Clara Rockmore

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di Rodrigo Codermatz

 

Ricami nell’aere e
ghirigori di dita
cruna impossibile
spifferi e vipere d’onde
come matasse sul theremin

chirurgo dell’invisibile
sutura dell’intangibile
carezza spettrale
sacerdotessa magnetica
dallo sguardo materico

vedova nera su ragnatela invisibile

medium all’ora del the
e delle porcellane
delle tende lunghe e
vecchi altoparlanti
di sedute spiritiche

di valvole rosse come
Lenin e il suo regalo
per il suo popolo

pettegolezzi barocchi di
atomi inascoltati
inesperiti, sottovalutati
codici criptici da spionaggio
formule ermetiche di
ragni telegrafici.

 


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A trip to Mars – Pace e uguaglianza non sono di questa Terra.

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himmelskibet2

di Tamara Sandrin

A trip to Mars è un film muto di fantascienza1; girato in Danimarca nel 1918 è uno dei primi dopo Voyage dans la Lune di Melies. Non è solo un film d’intrattenimento, è un film serio con un preciso messaggio pacifista e antimilitarista, un grido di protesta lanciato dopo tre anni di guerra. Rimane comunque, nonostante le sue ingenuità scientifiche, il suo romanticismo e il suo forte moralismo quasi religioso (comune a molti film dell’epoca), un film godibilissimo per la realizzazione molto accurata, le scenografie, la fotografia e le inquadrature, la recitazione, l’ambientazione fantastica e onirica di alcune scene ambientate su Marte.

La trama è abbastanza semplice: il professor Planetaros2 progetta e fa costruire un aereo spaziale (una via di mezzo tra un dirigibile e un biplano) con cui suo figlio, assieme a un gruppetto di temerari, parte alla volta di Marte.
Dopo un viaggio di sei mesi (!) finalmente raggiungono la loro meta: Marte è rappresentata come potremmo immaginare l’Eden oppure la Terra com’era all’età dell’oro, quando l’uomo viveva senza necessità di lavorare e la terra spontaneamente provvedeva ai suoi bisogni; i marziani, vestiti alla greca, con buffi copricapi, sembrano quasi dei “figli dei fiori” ante-litteram, ma più seriosi e morigerati: vegetariani, dediti a canti, danze e studi, pacifici e pacifisti.

marziani

Dopo aver trascorso sul pianeta un periodo di arricchimento spirituale, i terrestri fanno ritorno sulla Terra conducendo con sé anche la figlia del capo marziano, innamoratasi di Avanti Planetaros. Portano sulla Terra anche dei doni e un messaggio di pace e amore.

Ed è proprio questo messaggio e la parte del film ambientata su Marte che desidero ora mettere in luce, perché ricca di significati evidenti o sottintesi, notevoli per l’epoca.

Appena giunti su Marte, i terrestri vengono accolti festosamente e solennemente, con disponibilità e rispetto. Viene offerta loro della frutta.

1-frutta

Dopo averla accettata e assaggiata, chiedono meravigliati:

Questo è ciò che siete soliti mangiare? […] Non mangiate nient’altro che frutta?”

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Alla conferma del capo marziano, Avanti fa portare vino e carne in scatola, come per disprezzare la dieta fruttariana dei marziani e sottolineare la superiorità del cibo terrestre.

3-carne

Ma la differenza tra terrestri e marziani non riguarda solo l’alimentazione: quando il capo di Marte sente l’odore della carne in scatola appare disgustato e sconvolto:

Carne? Carne morta? Come ve la procurate?”

Avanti, ignorando il messaggio di riprovazione sottinteso alle parole e all’espressione dei marziani, prontamente dimostra come sulla Terra ci si procura la carne sparando a un grosso uccello in volo. Ma al suono dello sparo e alla vista dell’uccello ucciso, i marziani si ribellano e accorrono in massa. I terrestri, sentendosi minacciati, lanciano una granata con cui uccidono un marziano. Ora le morti sono due! Entrambe gravi:

Guerra e peccato! Assassinii e sangue! Tutto questo deve venir espiato! […] La maledizione del sangue deve incombere di nuovo su questo pianeta di pace?”

