Un sogno libertario

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di Tamara Sandrin

Siamo uomini e donne,
figlie e figli della terra
e della terra (arida) abbiamo i colori.
Della terra (fangosa) abbiamo il sapore
e del sangue nella nostra bocca.

I nostri piedi feriti
non lasciano tracce
al cammino.
Ma altro rimane di noi.
La nostra pelle sul filo spinato.
I nostri nomi sulle vostre carte.
I nostri umori, più tenui,
sulle vostre inguardabili mani,
sui vostri osceni corpi.
Seni strizzati e schiene ricamate
da cuoio vibrante.
Il nostro sudore e la gioia
e il desiderio.

Non potrete respingerci sempre.
Ci accoglierete.
Forse un giorno,
quando sarete grandi
per quel viaggio
nel movimento leggero
della speranza e della verità.

Fratelli e sorelle di un sogno libertario
quel giorno bruceremo (insieme)
il falso e odiato confine
e potrete, al fine,
abbracciarci.

 

 

 

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Antispecismo e psicoanalisi

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di Rodrigo Codermatz

Articolo già pubblicato in Liberazioni – Rivista di critica antispecista. Anno VIII / n. 30 / Autunno 2017 (pdf scaricabile qui)

Cos’è lo specismo?
Potremmo intendere lo specismo come una struttura nel senso che Rapaport dà alla “parola”, cioè un sistema di comprensione, un’organizzazione, un modo di funzionare statico o a lento ritmo di cambiamento.1 Rapaport estende tale definizione anche alle strutture cognitive che sono sia gli strumenti quasi permanenti che il processo cognitivo utilizza senza doverli inventare ogni volta ex novo sia quelle organizzazioni quasi permanenti degli stessi che costituiscono il telaio dei processi cognitivi dell’individuo: per Rapaport, insomma, le strutture cognitive più comuni sono le strutture della memoria. Gill, riprendendo Rapaport, sostiene che tutti i meccanismi mentali rientrano nella definizione di struttura psichica intesa come forma di funzionamento che non viene creata ad hoc, ma che è in permanenza a disposizione del processo psichico2, mentre per Holt la struttura non è che un programma per elaborare una combinazione di informazioni interne e ambientali.3 Il principio che governa la struttura è quello di garantire uno stato percettivo di economia affettiva, ossia un basilare senso di sicurezza o un tempistico recupero riequilibrante nel caso questo fosse improvvisamente minacciato o turbato: la struttura è ricerca della familiarità percettiva, della sicurezza.
Da questa prospettiva possiamo allora dire che lo specismo è una struttura: un modo di funzionare basato sul semplice principio per cui la nostra sicurezza dipende dalla sopraffazione, sottomissione, dominio e distruzione dell’altro e di tutto ciò che minaccia la nostra identificazione percettiva; in una parola del
dis-umano: è così che noi funzioniamo o, come dice Sartre ne L’essere e il nulla, che noi esistiamo la struttura. In questa sua funzionalità, quindi, la struttura è ambigua: in quanto segnale-messaggio è principalmente reazione ai fattori disturbanti (rumore), è retroazione negativa, morfostasi, nel senso che si rende meno ridondante inglobando il rumore (codifica di sorgente). Di conseguenza, riorganizzata e rafforzata, è anche retroazione positiva, morfogenesi, codifica e intensificazione del proprio segnale. Piaget scriveva che l’adattamento vitale e psicologico dell’intelligenza è la proprietà non solo di resistere al rumore in modo efficace, ma anche di utilizzarlo fino a trasformarlo in fattore di organizzazione.4
In quanto morfogenesi adattiva, più che omeostatica, la struttura è omeoretica: percettivamente non ritorna mai allo stesso punto, è un processo irreversibile; ogni istante della nostra esistenza è
soglia, curva di piegatura, singolarità per usare un termine di Magoroh Maruyama, puntualità catastrofica in cui si investe sull’accrescimento e il rafforzamento della struttura. Evolvendosi in forme sempre più complesse di sicurezza, la struttura continua comunque a conservare le sue forme passate, più primitive che non si estinguono mai, ma continuano a persistere pronte a ripresentarsi quando la realtà in qualche modo inibisce la funzione inibente della struttura presente. Sandler parlava di «persistenza della struttura»:

Noi abbiamo proposto l’ipotesi che le strutture, nel corso degli eventi, non vadano mai perse, e che invece si creino nuove strutture supplementari di crescente complessità, che nel corso dello sviluppo si sovrappongono a quelle più antiche […]. Nessuna struttura, una volta creata, va mai perduta (anche se può essere danneggiata dai normali processi di decadenza). Le strutture vengono continuamente modificate sulla base dell’esperienza, tramite sovrapposizione di ulteriori strutture (che possono conservare parti sostanziali di quelle precedenti). Una componente essenziale di queste nuove strutture consiste nella presenza di fattori che servono a inibire l’impiego delle strutture sostituite.5

Seguendo Cooper potremmo dire che la vita di una persona si apre in spirali, passando ripetutamente attraverso gli stessi punti, ma a differenti livelli di integrazione e di complessità6. La vita rimarca quel sentiero della necessità (Χρεία-οδος), in cui perdiamo noi stessi giorno per giorno sin dall’infanzia perché in una società fondata sullo sfruttamento non può essere altrimenti, come affermava Sartre.
Quando l’accumulo di errori, di ambiguità, di contraddittorietà, di equivocità infrastrutturali diviene così consistente e ripetitivo da compromettere o paralizzare l’informazione7, allora si realizza il rumore come insicurezza, come aggressione aleatoria senza memoria, poiché, inibita l’ultima sua forma evolutiva come storicità8, la struttura (che è memoria) regredirà alle forme più primitive e basilari di sicurezza; quanto più invalidante sarà il rumore, tanto più originaria e primordiale sarà la struttura rassicurante recuperata e ripristinata che potrà essere sia la propria infanzia (al limite ontogenetico, l’identificazione primaria caratteristica del rapporto anaclitico-orale dell’individuo col gruppo micro-sociale di appartenenza) sia l’infanzia filogenetica del gruppo stesso (da qui il mito della tradizione, del sangue, del rito, della civiltà, del progresso, dell’evoluzione, del “naturale”, ecc.).
Se intendiamo lo specismo come struttura che definisce la subordinazione dell’animale non umano a quello umano in termini di necessità, si mette in atto un pericolosissimo processo di
morfostasi infrastrutturale: ad esempio, il welfarismo, opera di integrazione del disturbo che funge da momento antitetico indispensabile alla riconferma ridondante del segnale antropocentrico che diviene, contemporaneamente, morfogenesi, ossia momento “evolutivo” della struttura, grazie al quale questa si amplia e assume maggiore comprensività e complessità, più organizzazione, più potenza dal momento che ci offre ulteriore sicurezza affettiva e ci dispensa da un sovraccarico percettivo (presa di coscienza). In caso di disturbo aggressivo l’integrazione viene più o meno consciamente tentata, con una regressione a forme più semplici e primitive di sicurezza o, per lo meno, a situazioni deresponsabilizzanti come quella dell’infanzia durante la quale sono gli altri a decidere e agire per noi: il sistema si approfitta di questi meccanismi, creando e promuovendo, anche a livello mediatico, scenari fantastici e infantili, comunque irreali, d’incontro con l’animale non umano. E qui, come vedremo, la teoria psicoanalitica può dire qualcosa, svelando la natura demagogica di queste sicurezze.
C’è poi un altro aspetto da considerare in merito alla struttura: essendo composta da diverse griglie interferenti, intersecanti, interdipendenti e interfunzionali, l’
aggressione aleatoria senza memoria può avere il suo fuoco in ogni dove, in qualsiasi stato intersezionale, nodo o livello della struttura e dare origine a un disequilibrio traversale: qualsiasi punto della struttura è potenzialmente anti-struttura. Sussiste quindi, in questa complessità, la possibilità di un rapido innescarsi di un processo di squilibrio epigenetico che può derivare dagli orizzonti più impensabili e improbabili, incommensurabili e imprevedibili e che l’effetto di questo nuovo processo, di questo nuovo input procedurale, vada a interferire dentro le griglie della struttura, rallentandone o accelerandone l’involuzione o l’evoluzione.
Quando non intersecano la lotta antispecista, gli altri movimenti di liberazione e di opposizione all’oppressione e alla repressione come, ad esempio, quello anarchico, devono riconoscere la loro insufficienza e incompletezza poiché la struttura che sta alla base del mancato incontro è quella descritta. E questo vale anche per le lotte contro imperialismo, il consumismo, la massificazione, il sessismo, ecc.; queste, infatti, sono tutte lotte contro il dominio, ma allo stesso tempo sono aggressori aleatori senza memoria dello specismo.

Perché antispecismo e psicoanalisi?
Per prima cosa va detto che la struttura si riproduce, si mantiene e si trasmette inter- e intra-generazionalmente tramite processi e dinamiche transferali mutuati dall’infanzia con le sue persone importanti e il suo piccolo mondo peda-demagogico. Così il nostro genitore/bambino si guadagna l’approvazione e la gratificazione rassicurante del suo ambiente/padre quando lo clona e lo transustanzia in noi già dalle nostre prime lallazioni, riducendoci a un precipitato dell’Io collettivo delle generazioni che ci hanno preceduto e delle loro sicurezze e convinzioni. Questo «processo di delega», come lo definirebbe Helm Stierlin, questa incarnazione della struttura genitoriale non è che il Super-io di Freud:

In genere, i genitori e le autorità analoghe seguono, nell’educazione del bambino, i precetti del proprio Super-io. Qualunque sia l’assestamento a cui il loro Io è giunto nei confronti del Super-io, essi sono severi ed esigenti nell’educazione del bambino. Hanno dimenticato le difficoltà della propria infanzia e sono contenti di potersi identificare ora completamente con i propri genitori, che a suo tempo hanno imposto le loro tante pesanti limitazioni. In tal modo, il Super-io del bambino, in effetti, non viene costituito secondo il modello dei genitori, ma del loro Super-io; si riempie dello stesso contenuto, diventa il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore durevoli che, per questa via, si sono propagati per generazioni. É facile indovinare quanto sia d’aiuto la considerazione del Super-io per comprendere il comportamento sociale dell’uomo – per esempio quello della delinquenza – e forse anche per trarne suggerimenti pratici ai fini dell’educazione […]. Il passato, la tradizione della razza e del popolo […] sopravvive nelle ideologie del Super-io.

