In ricordo di Cesare Pavese

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di Tamara Sandrin

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.”1

Sessantasei anni fa, come oggi, Cesare Pavese si toglieva la vita: dopo un’esistenza breve e colma di sofferenza infine si decise a compiere il gesto che rimandava da molti anni:

Il maggiore torto del suicida è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo.”2

Perché lui ci pensava da sempre, aveva già provato senza coraggio. Tutto Il Mestiere di vivere, il suo diario, parla di morte, di dolore, di suicidio, tra le annotazioni di poesia, letteratura e le teorizzazioni del mito. L’ultima pagina, datata 18 agosto è straziante:

La cosa più segretamente temuta accade sempre.
Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?

Basta un po’ di coraggio.

Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”
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E la sera del 27 agosto aveva tentato, incompreso e inascoltato, a lanciare un ultimo grido d’aiuto:

Non esco con te perché sei noioso.”

fu la risposta di una delle donne che chiamò. Dunque non c’erano più scuse, niente che lo legasse, niente. Solo il suo dolore e la sua incapacità a vivere.

La lettura dei suoi libri, romanzi, racconti, poesie, saggi, mi ha sempre accompagnato fin dall’adolescenza e lo ho amato, tanto. Mi ha “donato poesia”, che è uno dei doni più ricchi e preziosi che possiamo ricevere e che possiamo fare.

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Nel 1991 Rodrigo e io siamo andati per la prima volta in “pellegrinaggio” nei luoghi pavesiani: Torino, l’albergo Roma, la camera 313 dove si suicidò, la sua tomba al cimitero monumentale (poi i suoi resti sono stati trasferiti a Santo Stefano Belbo), Serralunga di Crea, Canelli, Santo Stefano Belbo, siamo scappati dalla famiglia che ci ospitava senza dir niente a nessuno. E quanto ho pianto per lui!
E poi ci siamo tornati più e più volte negli anni. Abbiamo incontrato persone che l’hanno conosciuto e ci hanno raccontato di lui, aneddoti e ricordi, piccoli, toccanti, preziosi. Oppure abbiamo assaporato il silenzio e la solitudine, il chiasso della città e i colori delle Langhe.

Ogni volta un’emozione nuova, un dono inaspettato, come nel 2010 quando abbiamo potuto tenere tra le mani i suoi Dialoghi con Leucò4, dove aveva scritto le sue ultime parole: 

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va Bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

È stato indulgente, nonostante tutto. Ed egoista. Ma di pettegolezzi ne sono stati fatti…

 

NOTE:
1 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1990, pag. 399
2 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., pag. 51
3 Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., pag. 400
4 Conservato presso la Fondazione “Cesare Pavese” di Santo Stefano Belbo (CN)

Un breve colloquio con il dott. Franco Rotelli

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“La sofferenza animale non può di certo portare alcun bene all’uomo: coraggio andate avanti con la vostra opera di sensibilizzazione; portate avanti ciò che noi abbiamo iniziato!”

 

di Rodrigo Codermatz

Spesso risalendo un po’ la china di quelle esperienze artistiche e di pensiero che, opponendosi all’istituzione, alla tradizione e alla cultura hanno messo a nudo la sofferenza, lo sfruttamento, il dolore, la fatticità stessa dell’uomo, la Tatsächlichkeit come direbbe l’esistenzialismo, ho incontrato alcune menti e personalità di profonda e notevole sensibilità e compassione, di autentico spirito libero e mi son chiesto come la loro forza, il loro entusiasmo, la loro energia e onestà non abbiano saputo, nella maggior parte delle volte, superare il confine della specie e iniziare una lotta per la liberazione interspecifica.

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Uno di questi grandi passi della liberazione umana, della conquista della dignità della persona umana è senz’altro l’esperienza anti-psichiatrica dell’equipe del dottor Franco Basaglia iniziata, come si sa, all’ospedale psichiatrico di Gorizia, che ha portato attraverso la trasformazione e la chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste alla Riforma Psichiatrica in Italia con la legge180/1978.

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Di recente, durante un colloquio telefonico con lo psichiatra Franco Rotelli1, uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia e protagonisti della Riforma, ho avuto modo di esprimere questa mia perplessità, di verificare se veramente allora, in quell’esperienza, non si fosse arrivati in qualche modo alla soglia della dimensione interspecifica, se non si fosse trattato solamente di effettuare il “salto”. Eppure, in quegli anni Peter Singer scriveva Liberazione animale!
Vorrei qui riportare un brevissimo scorcio di questo colloquio del tutto occasionale e informale col dottor Rotelli: la sua esperienza libertaria, Rotelli riprende il motto “tutto ciò che apre ci sta bene”, è ormai una responsabilità storica ed etica per le generazioni a venire nella lotta contro ogni forma di sofferenza e sopraffazione.
Penso quindi che queste sue poche parole, possano senz’altro infondere grande forza ed energia, coraggio ed entusiasmo a chi, come me, crede importante ciò che la riforma psichiatrica a suo tempo ha fatto contro la sofferenza e per la dignità umana e allo stesso tempo guarda ora alla liberazione animale.