4-delitto

I terrestri vengono condotti alla “casa del giudizio” assieme alle loro vittime, l’uccello e l’uomo, e qui si pentono dei loro atti criminosi vedendo, come in uno specchio, il passato di Marte fatto anch’esso di combattimenti, uccisioni, oscurità, ferro e fuoco:

Il sangue grida anche nel più piccolo degli assassinii…”

5-pentimento

Vedendo come i marziani si sono elevati, evoluti, da quello stato feroce e primitivo (in cui gli uomini si trovano ancora) a un’epoca di pace e fratellanza interspecifica, i terrestri si pentono e promettono:

Non uccideremo mai più creature viventi e mai più useremo armi!”

È interessante notare come (nel 1918!) le vite di un animale e di un uomo siano poste sullo stesso piano: viene usata l’espressione “living creature”, non “anybody” o “human being” o “man”.
Il sangue è sangue, che sia umano o animale, e versarlo è eticamente inaccettabile.
C’è una stretta correlazione tra alimentazione carnea e omicidio, tra assassinio, umano o animale, e guerra: l’abitudine a spargere sangue porta alla ferocia in ogni situazione. Solo il rispetto per ogni essere vivente e l’amore possono portare a un’evoluzione e a una forma di civiltà pacifiche e giuste. Ed è questo il messaggio che viene affidato dal capo marziano ai terrestri:

Stranieri siate benedetti e portate sulla terra il messaggio di ciò che avete visto”
[…]
“Riportate il messaggio che siamo tutti uguali
Comprendete che siamo tutti gradini
della stessa scala che conduce all’eternità.
L’amore è la forza che voi chiamate dio!”

Il film si conclude con le parole di speranza del prof. Planetaros:

In voi io saluto la nuova generazione – i fiori di una civilizzazione superiore, i cui semi saranno ripiantati sulla nostra terra, cosicché gli ideali dell’amore possano crescere forti e rigogliosi!”

Queste parole oggi possono farci sorridere tanto sono melense ed esageratamente romantiche e solenni, ma sicuramente rappresentavano una luce di speranza per gli animi travagliati dagli anni cupi della guerra.
L’ingenuità e l’illusorietà del messaggio di amore e fratellanza sono quasi commoventi, ma il principio di uguaglianza interspecifica che esprime rimane – a mio avviso – rivoluzionario e nuovo per l’epoca, nonostante tutte le incoerenze che, comunque, si evidenziano nel film, per esempio il trionfo degli eroi, tornati in patria, su carrozze trainate da cavalli.
Ma siamo di nuovo sulla Terra, non più su Marte!


Il link per vedere il film completo:
https://www.youtube.com/watch?v=YYflIj6QR-I


Note:

1 Himmelskibet, A trip to Mars, Danimarca, 1918, regia di Holger-Madsen

2 I nomi dei protagonisti sono alquanto comici: Planetaros, Dubius, Avanti, Corona.

Una corsa selvaggia nel cielo

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falco_tinnunculus

di Tamara Sandrin

 

Oggi ho visto
una gioia
sul tetto di una
vecchia stalla.
Un contatto breve
e poi uno stridere
rossiccio all’unisono.

Le mie compagne,
nere gemelle,
non erano d’accordo
e tiravano
verso il cielo
si slanciavano
scalmanate,
per poi bere
a ogni pozzanghera.

Era solo
una copula veloce
e selvaggia
e poi in volo,
una corsa nel cielo.

Ma tutto
– il vento e l’aria
le rondini e le nuvole
gli amanti –
era così intenso
e vivo.

 

 

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Fiere e sagre per bambini: non gioco ma “formazione”

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gabbia canarini

di Rodrigo Codermatz

 