È pertanto un processo transferale a rigenerare la struttura, a riprodurre un sistema sociale, culturale ed economico come lo specismo fondato sullo sfruttamento di forme di esistenza che, in quanto divergenti dai valori e dalle modalità di funzionamento trasmessici dalla famiglia, sono ritenute inferiori e subordinabili alla nostra sicurezza:

Così il fatto di mangiare può avere una base genetica ma, per la massima parte, la scelta del tempo in cui mangiare, di ciò che mangiamo, di come mangiamo e di come ci comportiamo quando stiamo mangiando sono fatti culturali e richiedono di essere esaminati a un livello superiore di integrazione sistemica e comportamentale. Possiamo concluderne immediatamente che la conoscenza che un soggetto ha di se stesso e del mondo […] più spesso viene appresa dall’interno della propria famiglia e della propria cultura. Il fatto è che i membri di una tradizione culturale apprendono non soltanto quale comportamento adottare in una determinata situazione ma anche che cosa dire in proposito. Ciò che si impara a dire diventa ciò che si impara a pensare.9

Noi ci troviamo gettati (nel senso che l’esistenzialismo ha dato a questo termine) in queste dinamiche transferali e le ripercorriamo quotidianamente regredendo, come detto, al nido o al grembo materno o, ancor più indietro, al “sangue”, alla caverna, alle nostre strutture più primitive, ai nostri processi primari. Scrive Cooper:

La maggior parte di noi non si è liberata dai pregiudizi, dalle credenze e dalle idee della propria infanzia: le nostre reazioni irrazionali scaturiscono dalla nostra cecità nell’infanzia, dalla prolungata demenza dei primi anni di vita. Ma, dice Sartre, che cos’è questa infanzia insuperabile se non un modo particolare di vivere gli interessi generali dell’ambiente? […]. Noi pensiamo con quelle prime deviazioni, noi agiamo con i gesti appresi da coloro che vogliamo cacciar via […]. Noi viviamo la nostra infanzia come nostro futuro […], i nostri ruoli sono sempre strutture future.10

Così, proprio nei momenti che necessiterebbero, per dirla con Jacques Lacan, di un’oggettivazione superiore, questo anacronistico infantilismo non fa che ripetere un segnale ridondante, un ammasso di bugie, ambiguità, contraddizioni e ipocrisie tenute in piedi dagli apparati che fanno poggiare la famiglia sull’educazione, religione compresa:

L’ultimo contributo alla critica della visione religiosa del mondo è stato fornito dalla psicoanalisi, dal momento che essa ha indicato l’origine della religione nello stato indifeso del bambino e ha fatto derivare i suoi contenuti dai desideri e dai bisogni d’infanzia, protrattisi sino alla maturità.11

Con questo arriviamo alla seconda ragione del rapporto tra antispecismo e psicoanalisi. David Cooper, riprendendo le Questioni di metodo di Sartre, afferma:

Oggi, soltanto la psicoanalisi ci consente di studiare il processo attraverso cui un ragazzo, brancolando nel buio, tenta per la prima volta di giocare il ruolo impostogli dai genitori. Solo la psicoanalisi ci spiega se il ragazzo evade questo ruolo, o se il ruolo si dimostra per lui irrecusabile, o se egli lo accetta interamente. Soltanto la psicoanalisi ci permette di trovare nell’adulto l’uomo intero, con tutto il peso della sua storia […]. L’esistenzialismo, con l’aiuto della psicoanalisi, può oggi studiare quelle situazioni in cui l’uomo ha perduto se stesso fin dall’infanzia.12

A partire da queste dinamiche transferenziali, la teoria psicoanalitica ci offre validissimi strumenti per comprendere i sistemi di difesa (che potremmo definire razionalizzanti di tipo distorsivo e di tipo disattentivo) ai quali ricorriamo per mantenerci sicuri entro una struttura, per articolarla e trasformarla in complesso, in ineluttabile restringimento dell’Io; difese che ci rendono incapaci di affrontare il cambiamento, la critica e la dialettica e che favoriscono l’insorgere di fobie obbliganti e paralizzanti. Fobie che assumono la forma di pregiudizi e atteggiamenti discriminatori che si avvalgono del bagaglio acritico di norme e valori trasmessici nell’educazione e dalla tradizione e che si scaricano emotivamente in forme acute di controllo, censura, repressione, persuasione, sottomissione, persecuzione, segregazione, emarginazione, ostracismo, razzismo, xenofobia, totalitarismo e autoritarismo livellante – forme che possono agire anche a livello di popolo o di massa ovunque si crei una realtà partecipativa che escluda altre espressioni.
La psicoanalisi ci mette di fronte al nostro atavico persecutore riflettente gli elementi originanti la paura e l’insicurezza, elementi costitutivi della nostra impotenza a opporre un rifiuto, della nostra impossibilità emotiva ad avvicinarci al cambiamento, al diverso, al nuovo, a una struttura-altra ormai incalzante che, nel suo esordio, si presenta sempre percettivamente insicura e ansiogena. La psicoanalisi ci svela la gabbia in cui ci rinchiudiamo, ossia l’ambiente familiare e dell’infanzia, nostro vero e proprio esoscheletro, corazza e armatura. La psicoanalisi ci parla del nostro continuo stato regressivo, della nostra tendenza a ritirarci nella nostra infanzia di fronte alla maturità del lutto necessario al cambiamento, alla messa in gioco; ci parla del rischio di esporsi a una situazione di mera vivibilità perdendo l’accesso a un benessere più autentico, più completo –creativo e non adattivo, propositivo e non ripetitivo, altruistico e non egoistico. In breve, la psicoanalisi offre all’antispecismo gli strumenti per smascherare, interrompere, decostruire, detronizzare e neutralizzare queste dinamiche regressive – autentiche forze reazionarie –, al fine di incrinarne la struttura e di silenziare la loro richiesta di acquiescenza.
Intesa come “sospensione della struttura” e dei suoi meccanismi riproduttivi, la teoria psicoanalitica può fornire all’antispecismo la forza e le certezze per un vero e proprio processo di riappropriazione del nostro tempo cronologico, della nostra età evolutiva, della nostra stessa storicità e dell’attualità come emergenza nel doppio senso di ciò che emerge (il fatto) e di ciò che urge (perentorietà). Possiamo allora parlare letteralmente di un atto terapeutico di chiarificazione esistenziale, atto terapeutico che analizza, riconosce ed elimina un conflitto e un’ambiguità comunque esistenti in noi, potendo portarci alla scoperta di noi stessi, all’emersione dal paradiso dell’infanzia in un percorso di maturazione ricco di punti di appoggio, di punti di vista, di possibilità, di quella energia e forza empatica che Edoardo Weiss definiva la «duplicazione risonante in noi dell’altro».13

Al contrario, lo specismo è il riassestarsi, l’accomodarsi, l’adattarsi della struttura come sintomo; soluzione adattiva estremamente autistica e narcisistica nella connotazione comune a questi due termini: centralità su se stessi e decentramento, annientamento dell’altro. Lo specismo, al pari di una nevrosi e psicosi, si chiude nella sua visione anacronistica infantile, regredisce e si allontana dalla realtà, affidandosi a una sua visione distorta, a un approccio superficiale, scontato e arido, a una visione rassicurante della morte e della sofferenza dell’altro. Per concludere, una citazione tratta da una delle ultime lezioni di Freud, citazione che riassume le mie considerazioni:

Nella psicoanalisi sono contenuti sufficienti momenti rivoluzionari per garantire che chi è stato da essa educato non si porrà mai più avanti nella vita, dalla parte della reazione e dell’oppressione.14

Note:

1 David Rapaport, «Le strutture cognitive», in Scritti 1942-1960, trad. it. di G. Forlì, Feltrinelli, Milano 1977.

2 Merton Gill, Il modello topico nella teoria psicoanalitica ,trad. it. di L. Baruffi, Boringhieri, Torino 1979.

3 Robert Rutherford Holt, «Ego Autonomy Re-evaluated», in «International Journal of Psycho-Analysis», vol. 46, 1962, pp. 151-167.

4 Jean Piaget, Adattamento vitale e psicologico dell’intelligenza, trad. it. di L. Mori, Edizioni OS, Firenze 1974.

5 Joseph Sandler, La ricerca in psicoanalisi, trad. it. di P. Coen Pirani, Boringhieri, Torino 1981, vol. II, pp. 85 e 172-173.

6 Ronald D. Laing e David G. Cooper, Ragione e violenza, trad. it. di G. Lisciani, Armando Editore, Roma 1978, p. 68.

7 Potremmo riprendere la definizione di informazione di James G. Miller: «Grado di libertà, esistente in una situazione data, di scegliere fra segnali, simboli, messaggi o modelli che devono essere trasmessi»; in James G. Miller, «Sistemi viventi: Concetti fondamentali» in William Gray, Frederick J. Duhl, Nicholas D. Rizzo (a cura di), Teoria generale dei sistemi e psichiatria, trad. it. L. Sosio, Feltrinelli, Milano 1978, p. 75

8 James G. Miller, «Sistemi viventi: Concetti fondamentali», cit., p. 74: «Il tempo è la fondamentale quarta dimensione del continuo spazio-temporale. Il tempo è l’istante particolare in cui esiste una struttura».

9 A. E. Scheflen, Sistemi e psicosomatica, in Teoria generale dei sistemi e psichiatria, cit., pp. 172-183.

10 R. D. Laing e D. G. Cooper, Ragione e violenza, cit., p. 56.

11 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit., p. 448.

12 R. D. Laing e D. G. Cooper, Ragione e violenza, cit., p. 54

13 E. Weiss, Struttura e dinamica della mente umana, trad. it. M. Magnino, Raffaello Cortina Editore, 1996, p.33)

14 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit., p. 438.

CaVegAntispecista 2018

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Sabato 1° settembre si svolgerà l’ottava edizione del nostro incontro annuale CaVegan, che quest’anno assume un nuovo nome, CaVegAntispecista, perché abbiamo sentito forte la necessità di sottolineare la natura antispecista del nostro “storico” incontro.

Questa edizione è dedicata al ricordo di Enrico Este, artista antispecista e amico carissimo che ci ha lasciato da poco. A lui dobbiamo la bellissima immagine del nostro manifesto, che è tratta dalla sua opera Nell’arco delle stagioni.

CaVegan si è basato fin dalla sua prima edizione sulla convivialità e la condivisione del cibo, che hanno riscosso da subito un grande successo, perciò abbiamo deciso di mantenere anche quest’anno la stessa modalità di partecipazione: ognuno/a porta una pietanza completamente vegetale o qualcosa da bere da condividere con le/gli altre/i. Per questo motivo per partecipare è obbligatoria la prenotazione! (L’indirizzo dell’evento sarà comunicato solo a chi prenoterà.)

La novità di questa edizione è costituita dalle interessantissime conferenze e dalla proiezione di No Pet. Avremo con noi Raffaella Colombo che ci parlerà di neurosessismo e neurospecismo, Massimo Filippi con Questioni di specie, Giulio Sapori che ci condurrà nel dibattito su Antropocene e Capitalocene e, infine, Davide Majocchi regista del docu-film.

Questo il programma della giornata:

10:00-10:30. Arrivo dei partecipanti, saluti e convenevoli
11:00. Raffaella Colombo. Cosa può una mente? Neurosessismo e neurospecismo
13:00. Pranzo
15:00. Massimo Filippi. Questioni di specie
17:00. Giulio Sapori. Benvenuti nel Capitalocene!
19:00. Apericena
20:00. Proiezione di No Pet alla presenza del regista Davide Majocchi

Tra una conferenza e l’altra: chiacchiere e relax!

Conferenze:

Cosa può una mente?
A partire dallo studio pionieristico The Question of Animal Awareness del biologo sperimentale Donald R. Griffin (Griffin 1976), l’incontro si propone di indagare tanto le critiche avanzate a questa ricerca (su tutte, l’accusa di antropomorfizzazione degli animali) quanto le più recenti evidenze a sostegno di livelli di coscienza e di consapevolezza analoghi tra umani e altri animali. Questa ricognizione permetterà di chiedersi che tipo di contenuto dovremmo dare a termini come “mente” o “coscienza” e se, all’interno di una matura ottica antispecista, sia (o non sia) importante rispondere alla domanda “cosa può una mente”.
Raffaella Colombo
Raffaella Colombo è assegnista di ricerca in Storia della filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano. Si è occupata della teoria mimetica di René Girard e del pensiero filosofico e politico di Leo Strauss. Oltre alla monografia Leo Strauss e la retorica del ritorno (Mimesis 2014), ha curato (con Mattia Brancato) l’edizione italiana della raccolta Scienza e mimesi (Cortina 2016) ed è coautrice, con Gianfranco Mormino e Benedetta Piazzesi, del volume Dalla predazione al dominio. La guerra contro gli animali (Cortina 2017).

