasce il suo amore per il cinema muto e la sua convinzione che questo possa di fatto essere il linguaggio universale che, trascendendo le diverse lingue e nazionalità, i confini geografici e culturali, le fedi politiche e religiose, sia in grado di unire l’intero pianeta nella collaborazione e cooperazione per il miglioramento.
Convinzione che Renée tenta di esplicare in un suo progetto concernente sette cortometraggi muti girati in sette paesi diversi narranti sette piccole storie d’amore (7shortfilmsaboutlove).
I primi due, Le Petit Nuage girato a Parigi e Lago di seta girato in Italia sul lago di Como, sono stati presentati come eventi speciali nella rassegna“Muti del XXI secolo” alle Giornate del cinema muto di Pordenone rispettivamente nel 2012 e nel 2013.
Gli altri cinque shortfilms about love sono Like A Sakura (Giappone), Любовь в тумане (Love In The Fog) (Russia), A part of it (USA), حب و طبخ (Love And Cooking) (Marocco) e l’ultimo da girare in Argentina o a Cuba.
Attualmente Renée vive a Los Angeles: oltre alla sua attività registica, compone anche le colonne sonore dei suoi cortometraggi; è appassionata di ortocultura e floricultura e segue uno stile di vita decrescente basato il più possibile sull’autoproduzione.

Tamara ed io abbiamo conosciuto Renée alle Giornate del cinema muto di Pordenone dove, come dicevo sopra, negli anni scorsi sono stati proiettati due dei suoi 7shortfilms about love; la sua simpatia e dolcezza è divenuta in breve amicizia e le Giornate sono ora anche occasione di rivederci di anno in anno.

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Quest’anno, prima del suo rientro negli Stati Uniti, abbiamo avuto il piacere di ospitarla a casa nostra, CaVegan, e di passare due piacevoli giornate assieme.
Degustando dei piatti friulani riletti in chiave vegana tra i quali il famoso e famigerato frico vegan di Tamara abbiamo conversato piacevolmente di cinema, alberi, piante e animalismo e le abbiamo rivolto qualche domanda per il nostro blog.

 

Ciao Renée, grazie di averci concesso questa intervista: è un piacere averti nostra ospite qui a CaVegan.
Quando è nato il tuo interesse per il cinema muto?
Il mio interesse per il cinema muto è iniziato lavorando al film The Artist un film muto che ha anche vinto l’Oscar ed è stato anche molto amato dal pubblico.
Lavoravo già da venti anni a Hollywood come tecnico delle luci: quando arrivai a Hollywood, il mio primo desiderio era, in verità, quello di divenire regista ma ero molto giovane con pochi soldi e sapevo che dovevo lavorare molto e fare molta gavetta per capire l’industria cinematografica, per riuscire a comprenderla al meglio e riuscire a fare quello che ora faccio.
Dopo vent’anni di lavoro all’interno dell’industria cinematografica ho pian piano capito che diventare regista forse non era più la mia meta: non mi hanno mai interessato i film di supereroi o cose del genere.

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The Artist mi ha dato una nuova speranza: una troupe francese era venuta a Los Angeles per girare un film muto su una storia d’amore ambientata negli anni Venti a Hollywood nel momento di passaggio tra il cinema muto e quello sonoro; ho pensato allora – se dei francesi sono venuti a Los Angeles e hanno fatto questo film meraviglioso perché non andare io a Parigi a girare un mio film in risposta al loro ?- Così ho provato e questo ha fatto nascere l’amore per il film muto ed ho capito in quel momento perché The Artist è stato così amato dal pubblico e ha vinto l’Oscar. Ho capito che c’era qualcosa che mancava nella cultura popolare e che la gente può amare comunque qualcosa di, in un certo senso, antico come il cinema muto, e può tornare ad esso e amarlo di nuovo. Questo mi ha dato la speranza che ci fosse anche per me la possibilità di fare qualcosa dopo che avevo perso la passione per i film a causa della tendenza molto commerciale di Hollywood; vedere il successo di The Artist ha rinvigorito il mio amore per il cinema in generale e anche per il film muto in quanto genere, perché per me il film muto è tutt’altro dal cinema moderno che è un’esperienza passiva dove ti siedi, guardi, subisci suoni ed effetti e non pensi a niente. Il cinema muto è diverso: ti apre una parte del cervello, la parte creativa rimasta assopita; devi stare attento, devi capire cosa sta succedendo nel film e questo ti coinvolge, ti rapisce e risveglia la tua creatività. Inoltre il cinema muto non è circoscritto o limitato dal linguaggio o da confini ma è semplicemente universale: tutte queste cose le ho capite grazie a The Artist e per questo è stata un’esperienza meravigliosa.