Abbiamo quotidianamente sotto gli occhi decine e decine di esempi molto preoccupanti di come organi e istituzioni deputate all’orientamento e all’educazione dei giovani compiano un’indefessa e mirata azione formativa del nostro rapporto con l’altro animale.
Queste vanno a colpire subdolamente il bambino piccolo e si radicano in quell’area transizionale in cui questo si trova gettato inerme, impotente, confuso, a condividere col genitore un’immagine sfocata, contraddittoria e falsa dell’animale, un mostro, quale ponte tra il suo mondo di fantasia e il mondo dell’adulto. Un patto segreto, ho già scritto altrove, tra genitore e bambino di non farsi più di tante domande sulla natura dell’animale.1
Questo animale “sospeso” tra il mondo del bambino e il mondo adulto, questo indistinto è subitamente catturato e sovraccaricato di valore sociale e tribale e passa ad essere metabolizzato come tradizione e cultura, come coscienza di ceto e partecipazione sociale.
La scuola e la chiesa stanno rafforzando più che mai questa loro politica di formazione presentando ora più che mai l’animale da reificare, da usare, da subordinare in mille modi all’attività umana economica o ludica che sia. Subdolamente bisbigliano all’orecchio della famiglia che, in fin dei conti è la mano che poi compie l’azione sporca, e la imbrogliano e la imbavagliano con le loro sagre, pesche di beneficenza, raduni, feste del patrono, maratone, mostre, esposizioni etc.
Le scuole materne pullulano di animaletti variopinti di carta e materia plastica, ma organizzano poi la grigliata di fine anno, una festa dove l’animale da carta diventa carne e muore.
La varie sagre dei Osei (pensiamo a quelle di Sacile, di Arzignano, di Annone Veneto, ecc.) sono un esempio di questa distorta e degradata immagine dell’animale come “maneggevole” che noi portiamo dentro sin dalla nostra infanzia e che ora ereditiamo ai nostri figli in un continuum senza fine che passa sotto il nome di tradizione.
E al banco degli imputati, ora, la scuola di Annone Veneto che ha organizzato, per l’occasione, una lotteria i cui premi erano degli uccellini in gabbia pronti a reificarsi in giocattoli in un’epoca in cui, tra l’altro, anche il giocattolo stesso come evasione è messo da parte e perde via via la sua natura fantastica per acquisire un senso, una significatività nei rimandi utilitaristici della società edo(nista)-consumistica.2
Quelle gabbie (nota bene non dico uccellini) sono consegnate nelle mani dei bambini come tessere, libretti d’istruzione, bugiardini della nostra società, sono il piccolo libretto bianco delle “elevazioni a dio” che ci regalano alla comunione, “il manualetto completo di devozioni” che dobbiamo imparare a memoria e recitare prima di andare a letto o al risveglio ogni mattina: il Cuore di De Amicis per essere buoni cittadini con tanto denaro da spendere dove ci indica la chiesa stessa o il prete all’omelia della domenica: non certo per le cure per gli animali.
La chiesa, superstizione immonda, ignoranza, oscurantismo, col suo dio e i suoi dogmi ha complicato enormemente non solo la vita umana ma anche il rapporto stesso dell’uomo con la natura e l’altro animale: caricando lo spirito e la mente umana di simboli, cifre, formule e rimandi ha gettato l’uomo nel caos e ora intorbida, confonde e ritarda irresponsabilmente la maturazione della coscienza umana nei riguardi dell’altro animale.
Negando la pietà all’animale nega l’animalità dell’uomo: e come allora potrà mai essere umana, capire, dar sollievo, guarire, elevare l’uomo?
La chiesa è politica di sopraffazione del più debole, è il parassita di chi sta male, di chi vive in povertà, di chi si arrende succube alle pretese del più forte.
A Porcia la chiesa organizza annualmente la corsa degli asini: immagini di bambini obesi, di padri mentecatti che vogliono ritornare bambini e si mettono a cavalcare emulando John Wayne asini che non raggiungono neppure l’inforcatura delle loro gambe; per mettere tacere gli animalisti si chiama un veterinario che redige il suo certificato di “buona salute” dell’animale prima della gara e poi, al taglio del nastro, si rende irreperibile.
Scuola e chiesa stretti assieme quindi in questo forte connubio con la precisa funzione ideologico-pedagogica di rendere totalitario un solo messaggio: “l’animale è al servizio dell’uomo”.
Se urgenti cambi di rotta si rendono evidentemente necessari nei programmi e metodi educativi della scuola, si auspica, à la donchisciotte, che nel processo di modernizzazione ed evoluzione della società nasca finalmente un giorno un forte dubbio sul ruolo della chiesa e dei preti nell’educazione dei nostri figli.
La grigliata di fine anno all’asilo, la lotteria di Annone e la corsa degli asini di Porcia, ecc., sono tutt’altro che occasioni di sincera convivialità e sano svago e divertimento: sono vere e proprie lobotomie e lavaggi del cervello, la coda fagica attraverso la quale il potere economico e politico ci infetta con la sua logica di violenza e sopraffazione dell’altro.
Genitori, non siate così ingenui e sprovveduti, se di ingenuità e sprovvedutezza si tratta, e non di mero egoismo e disinteresse verso il futuro dei vostri figli: questo non si limita al loro titolo di studio, alla loro futura posizione lavorativa e sociale, al loro semplice diventare biologicamente riproduttivi e socialmente genitori, al loro realizzare i vostri desideri delusi, al loro evitare i vostri sbagli. I figli non sono una vostra seconda possibilità.
Pensare al loro futuro vuol dire fornirgli le basi e gli strumenti per la costituzione di un’identità solida e compatta che riesca a porsi in reale sfida contro il compromesso, neoplasia maligna della società.
Siate chiari e sinceri con i vostri figli: un uccello in gabbia non è libertà; una scuola che regala gabbie non insegna ma incatena; un asino alla sagra patronale non è un clown con le lacrime finte disegnate sulle guance. E chi lo getta in pista ha la frusta e non il pezzo di pane.