Quesioni di specie
In risposta all’animalismo da talk show, si sosterrà una tesi molto chiara: lo sfruttamento e la messa a morte dei corpi animali sono parte integrante dell’ideologia e delle prassi di potere.La società in cui viviamo utilizza la carne dei non umani (e di chi a questi è equiparato) come materiale da costruzione per le sue architetture gerarchiche, al fine di riprodurre la struttura sacrificale su cui si erge. La risposta a questo orrore non può che tradursi in un antispecismo politico; un antispecismo che dovrebbe ibridarsi con le acquisizioni teoriche e pratiche degli altri movimenti di liberazione e, al contempo, guadagnare credibilità per smascherare l’antropocentrismo che in quelle acquisizioni si annida. Il movimento antispecista non è più chiamato a dimostrare l’inconfutabile sofferenza degli animali, ma a interrogarsi su come realizzare la liberazione dei corpi sensuali.
Massimo Filippi
Professore ordinario presso l’Università “Vita e Salute”, si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. È membro della redazione di Liberazioni e collabora con alfabeta2. È autore o coautore, tra gli altri, dei seguenti volumi: Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte (ombre corte 2010), Nell’albergo di Adamo. Gli animali, la questione animale e la filosofia (Mimesis 2010), I margini dei diritti animali (Ortica 2011), Natura infranta (Ortica 2013), Crimini in tempo di pace. La questione animale e l’ideologia del dominio (Elèuthera 2013), Penne e pellicole. Gli animali, la letteratura e il cinema (Mimesis 2014), Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (Mimesis 2015), Sento dunque sogno (Ortica 2016), Altre specie di politica (Mimesis 2016), L’invenzione della specie. Sovvertire la norma, divenire mostri (ombre corte 2016) e Questioni di specie (Elèuthera 2017). In uscita a ottobre, per i tipi di Mimesis e in collaborazione con Alessandro Dal Lago e Antonio Volpe, Genocidi animali.

Benvenuti nel Capitalocene!
Nel 2000 esce in Italia il libro di Paul Crutzen Benvenuti nell’Antropocene! in cui si sosteneva che l’umanità avesse cambiato il clima portando il pianeta in una nuova era: l’Antropocene. Da allora si è avviato un dibattito – scientifico e non – che ha portato questo concetto a essere usato sempre più per dare un nome (e un colpevole) alla crisi ecologica planetaria. Proprio da qui, dall’utilizzo dell’Antropocene come concetto ecologico, parte la critica del sociologo Jason W. Moore volta a mostrare l’ideologia che questo uso porta con sé. E la sua proposta di un diverso nome da dare alla nostra era, quello di Capitalocene, intendendo il capitalismo come un regime ecologico, cioè un modo specifico di organizzare la natura.
Nella presentazione si cercherà di introdurre la proposta di Moore, cercando anche di evidenziare gli aspetti più stimolanti per un pensiero antispecista.
Giulio Sapori
Attivista antispecista, laureato in Filosofia, sta attualmente completando gli studi. Si interessa da alcuni anni di ecologia e antispecismo da una prospettiva politica.
Cura il blog: https://intellettualeorganico.blogspot.com

No Pet
Docu-film di Davide Majocchi, realizzato con il sostegno dell’associazione antispecista Oltrelaspecie e l’ispirazione del collettivo resistenzanimale.org.
“Un film incentrato sull’annosa questione randagi (e non solo…) che con uno stile ironico ed evocativo propone un approfondimento del tema, sullo scorrere di immagini di vita di cani cagne donne uomini e altri animali. Le riprese effettuate fra Puglia, Sicilia e resto del mondo sparso s’intrecciano a stralci d’interviste all’educatore cinofilo Michele Minunno, all’attivista/scrittore dei Troglodita Tribe Fabio Santa Maria, alla ricercatrice universitaria Susan McHugh e all’operatore antipsichiatrico Giuseppe Bucalo.
Considerare la presenza dei cani liberi sul territorio alla stregua di una vera e propria piaga sociale ha portato alla messa in atto di una lotta ai randagi. Seguendo lo schema d’intervento dettato dalle istituzioni, gli stessi “amanti dei cani” inscenano una repressione sistematica a danno della specie che più da vicino si è coevoluta con l’umanità: ogni cane deve essere accalappiato, sterilizzato e confinato a un’esistenza nei box del canile o nelle gabbie dorate delle nostre case, perdendo la possibilità di creare e confrontarsi all’interno delle proprie comunità. Una repressione che rappresenta un paradossale sodalizio con coloro che intendono ripulire le strade da ogni categoria d’indesiderati, decretando il trionfo del possesso individuale e legandosi a doppio filo alla crescita degli interessi della fiorente industria del “pet”. Eppure i randagi continuano a resistere e a suggerire, a occhi attenti e solidali, una profonda riconsiderazione dell’organizzazione sociale umana, evidenziando un epocale problema politico laddove le civiltà antropocentriche pongono le fondamenta dei propri valori autoreferenziali.” (da https://www.cinetecamilano.it/film/no-pet)
Davide Majocchi
Attivista antiautoritario antispecista, da decenni volontario e operatore di canile, nella sua rivoluzionaria, sperimentale e libertaria Casa Famiglia Lunacorre convive con cani, gatti, capre, galline, conigli, pesci rossi (https://www.facebook.com/casa.famiglia.Lunacorre)
Oltre a No Pet (2017), ha realizzato il film Riot dog – Cani ribelli (2016).

Qui il link all’evento facebook.

 

 

Cacciatore di stelle. Intervista a Giancarlo Stacul

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XX secolo: homo sapiens (1978)

L’arte può comunicare messaggi che travalicano le stesse intenzioni dell’artista.
Queste domande nascono dalle impressioni e riflessioni che abbiamo fatto dopo la nostra visita alla personale del pittore triestino allestita a Cormons (GO), intitolata appunto Cacciatore di stelle.

Auto-identificazione (1977)

Le cose che ci hanno più colpito sono state: la ricerca dell’interiorità dell’umano (per es. Dentro di me o Auto-identificazione) che – a quanto sembra – coincide con la sua parte animale; il rispetto verso l’altro nelle sue varie manifestazioni (dall’alterità interiore, all’alterità della natura nella sua totalità, al diverso da noi per cultura e provenienza); l’interesse per l’ecologia e il rifiuto della guerra e la violenza in genere (penso a Rain-bomm!, a La mente e il cuore di Willy (Metterscmhitt) o a Colpo vincente).
Abbiamo notato poi un continuo ritorno della figura animale, intera e reale o parziale e metaforica (ali, piume, pinne, musi, pellicce, zampe, ecc.) nella ricerca dell’interiorità, appunto, oppure nella rappresentazione degli elementi e, in alcuni casi, la sua corrispondenza con l’umano o con alcune categorie di umani

Tamara: che ruolo hanno nella sua poetica pittorica l’animale e la ricerca dell’animalità nell’uomo?

Giancarlo: Direi che è fondamentale perché noi spesso ci dimentichiamo proprio la nostra parte interiore, quella istintiva: la società cataloga tutto, definisce tutto ma spesso dimentica che la nostra persona è costituita da due parti e quella istintiva è la più essenziale e la più intrinseca: dimenticarsi di questa non è produttivo.

Tamara: crede che l’uomo dovrebbe affidarsi di più alla sua parte animale per affrontare il pressante problema ecologico?

Giancarlo: non lo so: nella società moderna e contemporanea concorrono tanti interessi, tante situazioni di interessi monetari, di interesse proprio: la ditta guarda solo a ciò che riesce a incassare più che alla qualità o al rispetto dell’ambiente e, soprattutto, dell’uomo. Quindi credo che, in effetti, ci vorrebbe maggior consapevolezza della situazione attuale che sta degenerando bruscamente.

Corri, ragazzo, corri (2016)

Tamara: sempre parlando di ecologia, possiamo dire che lo stupro della natura da parte dell’umano miete diverse vittime: gli animali innanzitutto, poi uomini e donne, bambine e bambini soprattutto, ma non solo, dei paesi più poveri e delle classi più povere. Lo status di vittima non crea un parallelismo, se non un’identificazione, tra le varie categorie?

Giancarlo: la società attuale non ha questa finezza, non guarda e non si preoccupa delle conseguenze anche se sa benissimo che ci sono segnali negativi. Basta pensare alle foreste equatoriali: gli indios sono praticamente cacciati e anche uccisi, vengono travolti con il loro ambiente.

Tamara: portano avanti anche una notevole resistenza contro l’avanzamento del dominio occidentale.

Giancarlo: esattamente, resistenza che trovo anche giusta.

Prima che inizino i tuoi sogni (2017)

Tamara: in un certo senso diventano vittime esattamente come gli animali.

Giancarlo: certo, è paritario sia la persona che l’animale sono nulla per il dominatore occidentale.

Tamara: e le stesse considerazioni valgono per le vittime di tutte le guerre…

Giancarlo: certamente, in effetti chi sono le vittime? I bambini, gli anziani, gli inermi: vittime di qualsiasi guerra non solo di quelle attuali, di tutte le guerre del passato; è stato sempre così, purtroppo.

Tamara: il riconoscimento di eguaglianza, di parità, tra le vittime del sistema antiecologico e disumano a cui tutti e tutte siamo sottoposti porta a nostro parere a un rifiuto dell’intolleranza e a un’apertura verso l’altro, verso lo straniero, che ora più che mai è rifiutato e in pericolo. Lei ha espresso questa apertura e questo riconoscimento in Vento dell’est: vorrebbe parlarcene?

Vento dell’est (1980)

Giancarlo: in Vento dell’est volevo in qualche modo sottolineare la totale ignoranza e mancanza di rispetto, che ci sono soprattutto in questo periodo, nella contemporaneità, per ciò che ci hanno consegnato non solo gli avi ma anche storicamente le altre civiltà: noi occidentali praticamente ne neghiamo la valenza, la potenza, i valori e questo ovviamente è un danno anche per noi stessi.

Tamara: la mostra si intitola Cacciatore di stelle e le stelle tornano spesso nei suoi quadri: a volte sono splendenti, altre volte sono spente, altre volte ancora sono bendate o rivestite di filo spinato. Qualche volta sono piccole e lontane in fondo a un tunnel buio, nero. Crede che, in un momento come questo che stiamo vivendo, in un sistema che ci sta stritolando, ci sia ancora la speranza di “riveder le stelle”? E come possiamo trovare la via per uscire da questo baratro e raggiungerle?

Giancarlo: io spero ardentemente che la civiltà contemporanea si renda conto dei problemi e cerchi delle soluzioni non solo dal punto di vista ecologico ma anche del rispetto dell’altro; cosa che, invece, non avviene: anzi spesso la televisione, per lo meno in Italia, sottolinea aspetti ben diversi nei nuovi politici che purtroppo ci ritroviamo al potere. Bisognerebbe che la civiltà in generale cambiasse profondamente mentalità, cosa non facile: però io ho seppur una piccola speranza che qualcosa di etico nasca in qualche persona che prima o poi sarà al potere e che questa dia veramente una svolta a questa situazione che sta degenerando brutalmente.

Tamara: l’arte può aiutare in questo processo di cambiamento?

Giancarlo: purtroppo l’arte denuncia, l’arte produce bellissime cose, dà messaggi, invita l’uomo a riflettere su certi problemi però il contributo secondo me rimane, in fin dei conti, poco recepito; almeno se il potente si fermasse, per esempio, ad ascoltare una musica se non proprio a osservare un quadro e riflettesse su ciò che l’arte trasmette che è solo umanità! Infatti l’arte trasmette umanità, sensibilità e quindi dovrebbe essere un aiuto in questo senso proprio per cambiare le cose; ma in realtà questo non succede e, anzi, accade che il potere cerchi di incamerare e mettere sotto il suo giogo anche l’arte più progressiva, persino l’avanguardia. Cerca di tenerla sotto il suo controllo, di attenuare e di placare furbescamente la protesta, la ribellione, perché nell’arte c’è anche la ribellione, e quindi di appiattire tutto e fare entrare l’arte nei canali istituzionali.