D. Dottor Rotelli, lei è stato un importante protagonista assieme a Basaglia nella lotta per il riconoscimento di inalienabili diritti umani, della dignità e libertà umana e per l’abolizione di strutture e strumenti istituzionali di detenzione e contenzione.
Il vostro operato che continua tutt’ora nel suo infaticabile impegno costituisce oggi un’importante eredità e patrimonio per ripensare concetti come sfruttamento, sopraffazione, prigionia, detenzione, reclusione da una parte e libertà, rispetto, riconoscimento e liberazione, dall’altra, per ripensare l’istituzionalizzazione e la metabolizzazione sociale ed economica dello sfruttamento del più debole e indifeso, del meno fortunato, del “diverso” sia esso animale umano che non umano.
Oggi l’antispecismo condanna il predominio dell’uomo sulle altre specie animali e lotta per la loro liberazione: vede, inoltre, in questa lotta una conditio sine qua non per la libertà umana riconoscendo storicamente l’allevamento come origine della prigionia.
Io, personalmente, guardo un po’ a voi come antesignani di questo lungo e sempre arduo cammino e percorso di “apertura” di porte e abbattimento di muri che ha liberato l’uomo dalla “bestialità” ma che dovrebbe continuare oggi liberando l’animale dall’umanità aprendo le gabbie, gli allevamenti, gli zoo, i circhi etc.
È urgente un ripensamento del nostro rapporto con le altre specie animali, riconoscere la logica violenta e di sopraffazione del sistema economico e politico che lo gestisce spacciandolo per tradizione e cultura, per normalità e necessità.
Vorrei chiederle: Liberazione animale di Peter Singer e la legge 180 sono quasi contemporanei: allora non avete mai considerato o pensato alla liberazione animale? Ed ora, lei, che ne pensa?

R. No, non siamo stati abbastanza sensibili: non abbiamo avuto modo di riflettere su questa questione; io personalmente non me ne sono mai occupato e, che sappia, neanche i miei colleghi di allora.
Sono totalmente disinformato circa l’antispecismo e non saprei neanche cosa dire in merito se non, che è assolutamente giusto e necessario agire contro la sofferenza animale; sono stato sempre molto sensibile alle diverse forme di sofferenza: ho cercato sempre di interessarmici e di lottare per contrastarle, di “buttare sempre un occhio” ai soggetti che soffrono. Per questo mi piacerebbe saperne di più e leggere qualcosa in merito.
Nessuno sa definire con certezza in cosa consista la differenza tra animale umano e animale non umano: ma abbiamo una certezza, che anche gli animali soffrono.
Perciò non può che essere assolutamente giusto e obbligato un impegno che miri a sensibilizzare la società circa le sofferenze delle altre specie animali, che combatta ogni forma di sofferenza dell’animale non umano.

D. Io ho sempre un forte dubbio sulla maniera di informare: dire o mostrare? Parola o immagine? Ma soprattutto usare o no l’immagine cruenta per informare? Che impatto può avere sulla mente di chi può sentirsi colpevolizzato?

R. È assolutamente giusto e doveroso “mostrare” e raccontare la realtà: la gente si sta abituando a vedere di tutto: più terrore c’è sulla scena più la platea si mette tranquilla; più che altro bisogna stare attenti che anche queste immagini reali non finiscano poi per essere strumentalizzate, pena l’annullamento totale del messaggio. Ci vuole molta accortezza, senso critico ed equilibrio. Ma la verità dev’essere mostrata.

D. “La libertà è terapeutica”. La liberazione animale potrebbe divenire cura, soluzione per molte incongruenze, discrepanze e dicotomie della nostra società, in senso etico e sociale?

R. La sofferenza animale non può di certo portare alcun bene all’uomo e alla cultura: e come potrebbe con le scene che purtroppo siamo soliti vedere?
È giusto combattere contro la sofferenza e lo sfruttamento animale: coraggio andate avanti con la vostra opera di sensibilizzazione; portate avanti ciò che noi abbiamo iniziato!

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Una eredità generazionale, una consegna di insegne belliche, un credito reciproco che, temo, si disperda cammin facendo semplicemente perché non siamo più capaci di abbattere realmente i muri e divellere inferriate, non siamo più così integri e forti da poter respingere le “cose cattive e non vere” che il sistema ci insegna: la protesta pacifica è il risultato di questo discredito, di questo dialogo interrotto tra l’ariete che ha aperto la strada e chi dovrebbe ora irrompere, è la museruola che ancora una volta lo stato e la società stessa ci obbligano a portare per non mordere.

1Subentrato, nel 1979, a Basaglia nella direzione dell’Ospedale Psichiatrico passò poi, con il suo superamento, a dirigere il sistema dei servizi psichiatrici sostitutivi della provincia di Trieste fino al 1995. Dal 1998 al 2001 è stato direttore generale dell’Azienda Sanitaria di Trieste, poi di Caserta dal 2001 al 2004 e di nuovo di Trieste dal 2004 al 2010. Nel 2013 è stato eletto Consigliere regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia-Giulia.

Tre ricette con le barbabietole

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Non ci sono mai piaciute le barbabietole, ma cucinandole così ci siamo ricreduti!