In una società impaziente, disattenta, avida, frenetica e superficiale come la nostra, il cinema muto può ancora avere una sua forza come mezzo espressivo e informativo?

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Assolutamente. Il film muto è molto importante perché elimina i confini che ci siamo posti tra di noi: confini di cultura, di linguaggio; tutto ciò sparisce nel cinema muto che è un media globale e questo è molto importante soprattutto oggi perché siamo sull’orlo della fine della società in generale per vari motivi come il cambiamento climatico, le guerre e tutto il resto. La cosa più importante per noi ora è riunirsi, non separarci e io credo che il film muto possa farlo perché in esso non ci sono lingue, non c’è niente che possa dividerci. Il film muto può riunirci ed è per questo che io amo la maggior parte dei film muti.

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Le sbarre della metafora

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di Rodrigo Codermatz

Articolo già pubblicato in Volare!, a cura di Animalisti FVG, Pordenone 2016 e sul sito NoSagraOsei.

Una colomba avevo, dolce, che morì,
Morì, ne son convinto, di dolore,
Ma perché soffrisse non lo so. I piedi
Avea legati, i piedi suoi dolci, piccoli, rossi,
Ma con seta intessuta di mia mano.
Perché morire, perché lasciarmi qui a chiamarti invano?
Vivevi sola, sull’albero nella foresta,
Non avresti potuto con me vivere a festa?
Spesso ti baciavo e ti davo bianchi baccelli,
Perché non vivere dolcemente, come tra i verdi arbuscelli?
1

La gabbia, cielo interrotto tra due sbarre di ferro è l’ultima metamorfosi paradossale del nostro colloquio coll’animale, quando aiutati da poeti e romanzieri, pittori e scultori, incitati da filosofi e mistici abbiamo posto ciascuno la nostra sbarra sovraccaricando l’animale delle nostre paure, angosce, dei nostri sogni e desideri, della nostra rabbia, della nostra gravità: gli abbiamo tolte le piume, il pelo, i colori e la pelle e l’abbiamo rivestito di metafore, sineddoche, catacresi, allegorie, di letteratura che ha fatto dell’usignolo, uccello “di tutti il più musicale e malinconico”!2
E non dovremmo allora dire con Samuel Taylor Coleridge –Malinconico? Vano pensiero! Nulla v’è di malinconico nella natura!– e stendere, come egli consiglia, le nostre membra sulle sponde di un ruscello e, come il suo tenero figlioletto che incapace di suoni articolati storpia le parole col suo balbettio imitativo, porre la mano accanto all’orecchio e, coll’indice puntato, imporci d’ascoltare?3

Udivo una miriade di suoni confusi,
mentre me ne stavo sdraiato in un boschetto…
Gli uccelli a me d’intorno saltellavano per gioco,
E pur non sapendo leggere nei loro pensieri,
Il loro minimo sussulto
Mi sembrava un guizzo di piacere
4

Invece noi lo carichiamo delle nostre sventure chiudendolo tra pareti che noi ci portiamo dentro, ne facciamo il nostro confessore, il nostro medico, la spalla dell’amico sulla quale piangere un desiderio insoddisfatto, un sogno infranto, una giovinezza andata, un amore perso, sulla quale sfogare la nostra rabbia quando, come Keats, gridiamo all’usignolo

…troppo felice nella tua felicità
………………………………………………
Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:
La stanchezza, la malattia, l’ansia
Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,
Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,
Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,
Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,
E la disperazione regna, dalle ciglia di piombo,
Dove la bellezza vede spenta la luce dei suoi occhi
E l’amore nuovo non riesce a piangerla oltre il domani
……………………………………………….
Non sei mica nato per morire, tu, uccello immortale!
……………………………………………….
Spegnersi a mezzanotte, senza dolore,
Mentre tu butti fuori l’anima
In un’estasi stupenda!
5

dove quel “troppo felice nella tua felicità” confessa l’invidia generata dal sentimento di essere deprivato da una natura che nella sua abbondanza si risparmia e si ritrae.
All’animale noi chiediamo di fornirci un’immagine di noi stessi, un costume per la nostra grande mascherata sociale e lo chiamiamo hobby, divertimento, sport, tradizione, folklore, cultura e, contradictio in terminis, persino natura: e lo peschiamo, lo cacciamo, lo montiamo, lo mangiamo, lo indossiamo, lo esibiamo, lo umiliamo in circhi, zoo e acquari. Lo immobilizziamo in proverbi, detti, metafore, ne decantiamo le qualità e capacità fisiche, il colore, il canto, la vista, l’olfatto, l’astuzia, la forza, la velocità, gli abbiamo rubato i muscoli, le zampe, l’impetuoso avido contatto delle ali, quei “voli diversi, separati, Lei il suo, lui il suo seguendo” decantati da Whitman6 e abbattuti per sempre in simboli e marchi, nelle etichette e sui cofani, sulle vetrine e panelli pubblicitari, nei nostri sogni di cadere o volare, nei nostri oggetti interni persecutori.
Ali che l’uomo ha fatto cadere dal Paradiso e alle quali ha fatto disimparare il linguaggio stesso del cielo addossandole a Satana