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Rain-boom!

Rodrigo: i miei sono più pensieri che domande. I tuoi quadri sono ricchi di materialità filosofica, di quella materia che popolava gli inizi della filosofia occidentale (incontriamo Eraclito, i quattro elementi di Empedocle, Socrate stesso) e di materiale artistico inteso propriamente come “il materico”: ardesia, ferro, alluminio, piombo, resina epossidica, terra del Carso, acqua del fiume Isonzo, bronzo, granito, porporina oro, filo spinato, pallottole un vecchio fucile Carcano 91 della prima guerra mondiale, cenere, corda; ritroviamo quindi l’abbraccio tra materialità filosofica e materialità artistica a significare il divenire e l’eterno: la mia prima domanda potrebbe essere quindi sul ruolo della materia nella tua arte.

Ri-conoscenza (1979)

Giancarlo: il ruolo della materia nella mia arte è fondamentale perché attraverso di essa io cerco il cambiamento continuo: è questo, infondo, che la filosofia ci insegna, che non c’è un punto statico da acquisire; ci sono vari valori che passano attraverso la filosofia e io cerco di riappropriarmene. Perché è importante, secondo me, presentare l’opera sempre in modo diverso, in modo da accattivare, da carpire l’attenzione dell’osservatore e ritrasmette anche certi messaggi in veste diversa nel modo migliore per coinvolgerlo.

 


Rodrigo
: Eraclito distingueva tra eontos (ciò che è) e ginomenon ciò che le cose diventano, il divenire. Ginò ricorda anche la donna. Io credo che l’arte porti sempre l’artista a parlare di se stesso assieme al fruitore della sua opera: si crea quindi un dialogo che poi diventa maieutica anche per l’artista stesso; usando termini psicoanalitici potremmo parlare di analisi. La tua arte è ricca di simboli che rimandano al divenire, alla nascita e l’impressione che io personalmente ho avuto dai tuoi lavori è di un claustrofobico mondo lunare intrauterino, c’è molto nero, ad esempio, con fori d’uscita, tracce legate a stelle, percorsi, fili d’Arianna di luce, lampi, meteore.

Grande palla di fuoco (2011)

Giancarlo: sì è vero. Ma secondo me il buio è anche il buio interiore che c’è dentro di noi e svela gli orrori attraverso la riflessione, attraverso la denuncia. Rappresenta anche lo spazio vuoto assoluto, forse la ricerca di una stella, di un punto di riferimento; forse inconsapevolmente è anche il buio come contenitore intrauterino come dici tu.

Rodrigo: Penso a Eraclito che diceva che non si entra due volte nello stesso fiume né cogliere due volte la stessa essenza mortale nella sua disposizione. Diciamo che la nascita per l’uomo è l’esempio più grande di un’esperienza da cui si esce per non ritornarvi più, è l’irreversibilità, l’irrepetibilità per eccellenza: in questo senso penso ad un mondo intrauterino che si aggrappa con un filo all’esterno e al divenire sia come produzione artistica che come esistenza e vita.

Giancarlo: mi piace questa interpretazione, non ci avevo pensato e può essere uno spunto per i lavori successivi.

Rodrigo: … la maieutica di cui si parlava prima…

Giancarlo: arrivano idee che si fanno proprie e poi si sviluppano in qualche modo.

Rodrigo: nelle tue opere, come diceva prima Tamara, ricorre spessissimo la stella; troviamo anche stelle bendate e le bende di solito, nell’immaginario, si riferiscono ad una ferita o alla morte (mummia), troviamo il “cacciatore di stelle” che ci riporta forse all’idea di un “abbattimento di stelle”. Le bende le ritroviamo nei tuoi lavori degli anni Settanta come in XX secolo: Homo Sapiens III variante (1978) e XX secolo: Famiglia Sapiens (1978); sotto le bende dell’uomo, dietro la fotografia, la maschera, l’apparenza dell’uomo, c’è l’animale (la pelliccia): allora potremmo chiederci cosa si nasconde dietro le bende che fasciano le stelle?

Stella. 3 varianti (2009)

Giancarlo: dovrebbe esserci la luce secondo la mia intenzione. Parecchi miei lavori nascono con questa idea della stella bendata come metafora della realtà che mi delude: se la stella sin da piccolo per me era la bellezza più evidente, più eclatante di questa nostra realtà, la realtà poi mi ha spesso disilluso e portato a questo simbolo della stella bendata che non dà più quella luce che inizialmente dava; cioè la speranza cade e la luce si spegne. Forse sarò troppo pessimista ma se guardo indietro nel tempo ritrovo già nella mia infanzia situazioni che mi hanno in qualche modo segnato e che mi porto in qualche modo ancora dietro. Dovrei dare una sterzata anche per un certo mio rinnovamento, se ne avrò il tempo: perché mi rendo anche conto che la mia denuncia, infondo, resta inascoltata e non sfiora minimamente chi avrebbe il potere di cambiare; purtroppo l’osservatore sensibile può sì recepire il messaggio ma chi ha il potere effettivo di cambiare le cose non lo fa se non per il proprio interesse. Tutto questo sottolinea ancora di più questa mia rappresentazione perché vedo negli anni che le cose non sono migliorate, anzi sono peggiorate e questo mi fa male perché lo vedi anche nei giovani, lo vedi anche in certi adulti; spero assolutamente che la società cambi, che ci sia più etica anche nel progresso perché è inutile che le persone acquisiscano una maggiore consapevolezza se poi chi comanda ignora questa consapevolezza.

I doni dei padri

Rodrigo: un’ultima meditazione: il binomio nascita/animalità che si riproduce e avvicinamento-ricerca-caccia di stelle. Ossia l’uomo come animalità e il filo d’Arianna/cordone ombelicale che lo lega alla stella.

Giancarlo: “cacciatore di stelle” cioè la cattura della stella in senso metaforico vuole significare che noi andiamo alla ricerca di nuovi mondi e nuovi spazi forse per la nostra sopravvivenza ma non conosciamo ancor bene il nostro mondo, ci sono molte cose a noi ancora ignote: e poi cosa ci portiamo dietro come civiltà? Inutile mandare nastrini con la bella canzone, con il bel riferimento filosofico e rappresentazioni artistiche quando noi siamo veramente dei barbari su questo pianeta; forse non ci rendiamo conto! Questo è il significato del cavaliere che raccoglie la stella.
Poi forse la stella sta per qualcosa che ancora non conosco e che forse mi si svelerà in seguito: per questo, nel tempo, le stelle oltre che bendate sono diventate filo spinato o sono costituite da proiettili; un domani potranno essere costituite da altre cose se continuerò su quella strada perché non lo so cosa farò un domani: vorrei cambiare totalmente vorrei sterzare di 360 gradi. Sono stanco di denunciare. Oppure potrei girare il simbolo della stella in altra direzione, essere più ottimista, non lo so: adesso non vedo più possibilità di ottimismo ancora meno di dieci, venti anni fa.

Auto-identificazione (1977)

Rodrigo: anche Eraclito era molto pessimista.

Giancarlo: probabilmente ho preso da lui (risata). Non si può essere ottimisti oggi.

Rodrigo: gli uomini sono ancora dei dormienti.

Giancarlo: tutto va a rotoli… come una valanga che non si ferma mai e nella sua corsa si ingrandisce sempre più trascinandosi dietro tutto. L’ottimismo, oggi, è fasullo, vuol dire che hai i paraocchi: non si può vedere roseo.

http://www.stacul.com/

http://giancarlostacul.wix.com/stacul#!portfolio

Giancarlo Stacul ha esposto presso gli Istituti di Cultura all’estero a:
Barcelona, Madrid, Valencia, Bruxelles, Parigi, Vienna, Praga, Budapest,
Bucarest, S.Pietroburgo, Mosca, Kiev, Riga, Sumi, Washington,
Melbourne, Sydney, Adelaide, Luxemburg, Charleroi, Mariembourg, Vancouver,
Portland, Galveston, Gresham, Wingfield, Cadaques, Girona, Bages.

Sue opere si trovano al Museo Nazionale di Cracovia, al Museo Internazionale d’Arte del Cairo,
al Museo d’Arte Moderna di Lvov (Ucraina),
al Museo di Petit Format di Couvin (Belgio),
alla Galleria Internazionale di Sofia,
al Committee of Culture di Varna (Bulgaria), al Graphik Kabinet di Varna (Bulgaria),
Panstwowa Galeria Sztuki di Lodz (Polonia) e al Museo d’Arte Moderna di Legnano (Italia).

Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti regionali, nazionali ed internazionali.
Tra i più importanti: 1° Premio al 4° Mini Print International a Barcelona (Spagna).

Tra il 1989 e il 1990 ha progettato e realizzato la decorazione architettonica con nove grandi sculture bronzee
del palazzo della nuova sede della Friulia S.p.A. a Trieste.

5° Esposizione Internazionale di Grafica “Petit Format” a Couvin (Belgio)
6° Esposizione Internazionale di Grafica “Petit Format” a Couvin (Belgio)
Esposizione Europea di Grafica “L’Europe des Graveurs” a Grenoble (Francia)

Biennale Internazionale di Grafica “C.I.P.E. 89” all’Habana (Cuba)
1° Biennale Internazionale di Grafica a Maastricht (Belgio)
1° Triennale Internazionale di Grafica al Cairo (Egitto)

9° Triennale Internazionale di Grafica “Small Print”a Lodz (Polonia)
Esposizione Internazionale d’Arte Contemporanea “Expo 86” a Bari (Italia)
“Inventer 89” Concorso Internazionale per le celebrazioni del Bicentenario della Rivoluzione Francese a “Avant Premiere” alla Villette Parigi (Francia)

XIX Mostra Internazionale di Scultura all’aperto Leganano (Italia)
1° Mostra Internazionale di Piccola Scultura a Legnano (Italia)
2° Mostra Internazionale di Piccola Scultura a Legnano (Italia)
3° Biennale Internazionale di Piccola Scultura a Como (Italia)
3° Biennale Internazionale di Piccola Scultura a Valeso (Italia)

1° Biennale Nazionale di Grafica a Oderzo (Italia)
1° Biennale Nazionale di Grafica di Oderzo a Vienna (Austria)
“Redint” International Mail Art Exhibition a Pistoia (Italia)
“International Mail Art Project” a Milano (Italia)

10° Esposizione Internazionale “Petit Format” a Couvin (Belgio)
21° Esposizione Internazionale di Grafica “Mini Print” a Cadacques (Spagna)
6° Biennale Europea di Grafica ad Aqui Terme (Italia)

Donna ieri e oggi” Progetto Internazionale di Mail Art a Spilimbergo Udine (Italia)
“Torino C.A.R.I.S.M.A.” International Mail Art Exhibition a Torino (Italia)
“Quel libro” Progetto Internazionale di Mail Art a Milano (Italia)
11° Triennale Internazionale di Grafica “Small Print” a Lodz (Polonia)

11° Esposizione Internazionale “Petit Format” a Couvin (Belgio)
“Biciclo, Riciclo, Triciclo” Progetto Internazionale di Mail Art a Verbena (Italia)
4° Triennale Internazionale di Grafica al Cairo (Egitto)

E’ stato invitato alle seguenti esposizioni internazionali:
15° Biennale Internazionale di Grafica a Ljubljana (Slovenia)
16° Biennale Internazionale di Grafica a Ljubljana (Slovenia)
17° Biennale Internazionale di Grafica a Ljubljana (Slovenia)
18° Biennale Internazionale di Grafica a Ljubljana (Slovenia)

10° Biennale Internazionale di Grafica a Cracovia (Polonia)
11° Biennale Internazionale di Grafica a Cracovia (Polonia)
12° Biennale Internazionale di Grafica a Cracovia (Polonia)

Biennale Internazionale di Grafica “Intergrafia 84” a Katowice (Polonia)
Biennale Internazionale di Grafica “Intergrafia 86” a Katowice (Polonia)
Biennale Internazionale di Grafica “Intergrafia 88” a Katowice (Polonia)

VI Biennale Internazionale “Intart 87” a Ljubljiana (Slovenia)
VI Biennale Internazionale “Intart 87” a Klagenfurt (Austria)
VI Biennale Internazionale “Intart 87” a Udine (Italia)
Esposizione Internazionale di Grafica “Intergraf 84” a Udine (Italia)
9° Biennale Internazionale di Grafica a Varna (Bulgaria)
9° Triennale Internazionale di Grafica “Intergrphhik 90” a Berlino (Germania) 5° Biennale Internazionale di Grafica “Small Print” a Lodz (Polonia)
1° Esposizione Internazionale di Grafica “Interprint 90” a Lvov (Ucraina) Esposizione Internazionale “Mini Art ’91” a Olofstrom (Svezia)
4° Esposizione Internazionale di Grafica “Mini Print 84” a Cadacques (Spagna)

Valchiusella antispecista 2018

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di Tamara Sandrin

Sabato 2 e domenica 3 giugno si è svolto a Traversella (Valchiusella) il quinto week-end antispecista: per noi è stato un momento di respiro, una sosta, un’oasi in un sistema che rotola rapido verso il baratro intellettuale e culturale. È stato bello riabbracciare vecchi/e amici/he, allacciare nuove amicizie, rivedere la Valchiusella, che accoglie con i suoi boschi, i sentieri, i ruscelli, le piante rigogliose, i vecchi borghi disabitati, come si accoglie un nomade stanco del viaggio, offrendo sollievo e ristoro.