Gnocchi di pane con barbabietola

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Ingredienti:*

– pane raffermo (circa due panini grandi)
– latte di soia
– una cipolla piccola
– farina tipo 2
– una barbabietola medio-piccola cotta al vapore
– uno spicchio d’aglio
– sale, pepe e olio evo
– vino rosso

Procedimento:

Ammorbidite il pane in un po’ di latte di soia. Nel frattempo tritate la cipolla e rosolatela nell’olio evo finché è imbiondita, sfumate con il vino e lasciatela stufare finché non è ammorbidita, aggiungendo eventualmente poca acqua. Regolate di sale e pepe. Tagliate a dadini la barbabietola.
Strizzate bene il pane e amalgamatelo con la cipolla stufata, la barbabietola, lo spicchio d’aglio schiacciato, sale, pepe e un paio di cucchiai di farina. Formate gli gnocchi delle dimensioni di una pallina da ping-pong e passateli nella farina. Fate bollire l’acqua salata e cuocete gli gnocchi, pochi alla volta, finché non vengono a galla. Conditeli a piacimento con salsa di pomodoro, olio evo e salvia, ragù vegetale o altro sugo saporito. Noi li abbiamo conditi con un sugo di melanzane stufate con pomodori.

Ravioli gialli e rossi

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Ingredienti:

– 300 gr di farina di grano duro
– acqua
– curcuma
– due barbabietole medie cotte al vapore
– una cipolla
– uno spicchio d’aglio
– pane grattugiato
– salsa di soia
– pepe e olio evo
– vino rosso

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Procedimento:

Tritate la cipolla e l’aglio rosolateli nell’olio evo finché imbiondiscono, sfumateli con il vino e aggiungete la barbabietola tritata. Aggiungete la salsa di soia e il pepe e lasciate insaporire brevemente. Lasciate raffreddare l’impasto, poi frullatelo e aggiungete se necessario un po’ di pane grattugiato per asciugarlo. Nel frattempo preparate la pasta per i ravioli con la farina, l’acqua e la curcuma. Amalgamatela bene, stendetela con la nonna papera sulla penultima posizione e formate i ravioli con l’apposito stampino posizionando un cucchiaino d’impasto su ogni raviolo.
Cuocete i ravioli in acqua bollente salata per circa 4/5 minuti, scolateli e conditeli con panna vegetale, oppure con olio, salvia e una grattuggiata di tofu affumicato.

Burgher di barbabietola

Ingredienti:

– ripieno dei ravioli avanzato
– una o due patate lesse o cotte al vapore
– poca farina di tipo 2
– sale e pepe

Procedimento:

Schiacciate le patate e mescolatele con il ripieno avanzato e poca farina, regolando di sale e pepe se necessario. Formate i burgher, passateli nella farina e poi cuoceteli in una padella unta d’olio a fuoco molto vivace pochi minuti per lato.

*Le dosi sono variabili.

Torna nella tua gabbia dorata, Tamara Sandrin!*

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giugno 2016 015

Vita dura per un antispecista di campagna

di Tamara Sandrin

Basta un passo oltre il portone di CaVegan e tutto cambia, entro in una dimensione deformata, che mi stringe, mi soffoca.
Fuori fa più caldo, persino l’odore dell’aria è diverso.
E mi rendo conto che vivo in una gabbia e mi chiedo: mi ci sono rinchiusa da sola?
No, assolutamente! Sono stata rinchiusa dall’indifferenza, dalla mancanza di empatia e di razionalità, da una cultura imperialistica e antropocentrica che si è impossessata di tutto lo spazio delle campagne e dei boschi, dei paesi, delle vie cittadine, delle scuole, delle biblioteche, dei porti e dell’aria.

Oggi hanno liberato i fagiani: li hanno portati con un camion telonato pieno di cassette di plastica. Non erano chiusi in gabbia ma stipati in cassette come merci.
Sul camion hanno avuto la sfrontatezza di scriverci:
ATTENZIONE ANIMALI VIVI.
Li ho guardati volare via, piccoli giovani fagiani e fagiane, in un’illusione di libertà e ho avuto la certezza che no, non erano vivi.
Sono animali già morti che possono sognare al massimo un paio di mesi prima di provare paura e dolore.

Sulla strada del ritorno, col cuore gonfio di rabbia e disgusto osservo la campagna che mi circonda: mais, soia, qualche orto, un vecchio allevamento abbandonato, boschi, l’argine fitto di canneti, un ristorante, casolari e fattorie.
Se ci penso tutto mi parla di dolore: in ogni casa ci sono oche e galline, conigli, maiali, lungo i fossi trappole per le nutrie, nel bosco ci sono le altane dei cacciatori, i loro nascondigli. Sento i colpi, forti, cadenzati e continui dei cannoni dissuasori, per allontanare gli uccelli dai campi e dalle vigne.
Tutto in campagna mi parla di specismo e violenza.
Mi chiedo se chi vive in città si renda conto di tutto questo dolore, di questo sfruttamento, di questa “normalità”.
Mi chiedo se riesca a percepire la nostra impotenza: possiamo combattere un nemico lontano, sconosciuto, virtuale, ma se i nemici reali ci accerchiano non abbiamo scampo. Facciamo ciò che dobbiamo fare. Ci proviamo.
Non possiamo distruggere tutte le gabbie e liberare tutti gli animali: i tacchini alla sera torneranno spontaneamente nel loro recinto, i fagiani cercheranno il cibo dalla mano di chi a breve li ucciderà, il maiale non uscirà mai dal suo casotto buio, se non per morire sull’aia…
Mi chiedo se un antispecista di città riesca a immaginare questa situazione; mi chiedo se conosca la paura di subire ritorsioni dopo le minacce; mi chiedo se tremi a ogni ritardo dei gatti.
Mi si dirà che la situazione delle campagne è una goccia nel mare dello sfruttamento animale, ed è vero, ma per chi vive in campagna è un continuo confrontarsi con una realtà che per molti è solo virtuale.