che più non sa parlare il linguaggio dei cieli;
e in ogni sua parola c’è la morte;
e brucia ciò che vede, ciò che tocca corrompe
7

che tenta di riconquistare il Paradiso perduto entrando nel serpente che dorme sotto forma aerea di nebbia.8 Spingendosi ancora oltre, l’uomo ha scisso anche se stesso e, mettendo le ali a quella parte di sé che vuole investire di immortalità, onnipotenza, ubiquità e onniscienza, ha inventato il suo alter-Ego volatile: l’angelo custode.
Animali che per secoli pittori, musici, poeti e romanzieri hanno cantato per intenerirci il cuore, per metterci a nostro agio e parlarci poi di tresche amorose, duelli d’onore, dipartite di amanti, soldati, eserciti e cavalieri, di mondi campestri e rurali, di tristi periferie e quartieri proletari neorealisti dove quasi ci convinciamo che il canarino in gabbia sul balcone al sole ci dia il buongiorno, ci parli della primavera, dei fiori, dell’amore e fa coro con il chiasso dei monelli in strada e lo stornello che la grossa mamma canticchia buttando giù dal letto una squadra di pigri e assonnati marmocchi.
Animali ridotti ormai a fantasmi, a ombre cinesi, a svelte silhouette di lanterna magica che noi proiettiamo attorno a noi scambiandoli per realtà: metafore, metafore e ancora metafore; metafore del bene e del male, del bello e del brutto, del leggero e del pesante, del veloce e del lento, della gioia e della paura (povera upupa foscoliana!): un giorno verrà scritta, dice Jorge Luis Borges, la storia della metafora e sapremo la verità e l’errore che queste congetture racchiudono.9
Al collo, allora, al posto della croce non porteremo un albatro morto ma le nostre metafore.10
Così l’animale ancor prima di entrare in gabbia ha perso “carne e ossa” e le sbarre non sono che l’ultima porta che noi chiudiamo tra noi e lui: ancora una volta il mondo diventa vortice ottico dell’occhio umano, accentramento delle cose attorno all’occhio che le guarda, forza centripeta che porta le cose, gli altri esseri e la libertà stessa della natura, addosso all’uomo che perlustra.
Ѐ da tale avvicinamento che ebbe origine la gabbia: nata per avvicinare e rendere visibile ciò che originariamente era lontano (le prime gabbie furono quelle che imprigionarono animali esotici, uomini, donne, piante per esser portate nel mondo civile ed essere esposte come mirabilia, fenomeni strabilianti, meraviglie alle fiere, agli zoo, nei musei) diviene specchio e metafora della nostra quotidianità, del carattere avido del nostro “aver tutto sott’occhio”.
Cieca arroganza antropocentrica che gode nel riportare a terra, ridimensionare, depredare una libertà che nausea e dà il capogiro perché parla di tempi e spazi infiniti e infinitesimali ma soprattutto indifferenti e indipendenti dall’uomo, dalla sua storia, dalla sua civiltà: acuminato spillo asettico che trafigge la farfalla e la fissa alla bidimensionalità di un nome, di una targa, ammaliante lampione che richiama e brucia le falene. Mano che non tollera e schiaccia la libertà assoluta degli insetti relegata nell’assoluta alterità, nell’incontrovertibile specismo, privata di ogni minima considerazione etico-morale perché piccola e veloce, ingestibile, imprevedibile, incontrollabile, perché onnipresente, perché il loro volo è imperscrutabile e impossibile da trattenere se non con la distruzione totale dello spazio, dell’aria, col ddt.
Perduta la capacità di ogni possibile rapportarsi con l’animale in “carne e ossa” la metafora cresce su se stessa e diviene non uno ma IL nostro modo di relazionarci con l’altro, di interferire con esso per depredarlo: è relazione oggettuale che s’appropria e interiorizza l’altro, lo fa recitare nel proprio teatrino e poi lo rimette al mondo come verità. Scrive Nietzsche:

Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti; le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si son logorate e che hanno perduto ogni forma sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.11 Continua a leggere

Mare nostrum. Disturbo p-ossessivo compulsivo

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di Tamara Sandrin

 

La nostra Terra. La nostra Patria. Il nostro Paese.
I nostri confini. La nostra gente.
I nostri paesi. Le nostre strade. Le nostre case.
La nostra casa.
Il nostro Stato. Le nostre leggi. Le nostre Tradizioni.
La nostra Cultura.