 

Note:

1 vedi anche il mio articolo, L’animale come oggetto transizionale, pubblicato in “Liberazioni” Anno VI, n. 24, Primavera 2016

In ricordo di Cesare Pavese

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pavese

di Tamara Sandrin

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.”1

Sessantasei anni fa, come oggi, Cesare Pavese si toglieva la vita: dopo un’esistenza breve e colma di sofferenza infine si decise a compiere il gesto che rimandava da molti anni:

Il maggiore torto del suicida è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo.”2

Perché lui ci pensava da sempre, aveva già provato senza coraggio. Tutto Il Mestiere di vivere, il suo diario, parla di morte, di dolore, di suicidio, tra le annotazioni di poesia, letteratura e le teorizzazioni del mito. L’ultima pagina, datata 18 agosto è straziante:

La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”
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E la sera del 27 agosto aveva tentato, incompreso e inascoltato, a lanciare un ultimo grido d’aiuto:

Non esco con te perché sei noioso.”

fu la risposta di una delle donne che chiamò. Dunque non c’erano più scuse, niente che lo legasse, niente. Solo il suo dolore e la sua incapacità a vivere.

La lettura dei suoi libri, romanzi, racconti, poesie, saggi, mi ha sempre accompagnato fin dall’adolescenza e lo ho amato, tanto. Mi ha “donato poesia”, che è uno dei doni più ricchi e preziosi che possiamo ricevere e che possiamo fare.

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Nel 1991 Rodrigo e io siamo andati per la prima volta in “pellegrinaggio” nei luoghi pavesiani: Torino, l’albergo Roma, la camera 313 dove si suicidò, la sua tomba al cimitero monumentale (poi i suoi resti sono stati trasferiti a Santo Stefano Belbo), Serralunga di Crea, Canelli, Santo Stefano Belbo, siamo scappati dalla famiglia che ci ospitava senza dir niente a nessuno. E quanto ho pianto per lui!
E poi ci siamo tornati più e più volte negli anni. Abbiamo incontrato persone che l’hanno conosciuto e ci hanno raccontato di lui, aneddoti e ricordi, piccoli, toccanti, preziosi. Oppure abbiamo assaporato il silenzio e la solitudine, il chiasso della città e i colori delle Langhe.

Ogni volta un’emozione nuova, un dono inaspettato, come nel 2010 quando abbiamo potuto tenere tra le mani i suoi Dialoghi con Leucò4, dove aveva scritto le sue ultime parole: 

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va Bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

È stato indulgente, nonostante tutto. Ed egoista. Ma di pettegolezzi ne sono stati fatti…

 

NOTE:
1 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1990, pag. 399
2 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., pag. 51
3 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., pag. 400
4 Conservato presso la Fondazione “Cesare Pavese” di Santo Stefano Belbo (CN)

Un breve colloquio con il dott. Franco Rotelli

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“La sofferenza animale non può di certo portare alcun bene all’uomo: coraggio andate avanti con la vostra opera di sensibilizzazione; portate avanti ciò che noi abbiamo iniziato!”

 

di Rodrigo Codermatz

Spesso risalendo un po’ la china di quelle esperienze artistiche e di pensiero che, opponendosi all’istituzione, alla tradizione e alla cultura hanno messo a nudo la sofferenza, lo sfruttamento, il dolore, la fatticità stessa dell’uomo, la Tatsächlichkeit come direbbe l’esistenzialismo, ho incontrato alcune menti e personalità di profonda e notevole sensibilità e compassione, di autentico spirito libero e mi son chiesto come la loro forza, il loro entusiasmo, la loro energia e onestà non abbiano saputo, nella maggior parte delle volte, superare il confine della specie e iniziare una lotta per la liberazione interspecifica.