Oggi la passeggiata è andata così, un po’ triste, persa in queste riflessioni.
Sono quasi a casa, Gloria e Greta mi trascinano piene di gioia ed energia, non condividono i miei pensieri, sono solo più eccitate del solito. Vorrebbero solo essere libere e rincorrere quei piccoli fagiani, e i piccioni, i tordi e le anatre. E, magari, prenderne qualcuno.

Mi chiudo alle spalle il portone di CaVegan, sbarre dorate di una gabbia protettiva che mi difende dal mondo specista.

*“Torna nella tua gabbia dorata, Melania Hamilton!”, Gli uccelli, regia di Alfred Hitchcock, 1963

Due poesie per Laika

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Kudriavka
di Tamara Sandrin

Com’è buio quassù.
Ho paura.
E fa troppo caldo.
Perchè nessuno
sente la mia voce?
Vi sto chiamando!
Le altre volte
avete aperto la botola
e sono uscita.

Ho paura.

Ero felice
per le strade di Mosca.
Chiedevo solo
un po’ di cibo
a chi ne aveva
in abbondanza anche per me.
Chiedevo solo
di non essere vista.
Avevo i miei cuccioli
nella mia pancia.
Ora c’è un vuoto
una nausea.

È paura?

Perchè nessuno
sente la mia voce?
Vi sto chiamando!

Ho paura.

La mia mente
si sta allontanando.
Non ricordo più
i guaiti dei miei cuccioli.
Non li sento più.
Non sento voci
di uomini.
Non sento voci
di cani.

Solo caldo…
o è freddo?
Non credo più
alla mia pelle.

Ho paura.

 

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Laika
di Rodrigo Codermatz

Cos’è questo fischio continuo
un padrone sferico
un pallone lucido
un nero di luci rosse e gialle
il blu che mi circonda
questa saliva
risale la mia schiena
il mio naso annusa numeri
alfabeti cirillici
in guerra
sinusoidale
planetaria
extragalattica

 

 

© Riproduzione vietata

Volare!

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manifesto

di Rodrigo Codermatz

Ieri, a Martignacco, abbiamo assistito con grande emozione alla prima “uscita in pubblico” del libro Volare! curato da Animalisti FVG, importante testimonianza di una lunga e sempre più serrata lotta contro la Sagra dei Osei di Sacile quale simbolo, per la sua pluricentenaria nefandezza, di ogni fiera e mercato venatorio e ornitologico. Grande emozione nel vedere le immagini e i documenti dell’attività di denuncia che, nata negli anni Ottanta, continua ogni anno grazie alla perseveranza e all’impegno degli attivisti con banchetti, presidi, cortei e contromanifesti; grande emozione nella voce della presentatrice e presidente dell’associazione Animalisti FVG Daniela Galeota che ha saputo magistralmente coinvolgere un uditorio di fatto eterogeneo e in parte anche nuovo ed estraneo all’argomento e alla problematica.
Il libro, un’autopubblicazione, che porta in copertina il contromanifesto all’edizione di quest’anno, si apre spiegando cos’è una fiera ornitologico-venatoria e svelando il mondo crudele e occulto delle “gare canore” e la prigionia degli uccelli da richiamo. Corredato da un’interessante documentazione fotografica traccia quindi un breve excursus storico del movimento riproponendo anche gli articoli giornalistici più importanti nell’aver testimoniato e segnato il suo percorso.
Tutto questo a introdurre l’interessante e importantissimo contributo di una trentina di autori che in altrettanti articoli hanno espresso la loro condanna alla pluricentenaria ecatombe ognuno dal suo particolare punto di vista e con la sua competenza: antropologi, etologi, artisti, poeti, psicologici, filosofi, veterinari e attivisti testimoniano con toccante profondità e obiettività l’assurdità, la violenza, la crudeltà di questa tradizione che, moralmente ed eticamente, non può più essere accettata né tollerata ma che le principali istituzioni politiche continuano a proteggere per l’interesse meramente economico di allevatori e mondo venatorio. Istituzioni politiche che si chiudono in una sempre più disonesta e subdola presa di posizione contro la denuncia del movimento animalista rasentando l’illegalità e mettendo in atto vere e proprie azioni dissuasorie e repressive violando il diritto di espressione e di libero pensiero.
Alla eco unidimensionale, superficiale, tautologica e culturalmente arretrata degli organizzatori e sostenitori della fiera, alla loro povertà intellettuale e spirituale risponde Volare! coro unanime di denuncia, testimone unico di un pensiero volto a ripensare la nostra società nell’ottica di evolvere il nostro rapporto e considerazione dell’altro animale.