La nostra paura.

La nostra tavola imbandita. Il nostro cibo.
Il nostro pane quotidiano.
La nostra fame.
I nostri bisogni corporali. I nostri bisogni spirituali.
I nostri bisogni.

La nostra Religione. La nostra Chiesa.
Le nostre chiese. Le nostre scuole.
La nostra Scuola.
Le nostre speranze. La nostra Speranza.

Il nostro essere. La nostra essenza.
La nostra esistenza.

La nostra paura.

Il nostro Ambiente.
I nostri animali: il mio cane, il mio gatto,
il mio pesce rosso, il mio canarino.
Le nostre uova delle nostre galline.
Il nostro latte delle nostre vacche.
I nostri maiali Italiani.
I nostri agnelli per i nostri sacrifici.
I nostri pesci del nostro mare. La nostra acqua.

Il nostro benessere. Il nostro malessere.
Le nostre malattie. Le nostre cure.
I nostri ospedali. I nostri medici.
I nostri Amici. I nostri Compagni. I nostri Camerata.
I nostri Fratelli. Le nostre Sorelle.
I nostri genitori, madri, padri, patriarchi.
I nostri Figli. Le nostre Figlie.
I nostri mariti. Le nostre mogli.

La nostra paura.

Le nostre battaglie.
Le nostre guerre. Le nostre vittorie.
Le nostre sconfitte. La nostra squadra del cuore.
Il nostro cuore. Il nostro amore.
Il nostro odio.

La nostra paura.

Il nostro Lavoro.
I nostri Padroni.
I nostri soldi. I nostri soldi. I nostri soldi.
La nostra vita.

La nostra paura.

 

 

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Clara Rockmore

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28d8a73b8e18e825142acf7ae04fbb87

di Rodrigo Codermatz

 

Ricami nell’aere e
ghirigori di dita
cruna impossibile
spifferi e vipere d’onde
come matasse sul theremin

chirurgo dell’invisibile
sutura dell’intangibile
carezza spettrale
sacerdotessa magnetica
dallo sguardo materico

vedova nera su ragnatela invisibile

medium all’ora del the
e delle porcellane
delle tende lunghe e
vecchi altoparlanti
di sedute spiritiche

di valvole rosse come
Lenin e il suo regalo
per il suo popolo

pettegolezzi barocchi di
atomi inascoltati
inesperiti, sottovalutati
codici criptici da spionaggio
formule ermetiche di
ragni telegrafici.

 


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A trip to Mars – Pace e uguaglianza non sono di questa Terra.

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himmelskibet2

di Tamara Sandrin

A trip to Mars è un film muto di fantascienza1; girato in Danimarca nel 1918 è uno dei primi dopo Voyage dans la Lune di Melies. Non è solo un film d’intrattenimento, è un film serio con un preciso messaggio pacifista e antimilitarista, un grido di protesta lanciato dopo tre anni di guerra. Rimane comunque, nonostante le sue ingenuità scientifiche, il suo romanticismo e il suo forte moralismo quasi religioso (comune a molti film dell’epoca), un film godibilissimo per la realizzazione molto accurata, le scenografie, la fotografia e le inquadrature, la recitazione, l’ambientazione fantastica e onirica di alcune scene ambientate su Marte.

La trama è abbastanza semplice: il professor Planetaros2 progetta e fa costruire un aereo spaziale (una via di mezzo tra un dirigibile e un biplano) con cui suo figlio, assieme a un gruppetto di temerari, parte alla volta di Marte.
Dopo un viaggio di sei mesi (!) finalmente raggiungono la loro meta: Marte è rappresentata come potremmo immaginare l’Eden oppure la Terra com’era all’età dell’oro, quando l’uomo viveva senza necessità di lavorare e la terra spontaneamente provvedeva ai suoi bisogni; i marziani, vestiti alla greca, con buffi copricapi, sembrano quasi dei “figli dei fiori” ante-litteram, ma più seriosi e morigerati: vegetariani, dediti a canti, danze e studi, pacifici e pacifisti.

marziani

Dopo aver trascorso sul pianeta un periodo di arricchimento spirituale, i terrestri fanno ritorno sulla Terra conducendo con sé anche la figlia del capo marziano, innamoratasi di Avanti Planetaros. Portano sulla Terra anche dei doni e un messaggio di pace e amore.