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Uno di questi grandi passi della liberazione umana, della conquista della dignità della persona umana è senz’altro l’esperienza anti-psichiatrica dell’equipe del dottor Franco Basaglia iniziata, come si sa, all’ospedale psichiatrico di Gorizia, che ha portato attraverso la trasformazione e la chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste alla Riforma Psichiatrica in Italia con la legge180/1978.

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Di recente, durante un colloquio telefonico con lo psichiatra Franco Rotelli1, uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia e protagonisti della Riforma, ho avuto modo di esprimere questa mia perplessità, di verificare se veramente allora, in quell’esperienza, non si fosse arrivati in qualche modo alla soglia della dimensione interspecifica, se non si fosse trattato solamente di effettuare il “salto”. Eppure, in quegli anni Peter Singer scriveva Liberazione animale!
Vorrei qui riportare un brevissimo scorcio di questo colloquio del tutto occasionale e informale col dottor Rotelli: la sua esperienza libertaria, Rotelli riprende il motto “tutto ciò che apre ci sta bene”, è ormai una responsabilità storica ed etica per le generazioni a venire nella lotta contro ogni forma di sofferenza e sopraffazione.
Penso quindi che queste sue poche parole, possano senz’altro infondere grande forza ed energia, coraggio ed entusiasmo a chi, come me, crede importante ciò che la riforma psichiatrica a suo tempo ha fatto contro la sofferenza e per la dignità umana e allo stesso tempo guarda ora alla liberazione animale.

D. Dottor Rotelli, lei è stato un importante protagonista assieme a Basaglia nella lotta per il riconoscimento di inalienabili diritti umani, della dignità e libertà umana e per l’abolizione di strutture e strumenti istituzionali di detenzione e contenzione.
Il vostro operato che continua tutt’ora nel suo infaticabile impegno costituisce oggi un’importante eredità e patrimonio per ripensare concetti come sfruttamento, sopraffazione, prigionia, detenzione, reclusione da una parte e libertà, rispetto, riconoscimento e liberazione, dall’altra, per ripensare l’istituzionalizzazione e la metabolizzazione sociale ed economica dello sfruttamento del più debole e indifeso, del meno fortunato, del “diverso” sia esso animale umano che non umano.
Oggi l’antispecismo condanna il predominio dell’uomo sulle altre specie animali e lotta per la loro liberazione: vede, inoltre, in questa lotta una conditio sine qua non per la libertà umana riconoscendo storicamente l’allevamento come origine della prigionia.
Io, personalmente, guardo un po’ a voi come antesignani di questo lungo e sempre arduo cammino e percorso di “apertura” di porte e abbattimento di muri che ha liberato l’uomo dalla “bestialità” ma che dovrebbe continuare oggi liberando l’animale dall’umanità aprendo le gabbie, gli allevamenti, gli zoo, i circhi etc.
È urgente un ripensamento del nostro rapporto con le altre specie animali, riconoscere la logica violenta e di sopraffazione del sistema economico e politico che lo gestisce spacciandolo per tradizione e cultura, per normalità e necessità.
Vorrei chiederle: Liberazione animale di Peter Singer e la legge 180 sono quasi contemporanei: allora non avete mai considerato o pensato alla liberazione animale? Ed ora, lei, che ne pensa?

R. No, non siamo stati abbastanza sensibili: non abbiamo avuto modo di riflettere su questa questione; io personalmente non me ne sono mai occupato e, che sappia, neanche i miei colleghi di allora.
Sono totalmente disinformato circa l’antispecismo e non saprei neanche cosa dire in merito se non, che è assolutamente giusto e necessario agire contro la sofferenza animale; sono stato sempre molto sensibile alle diverse forme di sofferenza: ho cercato sempre di interessarmici e di lottare per contrastarle, di “buttare sempre un occhio” ai soggetti che soffrono. Per questo mi piacerebbe saperne di più e leggere qualcosa in merito.
Nessuno sa definire con certezza in cosa consista la differenza tra animale umano e animale non umano: ma abbiamo una certezza, che anche gli animali soffrono.
Perciò non può che essere assolutamente giusto e obbligato un impegno che miri a sensibilizzare la società circa le sofferenze delle altre specie animali, che combatta ogni forma di sofferenza dell’animale non umano.