Il libro è in vendita presso le librerie Al Segno o richiedendolo direttamente all’associazione Animalisti FVG e il ricavato sarà destinato al rafforzamento della campagna e del movimento NoSagraOsei.

Essere infelice è un grave peccato

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di Tamara Sandrin

“Il cinema inizia con D.W. Griffith e finisce con Abbas Kiastorami” Jean-Luc Godard*

Il 4 luglio è morto Abbas Kiarostami, l’esponente più famoso dell’Iranian New Wave: è stato un regista di viaggi, di ricerche, di strade, di mete, di incontri e di tentativi di comunicazione; un regista di bambini in viaggio verso e contro il mondo adulto.
I suoi film, poetici, cripticamente politici, filosofici sono evocativi, silenziosi e potenti, a volte simbolici, a volte tanto realistici da farci dimenticare che stiamo guardando degli attori, che recitano seguendo una sceneggiatura, a volte è veramente così perchè Kiarostami lavorava anche con attori non professionisti, seguendo un’intuizione e l’improvvisazione.
I paesaggi e i panorami, i dettagli dei volti e della natura, le citazioni dei poeti persiani, le lunghe strade serpeggianti, gli occhiali neri, i bambini, le donne, i viaggi in automobile e le automobili stesse si fondono in un impasto di realtà e di fantasia che diventa forma metaforica capace di raccontare l’evoluzione del paese eludendo la censura.

Il suo capolavoro è Il sapore della ciliegia del 1997, che narra la storia di un aspirante suicida che cerca l’aiuto e la compagnia di qualcuno disposto a seppellire il suo corpo, ma anche ad ascoltarlo. Paradossalmente troverà in un anziano tassidermista, una persona abituata quindi a bloccare l’altro (non umano) nella morte e ricreare un’apparenza di vita, l’aiuto che non cercava, l’appiglio per essere di nuovo in grado di assaporare il sapore della ciliegia (del gelso in origine), della luna e del deserto.
Il film si snoda lungo le strade sterrate e tra le dune, i personaggi si incontrano nell’auto del protagonista e il suo peregrinare sembra quasi il simbolo di un viaggio orfico nell’Ade.
Il film costituisce un unicum: non sfocia mai nel melodramma e ci conduce in un viaggio empatico attraverso i paesaggi della periferia di Teheran e gli interrogativi sulla vita, sulla morte, sulla religiosità e sul rispetto per l’altro:

“So che il suicidio è uno dei peccati mortali. Ma essere infelice è un grave peccato. Quando sei infelice offendi le altre persone.”

Vorrei ricordare ancora un suo film che amo particolarmente, Dieci (2002), girato interamente all’interno di un’automobile con una videocamera digitale. Lo stile dunque è minimalista, realista, quasi dilettantesco, ed è evidente l’intento di scardinare la struttura sociale attraverso lo scardinamento della regola cinematografica.
Nonostante Kiarostami non fosse impegnato politicamente, questo è un film politico, narra la storia di alcune donne che cercano un riscatto sociale o personale in un paese in lentissima evoluzione (o involuzione). Mania, la protagonista che guida l’automobile, è una donna che sta sfuggendo in qualche modo dall’autorità maschile: cerca una sua realizzazione nella vita e nell’arte, è una pittrice e fotografa, ha sostituito il chador con degli occhiali neri, ha divorziato dal marito e ha un nuovo compagno, ma si scontra con l’egoismo e l’ingenuità di suo figlio, giovane maschio che ineluttabilmente è permeato dall’ambiente che noi spettatori vediamo solo attraverso gli scorci dei finestrini dell’auto e attraverso le parole dei personaggi. Tra i due, si snoda una vera e propria tragedia di incomunicabilità.
Ma è nel semplice gesto di una delle sue passeggere che, a mio parere, vediamo la speranza di un affrancamento in una società maschilista e patriarcale: la ragazza si toglie il velo e scopre la sua testa completamente rasata, come atto di ribellione piccolo ma toccante.
La realizzazione di queste donne passa attraverso la ricerca dell’indipendenza e vuole arrivare al raggiungimento della felicità: come ripete più volte Mania a suo figlio, che non riesce e non può comprenderla, lei non può renderlo felice se lei prima non è felice, perchè veramente l’infelicità offende le altre persone.

 

 

* Citazione trovata in rete, dunque da fonte imprecisata. Mi sembravano comunque delle belle parole per iniziare a parlare di Kiarostami.