Le due giornate sono passate rapidissime e intense, tra le passeggiate mattutine, pasti conviviali e luculliani e le conferenze seguite dai dibattiti, che hanno costituito veramente il cuore del week-end e hanno offerto la possibilità di focalizzare alcune importanti questioni e di “fare il punto” della situazione in cui ci troviamo come attiviste/i antispecisti/e.

La prima conferenza-dibattito1 intitolato “ Moralizzazione zootecnica e moralizzazione animalista” (qui il video), svoltasi il sabato pomeriggio, è stata condotta da Benedetta Piazzesi che ha illustrato la nascita dei movimenti animalisti europei a fine ‘800 concentrandosi sia sugli aspetti protezionisti-welfaristi che caratterizzavano appunto questi movimenti sia sull’istanza della moralizzazione della natura e della società e di educazione delle classi sociali che si occupavano direttamente degli animali.
Dall’analisi di Benedetta, corredata dalla lettura di regolamenti e statuti di quelle prime associazioni di protezione animale2, è risultato evidente come certo animalismo sia ancora pesantemente condizionato da questa mentalità ottocentesca: pensiamo a movimenti welfaristi (non solo CIFW) e alle relativamente recenti teorie per la soppressione della sofferenza in natura, l’addomesticamento e la “moralizzazione” (e veganizzazione!) degli animali selvatici, in primis i predatori.
Queste teorie, che fortunatamente non si sono ancora affacciate sul panorama antispecista italiano ma che già da diversi anni vengono dibattute all’estero sia in convegni che su riviste specializzate3 e che coinvolgono anche personaggi “storici” e di spicco dell’antispecismo (come ad esempio Peter Singer e altri), anziché concentrarsi sul problema politico dello sfruttamento e della schiavitù degli animali “da reddito” si preoccupano della sofferenza, perfettamente naturale, degli animali selvatici e di come porvi rimedio, si arrovellano sulla questione della violenza nella natura arrivando a mettere in discussione il diritto di esistenza dei predatori! È evidente che questi “antispecisti” si stanno inoltrando in un pantano pericoloso e antropocentrico: le loro aberranti proposte per risolvere il “problema” della violenza nella natura spaziano infatti dall’eliminazione dei predatori (con quale sistema? confino? eradicazione?) alla manipolazione genetica per veganizzarli!
All’introduzione di Benedetta è seguito un’interessante dibattito in cui, ovviamente, sono state unanimamente stigmatizzate queste tesi e queste pratiche per la “moralizzazione” della natura ed è stata messa in luce l’urgenza di una risposta teorica e filosofica a tali farneticazioni prima che possano infiltrarsi maggiormente nell’antispecismo.

Visto che nel pomeriggio era stata lanciata l’idea di proiettare un film dopo cena, non mi sono sottratta alla mia missione “cinefilizzatrice” e ho proposto A Trip to Mars – di cui quest’anno ricorre il centenario – che è il primo film della storia del cinema ad affiancare al messaggio pacifista e antimilitarista un messaggio di proto-antispecismo. Il film è stato accompagnato dalle improvvisazioni su un vecchio organo di Roberto e Rodrigo. Con mio grande piacere il film è stato molto apprezzato, nonostante per certi aspetti risulti ingenuo e datato.

La domenica si è aperta con una passeggiata nei dintorni di Fondo, disturbata da una pioggia torrenziale: abbiamo atteso che cessasse e tornasse il sole per ripiegare su un percorso più breve, che ci ha condotto ugualmente nei pressi di una bellissima cascata solcata da un ponte romano, dove abbiamo pranzato al sacco (con dei panini deliziosi!).

 

Nel pomeriggio ci siamo addentrati/e nel secondo dibattito in programma (qui il video), guidato da Giulio Sapori sulla falsariga del libro di Jason W. Moore Antropocene o Capitalocene?4, che contrappone al termine Antropocene (coniato da Paul J. Crutzen) il concetto di Capitalocene che descrive e sposta la causa della disastrosa situazione ambientale in cui ci troviamo (cambiamenti climatici, desertificazioni, deforestazioni, perdita di biodiversità, impoverimento del suolo, del mare, ma anche sociale, ecc.) dall’intervento umano inteso indistintamente e senza distinguo storici, politici e socio-economici a quei processi di produzione e riproduzione tipici del sistema capitalistico. Nella discussione successiva si è cercato di mettere in evidenza i motivi per scegliere uno o l’altro termine e di rivelare le implicazioni, anche a livello pratico, di tale scelta.
È evidente che se Antropocene sussume una responsabilità dell’anthropos fin dalla sua comparsa sulla terra, mentre Capitalocene sottolinea il fatto che gli effetti disastrosi dell’impatto umano sull’ambiente non sono legati tanto all’esistenza dell’anthropos, quanto a un momento storico preciso, quello dell’avvento del capitalismo, è quantomai urgente e necessario combattere tutti i sistemi di sfruttamento correlati al capitale. La maggior parte dei/lle partecipanti era favorevole a questo secondo punto di vista. Ma chi propendeva per Antropocene ha sottolineato il fatto che l’impatto dell’uomo sull’ambiente si è manifestato anche presso società non ancora capitalistiche, come le civiltà precolombiane o altre, o in netta opposizione al capitalismo, come quelle socialiste.5

I dibattiti sono stati molto utili, come dicevo, per “fare il punto” della situazione, per cercare possibili soluzioni e tattiche di lotta, per scambiarci idee e punti di vista, fertili e stimolanti.

Dopo la cena e i lavori di sistemazione, chiacchiere, risate e discussioni, sono iniziati i saluti e le partenze. Rodrigo e io siamo rimasti anche per la notte, visto il lungo viaggio che ci attendeva, e la mattina dopo ci ha salutato una leggera pioggia malinconica, consona al momento del rientro nel mondo reale.

Note:

1 Cercherò qui di riassumere molto brevemente e approssimativamente i dibattiti, senza la pretesa di essere esaustiva. Invito a visionare le registrazioni video linkate per i necessari approfondimenti.

2 Che probabilmente erano anch’esse animate da allevatori “illuminati” e progressisti, o semplicemente scaltri, che cercavano il modo di pacificare le coscienze andando incontro al progressivo aumento della sensibilità (o dell’ipocrisia) con l’eliminazione o almeno con il contenimento dei comportamenti più brutali nei confronti degli animali.

3 Per esempio gli ultimi due numeri dei Cahiers Antispéciste sono interamente dedicati a questi argomenti, senza peraltro affrontarli con un taglio critico.

4 Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Ombre Corte, 2017

5 Questa riflessione mi ha portato, nei giorni e nelle settimane successive, a meditare sul fatto che gli effetti devastanti del sistema-capitale hanno trovato solide basi nella diffusione dell’androcrazia patriarcale, perciò oggi provo ad azzardare la proposta di un “nuovo” concetto e chiamarlo Androcene, cercando di rintracciare la causa dell’attuale crisi ecologica e sociale nel dominio androcratico, che si è espresso e manifestato trasversalmente in varie epoche, luoghi e culture e in cui ci troviamo ancora, basato quindi sul predominio (e sulla giustificazione di tale predominio inteso come “naturale” e non culturale) di un solo tipo di anthropos, quell’anthropos maschio, bianco, forte, ricco, potente, adulto ed eterosessuale, l’andròs, che nei secoli ha schiacciato e schiavizzato ogni alterità , donne, animali, stranieri, bambine e bambini e la natura tout-court.

Fine giugno nell’orto di CaVegan

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Particolari, scorci e panoramiche di alcune piante dell’orto e del giardino, rubati all’imbrunire o nella luminosità assoluta del mattino estivo.

Achillea distans

Agrimonia eupatoria

Farinaccio o Buon Enrico (Chenopodium bonus-henricus )

Camedrio (Teucrium chamaedrys)

Cardiaca (Leonurus cardiaca)

Cardiaca con ospite serotino

Cetrioli

Cylindropuntia kleiniae

Echinopsis

Gigaro (arum italicum)

Fiore d’issopo (hyssopus officinalis)

Liquirizia (glycyrrhiza glabra)

Melanzana

Melo

Polmonaria (pulmonaria officinalis) e bietine

Pomodori

Cuore di bue

Datterini

Pontederia cordata

Fiore di prezzemolo (petroselinum crispum)

Ribes (ribes nigrum)

Rosa

Rudbeckia (rudbeckia lanciniata)

Uva

Veronica prostrata e romice (rumex)

Valeriana (valeriana officinalis)

… e tra i suoi steli e capolini si nascondono creature nate dai giochi di luce… elfi, fate e folletti…

 

Fine agosto all’Hotel Ozon

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Un manifesto (involontario) contro il patriarcato

di Tamara Sandrin

Un angar, un campo di frumento, un libro aperto, una chiesa, un ciuffo di spighe tra le pietre. Su queste immagini diverse voci in diverse lingue scandiscono il conto alla rovescia.
Poi le voci si sovrappongono divenendo un coro polifonico e indistinto, che sfuma per chiudersi sull’impronta di un piede umano che scompare.