D. Io ho sempre un forte dubbio sulla maniera di informare: dire o mostrare? Parola o immagine? Ma soprattutto usare o no l’immagine cruenta per informare? Che impatto può avere sulla mente di chi può sentirsi colpevolizzato?

R. È assolutamente giusto e doveroso “mostrare” e raccontare la realtà: la gente si sta abituando a vedere di tutto: più terrore c’è sulla scena più la platea si mette tranquilla; più che altro bisogna stare attenti che anche queste immagini reali non finiscano poi per essere strumentalizzate, pena l’annullamento totale del messaggio. Ci vuole molta accortezza, senso critico ed equilibrio. Ma la verità dev’essere mostrata.

D. “La libertà è terapeutica”. La liberazione animale potrebbe divenire cura, soluzione per molte incongruenze, discrepanze e dicotomie della nostra società, in senso etico e sociale?

R. La sofferenza animale non può di certo portare alcun bene all’uomo e alla cultura: e come potrebbe con le scene che purtroppo siamo soliti vedere?
È giusto combattere contro la sofferenza e lo sfruttamento animale: coraggio andate avanti con la vostra opera di sensibilizzazione; portate avanti ciò che noi abbiamo iniziato!

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Una eredità generazionale, una consegna di insegne belliche, un credito reciproco che, temo, si disperda cammin facendo semplicemente perché non siamo più capaci di abbattere realmente i muri e divellere inferriate, non siamo più così integri e forti da poter respingere le “cose cattive e non vere” che il sistema ci insegna: la protesta pacifica è il risultato di questo discredito, di questo dialogo interrotto tra l’ariete che ha aperto la strada e chi dovrebbe ora irrompere, è la museruola che ancora una volta lo stato e la società stessa ci obbligano a portare per non mordere.

1Subentrato, nel 1979, a Basaglia nella direzione dell’Ospedale Psichiatrico passò poi, con il suo superamento, a dirigere il sistema dei servizi psichiatrici sostitutivi della provincia di Trieste fino al 1995. Dal 1998 al 2001 è stato direttore generale dell’Azienda Sanitaria di Trieste, poi di Caserta dal 2001 al 2004 e di nuovo di Trieste dal 2004 al 2010. Nel 2013 è stato eletto Consigliere regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia-Giulia.

Tre ricette con le barbabietole

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Non ci sono mai piaciute le barbabietole, ma cucinandole così ci siamo ricreduti!

Gnocchi di pane con barbabietola

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Ingredienti:*

– pane raffermo (circa due panini grandi)
– latte di soia
– una cipolla piccola
– farina tipo 2
– una barbabietola medio-piccola cotta al vapore
– uno spicchio d’aglio
– sale, pepe e olio evo
– vino rosso

Procedimento:

Ammorbidite il pane in un po’ di latte di soia. Nel frattempo tritate la cipolla e rosolatela nell’olio evo finché è imbiondita, sfumate con il vino e lasciatela stufare finché non è ammorbidita, aggiungendo eventualmente poca acqua. Regolate di sale e pepe. Tagliate a dadini la barbabietola.
Strizzate bene il pane e amalgamatelo con la cipolla stufata, la barbabietola, lo spicchio d’aglio schiacciato, sale, pepe e un paio di cucchiai di farina. Formate gli gnocchi delle dimensioni di una pallina da ping-pong e passateli nella farina. Fate bollire l’acqua salata e cuocete gli gnocchi, pochi alla volta, finché non vengono a galla. Conditeli a piacimento con salsa di pomodoro, olio evo e salvia, ragù vegetale o altro sugo saporito. Noi li abbiamo conditi con un sugo di melanzane stufate con pomodori.

Ravioli gialli e rossi

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Ingredienti:

– 300 gr di farina di grano duro
– acqua
– curcuma
– due barbabietole medie cotte al vapore
– una cipolla
– uno spicchio d’aglio
– pane grattugiato
– salsa di soia
– pepe e olio evo
– vino rosso

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Procedimento:

Tritate la cipolla e l’aglio rosolateli nell’olio evo finché imbiondiscono, sfumateli con il vino e aggiungete la barbabietola tritata. Aggiungete la salsa di soia e il pepe e lasciate insaporire brevemente. Lasciate raffreddare l’impasto, poi frullatelo e aggiungete se necessario un po’ di pane grattugiato per asciugarlo. Nel frattempo preparate la pasta per i ravioli con la farina, l’acqua e la curcuma. Amalgamatela bene, stendetela con la nonna papera sulla penultima posizione e formate i ravioli con l’apposito stampino posizionando un cucchiaino d’impasto su ogni raviolo.
Cuocete i ravioli in acqua bollente salata per circa 4/5 minuti, scolateli e conditeli con panna vegetale, oppure con olio, salvia e una grattuggiata di tofu affumicato.