Ed è proprio questo messaggio e la parte del film ambientata su Marte che desidero ora mettere in luce, perché ricca di significati evidenti o sottintesi, notevoli per l’epoca.

Appena giunti su Marte, i terrestri vengono accolti festosamente e solennemente, con disponibilità e rispetto. Viene offerta loro della frutta.

1-frutta

Dopo averla accettata e assaggiata, chiedono meravigliati:

Questo è ciò che siete soliti mangiare? […] Non mangiate nient’altro che frutta?”

2-wine-and-meat

Alla conferma del capo marziano, Avanti fa portare vino e carne in scatola, come per disprezzare la dieta fruttariana dei marziani e sottolineare la superiorità del cibo terrestre.

3-carne

Ma la differenza tra terrestri e marziani non riguarda solo l’alimentazione: quando il capo di Marte sente l’odore della carne in scatola appare disgustato e sconvolto:

Carne? Carne morta? Come ve la procurate?”

Avanti, ignorando il messaggio di riprovazione sottinteso alle parole e all’espressione dei marziani, prontamente dimostra come sulla Terra ci si procura la carne sparando a un grosso uccello in volo. Ma al suono dello sparo e alla vista dell’uccello ucciso, i marziani si ribellano e accorrono in massa. I terrestri, sentendosi minacciati, lanciano una granata con cui uccidono un marziano. Ora le morti sono due! Entrambe gravi:

Guerra e peccato! Assassinii e sangue! Tutto questo deve venir espiato! […] La maledizione del sangue deve incombere di nuovo su questo pianeta di pace?”

4-delitto

I terrestri vengono condotti alla “casa del giudizio” assieme alle loro vittime, l’uccello e l’uomo, e qui si pentono dei loro atti criminosi vedendo, come in uno specchio, il passato di Marte fatto anch’esso di combattimenti, uccisioni, oscurità, ferro e fuoco:

Il sangue grida anche nel più piccolo degli assassinii…”

5-pentimento

Vedendo come i marziani si sono elevati, evoluti, da quello stato feroce e primitivo (in cui gli uomini si trovano ancora) a un’epoca di pace e fratellanza interspecifica, i terrestri si pentono e promettono:

Non uccideremo mai più creature viventi e mai più useremo armi!”

È interessante notare come (nel 1918!) le vite di un animale e di un uomo siano poste sullo stesso piano: viene usata l’espressione “living creature”, non “anybody” o “human being” o “man”.
Il sangue è sangue, che sia umano o animale, e versarlo è eticamente inaccettabile.
C’è una stretta correlazione tra alimentazione carnea e omicidio, tra assassinio, umano o animale, e guerra: l’abitudine a spargere sangue porta alla ferocia in ogni situazione. Solo il rispetto per ogni essere vivente e l’amore possono portare a un’evoluzione e a una forma di civiltà pacifiche e giuste. Ed è questo il messaggio che viene affidato dal capo marziano ai terrestri:

Stranieri siate benedetti e portate sulla terra il messaggio di ciò che avete visto”
[…]
“Riportate il messaggio che siamo tutti uguali
Comprendete che siamo tutti gradini
della stessa scala che conduce all’eternità.
L’amore è la forza che voi chiamate dio!”

Il film si conclude con le parole di speranza del prof. Planetaros:

In voi io saluto la nuova generazione – i fiori di una civilizzazione superiore, i cui semi saranno ripiantati sulla nostra terra, cosicché gli ideali dell’amore possano crescere forti e rigogliosi!”

Queste parole oggi possono farci sorridere tanto sono melense ed esageratamente romantiche e solenni, ma sicuramente rappresentavano una luce di speranza per gli animi travagliati dagli anni cupi della guerra.
L’ingenuità e l’illusorietà del messaggio di amore e fratellanza sono quasi commoventi, ma il principio di uguaglianza interspecifica che esprime rimane – a mio avviso – rivoluzionario e nuovo per l’epoca, nonostante tutte le incoerenze che, comunque, si evidenziano nel film, per esempio il trionfo degli eroi, tornati in patria, su carrozze trainate da cavalli.
Ma siamo di nuovo sulla Terra, non più su Marte!


Il link per vedere il film completo:
https://www.youtube.com/watch?v=YYflIj6QR-I


Note:

1 Himmelskibet, A trip to Mars, Danimarca, 1918, regia di Holger-Madsen

2 I nomi dei protagonisti sono alquanto comici: Planetaros, Dubius, Avanti, Corona.