Nella scena successiva un grande albero viene abbattuto e sul suo ceppo una mano femminile non più giovane indica lo scorrere del tempo, dieci, venti, trent’anni, quaranta, quarantotto, cinquant’anni, “all’incirca qui sono nata”, “qui è accaduto”, “qui c’erano ancora persone, animali, alberi”, “qui sei nata tu”, “qui non c’era più niente, persone, animali, alberi”…

Inizia così il film cecoslovacco Fine agosto all’Hotel Ozon1, considerato il capostipite del genere post-apocalittico: è un film forte, crudo, di una ricchezza espressiva notevolissima, con una fotografia poetica e suggestiva – che ricorda in alcuni momenti il cinema muto scandinavo – grazie agli splendidi paesaggi, alla recitazione naturalissima e controllata delle giovani attrici e a un bianco e nero caldo e ricco di sfumature. La pellicola trattiene con forza lo spettatore, non gli dà tregua, non c’è un momento di noia, nonostante la semplicità della trama e i dialoghi scarni.
In un luogo e in un tempo imprecisati, in un mondo post-apocalittico tornato a uno stato selvatico, un piccolo gruppo di giovani donne (poco più che adolescenti) e una donna più anziana – che solo verso la fine del film scopriremo chiamarsi Dagmar Hubertova – si muovono attraverso i boschi, si arrampicano su sentieri scoscesi, vagano alla ricerca di qualcosa e di qualcuno, di gente, persone, esplorano vecchi rifugi militari, villaggi abbandonati, città diroccate.
Le giovani sono coraggiose, selvagge e spietate, non mostrano nessun carattere che possa essere ricondotto allo stereotipo della femminilità, sono fredde e anaffettive ma tra loro è evidente una forte solidarietà di gruppo (anche quando litigano e si picchiano) e hanno grande fiducia e rispetto per la donna più anziana.
Il gruppo è completamente autonomo e autosufficiente, ognuna di loro è in grado di affrontare le difficoltà e di svolgere qualsiasi tipo di lavoro e di sforzo fisico. Non hanno bisogno di nessuno, se non di uomini con cui riprodursi e rifondare la civiltà umana, almeno questo è ciò che crede Dagmar ed è perciò le conduce in una ricerca incessante. Il suo proposito si rivelerà fallimentare perché le giovani donne, nate tutte dopo il disastro, non hanno mai visto un uomo (l’ultimo ragazzo del gruppo è morto sbranato dai cani molti anni prima), non sanno cos’è l’amore, né “l’istinto materno”, né il sesso, non sembrano avere una sessualità definita: rappresentano qualcosa di nuovo che non corrisponde assolutamente agli stereotipi del vecchio mondo pre-atomico. Anche l’anziana si è necessariamente indurita, ma i suoi gesti e le sue parole rivelano ancora emozioni e affettività, come quando, giunte nei pressi di una città abbandonata, Dagmar scopre dei semplici segni di gesso (linee, croci, cerchi, ecc.) sui muri degli edifici e comincia a seguirli sempre più eccitata, perché li interpreta come tracce lasciate volontariamente da qualcun altro. La sua delusione è cocente e palpabile quando scopre che l’autrice di quei tratti è soltanto Eva, una delle sue ragazze.
 Tutta la sua ricerca concitata è accompagnata dalla voce di un’altra ragazza che legge con un tono totalmente piatto e inespressivo una lettera d’amore.
Il film mostra in modo particolarmente esplicito il carattere rude delle giovani in alcune sequenze che assumono un notevole valore simbolico, in particolare quelle dell’uccisione di un serpente, di un cane e di una mucca: scene veramente scioccanti per il realismo e la brutalità2, per il sangue freddo delle protagoniste e per la crudeltà e l’efferatezza degli assassinii. Scene che, come vedremo, si legano a doppio filo con il finale del film.
A un certo punto durante le loro peregrinazioni – che ormai sono un vagare a vuoto perché Dagmar non riconosce più i posti, non sa più dove siano arrivate, cosa che non disturba molto le giovani a cui non interessa dove stanno andando in quanto seguono solo la volontà dell’anziana, senza comprendere a fondo il suo fine – si imbattono in una mucca: Theresa imbraccia il fucile, prende la mira da lontano e le spara uccidendola sul colpo.
 Sotto lo sguardo benevolo e soddisfatto dell’anziana, tutte le ragazze si accaniscono sulla povera mucca tagliandole la gola e colpendola ripetutamente con calci e pugni per dissanguarla, poi iniziano a sventrarla con piccoli coltelli e con le mani nude. La scena è difficilmente sopportabile tanta è la ferocia mista a entusiasmo delle donne.
L’espressione allegra di Dagmar diviene raggiante allorché nota una cavezza attorno al collo della mucca, segno inequivocabile che era “di proprietà” di qualcuno: finalmente hanno raggiunto il loro scopo!
 Dopo qualche istante sopraggiunge correndo un anziano che spaventa le ragazze, che non hanno mai veduto un uomo, tanto che una di loro gli spara più volte senza colpirlo. Da parte sua, invece, l’uomo si dimostra commosso alla vista delle donne ed esclama “Oh, bambini!”. È ben comprensibile che anche lui, come Dagmar, riponga nelle giovani la speranza di una nuova generazione.
L’incontro con l’anziano e l’arrivo del gruppo di donne all’Hotel Ozon, dove vive il vecchio, fa ripiombare lo spettatore in una dimensione “museale”: la casa dell’uomo è piena di ricordi e di cimeli di un’epoca finita, compiuta. Lui stesso rimane l’unico testimone di una società ormai morta, di usi perduti, di un’etichetta desueta e inutile.3 L’uomo è quantomai dolce, delicato e sollecito nei confronti delle donne verso le quali non rivolge mai alcuno sguardo di concupiscenza; ultimo rappresentante di una galanteria patriarcale, chiama Dagmar “signora Hubertova”, mentre le ragazze la chiamavano semplicemente “anziana”. Dagmar è deliziata da tanta gentilezza, dalla varietà e dall’abbondanza di cibo e di comfort del vecchio mondo: latte, caffè, cannella e vecchie usanze, gentilezze e formalità.4 Ma lui è solo e, nonostante la delicata commozione risvegliata in lei dalle sue maniere, quando l’anziana lo scopre si lascia sopraffare dalla disillusione, dalla disperazione.
Le ragazze sono curiose, gironzolano per l’hotel, esplorano, toccano, rompono, mentre Otakar Herold spiega loro il gioco degli scacchi, racconta di Napoli e dell’Italia, parla di televisione e giornali. Cerca anche di scherzare, ma resta indecifrabile per le giovani donne. Loro hanno un’idea diversa del divertimento: i loro giochi e i loro scherzi sono violenti e scatenati – fare una corsa all’inseguimento di un cavallo per saltargli in groppa al volo, accendere un fuoco con la benzina e gettarvi in mezzo dei proiettili per farli esplodere, mettendo così a rischio anche la loro stessa vita, ammazzare gli animali e azzuffarsi tra loro.

Il punto culminante della contrapposizione e della rottura tra vecchio e nuovo mondo è rappresentato nella sequenza della cena a lume di candela: la tavola è apparecchiata in modo elegante, con piatti, bicchieri e posate, tovaglia e tovaglioli, candelabri. Herold, in giacca e cravatta, è fin troppo gentile: versa il vino e brinda alle “madri del nuovo mondo” mentre le giovani non prestano alcun interesse per le sue attenzioni. Agli occhi dello spettatore sembrano completamente fuori posto in un ambiente così “raffinato”, abituate come sono a mangiare con le mani o direttamente da barattoli arrugginiti che, una volta svuotati e inutili, abbandonano nell’ambiente seminando solo rifiuti e morte al loro passaggio.
Solo la vista e l’ascolto di un grammofono sembra scuoterle dalla loro freddezza e dalla loro apatia: Herold, allegro, suona per loro un disco e mentre ascoltano rapite la vecchia canzone
Rosamunda, Dagmar – loro guida e madre putativa – muore. Per la seconda volta nel film le immagini e il sonoro ci mostrano che eventi e sentimenti sono in contrasto, che le giovani donne non hanno ereditato o imparato la stessa struttura emotiva della vecchia generazione.
La sepoltura dell’anziana ci è mostrata dal regista solo attraverso le inquadrature delle mani delle ragazze e dell’anziano, che ha scavato la fossa, e infine della tomba con una croce di legno. Vedere i volti inespressivi, senza lacrime, sarebbe stato superfluo e meno eloquente: le giovani sono donne pratiche, abituate alla fatica, al lavoro, ai colpi della vita e del destino, le loro azioni contano più dei loro sentimenti.
Ora che Dagmar è morta vogliono rimettersi in cammino per compiere la volontà dell’anziana, cercare persone, anche se non comprendono esattamente ciò che significa e i risvolti emotivi e concreti implicati in questa ricerca. Niente le lega all’hotel Ozon, ma Herold prova trattenerle, non vuole rimanere solo, prima cerca di impaurirle con la minaccia dell’approssimarsi dell’inverno e di blandirle con la lusinga dell’abbondanza di cibo, latte, burro, uova e miele, poi riesuma la strategia patriarcale dell’infantilizzazione dell’altro, le chiama “bambine”, dice loro che non c’è più nessuno al mondo e tenta di imporre la sua volontà.
Infine l’uomo opera l’ultima delle abiezioni patriarcali del vecchio mondo: dato che le “bambine” non obbediscono alla sua volontà e non si adeguano passivamente ai suoi canoni ormai sorpassati, ne opera l’animalizzazione:

– Siete come animali.

e ancora

– Siete delle bestie. Non avete sentimenti.

Il gruppo, però, è compatto e deciso ad andarsene. E non solo: le ragazze vogliono avere a tutti i costi il grammofono, anche se sanno che lui non lo cederà facilmente. Per averlo non esistano a freddare il vecchio con un colpo di fucile. Soddisfatte per il bottino, partono a piedi con i cavalli carichi delle loro cose. L’inquadratura finale vede la carovana sulla cresta di una collina, proprio come nei film western americani.6

Con l’abbandono dell’Hotel Ozon si decreta la fine e l’oblio di una cultura ormai inutile, con l’uccisione dell’uomo si compie quindi la distruzione definitiva della società patriarcale che era già stata preannunciata in precedenti sequenze del film: alla luce di questa azione finale possiamo quindi vedere le uccisioni degli animali come simboli dell’annientamento di alcune caratteristiche peculiari della nostra società androcentrica, patriarcale e bigotta.

Quando Magdalen uccide il serpente schiacciandolo sotto il calcagno (come Maria) rifiuta il peso della colpa, del peccato originale e la conseguente condanna a “partorire con dolore”. Il rifiuto della religione è ribadito anche nella sequenza in cui Eva rischia di morire in una cattedrale diroccata in cui le donne entrano a cavallo.
Nel cane semi-selvatico, che per un po’ segue il gruppo dimostrando curiosità e quasi fiducia ma non sicuramente aggressività, possiamo vedere il simbolo della dipendenza e della fedeltà, che vengono liquidate dal fucile di Theresa.
Sulla Terra ci sono pochi animali, Dagmar stessa all’inizio dice che erano scomparsi quasi tutti, quindi la scelta di determinate specie animali, non può essere casuale.
La mucca diviene quindi il simbolo della ri-produttività femminile, la sua morte è la metafora della morte della maternità e dell’istinto materno: le giovani donne non diverranno mai madri, ce lo confermano le uccisioni di Otakar Herold e, appunto, della mucca e ci era stato anticipato dalla scena in cui Dagmar strappa dalle mani di Judith e Barbara una vecchia bambola di pezza rompendola senza volere.
Le morti della donna anziana, del vecchio e della mucca, dunque, rappresentano il concretizzarsi del rifiuto della ri-creazione ripetitiva di una società e di un’umanità che si sono rivelate fallimentari.7

 

Note:

1 Jan Schmidt, Konec sprna v hotelu Ozòn, Cecoslovacchia 1966. Il film, finanziato dall’esercito di cui faceva parte lo stesso regista, venne girato nell’estate del 1966 nei dintorni di Karlovy Vary (dove nel novembre dello stesso anno doveva svolgersi un simposio sull’imperialismo tedesco) in un momento molto delicato per le forze armate del paese sempre all’erta sul fronte tedesco e in una situazione che stava divenendo tesa anche con la Russia, visto il rifiuto di accogliere sul territorio nazionale truppe sovietiche armate di missili.

2 Gli animali sono stati uccisi realmente, come confermato in un’intervista dall’attrice Beta Ponicanova che interpretava Dagmar Hubertova, in un tempo e in un luogo in cui purtroppo era permesso farlo. D’altra parte anche il fatto che, come dicevo, il film fosse prodotto dall’esercito contribuì a tale efferatezza delle azioni e delle immagini.