Una famiglia

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La disperazione di una madre

La disperazione di una madre

Impressioni dopo una conferenza-dibattito

di Rodrigo Codermatz

L’ultima presentazione del mio libro Veganesimo e famiglia è stata un’esperienza diversa e molto interessante: ho assistito al ricrearsi e materializzarsi davanti a me e in mezzo all’uditorio di quella situazione di nexus familiare e di processo difensivo che teorizzo e descrivo nel libro stesso; una vera e propria comprova che il veganesimo come animalismo e antispecismo permane una forte minaccia laddove non riesce ad essere metabolizzato e riassorbito ancora, proprio alle radici del sistema stesso e dal nucleo da cui questo sorge: la famiglia.
Alla fine della presentazione ho dato, come al solito, spazio alle domande e alla discussione: l’uditorio era composto da una ventina di persone.
Il primo intervento fu lapidario: una ragazza della prima fila esordì dicendo che aveva già letto il libro e lo aveva trovato “aggressivo” e irriverente verso la famiglia, nido necessario e inattaccabile di sicurezza e sostegno per l’individuo; inoltre troppo diretto ed esplicito nella condanna antispecista. Il suo più che un intervento volto al dialogo fu un soliloquio, uno sfogo, che si concluse ammettendo la superiorità etica dell’uomo sull’animale, sull’inutilità di abbracciare il veganesimo in quanto scelta personale e sull’impossibilità e inefficacia di ogni richiesta e ogni istanza che venga dal basso.
Al ché prese la parola un ragazzo tre file più indietro che, riprendendo un po’ il quadro emotivo del primo intervento, spostò il fulcro dell’attacco sulla questione dicendo che noi antispecisti non riusciremmo mai a convincere nessuno con le nostre argomentazioni perché l’animale è di fatto inferiore all’uomo in tutti i sensi e per cui si può anche ucciderlo: il confronto uomo-animale ai suoi occhi non reggeva e non accettava e non condivideva neppure il fatto certo della connessione tra sfruttamento animale e umano. Era percepibile un’intesa, quasi un continuum emotivo tra i due interventi solo che il ragazzo era più aggressivo, non lasciava rispondere, non ascoltava, non permetteva d’essere interrotto e ad una ragazza che gli consigliò un libro per farsi delle idee basilari sull’antispecismo rispose infastidito che non spettava certamente a noi scegliere le sue letture. Finì con l’affermare che eravamo una setta.
I terzi ad intervenire furono una coppia più anziana che insisteva a chiedermi di confermare solo se il mio discorso valesse per tutti gli animali e se si potesse vivere senza uccidere animali: alla mia risposta affermativa risposero – questo ci basta – e il tutto mi sembrò strano.
Una quarta persona, vegana e animalista iniziò a interagire e la discussione si trasformò in un altalenante botta e risposta tra i quattro: io, oramai ero mero spettatore di questa reazione improvvisa: di tanto in tanto intervenivo accanto al vegano e la signora anziana scuoteva la testa stringendosela tra le mani.
Il rimanente uditorio assisteva ormai quasi perplesso e divertito a questa che sembrò una vera e propria commedia, una messa in scena per l’affiatamento e l’isolamento che si era creata intorno: ogni dialogo, ogni approccio costruttivo, ogni comunicazione, ogni tentativo di confronto era stato portato ormai su un binario morto.
L’atmosfera era divenuta emotivamente pesante per tutti, me compreso, e la discussione ormai ridondante, perciò decidemmo di chiudere la serata: scoprii allora che i quattro interlocutori costituivano un unico nucleo familiare con il vegano, la sorella, il figlio e i due genitori; si era instaurata una vera e propria mistificazione familiare, un nexus che si difendeva dalla minaccia del suo membro vegano; mi spiegai allora il carico che ad un certo punto mi sentii addosso: la mia presentazione, in tutta la situazione, aveva svolto la funzione di “oggetto imbarazzante”.
Casualmente o forse inconsciamente i membri della famiglia si erano distribuiti e confusi in mezzo all’uditorio rafforzando così l’impressione di un attacco compatto da tutte le parti.
La serata mi dimostrò nuovamente che le resistenze più forti, la chiusura più completa e le posizioni più aggressive e intolleranti provengono comunque dall’ambiente familiare dove si assiste ad un coinvolgimento emotivo senza pari: ed è qui che si fonda e si radica il sistema e questa è la sua carta vincente; ma è anche qui che esso non ha ancora messo in piedi e in funzione il suo sistema difensivo metabolizzante e annientante: infatti per tutto il tempo il dibattito si mantenne sull’asse basilare dello specismo, sulla certezza inattaccabile che sia normale e naturale la subordinazione dell’animale non umano all’uomo, la sua inferiorità, la sua strumentalizzazione e reificazione; il veganesimo fu colto unicamente e inequivocabilmente come animalismo e antispecismo, come scelta etica e mai, se non forse un minimo intervento, assunse altri significati o connotazioni né salutistici, né ambientalisti. Si trattò di una situazione micro-sociale pre-sistemica, il sistema preso sul suo nascere e laddove esso stesso origina ed è ancora inerte e culturalmente vulnerabile.
Mi apparve nuovamente chiaro il perché la chiesa e soprattutto i mass-media concentrino ora più che mai la loro attenzione sulla famiglia con le loro folli apologie: le insegne belliche della cosiddetta “famiglia naturale” sono messe in testa nella marcia e nell’avanzata contro ogni forma di diversità, di pensiero alternativo, dialettico e critico, contro ogni realtà che forzi lo status quo sociale conveniente: le sentinelle in piedi, le vigiliae familiae, sono il nuovo esercito della cultura.
Quanto il veganismo sembra ora accettato dalla società che si sta commercialmente “aprendo” alla sua metamorfosi consumistica, tanto il suo messaggio e la sua denuncia etica è osteggiata e negata proprio dalla forma sociale a noi più prossima, più quotidiana e più referente: la famiglia.