Burgher di barbabietola

Ingredienti:

– ripieno dei ravioli avanzato
– una o due patate lesse o cotte al vapore
– poca farina di tipo 2
– sale e pepe

Procedimento:

Schiacciate le patate e mescolatele con il ripieno avanzato e poca farina, regolando di sale e pepe se necessario. Formate i burgher, passateli nella farina e poi cuoceteli in una padella unta d’olio a fuoco molto vivace pochi minuti per lato.

*Le dosi sono variabili.

Torna nella tua gabbia dorata, Tamara Sandrin!*

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giugno 2016 015

Vita dura per un antispecista di campagna

di Tamara Sandrin

Basta un passo oltre il portone di CaVegan e tutto cambia, entro in una dimensione deformata, che mi stringe, mi soffoca.
Fuori fa più caldo, persino l’odore dell’aria è diverso.
E mi rendo conto che vivo in una gabbia e mi chiedo: mi ci sono rinchiusa da sola?
No, assolutamente! Sono stata rinchiusa dall’indifferenza, dalla mancanza di empatia e di razionalità, da una cultura imperialistica e antropocentrica che si è impossessata di tutto lo spazio delle campagne e dei boschi, dei paesi, delle vie cittadine, delle scuole, delle biblioteche, dei porti e dell’aria.

Oggi hanno liberato i fagiani: li hanno portati con un camion telonato pieno di cassette di plastica. Non erano chiusi in gabbia ma stipati in cassette come merci.
Sul camion hanno avuto la sfrontatezza di scriverci:
ATTENZIONE ANIMALI VIVI.
Li ho guardati volare via, piccoli giovani fagiani e fagiane, in un’illusione di libertà e ho avuto la certezza che no, non erano vivi.
Sono animali già morti che possono sognare al massimo un paio di mesi prima di provare paura e dolore.

Sulla strada del ritorno, col cuore gonfio di rabbia e disgusto osservo la campagna che mi circonda: mais, soia, qualche orto, un vecchio allevamento abbandonato, boschi, l’argine fitto di canneti, un ristorante, casolari e fattorie.
Se ci penso tutto mi parla di dolore: in ogni casa ci sono oche e galline, conigli, maiali, lungo i fossi trappole per le nutrie, nel bosco ci sono le altane dei cacciatori, i loro nascondigli. Sento i colpi, forti, cadenzati e continui dei cannoni dissuasori, per allontanare gli uccelli dai campi e dalle vigne.
Tutto in campagna mi parla di specismo e violenza.
Mi chiedo se chi vive in città si renda conto di tutto questo dolore, di questo sfruttamento, di questa “normalità”.
Mi chiedo se riesca a percepire la nostra impotenza: possiamo combattere un nemico lontano, sconosciuto, virtuale, ma se i nemici reali ci accerchiano non abbiamo scampo. Facciamo ciò che dobbiamo fare. Ci proviamo.
Non possiamo distruggere tutte le gabbie e liberare tutti gli animali: i tacchini alla sera torneranno spontaneamente nel loro recinto, i fagiani cercheranno il cibo dalla mano di chi a breve li ucciderà, il maiale non uscirà mai dal suo casotto buio, se non per morire sull’aia…
Mi chiedo se un antispecista di città riesca a immaginare questa situazione; mi chiedo se conosca la paura di subire ritorsioni dopo le minacce; mi chiedo se tremi a ogni ritardo dei gatti.
Mi si dirà che la situazione delle campagne è una goccia nel mare dello sfruttamento animale, ed è vero, ma per chi vive in campagna è un continuo confrontarsi con una realtà che per molti è solo virtuale.

Oggi la passeggiata è andata così, un po’ triste, persa in queste riflessioni.
Sono quasi a casa, Gloria e Greta mi trascinano piene di gioia ed energia, non condividono i miei pensieri, sono solo più eccitate del solito. Vorrebbero solo essere libere e rincorrere quei piccoli fagiani, e i piccioni, i tordi e le anatre. E, magari, prenderne qualcuno.