3 Otakar Herold (questo il nome dell’anziano) non si è inselvatichito a causa della vita in solitudine, ma ha conservato vivo il ricordo e la pratica della cultura del vecchio mondo, mentre Dagmar Hubertova è stata travolta dalla durezza della vita che ha condotto dopo il disastro.

4 Come la presentazione formale ma affettuosa tra i due anziani, gesto che la figlia di Dagmar non comprende e guarda con sospetto.

5 Alcune inquadrature sui rifiuti abbandonati dalle donne o, per esempio, su uno sversamento inutile di benzina nel terreno sono tanto insistite da sembrare una critica (precoce) all’inquinamento ambientale.

6 Il western è considerato un genere cinematografico tipicamente maschile, anche se ci sono svariati esempi di western al femminile già nel cinema muto.

7 Alla luce di queste considerazioni e di questa interpretazione è ben comprensibile il motivo per cui il film, nel 1969, è incappato non solo nella censura ma addirittura nel sequestro totale di tutte le copie in circolazione (una sola copia si è salvata fortunosamente grazie a una telefonata anonima che ha avvisato Jan Schmidt in piena notte) in un momento di rivolta e di aspirazione al cambiamento. Restano oscure invece le motivazioni del premio conferito dal Vaticano al film.

Cadaveri in lingerie

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di Rodrigo Codermatz

I fatti accaduti al raduno degli alpini di Trento ci devono far riflettere ancora una volta sulla necessità di sospendere quella immunità che la storia, la tradizione, il folclore, quel sentimentalismo a volte nazionalistico e nostalgico conferiscono a realtà che ormai non stanno più al passo con il tempo, che non sono assolutamente in grado di elaborare una coscienza critica, una sensibilità e un’intelligenza oggi necessarie.
Alla retorica del più deprimente ristagno culturale e sociale che minimizza e fa del triste humour su fatti drammatici commessi da un corpo armato dello stato ricordiamo che per la Commissione Europea per molestia sessuale si intende ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale, sia di tipo fisico che verbale o non verbale, che offenda la dignità di donne e uomini e che sia tale da creare una situazione intimidente, ostile, degradante e umiliante.

Tale atteggiamenti denigranti e offensivi del maschio verso l’altro sesso sono tipici di una società caratterizzata da ruoli e relazioni tra i due sessi rigidamente definite e disegualitarie: infatti l’Italia è, per quanto concerne la discriminazione di genere (gender gap) al di sotto del livello medio europeo nel Gender Equality Index, cioè al 50° posto su 144 paesi.
La GBV (Gender Based Violence) è la principale causa della violenza del maschio sulla donna di cui il 63% dei casi è Ipv ossia Intimate Partner Violence contro il 5% dei casi della violenza subita da un estraneo.
L’Italia supera anche la media Europea di violenze fisiche e sessuali sulle donne: oltre il 20% delle donne italiane ha subito infatti violenza fisica o sessuale (di cui l’11% sotto i 16 anni).
Dato allarmante è che il 35% delle donne che subiscono violenza non ritiene di essere vittima di un reato e che il 12% dei maschi e il 5% delle donne italiane giustificano di fatto l’Ipv e il wife-beating a prescindere dalla classe sociale e dal grado di istruzione.
Quel 5% delle donne che giustificano l’Ipv e il wife-beating è rivelatore di come spesso i gruppi discriminati non sono consapevoli della discriminazione attuata nei loro confronti, come dice l’antropologa Nicole Mathieu, e introiettano il ruolo subordinato che gli è stato destinato con il risultato che tra gli oppressi è ancor più forte la negazione dell’oppressione: la disinformazione è inoltre funzionale come lo è per gli oppressori in quanto garantisce la sicurezza, la tranquillità e l’armonia.
In Italia dal 2005 al 2014, 1145 donne sono state uccise da un parente o dal partner, un femminicidio ogni 3 giorni: il movente più frequente è la reazione dell’uomo alla decisione della donna di lasciarlo dopo aver subito e sopportato lunghi percorsi di violenza fisica e psicologica.
A tutto questo si aggiunge la nuove forme di violenza sessuale facilitate dalla tecnica (Tfsv Technology facilited Sexual Violence) come il sexting coercion e la revenge porn/pornography.
La discriminazione di genere è poi alla base di preoccupanti dinamiche sociali e nel mondo del lavoro come il cosiddetto glass ceiling (soffitto di cristallo) che sbarra l’avanzamento di carriera e l’accessibilità a posizioni apicali e dirigenziali alle donne, il leaking pipeline e il gender-pay gap per cui, in Europa, la donna, a parità di ore e mansione, guadagna fino al 16% in meno del maschio: è l’alleanza tra capitalismo e patriarcato per usare un’espressione delle autrici del libro Relazioni Brutali. Genere e violenza nella cultura mediale1.
Il libro rintraccia nella cultura mediale main-stream del giornalismo stampato, televisivo, della fiction, del factual, della musica e della pubblicità un chiaro intento ideologico di riproduzione della discriminazione dei sessi (gender gap) dei loro ruoli ben distinti e definiti, della superiorità del sesso maschile e della subordinazione ad esso di quello femminile: di quell’alleanza già citata tra patriarcato e capitalismo.
Maschilità e femminilità sono riprodotte dalla stessa violenza come vera e propria pratica gendering che rende sempre più netti e insormontabili i confini tra identità di genere: nella nostra società, dicono le autrici, è la violenza che distingue prima di tutto i generi.
Così genere e violenza sono strettamente interrelati nella pratica discorsiva: ogni rappresentazione mediale della violenza è rappresentazione e rafforzamento dell’immagine di genere e, d’altro canto, ogni rappresentazione mediale del genere dà istruzioni per l’uso della violenza che diviene modalità comunicativa, struttura stessa della relazione volta al mantenimento della subordinazione della donna all’uomo. Per questo i media devono essere considerati area di intervento prioritario e l’Italia non fa molto in tal senso.
Cuore del libro che ne definisce anche la divisione argomentativa in due sezioni separate è l’ipotesi che violenza sulle e delle donne siano complementari e che assolvano la stessa funzione ideologica (per usare la terminologia althusseriana) di riprodurre la cultura e la società maschiliste.

Le notizie e i resoconti di cronaca sui giornali e alla televisione di casi di Ipv commessa dal maschio sulla femmina ci consegnano tale quale l’eclissamento del maschio in quanto violento e la sua innominabilità: la Ipv è presentata in un frame episodico come evento straordinario e sensazionale: l’aggressore è anormale, atipico, vittima di un raptus o follia (come abbiamo visto nell’ultimo caso del pescarese che ha ucciso moglie e figlia e poi si è suicidato), al limite un mostro; spesso si fa riferimento ad una “perdita di controllo”, a rabbia, a effetti dell’alcol o altre sostanze, all’essere “provato”, depresso, instabile, disperato (a ragione) perché ha perso il lavoro. La violenza non si addice alla razionalità e autocontrollo del maschio anche se poi, paradossalmente, violenza e narrazione della stessa costituiscono le colonne dell’identità maschile nella nostra cultura.
Spesso l’aggressione è trasfigurata dall’ideologia dell’”amore romantico”, della galanteria, dell’amore come passione e fusione degli amanti e rapporto anaclitico di dipendenza reciproca (“l’amore vince tutto”) dove la violenza maschile diviene passione e attaccamento e l’accettazione della violenza da parte della donna diviene devozione e fedeltà, abnegazione e sacrificio di sè. Questi “valori” romantici li troviamo spesso nei testi della musica leggera italiana dove spesso sono decantate la devozione e la disponibilità della donna, la sua dipendenza dall’uomo dal quale mutua la propria ragione di esistere.
È proprio da questa fusione, dal sentirsi dipendente dalla donna che nascono poi la frustrazione, la rabbia e l’aggressività ma anche l’incapacità di sopportare un abbandono, un allontanamento, un rifiuto, che portano all’aggressione.
Ma alla fine è il maschio che, “povero e abbandonato”, sta soffrendo: è stata lei, infondo, a tradirlo e ad accendere la sua gelosia; è quindi diritto del maschio prendersi una rivalsa, prendere un provvedimento correttivo e disciplinatorio verso la donna che ricade qui nella dicotomia “madonna o puttana”. L’amore romantico, dicono le autrici, diviene funzionale all’ordine patriarcale.
C’è un secondo eclissamento dell’uomo come agente violenza, un secondo processo per cui si nega alla violenza maschile di essere detta e raccontata: il problema dell’uomo diviene problema della coppia o addirittura menage quotidiano della coppia. I bystanders, i vicini, i passanti vengono inquadrati dalle telecamere e ripetono che “litigavano sempre”, raccontano di un rapporto fatto di alti e bassi, di “incidente della vita”, di “cose loro”, che “tra moglie e marito non si mette il dito” e “i panni sporchi si lavano in casa propria”, ecc. ecc.
Questo occultamento simbolico dell’autore della violenza sulla donna è segno di una società maschilista che chiude il discorso con titoli quali “lite coniugale” e “violenza domestica”.
La terza grande rimozione avviene a monte nella selezione delle notizie che parlano solo di aggressori e omicidi sconosciuti o stranieri quando, in realtà, per ogni aggressione da parte di uno sconosciuto ci sono 12 commesse da una persona conosciuta nel maggior parte dei casi un amico, un parente o un familiare.
Deplorevole anche il messaggio che la cronaca e persino anche talune campagne stesse di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne veicolano tramite una discriminanza testo/immagini: sono delle vere e proprie cautionary tales (racconti di ammonimento) che finiscono col prescrivere comportamenti appropriati alle donne pena l’aggressione: c’è la iper-responsabilizzazione della donna e del suo comportamento (victim empowerment) che porta spesso direttamente al cosidetto victim blaming del classico “se l’è cercata” e, a ruota libera, allo slut and shaming che prolifica poi nei social. Il maschio violento è totalmente scomparso come anche l’abuso o lo stupro che divengono così mero atto di libidine e non di coercizione, mentre ne esce rafforzata la necessità della violenza maschile da cui spetta alla donna volere e saper proteggersi.

Le autrici passano quindi ad analizzare le serie crime televisive, “vetrine” per eccellenza della violenza di genere: le loro trame, scrivono, ben si prestano a spettacolarizzare il binomio sesso e violenza e a riprodurre lo iato e i ruoli dei generi.
Qui il corpo femminile privo di vita è l’immagine perfetta in una cultura patriarcale in cui regna lo sguardo del maschio: la donna morta e cadavere non più alcun ha alcun potere (powerless), non ha alcuna agency, non può più vedere e invadere così la supremazia voyeuristica dell’uomo; gli occhi e lo sguardo della donna vengono nascosti (mutilazione simbolica), c’è la sistematica cancellazione dello sguardo della vittima per cui questa non può più restituire lo sguardo, è de-umanizzata. C’è la rimozione del dolore dal suo volto che continua a sorridere anche dopo la morte. La donna diventa protagonista solo ed esclusivamente in quanto morta, in quanto cadavere, venendo riassorbita così in quella rivelazione carnografica che ben si sposa con l’apologia della scienza e della tecnica (per es. in CSI).
Ma la morte femminile deve asservire ancora l’occhio maschile, deve rendersi funzionale e acquistare senso come oggetto fruibile del voyerismo e del piacere maschile. La morte femminile è trasformata allora in spettacolo erotico.
In queste serie, la bellezza dei corpi femminili rimane inalterata nonostante la brutalizzazione: il cadavere rimane connotato eroticamente e i corpi femminili giacciono incoscienti o inerti proprio come “manichini o bambole gonfiabili”: altrimenti, pezzi di corpo femminile sono trasformati in oggetto di uso quotidiano fino alla riduzione del corpo femminile ad animale da macello, a brandello di carne, non senziente, manipolabile, che non offre più alcuna resistenza. La massima espressione di femminilità diviene così “il saper accettare la violenza e la morte rimanendo sexy ed eleganti”, divenire dei cadaveri in lingerie.
Deumanizzazione, animalizzazione, cadaverizzazione, glamourizzazione della violenza maschile sulle donne diviene ora anche requisito per la selezione della pubblicità dove la presenza esplicita di violenza fisica o sessuale è requisito fondamentale.
Così il fronte comune dei media, coerenti nel loro messaggio e corroboranti tra loro, hanno “naturalizzato” la violenza sulle donne, la molestia sessuale e lo stupro spingendoli nella nostra fantasia, nelle nostre paure e pratiche di consumo: è quella che oggi è definita la rape culture che normalizza persino lo sguardo erotico sui corpi di ragazzine adolescenti e preadolescenti. La condivisione dei rape miths (“in fondo le piaceva”, “lei la racconta così…”) anche attraverso i social rendono la donna stessa più incline a tollerare la violenza e il maschio a giustificarla.