Marmellata di limoni

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giugno 2016 072

di Tamara Sandrin

Potete realizzare questa marmellata con i limoni usati per preparare lo sciroppo di sambuco (trovate la ricetta qui): restando a bagno per tre giorni i limoni perdono tutto l’amaro, perciò la marmellata che si ottiene ha un profumo e un gusto intensi e deliziosi.

Ingredienti:
– i limoni usati per la ricetta dello sciroppo di sambuco
– zucchero di canna

Procedimento:
Ripulite i limoni da quel che resta dei fiori di sambuco (se rimane qualche fiorellino non importa). Tagliateli a pezzetti e pesateli. Aggiungete un terzo del peso dei limoni di zucchero di canna e mettete sul fuoco mescolando bene.
Se necessario schiumate la marmellata e cuocetela finché non raggiunge la consistenza ottimale: grazie alla ricchezza di pectina contenuta nella buccia dei limoni la cottura sarà molto rapida.
Invasettate la marmellata ancora calda nei vasetti sterilizzati e asciutti, tappate subito e capovolgete i vasi per far formare il sottovuoto.

Il corpo vegano giudicante come imputazione

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di Rodrigo Codermatz

Pubblicato originariamente qui.

In Veganesimo e famiglia1 avevamo caratterizzato il nostro corpo come essere-visto e, in quanto portatore di comportamento, sottoposto allo sguardo, al controllo e al giudizio dell’ambiente sociale a cui apparteniamo.
Il bisogno di sicurezza come funzione difensiva dell’Io e gradiente d’ansia si trasforma in comportamento gratificante verso le aspettative di questo ambiente in questo modo reiterandolo, riproducendolo.
Il corpo risulta essere così il primo degli oggetti culturali, l’incarnazione della cultura come status quo dell’ambiente che abbiamo alle spalle, della tradizione, della società, una ricapitolazione incredibilmente condensata dell’ambiente del passato come ha scritto Phyllis Greenacre.2
Rimettere in questione i valori e la logica che fondano la nostra società, la nostra cultura e tradizione e che ci hanno portato alla totale sovranità sull’Altro vuol dire ribaltare i termini: come l’agente materno o la persona più importante sotto lo sguardo del suo ambiente costringe il figlio in uno stato ansioso che si organizza in risposta gratificante e corrispondente alle aspettative del gruppo, così il figlio deve ora scrollarsi di dosso l’occhio giudicante della madre e da corpo visto e giudicato erigersi a corpo giudicante.
E’ questa oggi la funzione del corpo-vegano:3 non essere corpo sano in una società egoica e narcisistica come la nostra che erige paradisi di benessere, di bellezza e di cultura del corpo, una società ipocondriaca, preoccupata e ossessionata dalla salute; bensì essere termine di confronto, testimonianza di un modo di vivere che non ha più bisogno di sicurezza, tranquillità e felicità, del buon senso e neppure del buon vicinato, di essere garantito e fondato da una logica di violenza e sfruttamento dei più deboli e indifesi.
Come coscienza evoluta ed esistenza possibile senza sfruttamento e sovranità, il corpo-vegano deve farsi paladino di una nuova e più profonda sensibilità, di un pensiero anni luce più evoluto che, al giorno d’oggi, emergendo dall’anonimato, è elitario.
Ma cosa intendo per testimonianza?
Già in Veganesimo e famiglia definivo testimonianza la dimensione assolutamente personale, esistentiva, ontica che fonda il discorso etico universale quale proiezione dell’incontro protoetico con il volto animale come espressione di vulnerabilità, di compartecipazione alla limitatezza, alla sofferenza e alla morte.4
Qui aggiungerei incontro protoetico col volto animale come fiducia, dedizione, fedeltà: guardo la mia cagnetta Carlotta negli occhi e lei non sta soffrendo; ma mi suscita tenerezza e amore il fatto che lei si affida completamente a me.
In questo senso qualcuno ha parlato di un doppio tradimento inflitto agli animali d’allevamento.
Ma il corpo vegano come testimonianza non deve risolversi in amor proprio quale figura della sovranità o in un’economia dell’appropriabile e del riappropriabile; come, per esempio, l’idea di testimonianza in Melanie Joy come empatia e riduzione del divario (gap), delle contraddizioni, assurdità e incongruenze della nostra coscienza che lo schema carnistico, come pregiudizio di conferma, vuole mantenere distorcendo le percezioni che minacciano di riassorbirli.5
Un’implosione, la testimonianza della Joy, dell’individuo che si integra a se stesso e cita Eddie Lama: “mi rendo conto che gli animali continueranno a soffrire e a morire ma non per causa mia”.
La testimonianza risulta così essere semplicemente la coerenza pensiero-azione: da qui l’ossessione di certo antispecismo per la coerenza dimenticando la dimensione della prassi coi suoi diversi apporti contaminanti: “l’antispecismo dovrebbe abbracciare una prospettiva contaminante” scrive Rasmus Rahbek Simonsen.6
Il corpo-vegano come testimonianza non deve essere compiacimento etico ma, piuttosto un chez soi, come direbbe Renee Major, un giardino segreto dentro di sé pronto ad essere disappropriato per accogliere l’altro7, da dove proferire la minaccia, preparare l’insidia, l’azione di disturbo, l’agguato, l’attentato allo status quo sovrano: non è etica, è politica.