Mi chiudo alle spalle il portone di CaVegan, sbarre dorate di una gabbia protettiva che mi difende dal mondo specista.

*“Torna nella tua gabbia dorata, Melania Hamilton!”, Gli uccelli, regia di Alfred Hitchcock, 1963

Due poesie per Laika

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Kudriavka
di Tamara Sandrin

Com’è buio quassù.
Ho paura.
E fa troppo caldo.
Perchè nessuno
sente la mia voce?
Vi sto chiamando!
Le altre volte
avete aperto la botola
e sono uscita.

Ho paura.

Ero felice
per le strade di Mosca.
Chiedevo solo
un po’ di cibo
a chi ne aveva
in abbondanza anche per me.
Chiedevo solo
di non essere vista.
Avevo i miei cuccioli
nella mia pancia.
Ora c’è un vuoto
una nausea.

È paura?

Perchè nessuno
sente la mia voce?
Vi sto chiamando!

Ho paura.

La mia mente
si sta allontanando.
Non ricordo più
i guaiti dei miei cuccioli.
Non li sento più.
Non sento voci
di uomini.
Non sento voci
di cani.

Solo caldo…
o è freddo?
Non credo più
alla mia pelle.

Ho paura.

 

laika

Laika
di Rodrigo Codermatz

Cos’è questo fischio continuo
un padrone sferico
un pallone lucido
un nero di luci rosse e gialle
il blu che mi circonda
questa saliva
risale la mia schiena
il mio naso annusa numeri
alfabeti cirillici
in guerra
sinusoidale
planetaria
extragalattica

 

 

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Volare!

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manifesto

di Rodrigo Codermatz

Ieri, a Martignacco, abbiamo assistito con grande emozione alla prima “uscita in pubblico” del libro Volare! curato da Animalisti FVG, importante testimonianza di una lunga e sempre più serrata lotta contro la Sagra dei Osei di Sacile quale simbolo, per la sua pluricentenaria nefandezza, di ogni fiera e mercato venatorio e ornitologico. Grande emozione nel vedere le immagini e i documenti dell’attività di denuncia che, nata negli anni Ottanta, continua ogni anno grazie alla perseveranza e all’impegno degli attivisti con banchetti, presidi, cortei e contromanifesti; grande emozione nella voce della presentatrice e presidente dell’associazione Animalisti FVG Daniela Galeota che ha saputo magistralmente coinvolgere un uditorio di fatto eterogeneo e in parte anche nuovo ed estraneo all’argomento e alla problematica.
Il libro, un’autopubblicazione, che porta in copertina il contromanifesto all’edizione di quest’anno, si apre spiegando cos’è una fiera ornitologico-venatoria e svelando il mondo crudele e occulto delle “gare canore” e la prigionia degli uccelli da richiamo. Corredato da un’interessante documentazione fotografica traccia quindi un breve excursus storico del movimento riproponendo anche gli articoli giornalistici più importanti nell’aver testimoniato e segnato il suo percorso.
Tutto questo a introdurre l’interessante e importantissimo contributo di una trentina di autori che in altrettanti articoli hanno espresso la loro condanna alla pluricentenaria ecatombe ognuno dal suo particolare punto di vista e con la sua competenza: antropologi, etologi, artisti, poeti, psicologici, filosofi, veterinari e attivisti testimoniano con toccante profondità e obiettività l’assurdità, la violenza, la crudeltà di questa tradizione che, moralmente ed eticamente, non può più essere accettata né tollerata ma che le principali istituzioni politiche continuano a proteggere per l’interesse meramente economico di allevatori e mondo venatorio. Istituzioni politiche che si chiudono in una sempre più disonesta e subdola presa di posizione contro la denuncia del movimento animalista rasentando l’illegalità e mettendo in atto vere e proprie azioni dissuasorie e repressive violando il diritto di espressione e di libero pensiero.
Alla eco unidimensionale, superficiale, tautologica e culturalmente arretrata degli organizzatori e sostenitori della fiera, alla loro povertà intellettuale e spirituale risponde Volare! coro unanime di denuncia, testimone unico di un pensiero volto a ripensare la nostra società nell’ottica di evolvere il nostro rapporto e considerazione dell’altro animale.

Il libro è in vendita presso le librerie Al Segno o richiedendolo direttamente all’associazione Animalisti FVG e il ricavato sarà destinato al rafforzamento della campagna e del movimento NoSagraOsei.