In Italia la violenza delle donne è ancora tabù: se ne parla poco proprio perché mina le certezze sul genere contraddicendo l’immagine della donna come curatrice, creatrice, madre.

D’altro canto viene fornita di continuo un’immagine mediatica della donna violenta in risposta (backlash) alla minaccia al ruolo di genere portato dall’emancipazione femminile: così è stato nei primi anni del secolo scorso con i Serial Queen Melodramas, nei tardi anni Trenta con l’esplosione della femme fatale e dei film noir, negli anni Settanta con il genere horror, negli anni 90 con il trionfo della violent woman in tutti i generi.
Ma come si diceva sopra, anche questa manovra di popolare lo schermo, la letteratura e i video-games di donne violente è co-funzionale alla riproduzione delle stereotipie discriminatorie di genere.
Si dà corda alla massima emancipazione nel violento femminile come per dire -e adesso vediamo come va a finire, cosa sa fare!-
Ma proprio al suo massimo, questa violenza viene asservita e resa funzionale nuovamente al desiderio e al piacere maschile: viene erotizzata venendo iscritta in una cornice di gioco erotico; sulla scena del delitto compaiono allora strumenti sadomaso, tacchi alti, indumenti in pelle nera, frustini etc. e il messaggio finale è che la violenza femminile è legittimata solo se eccita. Si ristabilisce il regime scopico maschile attraverso una grammatica visiva sadomaso “riaddomesticante”.
La violenza femminile viene “disinnescata” anche attraverso altre due escamotage: la donna violenta o non è più donna oppure la sua violenza non è vera violenza ma pazzia o autodifesa.

Le autrici ricordano come già Cesare Lombroso sostenesse che la donna criminale fosse quasi un maschio. Aileen Wuornos, ritenuta la prima serial killer della storia, era caratterizzata dalla sua forte mascolinità.
La donna violenta è desessualizzata o maschilizzata, s’imbrutisce, diviene la final girl androgina dagli abiti unisex che cerca il killer e lo stana.
Le poliziotte e le donne armate delle fiction sono introverse, materialiste, selfcontrolled, fredde, autorevoli e professionali (non esiste più il tetto di cristallo), non empatiche, incapaci di relazionarsi, disinteressate ai sentimenti dopo che il marito le ha lasciate perché troppo prese dalla loro missione (la punizione per aver invaso il “maschile”).

La donna violenta diviene diabolica, satanica, perversa (a causa delle cattive abitudini passate), evil manipulator (la manipolazione è una forma più ammissibile di violenza), un mostro, sessualmente deviata (lesbica o bisessuale perché non ha avuto la madre, o questa è morta suicida o è in carcere), una Gorgone, un vampiro, una Medea (Myra Hindley che sevizia e uccide bambini), obesa, sciatta, corpulenta (come Sabrina Misseri o Rosa Bazzi), cattive madri o crypto mothers.
La devianza, poi, è spesso potenziata dal contrasto con i partner, mariti solidi, leali, padri modello.
Altrimenti, come dicevamo, la violenza della donna è un atto irresponsabile, inconsapevole, frutto di un’anomalia psichica dovuta a disfunzioni ormonali, alla menopausa, all’aborto, all’isteria, alla sindrome premestruale e qui proliferano tutte le possibili patologie (disturbo bipolare, asperger, autismo, ansia) per negare nuovamente l’agency femminile e il patologico finisce a sua volta sessualizzato (disfunzione del ciclo riproduttivo). Quando la donna accede a ruoli di comando all’interno di roccaforti maschili ecco scattare la patologia perché una donna “normale” altrimenti non ci sarebbe mai arrivata.
Il cerchio ideologico si chiude con la non-violenza della madre che uccide per difendere il figlio (il massimo della maternità, della femminilità) o con l’eroina che eredita il senso di giustizia, il mestiere, la missione e le capacità da un padre amato e perduto, emulato oppure odiato (ordine simbolico del padre).
Alla fine c’è il totale riassorbimento della violenza femminile e quindi di ogni possibile agency femminile anche nel male con l’esclusione vera e propria della donna violenta dalla narrazione con la morte o con la maternità dove la donna riprende il suo posto; il maternage è restaurativo, è reazione, è la più potente strategia di normalizzazione.
Così attraverso la televisione e il cinema la violenza ci presenta precisi schemi di discriminazioni di genere: il maschio si trasforma da buono a cattivo, la femmina si “svela” cattiva, nel maschio i primi segnali allarmanti sono i problemi nel mondo del lavoro (licenziamento), nella donna, invece, il disordine del ciclo riproduttivo, per il maschio l’alcool è un’attenuante, nella femmina un’aggravante. L’uomo, scrivono le autrici, può infrangere solo la legge, la donna anche il genere e la sessualità. Anche l’immagine del mostro è gender-sensitive: il “mostruoso” maschile è anormalità interspecifica mentre il “mostruoso” femminile è inteso come anormalità intraspecifica.
La donna non è riuscita ad elevarsi alla violenza maschile e ora più che mai appare evidentemente rassicurante il baratro e lo iato che la pratica della violenza ha aperto tra i due generi.

Alla fine un personalissimo appunto sulla nozione di violenza adottata nel libro:
la nozione di violenza qui adottata è definibile come “ogni costrizione di natura fisica e psicologica che provochi danno, sofferenza e morte di un essere umano” 2
Data la similitudine più volta intercorsa tra le pagine del libro tra la donna vittima di violenza e l’animale da macello, tra il suo corpo oggettivato e la carne, vorrei auspicare che le analisi di questo genere e la psicologia si approccino e facciano proprio il punto di vista interspecifico, cioè che estendano la loro comprensione ad una violenza e sofferenza di altre specie animali oltre quella umana, a corpi e vite che al macello ci vanno veramente: la stessa glamourizzazione che spetta al corpo femminile sta realizzandosi ora per i corpi di altri animali (cfr. allevamenti sostenibili, felici, biologici, macellazioni etiche, etc.).

1 Elisa Giomi, Sveva Magaraggia, Relazioni brutali. Genere e violenza nella cultura mediale, Il Mulino, Bologna 2017

2 Ivi, pag. 16

Diverse vite

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di Tamara Sandrin

 

Ti compiaci della tua realtà.
Pensi: sono vivo,
sono bello, sono un dio.
Posso votare e lavorare.
La mia pelle libera
è morbida e profumata.
Posso essere madre o puttana.
Posso votare e lavorare.

Ma l’emittero che si muove
incerto tra i fiori
dell’erba Roberta,
non vedi quanto è
splendente
nella sua livrea screziata?

Può fermarsi e dormire.
Può scaldarsi nel sole,
ondeggiare nel vento,
può morire.

Lui non esiste per te:
è un pensiero, un’utopia,
uno stringersi attorno
a un fuoco tribale
con i cani e le stelle.

 

 

© Riproduzione vietata

L’oro di primavera

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di Tamara Sandrin

A primavera i prati si illuminano del giallo dei fiori del tarassaco, visitati da numerosi insetti e dalle api e dai bombi che riempiono l’aria e il tepore primaverile con il loro tenue ronzio: uno spettacolo per gli occhi stanchi dal grigiore invernale e per le orecchie martoriate dal frastuono umano!

Taraxacum officinale

Famiglia: asteracee

Habitat: praticamente ovunque, dalla pianura fino ai 2000 mt di altitudine

Costituenti: acido taraxinico, taraxacosidi (radice) , flavonoidi, acido linoleico (omega-6, radice), vitamine B1, B2, C, E.

Parti utilizzate: foglie, radici, boccioli, fiori.

Proprietà: diuretiche, depurativo epatico e biliare, antinfiammatorio e antireumatico.

Il tarassaco è una delle piante spontanee più usate e conosciute fin dalla notte dei tempi sia per le sue proprietà fitoterapiche che per i suoi molteplici e straordinari usi culinari: le giovani foglie si possono mangiare crude in insalata oppure scottate e ripassate in padella, così pure le radici che, essiccate e polverizzate, venivano usate come un succedaneo del caffè; i boccioli sottolio o sottaceto costituiscono uno sfizioso antipasto o un sostituto dei capperi e anche i fiori hanno la loro funzione in cucina: pastellati e fritti, in insalata, nei dolci, per farne marmellate e gelatine, ecc.

A CaVegan li usiamo anche per fare la birra: presto troverete la ricetta sul blog!

Una delle ricette più straordinarie che possiamo realizzare con i fiori è lo sciroppo di tarassaco, delizioso e fortemente aromatico, che molti hanno definito “miele vegano” per il colore e la consistenza fluida ma corposa.

Ingredienti:
200 fiori di tarassaco
1 limone
2/3 chiodi di garofano
500 gr di zucchero di canna

Procedimento:
Raccogliere i fiori in una mattinata di sole quando sono ben aperti, lavarli e lasciarli asciugare su un canovaccio. Quando si sono asciugati un po’ tagliare il calice del fiore, altrimenti lo sciroppo risulterà amaro. Porre i petali in una pentola di acciaio con il limone tagliato a pezzi e i chiodi di garofano, coprire con un litro di acqua e far bollire per mezz’oretta. Lasciar raffreddare e filtrare con un canovaccio spremendo bene tutto il liquido. Rimettere l’infuso nella pentola, aggiungendo lo zucchero. Portare a ebollizione e lasciar sobollire per 30/40 minuti mescolando ogni tanto. Trasferirlo ancora bollente in un vasetto sterilizzato e caldo, chiudere con un tappo nuovo e capovolgere per creare il sottovuoto.
Lo sciroppo si conserva a lungo in un luogo fresco e, una volta aperto il vaso, in frigorifero.

Lo sciroppo di tarassaco insieme ai fiori di questa pianta straordinaria è poi un componente essenziale per realizzare dei deliziosi dolcetti.

Ingredienti:
40 fiori di tarassaco
50 gr di muesli (o fiocchi di avena)
150 gr di farina
80 ml di olio di girasole
1/2 bicchiere di latte di soia
2 cucchiai di sciroppo di tarassaco
1 pizzico di sale
2 cucchiaini di lievito per dolci

Procedimento:
Come per lo sciroppo raccogliere i fiori in una mattinata di sole quando sono ben aperti, lavarli e lasciarli asciugare su un canovaccio. Mentre i fiori si asciugano, mescolare il muesli con il latte di soia affinché si ammorbidisca. Eliminare il calice verde dei fiori e mescolare i petali con tutti gli altri ingredienti fino a ottenere un impasto consistente ma non troppo solido. Versare l’impasto a cucchiaiate sulla leccarda foderata di carta forno (oppure usare degli stampini per muffin) tenendo i biscotti un po’ distanti tra loro e infornare a 180° per 15/20 minuti, finché i biscotti non sono ben dorati. Sfornare i dolcetti e lasciarli raffreddare su una gratella.