Il suo compito è quello di imputare (nel senso giuridico della parola di cui ci parla Hans Kelsen)8 l’onnivoro, destabilizzando e destrutturando le strutture di scambio che reggono la situazione interpersonale sicura, mantenendola squilibrata e compromessa con il risultato di ingenerare uno scarto, un divario e un senso (che ho definito “strategico”) di disorientamento e d’inferiorità nell’onnivoro .
E’ in questo scarto, in questa zona di silenzio che la critica può colpire la cultura e si crea spazio libero per altre possibili strutture di scambio e oggettivazioni.
Il corpo-vegano, sospendendo il bisogno di sicurezza interpersonale come falso bisogno, interrompe la serialità e l’anonimato della massificazione e del consumo, rallenta i loro ritmi, lascia l’offerta senza interlocutore e punto di riferimento perché delimita e riduce al minimo il suo carattere di domanda, interdice il sistema produttivo. In poche parole, si pone come assoluta alterità e alternativa alla nostra società.
Questa funzione destabilizzante e provocatoria del corpo-vegano compare nell’esperimento condotto dagli psicologi statunitensi Julia Minson e Benoît Monin e descritto nel loro articolo Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach.9
A 47 studenti onnivori (16 maschi, 25 femmine e 6 di cui non è stato dato il sesso) di un corso introduttivo di psicologia in un’università privata è stato chiesto di esprimere il loro parere sui vegetariani: il 53% ha espresso un giudizio positivo (earthy, hippie, hippies, alternative, green, environmentalist, politically correct, strong-willed, liberal, health-conscious, religious, careful, conscious, strong beliefs, will-power, animal-lovers, dedicated, caring, kind, brave, sweet, thoughtful, thin, slim, healthy) o neutro (silly, skinny); il rimanente 47% ha espresso un giudizio decisamente negativo sul vegetariano ritenendo che questi si consideri almeno dieci volte moralmente superiore all’onnivoro.
Pur credendo che in realtà ci sia poca differenza morale tra loro e i vegetariani, gli onnivori si sentono così moralmente giudicati (Anticipated Moral Reproach) che il vegetariano è da loro sentito come una minaccia largamente esagerata (a threat that is vastly exaggerated) da cui difendersi preventivamente: credendo di neutralizzarlo, cercano di screditarlo (derogation), di renderlo ridicolo, ottenendo, al contrario, l’effetto ironico di amplificare il suo messaggio etico e di diventare più esposti e vulnerabili alla minaccia.
Un comportamento morale esplicito risulta così essere ridicolo e noioso invece di suscitare ammirazione e rispetto: questo, secondo gli autori, succede ad ogni gruppo, ad ogni minoranza che vuole allontanarsi dallo status quo e farsi portavoce di principi morali (Do-Gooder).
In questo caso la scelta dietetica di una minoranza vegetariana è vissuta dagli onnivori (Meat-eating Mainstream) come una condanna pubblica di un loro comportamento: il loro sentirsi moralmente giudicati sfocia in forte risentimento; spesso, infatti, le persone sono molto sensibili alle critiche verso il loro senso etico e morale e magnificano di più le loro qualità morali che le proprie competenze.
E’ interessante notare come la quasi totalità dei giudizi negativi connota caratteristiche sociali negative (annoying, arrogant, conceited, sadistic, judgmental, posers, pretentious, stupid, uptight, flawed, preachy, picky, weird, bleeding hearts, conformists, self-righteous, militant, PETA, crazy, limited, opinionated, strict, radical, vegan) mentre solo la minima percentuale rimanente si riferisce a debolezza fisica (malnourished, pale, tired): il che sottolinea la natura interpersonale del problema; l’individuo viene colpito nel suo non corrispondere alla situazione interpersonale omologata; è dimostrato, infatti, che tale risentimento può nascere anche quando si colpiscono dei costumi e abitudini familiari accettati e considerati normali dalla società, ad esempio in questo caso, il mangiar carne.
Da queste considerazioni è evidente la funzione destrutturante e disturbante del vegetariano nel contesto sociale quando è messo sotto accusa un comportamento profondamente radicato nell’abitudine e nella cultura da essere ritenuto norma sociale. A maggior ragione se si fosse trattato del vegano.
Al contrario l’offensiva onnivora appare più ridimensionata sul piano del benessere fisico e del salutismo: il che può far presumere una certa lontananza di questi da un certo discorso etico-morale animalista.
Non deve meravigliare neppure l’esagerata percezione da parte dell’onnivoro della minaccia poiché egli ha la corretta percezione di non aver alcun potere argomentativo, di non possedere le strutture di scambio adeguate per sostenere una valida difesa delle sue azioni e dei suoi principi morali davanti al vegetariano.
Questo perché anche il concetto di moralità dietro cui egli si nasconde ha il carattere paradossale, contraddittorio e tautologico tipico dei comportamenti di difesa davanti a stati particolarmente ansiogeni. Scrivono, infatti, gli autori all’inizio della loro ricerca: “While societies may differ on what it means to be moral, they agree that it is good to be so”.
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